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Giovedì 29 Ottobre 2015 15:30

Il tempo di Michele Pellegrino

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vescovo conciliare per la città

di Giuseppe TUNINETTI

da "La Voce del Popolo" del 11 ottobre 2015

 

In occasione dell'anniversario della consacrazione del Cardinal Pellegrino, nella cattedrale di Fossano,  ho sentito il bisogno di proporvi questo articolo su D. S. in suo ricordo.

Egli è stato per noi un Pastore ed un vero Padre!

Io ero poco più che ventenne, ma la sua "Camminare insieme" mi ha accompagnato per tutta la vita.

Ricordo che in occasione di un incontro, con i giovani, gli chiedemmo polemicamente "Perchè i preti non si possono sposare?" Erano anni "caldi", ma la sua risposta ci ricordò il modo di parlare di Gesù; non disse nè si, nè no, ma: "Questo giro di incontri con tutte le comunità parrocchiali mi impegna per tre mesi, tutti i giorni fino a notte tarda, come potrei essere un un buon marito e un buon padre?"

 

Nomina inattesa

Singolare e provvidenziale coincidenza: il 20 novembre 1965 Michele Pellegrino, eletto inaspettatamente (in prima nomina) arcivescovo di Torino da Paolo VI il 18 settembre, fece l'ingresso ufficiale in diocesi; l'8 dicembre papa Montini chiuse la celebrazione del Vaticano II, inaugurato da Giovanni XXIII il ottobre 1962. Il neo eletto arcivescovo aveva partecipato all'ultima sessione conciliare, presentando due qualificati interventi sulla libertà di ricerca nella Chiesa e sulla cultura del clero. Primo arcivescovo del post-concilio, Pellegrino fu nel senso pieno della parola un vescovo conciliare, in quanto il Vaticano E ispirò il suo episcopato torinese negli anni 1965-1977 e caratterizzò lo stile del suo ministero episcopale. Come il Vaticano II, sotto la guida di papa Roncalli e di papa Montini, avviò il rinnovamento della Chiesa, così Pellegrino cercò di mettere in moto quello della Chiesa di San Massimo, in una fase di stanca, dovuta all'età molto avanzata del cardinale Fossati, che aveva governato la diocesi dal lontano 1931. Non a caso quindi Pellegrino fu scelto personalmente da Paolo VI, che lo conosceva e che individuò nel professore universitario, esperto nei Padri della Chiesa, un potenziale "vescovo conciliare", convinto della validità del concilio e capace di attuarlo, poiché senza vescovi «conciliari», convinti e capaci, il Vaticano n sarebbe rimasto lettera morta.

Un professore universitario arcivescovo

Pellegrino, ordinario di Letteratura cristiana antica dal 1951 nell'Università di Torino, aveva alle spalle alcune esperienze pastorali nella sua diocesi di Possano, come padre spirituale nel seminario, vicario generale e vicario . La sua carriera universitaria era già iniziata nel 1938 con l'incarico di Lingua Latina su proposta del proli Augusto Rostagni. Accompagnò l'insegnamento universitario con la ricerca e una qualificata produzione scientifica nel campo della patristica, soprattutto S. Agostino.

Il passaggio dalla cattedra universitaria a quella episcopale costituì una svolta profonda nella sua vita, vissuta probabilmente anche con sofferenza per il distacco sostanziale (non totale) dal mondo degli studi patristici. Ma non si trattò di una frattura: ci fu anche una continuità, che aveva la sorgente nella sua personalità, perché, pur nella netta distinzione dei ruoli di studioso, di professore universitario e di prete, in lui ci fu sempre una profonda unità di vita, caratterizzata dall'identità presbiterale e pastorale.

Scrisse un suo allievo, poi suo successore, che Pellegrino aveva dato molto all'università, ma aveva anche ricevuto tanto: l'immenso patrimonio assimilato nello studio dei Padri della Chiesa, l'acquisizione di un rigoroso metodo di studio e di ricerca, l'apertura mentale attraverso il contatto con colleghi non credenti. Questo connotò il suo stile episcopale. Salendo sulla cattedra di San Massimo, aveva ben presente il modello di vescovo secondo la Sacra Scrittura e i Padri, modello peraltro riproposto dai testi conciliari: forse anche per questo fu restio ad accettare l'oneroso incarico.

Vescovo conciliare

II suo programma pastorale fu l'attuazione del concilio, sposando in pieno il rinnovamento voluto da papa Giovanni, confermato da Paolo VI e dai padri conciliari. Egli si propose in primo luogo di far conoscete a preti e fedeli i testi conciliari, a cominciare dalla quattro costituzioni, che presentò in cattedrale a partire dal gennaio 1966. Per il necessario aggiornamento dei preti, cui per primi, come guide delle comunità, spettava il compito inderogabile di attuare il concilio capillarmente, potenziò l'Istituto Piemontese di Teologia Pastorale, già avviato nel 1964. Cercò di attuare le decisioni conciliari secondo il metodo della corresponsabilità, dando vita, già nel novembre 1966, ai Consigli diocesani Presbiterale e Pastorale, e invitando i parroci a promuovere il Consiglio pastorale parrocchiale. Il momento più espressivo della corresponsabilità pastorale furono i convegni annuali estivi tenuti a Sant'Ignazio, in vista della programmazione diocesana. Anche le lettere pastorali furono di solito il frutto del coinvolgimento più vasto possibile della base: non solo la più nota, Camminare insieme del 1971, ma anche Evangelizzazione e Sacramenti del 1972 ed Evangelizzazione -promozione umana del 1974. Almeno dal 1970 l'arcivescovo ricorse alla consultazione del clero nella scelta dei collaboratori più vicini, come il vicario generale.

Per rispondere alle necessità diocesane, ma seguendo anche la sua sensibilità pastorale, istituì nel 1966 l'Ufficio liturgico diocesano e l'Ufficio diocesano per la pastorale del lavoro, specie del mondo operaio, al quale riservò una cura particolare, anche con il riconoscimento dei preti operai e la promozione della Gioc. Nel 1967 ristrutturò la diocesi in 24 zone, che sostituivano le antiche e più numerose vicarie foranee, istituite nel periodo postridentino attorno al 1600. Negli anni 1968-1976 compì la visita pastorale alle parrocchie, zona per zona, con una impostazione del tutto nuova rispetto al passato: preparata con la pre-visita degli uffici pastorali, dedicava più tempo (anche una settimana) agli incontri con le varie componenti della comunità, anche civile, e aveva il suo apice nella celebrazione eucaristica. Ebbe cura per i seminari, anche di quello minore di Giaveno; per una più accurata formazione teologica dei preti, sostenne l'erezione della Facoltà teologica dell'Italia settentrionale, che avviò a Torino nel 1968-69 una Sezione parallela. Istituì nel 1969 una commissione scientifica per la ricognizione e lo studio della Sindone. Ancora per fedeltà al concilio, fu tra i primi vescovi in Italia a introdurre, nel 1972, il Diaconato permanente. Appoggiò con convinzione esperienze pastorali pionieristiche come il Gruppo Abele di don Luigi Ciotti e il Sermig di Ernesto Olivero. Uomo di Chiesa dai grandi orizzonti ecclesiali, incrementò l'esperienza dei preti fidei donum, che seguì con attenta paternità.

Contestazione e dimissioni

Uomo della parresia, affrontò con il metodo del dialogo la inattesa, grave e crescente contestazione ecclesiale post-conciliare, di cui il caso più clamoroso e più doloroso per lui fu il Vandalino: non incontrò altrettanta disponibilità nella controparte. Non tutta la comunità diocesana lo capì e collaborò con lui. Incomprensioni e ingratitudine anche da parte di associazioni che aveva sostenuto (come le Acli) e la salute ormai precaria, non volendo egli essere un vescovo dimezzato, lo spinsero a presentare nel dicembre 1976 le dimissioni a Paolo VI, che le accettò ufficialmente il 27 luglio 1977. Colpito da ictus l'8 gennaio 1982, con conseguenti paralisi motoria e afasia, morì al Cottolengo il 10 ottobre 1986. Per sua volontà, fu sepolto nella tomba di famiglia a Roata Chiusani di Centallo. Pellegrino, forse per la sua formazione classica e cattolica, non fu l'uomo e il vescovo dell' aut aut, bensì dell' et et (pensare e pregare, pregare e agire, nova et vetera, evangelizzazione e promozione umana ecc.). Consapevole della ricchezza, delle diversità, fu uomo della sintesi: ben riuscita a livello personale (uomo, credente, prete, studioso, professore e pastore) e tentata con fede, convinzione, passione e lucidità, ma solo parzialmente riuscita, nel suo episcopato torinese, a motivo del periodo ecclesiale e sociale molto critico e a causa di forze frenanti e centrifughe. Un elogio-augurio appropriato (quasi una predizione) glielo aveva rivolto Oscar Cullmann nel 1965, in occasione della nomina episcopale: «Gomme tant de pères qui font l'objet de nos études communes, Vous serez a la fois théologien et pasteur».

 

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Ultima modifica Sabato 26 Marzo 2016 12:45
Giorgio De Stefanis

Giorgio De Stefanis

Esperto di comunicazione e di Marketing.
Operatore di pastorale familiare

Responsabile Area Proposte di Esperienze Formative
Rubriche Cammini di esperienze di comunicazione, Storie di donne e di uomini

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