Domenica, 24 Marzo 2019
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In questa nostra
 epoca, che qualcuno ha definito dell'individualismo di massa, il
 singolo individuo rischia di perdersi. E soprattutto chi sta crescendo. 
L’individualismo di massa propone un punto d'arrivo, una meta, che
 viene definito in vari modi, da benessere a ricchezza e potere, a vita
 tranquilla e senza pensieri. Ma questo obiettivo non basta a orientare.


Pubblicato in Problematiche Giovanili

Una generazione che non ha più rotte, ma sprofonda nel presente

Eppure i giovani in carne ed ossa riservano pure sorprese, confortanti, per fortuna

Inchiesta Censis su panorama giovanile nei pressi dell’esperienza religiosa e non solo

Davvero non si sa più come fare a
riflettere sulla realtà giovanile. A tu per tu, si scoprono storie,
vicende, esperienze…che stupiscono in positivo ed in negativo. Sono
giovani in carne ed ossa, che non si possono scansare facilmente. Poi
però si deve fare i conti con gli osservatori che scrutano il
"fenomeno". In particolare con le inchieste, che tentano di fotografare
un mondo molto sfaccettato. Quello dei giovani appunto. Che presi
insieme e interrogati con calma, forniscono un quadro magari diverso,
almeno nelle linee generali. Anche se ci si deve ricordare che non
esistono i giovani in generale, ma volti concretissimi, unici,
irripetibili….In ogni modo bisogna riflettere, stando su entrambi i
binari. Allora si scopre che c’è un "ventre molle" nel panorama
giovanile che forse solo le inchieste possono portare alla ribalta. E
sì, perché lo fanno notizia i milioni alla GMG attorno al Papa in quel
di Tor Vergata per il Giubileo, le centinaia di migliaia ai "G8 alla
rovescia" di Torino proposto dal Sermig…magari riescono a imporsi
all’attenzione tra i girotondi, nei cortei sindacali, nelle
manifestazioni anti-qualcosa.

Poi però per sentire il polso delle nuove
generazioni ci si deve rifare ai sondaggi del Censis, come ultimo
illustrato e dibattuto a Roma, a metà novembre, al Convegno CEI su
"Parabole medianiche", anche per fronteggiare la portata mass-mediale
di messaggi, coinvolgimenti, modelli, idee…in cui si è tutti
avviluppati. L’identikit non è del tutto a sorpresa, ma con
qualche chiaro-scuro inedito. In particolare con una tendenza alla
deriva nell’area di Nord-Est dell’Italia (sempre molto lunga ed ora
anche molto larga), con qualche sussulto interessante nel nostro
Nord-Ovest, con taluni indicatori non deludenti al Sud. Giovani
schiacciati sul presente, un po’ senza memoria e senza radici, in
braccio al fluttuante mare delle emozioni e dei sentimenti, del piccolo
cabotaggio di soddisfazioni alla portata (quasi attorno al ricorrente
caminetto…), dell’appartenenza aggregativa (anche religiosa) che non
incide più di tanto. Giovani che non hanno rotte di grandi
progettualità, senza coinvolgimenti forti sulle frontiere sociali,
ideali (o ideologiche), globali o terzomondiali…Eppure sembra abbiano
nostalgia di qualche "supplemento d’anima". Infatti Siddharta, Cuore, Bibbia da
una parte, come testi che esercitano un discreto fascino per poco più
che la metà almeno delle nuove generazioni (il 44% ha un rapporto
assolutamente marginale con i libri), e Rita Levi Montalcini, Madre
Teresa di Calcutta, Karol Wojtyla dall’altra parte, come figure di
riferimento per una porzione comunque minoritaria sempre dei giovani
d’oggi. E poi enormi spazi vuoti o colmati un po’ a vanvera: un 70% di
ragazzi e ragazze (15-30 anni) che non sanno indicare un personaggio a
cui rifarsi per un progetto di vita; un tempo libero consumato in
larghissima misura a "stare con gli amici" (97,4%), a guardare TV
(93,5%), ad ascoltare musica (91,9%), a stare al telefono (87,1%), a
fare gite (89%), a fare shopping (86,4%). Ma anche un rilievo
fortissimo assegnato ai sentimenti, alle emozioni, alla tensione
romantica (con definizioni ideali sull’amore, sull’amicizia, sulla
fedeltà, sulla sincerità miscelate a sensi di paura, di ansia, di
inquietudine rispetto alla malattia, alla morte, al dolore, ove è
evidente che mette angoscia più la possibilità di ammalarsi che
l’eventualità di un conflitto armato).

Insomma un profilo generazionale tutto da vagliare,
quello che è emerso dall’inchiesta (su una campione di mille giovani),
che Elisa Manna del Censis ha presentato parlando di una generazione
"senza padri né maestri", con i ponti tagliati rispetto al passato e
con una polverizzazione di interessi e di rotte in vista del domani.
"Si va avanti nella vita, ma non si conosce la direzione", ha aggiunto
Giuseppe De Rita. E si è evocata la figura di Enea che attraversa il
Mediterraneo con il padre Anchise sulle spalle ed il figlio Astianatte
in braccio, memoria e futuro da ricomporre, insomma. Mentre prevale il
presente rimescolato in mille flussi, assorbito in dosi massicce ed
esclusive. Francesco Casetti, pro-redattore dell’Università Cattolica,
ha rilanciato invece il volto di Abramo che ha la memoria dentro di sé
ma è capace di fare uno straordinario "trekking" nell’attraversare i
deserti, proiettato su un domani che è il suo obiettivo prioritario,
una buona dose di rischio di avventura.

UNA DOMANDA INEVITABILE

Che fare? A questo punto è la domanda
inevitabile. Con termini suggestivi ma anche raffinati è stata posta
l’alternativa: "Stare dentro questi flussi contraddittori" oppure
"tornare alle radici sul territorio"? Anzi, riferendosi al marcato
"deserto" del Nordest italiano (sotto media in tutti gli indicatori
dell’inchiesta, per avere appigli di speranza) Giuseppe De Rita ha
lanciato un allarme, anche per quella porzione di giovani che vivono
appartenenze religiose abbastanza forti, ma non sono in grado di dare
un profilo alla vita complessivamente. Cero, non tutto si gioca sui
mass-media. Ma c’è da riflettere senza scampo. Magari dando la parola
ai giovani stessi (che al Convegno non erano numerosi e non hanno
potuto comunque interloquire) e che potrebbero – traslando l’input del
sociologo Zigmunt Barman – diventare da "oggetti di studio" a
"protagonisti di riscatto". Mettendo in campo pure domande implicite o
provocatorie, che andrebbero approfondite guardandosi in faccia,
schiettamente. Personalmente, mi è capitato, la sera stessa a Roma dopo
aver ascoltato le cifre e le diagnosi dell’inchiesta Censis, di
incontrare, in pizzeria, tra amici di amici, una ragazza 21enne appena
rientrata da 36 giorni di percorso a piedi sul "Camino de Santiago", da
Roncisvalle in Galizia, protagonista di un’esperienza unica, da
segnalare in profondità.

Ecco, i giovani in carne ed ossa sono anche questi.

Don Corrado Avagnina

Pubblicato in Problematiche Giovanili
Martedì 01 Marzo 2005 14:07

I segnali di disagio nelle varie età

Per noi adulti è spesso difficile comprendere i segnali di disagio che i bambini e i ragazzi manifestano... quante volte alla domanda di rito "come stai?" il bambino risponde bene anche quando è visibilmente agitato, in imbarazzo o comunque in 
difficoltà? Probabilmente sempre. Non è infatti nella comunicazione 
verbale intenzionale che si possono rintracciare questi segnali ed è
 per ciò che il comportamento risulta un osservatorio privilegiato.

Pubblicato in Problematiche Giovanili
Martedì 01 Marzo 2005 14:06

Pensavo fosse amore e invece era…

Pensavo fosse amore e invece era…

Alfabeto emotivo

...Invece chissà che cosa era
quella strana sensazione che mi aveva preso lo stomaco, come in una
morsa, che mi impediva di ingoiare anche il più piccolo boccone. Ad un
certo punto avevo pensato di stare poco bene. E così mi ero tenuto
"leggero", come mi aveva abituato la mamma quando da piccolo avevo mal
di pancia

 

Ma mi ero reso conto che quello non era un mal di pancia comune. Quella mattina non avevo preso freddo: nessun colpo d'aria.

Piuttosto un gran colpo... di fulmine. Erano due settimane che a scuola andavo molto volentieri: allora, la prima volta era bastato un cenno, una delicata carezza, quasi un buffetto, per farmi perdere la testa.

La sua presenza, ogni giorno, mi alleggeriva lo
sguardo, facendomi fissare il vuoto incantato. Ma se mancava
d'improvviso lo sentivo pesante tanto da non riuscire a staccare gli
occhi dal piatto.

Già chissà cos'era. Nessuno mi aveva insegnato a
capire queste strane sensazioni; nessuno mi aveva spiegato o
interrogato. In questo, come in tanto altro, mi ero fatto da solo,
scoprendo pian piano come ero fatto dentro, cercando di destreggiarmi
tra gli imperativi degli adulti: "devi voler bene a tuo cugino!";
"dovresti vergognarti!"; "non devi avere paura". Sembrava quasi che vi
fossero dei sentimenti obbligati. Addirittura le emozioni, le mie emozioni, erano imposte dagli altri, dai grandi?

Adesso, solo adesso, ho imparato a chiamarle per nome.

Sì perché le emozioni hanno un nome, ho imparato
che hanno un nome e tante sfumature. Esistono delle parole che servono
a riconoscerle. Sono le parole del cuore, della pancia e anche delle
"braghe", come dice mio fratello grande. Lui dice così perché crede che
le emozioni sono tante e diverse e così le senti in tante e diverse
parti dei corpo: il cuore, la pancia e certe anche... ...là in fondo.

È stato anche lui ad insegnarmele alcune parole: gioia, felicità, letizia; rabbia, collera, ira; malinconia, tristezza.

Mi ha detto che se conosco le parole e provo a
riconoscere le mie emozioni, poi posso anche provare a capire le
emozioni degli altri, chiamandole per nome.

Se l'avete provata saprete bene che è una cosa
difficile. È difficile capire le emozioni degli altri: per questo
bisogna limitarsi a provare a capire.

Ma, secondo me, la cosa più difficile è riconoscere le proprie.

Le emozioni certe volte sono troppo grandi e per
questo vanno smontate in piccoli pezzettini: basta chiedersi forse il
perché, se si ride o si ha mal di pancia, se si piange o ci si sente
felici.

Altre volte scrivere su un foglio le proprie
emozioni, quando le si prova, fa bene, aiuta a ricordarsele e, perché
no, a spiegarsele.

Facendo così, io mi sono accorto che a volte
l'emozione non dipendeva da quello che stavo vivendo in quel momento,
ma era nata molto tempo prima ed ancora non si era fatta vedere.

E, andando indietro nel tempo, si può scoprire anche
che, molto probabilmente, quell'emozione da qualche parte l'ho già
vissuta.

Così ho imparato a leggere e a scrivere le mie emozioni.

Già, allora pensavo che fosse amore, invece ero cotto!

Francesco Silipo

Da "Scout – Proposta Educativa" 2/2003

Pubblicato in Problematiche Giovanili
Martedì 01 Marzo 2005 14:05

Ma la notte Parte 4/4

Ma la notte ...

Quarta parte

La festa siamo noi

È notte. Le luci e i suoni della
discoteca ipnotizzano un popolo di giovani che fa le corse con la luce
dell'alba per sfruttare ogni attimo di questa vita magica. Anche
un'altra parte di giovani, vinta dalla stanchezza della giornata, vive
la sua seconda vita: quella dei sogni. Passato il tempo della casa con
stanze comunicanti, ora, che i figli sono grandi, si vive in spazi
delimitati da porte, quasi sempre chiuse. Come si fa a resistere alla
tentazione di profanare quegli spazi ed entrare, ogni tanto e senza
svegliarli, per sussurrare loro la buona notte!?... Osservandoli in
silenzio, si potrebbero vedere i fantasmi della loro infaticabile
giornata che ancora ruzzano e si rincorrono in quelle teste
scapigliate, ora prodigiosamente calme. La vita dei figli resta
impressa nella mente dei genitori, per tutti gli episodi che,
caratterizzandola, danno ai ricordi un senso di gioia. La nostalgia dei
momenti passati, che viene a galla tutte le volte che uno dei due
inizia con "Ti ricordi quella volta...", è di sicuro fra i doni più
belli, anche se struggenti e graffianti, che il Signore ha messo
nell'animo dell'uomo.

Se qualcuno ha vissuto l'esperienza dei figli ai
campi-scuola, è impossibile che abbia dimenticato il momento che
prepara il rituale dei saluti. Ai lavori dell'ultimo giorno, in genere,
sono ammessi anche i genitori, ma ci vuol poco per accorgerci che, in
quel giorno, gli unici intrusi sono proprio loro. Chi si aspetta
un'accoglienza particolare e calorosa, quasi sempre si sbaglia: è
l'amore egoista e distratto dei figli. Nei ragazzi c'è un clima di
gioia e di euforia che la presenza degli adulti sicuramente disturba
perché loro, i giovani, sanno che quelli sono i momenti più preziosi,
quelli in cui, oltre a scambiarsi gli indirizzi, ci si possono dire
quelle cose che i ritmi e le paure della settimana non hanno permesso,
ma che ora, superando la barriera del pudore, e con tutta
l'immediatezza e la spontaneità che solo loro hanno, potrebbe
materializzarsi, come per miracolo, uscendo dal chiuso dei loro animi.
Qualche buontempone ha battezzato questo momento, definendolo come "la
festa delle grondaie" per sottolineare che alla fine, tutti, dai più
teneri ai più incalliti, si lasciano coinvolgere dal pianto. Ed è di
sicuro un pianto sincero perché quella separazione tanto straziante,
fin quando non sopraggiungerà la rassegnazione, la si continuerà a
credere temporanea.

Ma in quel clima così rumoroso e pieno di
imprevisti, alcune cose sembrano sottolineare quello che i giovani
hanno imparato a condividere: il senso della festa. In uno di questi
raduni, alcuni anni addietro, ho avuto la fortuna di ascoltare un canto
allelujatico particolarmente espressivo. Come non lasciarsi contagiare
dall'emozione clic i ragazzi vivevano!?... Le loro chitarre andavano al
massimo; le loro voci, perfettamente miscelate, si levavano come fumo
di incensi, mentre, con le mani intrecciate a corona sulle loro teste,
in un grande, unico abbraccio, si dondolavano cantando: "La nostra
festa non deve finire, non deve finire, e non finirà". E prima ancora
che avessi il tempo di commentare dentro di me, con scetticismo,
"finirà, finirà.., passerà come tutte le feste e lascerà il posto al
quotidiano...", è arrivata, dal loro canto, la risposta: "Perché la
festa siamo noi!". Impossibile negare che in ognuno di noi c'è qualcosa
di molto vecchio che sfugge alle comune analisi dove si danno
appuntamento messaggi intraducibili che non possono essere ridotti alla
voce del sangue, né alla astrazione delle metafore, ma sulla cui
essenzialità - bellezza e importanza capaci di perforare il buio dei
secoli - credenti e pagani si trovano d'accordo: il senso della
religiosità. I giovani, quando il loro entusiasmo è sano e trascinante,
sanno insegnare questo ed altro alle generazioni che li hanno cresciuti
e che ora non sanno rassegnarsi a fare da spettatore ai grandi
cambiamenti che la storia propone. Le nostalgie hanno sempre un sapore
amaro, ed ogni genitore le custodisce, portandole in sé con un
brandello dell'età giuliva dei figli. Ma quei giorni dal profumo
selvaggio e rinchiusi dentro un'anfora di creta, possono far sognare.
Forzare la strada per rivivere la giovinezza dei figli sarebbe come
cercare il canto melodioso nel nido ormai vuoto di un usignolo. La
gioia e la festa hanno sempre dei limiti segnati dal campo delle
emozioni tramontate o segrete delle quali sarebbe imprudente, oltre che
indiscreto, entrare. Anche per un genitore.

GIOVANNI SCALERA

Psicologo – Siena

da "Famiglia domani" 1/2000

Pubblicato in Problematiche Giovanili
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