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Giovedì 21 Luglio 2011 21:44

Il luogo della custodia eucaristica (Micaela Soranzo )

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Non è inutile l’invito a dare adeguato valore di polo differenziato al luogo della custodia e dell’adorazione rispetto a quello della celebrazione.

La sistemazione della custodia eucaristicarimane ancor oggi, al pari di quella del fonte battesimale, uno dei problemi più complessi da risolvere quando si tratta di adeguamento liturgico di una chiesa antica, ma viene troppo spesso considerato un problema secondario anche per quanto riguarda le nuove chiese. Infatti molte volte non appare chiara la comprensione del “luogo della custodia eucaristica” e sembra, alla fine, che “ogni muro vada bene” per collocarla.

Forse la difficoltà nell’affrontare questo tema sta nel fatto che la stessa denominazione di “custodia eucaristica” è piuttosto generica e, come ha già ben spiegato padre Rinaldo Falsini in uno dei suoi tanti interventi su questo argomento, può indicare sia lo spazio architettonico sia il tabernacolo, ma anche la pisside, l’ostensorio o la teca per la comunione ai malati. In questa riflessione, facendo riferimento ai documenti del magistero e alle note pastorali dei vescovi italiani, per “custodia eucaristica” si intende non solo il tabernacolo, ma anche lo spazio che esso occupa all’interno della chiesa e la sua collocazione in relazione ai luoghi della celebrazione, con particolare riferimento all’altare.

L’uso di conservare l’eucaristia, da utilizzare essenzialmente come viatico, è antichissimo, ma nei primi secoli del cristianesimo non vi erano regole fisse né una terminologia specifica per indicare il luogo in cui venivano custodite le sacre specie. Le testimonianze storiche dei primi secoli, a partire da Tertulliano, mostrano come, sia in Oriente che in Occidente, l’eucaristia venisse conservata nelle case per la comunione quotidiana dei fedeli, mentre la custodia nelle chiese era in funzione della comunione ai malati e agli infermi, come testimonia Giustino già a metà del II secolo, parlando dei diaconi che erano mandati a portare l’eucaristia a quanti non avevano potuto partecipare all’assemblea domenicale. Vi era, inoltre, l’uso di portare con sé l’eucaristia nei viaggi lunghi e difficoltosi.

L’uso della custodia in casa è confermato fino al IV secolo, ma Beda il Venerabile attesta che in Occidente nel VII secolo era ancora presente. Già dal V secolo, però, l’eucaristia era conservata in un locale adiacente alla chiesa, chiamato secretarium o in greco pastophorium, dove la pisside era posta in un apposito ricettacolo, il conditorium; ma la custodia eucaristica in relazione all’altare risale al IX secolo, prendendo nel tempo soluzioni diversificate a seconda delle aree geografiche, influenzate dalla cultura e dalle correnti artistiche ivi presenti.

Solo dopo il concilio di Trento vi sono delle indicazioni molto precise e rigide per tutta la Chiesa latina, anche se il sinodo di Ravenna, nel 1311, aveva lasciato al sacerdote la libertà di scegliere se conservare l’eucaristia in sacrestia o in chiesa, per cui in Occidente la sacrestia servì per la conservazione fino al XVII secolo e solo dalla metà del XVI la custodia eucaristica si fissa sull’altare dentro il tabernacolo, anche se il Caerimoniale episcoporum prevedeva che le sacre specie potessero essere custodite nella chiesa, ma non necessariamente sull’altare. Questa collocazione, comunque, nell’arco di mezzo secolo doveva soppiantare in Italia ogni altra soluzione.

Come oggetto per conservare il Santissimo sacramento, il tabernacolo è menzionato solo dal XII secolo nelle prescrizioni di Oddone di Sully, vescovo di Parigi, pur esistendo fin dall’XI secolo la memoria di una vera e propria edicola eucaristica posta sull’altare della basilica di Alba Regia, fondata dal re d’Ungheria Stefano I. Nell’Europa settentrionale si diffuse il tabernacolo pensile: ne troviamo alcuni esempi nelle miniature del Codice di Uta (1010) o del Salterio di Canterbury, mentre in Francia prevalse fino alla fine del ‘700, soprattutto in cattedrali e abbazie, il tipo a colomba eucaristica, appeso al ciborio.

Sono molto frequenti, invece, dal 1200 al 1400, soprattutto in Italia e Germania, i tabernacoli murali, situati nella parete a fianco dell’altare in cornu evangelii o nel coro, ornati da una mostra, in genere marmorea, con figurazioni in rilievo allusive al mistero eucaristico. In Germania, però, si diffondeva anche l’uso di strutture architettoniche verticali, dette edicole del sacramento, erette a fianco dell’altare e munite di grata attraverso la quale era visibile l’ostia consacrata posta in un ostensorio; quest’uso, assai radicato, si mantenne fino al ‘700.

In Italia possono considerarsi vicini a questi esempi nordici i tabernacoli ad alto fusto di cui esistono svariati esempi, sia sopra gli altari maggiori, come a Siena, sia nelle cosiddette “Cappelle del Sacramento”, come a Pisa. Nel XIII secolo, per il timore di furti e profanazioni, furono emanate dalla Chiesa prescrizioni precise sulle modalità di conservazione delle specie eucaristiche: il concilio Lateranense IV nel 1215 ordinò di conservare l’eucaristia in un luogo chiuso da cancelli di ferro e alla fine del secolo Guglielmo Durando, vescovo di Mende, stabilì di porre il tabernacolo sopra la parte posteriore dell’altare.

Fu il vescovo di Verona, Gian Matteo Giberti, nella prima metà del ‘500, a codificare l’uso di porre il tabernacolo nel mezzo dell’altare maggiore. Questa prassi si diffuse non solo nella sua diocesi, ma in tutta l’Italia settentrionale: fu accolta anche a Milano da san Carlo Borromeo e quindi a Roma, dove nel 1614 Paolo V nell’edizione del Rituale romanum lo rese obbligatorio per tutta la città e ne raccomandò l’uso anche nelle altre diocesi, mentre il sinodo di Costanza nel 1609 lasciava ancora libertà di scelta sul luogo della conservazione dell’eucaristia.

Tutto rimase così fino al 1863, quando la Sacra congregazione dei riti impose l’adozione del tabernacolo sull’altare, vietando ogni altra forma di collocazione. I tabernacoli a muro, non più usati come custodia eucaristica, furono adibiti a custodia degli oli santi.

Quanto all’iconografia, soprattutto per quanto riguarda la decorazione della porticina del tabernacolo, i temi scelti facevano riferimento al mistero eucaristico, con particolare preferenza per la cena di Emmaus, il Buon pastore, il pellicano o altre immagini che rivelino l’amore di Cristo.

L’usanza di porre il Santissimo sull’altare maggiore ebbe le sue ragioni storiche e teologiche, ma già il Codice di diritto canonico del 1917 diceva che l’eucaristia poteva essere custodita non sull’altare maggiore, ma in un’altra cappella o in un altro altare (can. 1268). Comunque l’ultima disposizione della Sacra congregazione dei riti, prima del concilio Vaticano Il, nel 1957, dice che: «Il tabernacolo sarà posto sull’altare maggiore a meno che un altro altare non si giudichi più adatto e conveniente».

Il rinnovamento liturgico, pertanto, non ha messo in discussione la presenza della custodia eucaristica, ma il luogo più appropriato per collocarla nel contesto dell‘edificio-chiesa. Infatti, anche se fine primario della custodia eucaristica è l’amministrazione del viatico, così come afferma Eucharisticum mysterium 49, abitualmente è il luogo dell’adorazione e della preghiera personale e comunitaria. La presenza eucaristica è il principale “segno reale” che riempie le nostre chiese in assenza di celebrazione: nel tabernacolo il Signore risorto è sempre presente in mezzo al suo popolo in cammino. EM 55 afferma, però, che «è più consono alla natura della sacra celebrazione che il Cristo non sia eucaristicamente presente nel tabernacolo, sull’altare in cui viene celebrata la Messa, fin dall’inizio della stessa, infatti la presenza eucaristica di Cristo è il frutto della consacrazione e come tale deve apparire» (cf Inter oecumenici n. 95).

I documenti postconciliari di applicazione della riforma liturgica circa la custodia eucaristica e il tabernacolo sono, dunque, abbastanza precisi e completi e affermano innanzitutto un fondamentale principio pastorale: la devozione e il culto eucaristico vanno favoriti e alimentati nei fedeli con un’opportuna catechesi sull’eucaristia, facendo soprattutto cogliere la relazione esistente tra celebrazione, culto della presenza reale e comunione eucaristica. EM 52-57 dedica ampio spazio al luogo della custodia eucaristica e ad essa si rifà il Rito della comunione e del culto eucaristico fuori della messa (RCCE 9-11), dando disposizioni circa la cappella del Santissimo, il tabernacolo, i vasi per la conservazione e il culto.

Criterio di fondo è dare adeguato valore di polo nettamente differenziato al luogo della custodia e dell’adorazione rispetto a quello della celebrazione. Sia, dunque, «un luogo architettonico veramente importante, normalmente distinto dalla navata della chiesa, adatto all’adorazione e alla preghiera personale», così da avere immediatamente «il segno e il senso della presenza del Signore in mezzo al suo popolo» (EM 52; Ordinamento Generale del Messale Romano 314).

L’altare, quindi, non deve mai ospitare la custodia eucaristica, poiché non si può «proporre simultaneamente il segno della presenza sacramentale e la celebrazione eucaristica» (La progettazione di nuove chiese 13; OGMR 315).

La progettazione della custodia eucaristica, quindi, deve essere parte integrante del progetto globale di tutti i poli celebrativi sia per le nuove chiese che nei casi di adeguamento liturgico, dove si richiede che «sia dedicata una particolare cura al luogo e alle caratteristiche della riserva eucaristica» (L’adeguamento delle chiese secondo la riforma liturgica 20), e che «sia posto in un luogo davvero nobile e preminente nella chiesa» (OGMR 314), sia facilmente visibile e non risulti coperto neppure dal sacerdote durante la messa (Consilium ad exequendam Constitutionem de sacra Liturgia, 1965), come purtroppo ancora molto spesso avviene laddove si pone la sede del celebrante a ridosso dell’altare antico.

Il tabernacolo non è un mobile o un semplice arredo della chiesa, ma un luogo, uno spazio devozionale, che deve portare a Cristo-eucaristia (altare) e per questo si ribadisce l’unicità della custodia eucaristica come c’è l’unicità dell’altare, perché uno solo è Cristo. La collocazione ideale del tabernacolo è in una cappella apposita, soluzione ormai spesso adottata nelle nuove chiese (PNC 17) che possa fungere anche da cappella feriale. Questa cappella, però, deve essere ben visibile e riconoscibile dall’aula, «ornata decorosamente» (OGMR 315) e avere tutte le caratteristiche proprie del luogo della celebrazione, anche se con pochi fedeli. Non è superfluo ribadire l’unicità del tabernacolo: pertanto, se c’è una cappella del Santissimo, non ci deve essere un altro tabernacolo nell’aula o, peggio, sul presbiterio della stessa chiesa.

Qualora non sia possibile prevedere una cappella apposita, soprattutto nelle chiese antiche, si può individuare uno spazio proprio, se possibile non sopra il presbiterio, ma a lui connesso, per non porre in concorrenza il luogo della celebrazione con quello della conservazione, poiché deve apparire sempre chiara la centralità dell’altare, anche nella decorazione e nell’addobbo floreale, e comunque non è accettabile la sistemazione del tabernacolo e dell’ambone in posizione simmetrica rispetto all’altare.

Per quanto riguarda la forma e i materiali, san Carlo Borromeo nelle Instructionum fabricae et suppellectilis ecclesiasticae del 1577 affermava che il tabernacolo doveva essere di metallo prezioso o marmo, elegantemente lavorato, scolpito con immagini dei misteri della passione; la sua forma geometrica poteva essere ottagonale, esagonale o rotonda con sulla sommità il Cristo risorto o che mostra le sacre piaghe; all’interno doveva essere rivestito di seta rossa, nel rito ambrosiano, e di seta bianca nel rito romano e la porticina doveva essere decorata con l’immagine di Cristo crocifisso o risorto oche mostra la piaga del petto.

Molti secoli più tardi, nel 1938, la Sacra congregazione dei sacramenti lascia una certa libertà di forme, facendo solo riferimento alla solidità e alla resistenza, tanto che sarebbe «ottima cosa se il tabernacolo fosse addirittura un’arca ferrea» simile a una cassaforte. Attualmente le forme più usuali sono: quella col “tabernacolo murale” e quella con il “tabernacolo su colonna”, entrambe recuperate dalla tradizione antica.

Indubbiamente al di là di questi due tipi, ormai anche piuttosto scontati, vi è la possibilità di studiare nuove forme in relazione allo spazio disponibile. Infatti non è possibile pensare al tabernacolo come a un arredo tra i tanti di cui è dotata una chiesa, a un oggetto di serie da acquistare in qualche negozio “specializzato” o addirittura tramite catalogo per corrispondenza, ma per la sua importanza all’interno della chiesa deve essere progettato caso per caso, in relazione con gli altri elementi della celebrazione.

Forse non è superfluo richiamare comunque alla sobrietà delle forme, alla “nobile semplicità”, poiché la situazione attuale è caratterizzata da una grande varietà di soluzioni talvolta eccessivamente estrose, con un abuso di simbolismi alquanto discutibili e allegorie, come il tabernacolo a forma di “chicco di grano” o di “spiga” o peggio ancora. Sui materiali da usare gli attuali documenti del magistero della Chiesa non si sono espressi, ma ribadiscono tutti l’inamovibilità, la solidità, l’inviolabilità e la non trasparenza del tabernacolo, che deve essere innanzitutto un oggetto di pregio facilmente riconoscibile, anche se vanno evitati materiali troppo vistosi o costosi.

L’iconografia, che un tempo decorava soprattutto la porticina del tabernacolo, attualmente può coinvolgere anche la sua stessa forma, ma credo vada fatta un’attenta rilettura di tutti i temi eucaristici dell’Antico e del Nuovo Testamento, che ornavano gli antichi sportelli, per non cadere nella banalizzazione delle immagini, che oggi ripropongono quasi esclusivamente il pane e il vino, le spighe e l’uva o l’agnello.

Alla fine mi sembra anche necessaria la raccomandazione di non distruggere i bellissimi tabernacoli esistenti nelle nostre chiese che, se posti sugli altari laterali, vanno spogliati di tutti quegli arredi (fiori, tovaglie, candelieri) che possono creare equivoci sull’unicità dell’altare e della custodia eucaristica; se conservati nelle sacrestie, possono essere valorizzati anche nelle chiese di nuova costruzione, dove un tabernacolo antico può diventare “segno” delle radici di fede di una comunità.

Micaela Soranzo

Ultima modifica Giovedì 21 Luglio 2011 22:36
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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