Venerdì, 18 Agosto 2017
Giovedì 03 Aprile 2014 10:19

"La Lampara"

Valuta questo articolo
(4 voti)

E' una sera di vento e di sole al tramonto, quella in cui don Tonino Bello dà l'addio alla sua Tricase.

Davanti agli spazi infiniti di un mare solitario e accogliente, rivolge a Dio la «preghiera sul molo», una delle più belle lodi al creato scritte con la malinconia e la speranza nell'animo.

È nota come La lampara. Eccola, nella sua interezza.

Questa sera, Signore, voglio pregarti ad alta voce.

Tanto, all'infuorì di te, non mi sente nessuno.

Anche l'ultima coppia di innamorati se né andata

infreddolita dalla brezza d'ottobre che viene dal mare.

E qui, dietro il muraglione del porto,

in questo crepuscolo domenicale,

non siamo rimasti che io e te, o Signore.

E sotto, queste onde che lambiscono i blocchi di cemento

e sembrano chiedermi stupite

il perché di tanta improvvisa solitudine.

Tricase è alle mie spalle. Davanti solo il mare:

un mare senza vele e senza sogni.

Domani, Signore, avrò la forza di pregarti per il mare,

per questo mare di piombo che mette paura,

per questo simbolo opaco del futuro che mi attende.

Stasera, invece, voglio pregarti

per ciò che mi lascio dietro,

per la mia città di Tricase,

per questa terraferma tenace,

dove fluttuano ancora... le mie vele e i miei sogni.

Non ti annoierò con le mie richieste, Signore.

Ti chiedo solo tre cose. Per adesso.

Dai a questi miei amici e fratelli

la forza di osare di più.

La capacità di inventarsi. La gioia di prendere il largo.

Il fremito di speranze nuove.

Il bisogno di sicurezze

li ha inchiodati a un mondo vecchio, che si dissolve,

così come hai inchiodato me su questo scoglio, stasera,

col fardello pesante di tanti ricordi.

Dai ad essi, Signore, la volontà decisa

di rompere gli ormeggi.

Per liberarsi da soggezioni antiche e nuove.

La libertà è sempre una lacerazione!

Non è dignitoso che, a furia di inchinarsi,

si spezzino la schiena per chiedere un lavoro «sicuro».

Non è giusto attendersi dall'alto le «certezze»

del ventisette del mese.

Stimola in tutti, nei giovani in particolare,

una creatività più fresca, una fantasia più liberante,

e la gioia turbinosa dell'iniziativa

che li ponga al riparo da ogni prostituzione.

Una seconda cosa ti chiedo, Signore.

Fa' provare a questa gente che lascio

l'ebbrezza di camminare insieme.

Donale una solidarietà nuova, una comunione profonda,

una «cospirazione» tenace.

Falle sentire che per crescere insieme

non basta tirar dall'armadio del passato

i ricordi splendidi e fastosi, di un tempo,

ma occorre spalancare la finestra del futuro

progettando insieme, osando insieme,

sacrificandosi insieme.

Da soli non si cammina più.

Concedile il bisogno di alimentare

questa sua coscienza di popolo

con l'ascolto della tua parola.

Concedi, perciò, a questo popolo, la letizia della domenica,

il senso della festa, la gioia dell'incontro.

Liberalo dalla noia del rito, dall'usura del cerimoniale,

dalla stanchezza delle ripetizioni.

Fa' che le sue Messe siano una danza di giovinezza

e concerti di campane,

una liberazione di speranze prigioniere

e canti di chiesa,

il disseppellimento di attese comuni

interrate nelle caverne dell'anima.

Un'ultima implorazione, Signore.

È per i poveri.

Per i malati, i vecchi, gli esclusi.

Per chi ha fame e non ha pane.

Ma anche per chi ha pane e non ha fame.

Per chi si vede sorpassare da tutti.

Per gli sfrattati, gli alcolizzati, le prostitute.

Per chi è solo. Per chi è stanco.

Per chi ha ammainato le vele.

Per chi nasconde sotto il coperchio

di un sorriso cisterne di dolore.

Libera i credenti, o Signore,

dal pensare che basti un gesto di carità

a sanare tante sofferenze.

Ma libera anche chi non condivide le speranze cristiane

dal credere che sia inutile spartire il pane e la tenda,

e che basterà cambiare le strutture

perché i poveri non ci siano più.

Essi li avremo sempre con noi.

Sono il segno della nostra povertà di viandanti.

Sono il simbolo delle nostre delusioni.

Sono il coagulo delle nostre stanchezze.

Sono il brandello delle nostre disperazioni.

Li avremo sempre con noi, anzi, dentro di noi.

Concedi, o Signore, a questo popolo che cammina

l'onore di scorgere chi si è fermato lungo la strada

e di essere pronto a dargli una mano

per rimetterlo in viaggio.

Adesso, basta, o Signore: non ti voglio stancare,

è già scesa la notte.

Ma laggiù, sul mare,

ancora senza vele e senza sogni,

si è accesa una lampara.

Parole profetiche. Il futuro di don Tonino, ora monsignor Bello, è segnato.

Don Tonino è un santo profeta dei nostri tempi, è un dono di Dio che dovremmo conoscere meglio.

Questo breve stralcio è tratto da:

"La Messa non è finita", Il Vangelo scomodo di don Tonino Bello di Gianni Di Santo con Domenico Amato, Rizzoli Ed.

Clicca qui per andare all'INDICE di questo TEMA:  Storie di donne e uomini

 

 

Ultima modifica Giovedì 03 Aprile 2014 10:54
Giorgio De Stefanis

Giorgio De Stefanis

Esperto di comunicazione e di Marketing.
Operatore di pastorale familiare

Responsabile Area Proposte di Esperienze Formative
Rubriche Cammini di esperienze di comunicazione, Storie di donne e di uomini

Iscriviti alla Newsletter per ricevere i nostri "Percorsi Tematici" e restare aggiornato sui migliori contenuti del nostro sito