Mercoledì, 16 Agosto 2017
Sabato 16 Maggio 2015 17:04

Ascoltare e dire nei libri liturgici (Silvano Sirboni)

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Oggi, se le parole dei testi liturgici non sono comprensibili; se l'intonazione della frase non è corretta nel rispetto della punteggiatura e dei sintagmi, non solo il messaggio diventa difficile da capire, ma una simile presa di parola si trasforma in una cattiva testimonianza...

1. Ascoltare: primo atteggiamento del credenti

Tutti i 73 libri che costituiscono la Bibbia sono, per così dire, tenuti insieme da un unico e ricorrente imperativo divino: «Ascolta, Israele» (cfr. Dt 4,6; 9; 20 e 27). «Ascoltate la mia voce» (Ger 7,23). «Chi ascolta la mia parola ha la vita eterna» (Gv 5,24). «Chi è da Dio ascolta le mie parole» (Gv 8, 47). «Beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia» (Ap 1,3).
L'ascolto della parola di Dio è il primo e fondamentale atteggiamento di ogni vero credente. Di conseguenza l'ascolto non può non essere anche il primo e fondamentale atteggiamento che caratterizza il culto cristiano; in particolare la celebrazione liturgica quale luogo privilegiato dell'incontro fra Dio e il suo popolo. Ascolto che trova la sua massima espressione nella liturgia della Parola durante la messa allorquando «tutti devono ascoltare con venerazione le letture della parola di Dio» (OGMR 29).
Un atteggiamento di ascolto che non si limita a questo momento rituale, ma che, con modalità diverse, si manifesta durante tutta la celebrazione liturgica, senza soluzione di continuità (per l'omelia, per le orazioni presidenziali, per la Preghiera eucaristica, per alcuni canti, per alcuni brani musicali...). Tutta la celebrazione, infatti, è attiva e consapevole partecipazione; è dialogo che, come tale, non può mai prescindere dall'ascolto, compreso l'ascolto del silenzio. La Preghiera eucaristica «esige che tutti l'ascoltino con riverenza e silenzio» (OGMR 78). Le orazioni proclamate dal presidente sono fatte proprie dall'assemblea attraverso un attento ascolto (cfr. OGMR 54). Alcuni canti e brani musicali si offrono all'ascolto non per semplice gratificazione estetica, ma per suscitare una sana emozione in vista di una più intensa partecipazione esteriore e interiore che favorisca a sua volta la fruttuosa accoglienza di quella Parola che non solo si rende udibile, ma anche visibile nei segni liturgici, «tamquam visibile verbum» (1).
Per una complessa convergenza di note situazioni storiche (in particolare lingua e clericalizzazione) l'ascolto si è separato dalla celebrazione liturgica, esso ha tuttavia trovato altri spazi suppletivi nella devozione popolare, soprattutto nella predicazione extraliturgica. La riforma conciliare del Vaticano II ha ricondotto la pratica dell'ascolto nel suo contesto originario e privilegiato che è la celebrazione liturgica.

2. Dio parla per farsi ascoltare

A illuminare lo stretto rapporto fra il dire e l'ascoltare nel culto cristiano, al di sopra di tutte le polemiche vecchie e nuove sulla lingua da usare nella liturgia, risuona chiara la parola di Dio per mezzo dell'apostolo Paolo di fronte al fenomeno eccezionale delle lingue nell'assemblea cultuale:

Se non pronunciate parole chiare con la lingua come si potrà comprendere ciò che andate dicendo? Parlerete al vento! ... Se non ne conosco il senso, per colui che mi parla sono uno straniero, e chi mi parla è uno straniero per me. .. Quando infatti prego con il dono delle lingue, il mio spirito prega, ma la mia intelligenza rimane senza frutto... Se tu dai lode a Dio soltanto con lo spirito in che modo colui che sta fra i non iniziati potrebbe dire l'Amen al tuo ringraziamento, dal momento che non capisce quello che dici? ... In un'assemblea preferisco dire cinque parole con la mia intelligenza per istruire gli altri, piuttosto che diecimila parole con il dono delle lingue (1 Cor 14,9-19).

D'altra parte lo stesso Paolo afferma che «la fede viene dall'ascolto» (Rm 10,17). Il ripristino della lingua parlata nella liturgia non è affatto un attentato alla sacralità del rito cristiano

perché Dio nella sacra Scrittura ha parlato per mezzo di uomini alla maniera umana... Nella sacra Scrittura dunque, restando sempre intatta la verità e la santità di Dio, si manifesta l'ammirabile condiscendenza dell'eterna Sapienza «affinché apprendiamo l'ineffabile benignità di Dio e quanto egli sollecito e provvido nei riguardi della nostra natura abbia con temperato il suo parlare». Le parole di Dio, infatti, espresse con lingue umane, si sono fatte simili al linguaggio degli uomini, come già il Verbo dell'eterno Padre, avendo assunto le debolezze della natura umana, si fece simile agli uomini (DV 12s.).

3. Non basta dire per farsi ascoltare

Paradossalmente la lingua parlata, anziché favorire l'ascolto, può diventare un ostacolo. Infatti, una lingua che non si conosce comunica semplicemente dei suoni che potrebbero essere anche gradevoli all'udito, suscitare emozioni come il canto del muezzin dall'alto del minareto. Non c'è dubbio che una buona cantillazione di testi in greco o in latino abbia un certo fascino. Tant'è che nella cantillazione (specie nella tradizione orientale) non ci si preoccupa tanto dell'integrità delle parole quanto piuttosto del suono. Tuttavia, il culto cristiano non è semplice emozione epidermica, ma comunicazione di un messaggio. Nella celebrazione liturgica in lingua latina, specialmente per i testi che venivano pronunciati privatamente e a voce bassa, come possono testimoniare i più anziani, non ci si preoccupava tanto di dare la giusta intonazione alla frase in quanto l'assemblea non era coinvolta in un ascolto attivo.

Oggi, se le parole dei testi liturgici non sono comprensibili; se l'intonazione della frase non è corretta nel rispetto della punteggiatura e dei sintagmi (= unità autonome di elementi lessi cali legati fra di loro), non solo il messaggio diventa difficile da capire, ma una simile presa di parola si trasforma in una cattiva testimonianza che insinua una grave svalutazione della parola di Dio e di tutti gli altri testi liturgici. È significativa la norma del Messale Romano:

Nei testi che devono essere pronunciati a voce alta e chiara dal sacerdote, dal diacono, dal lettore o da tutti, la voce deve corrispondere al genere del testo, secondo che si tratti di una lettura, di un'orazione, di una monizione, di un'acclamazione, di un canto; deve anche corrispondere alla forma di celebrazione e alla solennità della riunione liturgica. Inoltre si tenga conto delle caratteristiche delle diverse lingue e della cultura specifica di ogni popolo (OGMR 38).

Purtroppo succede che con le stesse modalità si dia voce a un'orazione, a una lettura e talvolta persino all'omelia facendo percepire una tale spersonalizzazione che conduce a identificare la celebrazione come una semplice e alienante formalità.

4. Battezzati per il servizio della Parola

Il 'dire' Dio, nella necessaria dinamica dell'incarnazione, è affidato alla nostra voce, anzi a tutto il nostro essere, fisico e spirituale. Infatti, le nostre parole che rivestono e danno udibilità alla Parola, fatte le debite proporzioni, sono come le note di uno spartito musicale. Esse non hanno solo bisogno di uno strumento per essere ascoltate, ma hanno anche bisogno di un esecutore idoneo perché entrino nel cuore:

Poiché il dialogo liturgico di Dio con il suo popolo non sfugge alle condizioni dell'umana comunicazione, sono utili tutti quegli accorgimenti che favoriscono l'ascolto e la comprensione dei testi scritti (per esempio, dignità dell'ambone e del libro, una sufficiente amplificazione della voce, una lettura chiara e intelligibile...) (2).

Diversamente l'ascolto non solo si trasforma in un supplizio, ma diventa controproducente. L'atteggiamento dell' ascolto nella liturgia evoca immediatamente la particolare ministerialità del lettore che, non a caso, fin dai primi secoli, la comunità cristiana ha ritenuto opportuno incaricare con un rito solenne (cfr. IPPOLITO, Traditio apostolica 11). Non senza averne prima verificato l'idoneità da parte del vescovo che prima dell'istituzione prende una significativa precauzione: «Audiamus eum in ecclesia legentem» (Ordo Romanus I, 35). Cioè, ascoltiamo prima come se la cava a leggere nell'assemblea e poi lo annoveriamo fra i lettori. A Roma già nel v secolo vi erano scuole di preparazione per i lettori e il concilio di Vaison (529) esorta i vescovi delle Gallie a fare altrettanto. Una norma dell'imperatore Giustiniano nel 546 esige che i lettori abbiano compiuto almeno i diciotto anni. Il che manifesta la serietà del ministero (3).

Non è il caso di spendere parole e dare giudizi sull'effettiva prassi di questo ministero nelle nostre odierne assemblee. Il lettore, come il diacono, fanno della loro voce l'elemento liturgico (= sacramentale) che rende realmente presente il Signore che parla (cfr. SC 7). Le modalità di proclamazione dei testi scritturistici ed eucologici dovrebbero essere tali da dissuadere i fedeli dal leggere contemporaneamente e privatamente questi stessi testi sugli eventuali sussidi che pure sono di grande utilità per la preparazione e per l'approfondimento successivo. Nella celebrazione liturgica il dialogo con Dio si compie attraverso la dinamica sacramentale della ministerialità e non privatamente. Neppure il presidente sfugge a questa dinamica. Ciò che egli dice (esclusi i pochissimi e brevi testi eucologici previsti a voce bassa che la riforma conciliare ha voluto mantenere per la devozione privata) è sempre in nome dell'assemblea, soggetto integrale della celebrazione (cfr. CCC 1140s.) e quindi di quell'ascolto che serve per coinvolgere ogni membro dell'assemblea che, per il battesimo, ha il diritto e il dovere di un'autentica partecipazione (cfr. SC 14).

5. Canto e musica fra il dire e l’ascoltare

Non è del tutto superfluo ricordare che, superando le polemiche esasperazioni al riguardo, anche il canto e la musica nella liturgia sono, alla fin dei conti, in funzione dell'ascolto, cioè dell'accoglienza della parola di Dio. Non è senza ragione che i primi canti della comunità cristiana siano stati i salmi dell'Antico Testamento e quegli inni cristologici che la comunità stessa compose a somiglianza dei salmi e dei cantici d'Israele. La stessa musica strumentale nel culto cristiano non è un semplice intermezzo, ma espressione sonora dei sentimenti di fede che preparano e seguono un rito:

Parola e musica devono adattarsi al rito che accompagnano e di cui sono parte integrante. Un medesimo canto non va bene per tutti i tempi liturgici, né per ogni parte della liturgia. Coro e strumentisti, infine, pur nelle loro funzioni proprie e specifiche devono sentirsi a servizio dell'assemblea, senza mortificarne la partecipazione e senza sottrarle parti che le sono proprie, perché la lode sia dell'intero popolo di Dio (4).

In breve, sia il dire sia l'ascoltare sono due elementi sensoriali che fanno parte di quell'unico evento sacramentale che è la celebrazione liturgica, che non è spettacolo, né semplice gratificazione epidermica, ma professione di fede. Ascoltare e dire sono i due atteggiamenti fondamentali dell'atto di fede, del dialogo fra Dio e l'umanità e che trova il suo momento più significativo nella celebrazione liturgica. Per questo tutta la celebrazione liturgica, dall'inizio alla fine, senza soluzione di continuità, si svolge nella dinamica dell'ascoltare e del dire, cioè del dialogo non attraverso il linguaggio esoterico del mistero pagano, ma attraverso il linguaggio di quel mistero che si è rivelato in Cristo, in tutto simile a noi fuorché nel peccato (cfr. Eb 4,15).

Senza la consapevolezza che nella liturgia continua nel tempo il dialogo tra Cristo e il Padre e che la nostra voce, nella varietà dei diversi ministeri, diventa voce di Cristo, la celebrazione liturgica rischia di diventare un semplice assemblaggio di segni, gesti e parole che non comunicano ciò che dovrebbero, che colpiscono i sensi, affascinano, ma non suscitano quell'ascolto che fa risuonare nei cuori la parola di Dio e fa sgorgare dai nostri cuori la voce dello Spirito che grida: «Abbà, Padre» (Gal 4,6).

Silvano Sirboni

Note

1) AGOSTINO, In Joh. LXXX, 3 (CCL 36,529).
2) COMMISSIONE EPISCOPALE PER LA LITURGIA, Il rinnovamento liturgico in Italia 11.
3) Cfr. M. RIGHETTI, Manuale di storia liturgica IV, Àncora, Milano 1959 (ed. anastatica, 1998), 377-380.
4)  APL, Celebrazione in spirito e verità, C.L.V. - Edizioni Liturgiche, Roma 1992, 127

(da Rivista di Pastorale Liturgica, anno 2011, n. 289, p. 4)

 

Ultima modifica Sabato 16 Maggio 2015 23:00
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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