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Martedì 01 Marzo 2005 14:03

Ma la notte Parte 3/4

Ma la notte

Terza parte

La festa è appena cominciata

La nostra società, dalla mediazione con
altre culture, facilitata in modo particolare con le guerre di questo
secolo, ha fatto un salto - così almeno si crede - che ha anticipato i
tempi, ponendosi nei confronti del progresso in condizione di
avanguardia, o quasi di attesa. Gli incontri e le migrazioni hanno da
sempre sconvolto il mondo. Inebriati dai grandi innesti si vedono
appiattire, deteriorare, scomparire le antiche culture e, ai miti
creduti immortali, subentrano i nuovi dogmi. Filosofie attuali come la
corrente New Age, portano molti cambiamenti nel modo di vedere, di
pensare e, soprattutto, nello stile di vita che caratterizza le
famiglie. Spesso, ad un esame più sottile è possibile osservare che i
nostri cambiamenti si rispecchiano in un impoverimento culturale più
che in un essenziale rinnovamento di metodo.

Mi ha fatto riflettere il risultato di un'indagine
condotta di recente da un dipartimento della Università senese che ha
messo in evidenza dei risultati inquietanti. La popolazione che fa
esperienza di studi primari è in crescita costante, ma si tratta,
inutile usare perifrasi, di una massa sempre meno selezionata e
motivata. Naturale, quindi, che anche il numero di coloro i quali si
ritirano senza giungere alla laurea sia in aumento. Fra quelli che
riescono a terminare un regolare corso di studi, la percentuale di chi
finisce senza intaccare il "fuori corso" è irrilevante. Per citare
alcuni esempi, gli studenti che si laureano in giurisprudenza,
impiegano mediamente sei anni e otto mesi (contro i quattro anni di
corso); gli studenti di economia otto anni e un mese (quattro anni di
corso). La serie completa potrebbe risultare un pettegolezzo inutile se
non imponesse una riflessione sconcertante nella sua ovvietà. Uno
studente del liceo è costretto ad affrontare interrogazioni e verifiche
quotidiane, studia un numero notevole di materie, per alcune delle
quali nutre avversione eppure, nei cinque anni previsti, termina il
proprio curriculum. L’ingresso nella Università apre le porte al grande
futuro e alla sospirata indipendenza creativa e da questo momento si
fanno gesti che hanno come referente la volontà individuale: si sceglie
la Facoltà, si selezionano i corsi da seguire, si programmano gli
esami, si fissano le date delle prove… e come si spiega allora
l'accumulo di tanto ritardo? Vivere in una città universitaria ci porta
a costatare che per molti giovani la partenza da casa per iniziare
nuovi studi è un'occasione per affrancarsi dal controllo dei genitori,
un momento di apertura all'incontro con culture diverse, un modo per
festeggiare la propria giovinezza in maniera autonoma e senza
interferenze. E può essere tutto molto bello e giusto, visto che un
nido stretto se è scomodo per gli animali, lo è ancor più per gli
uomini, purché l'insieme dei tanti ingredienti non si trasformi in una
miscela inebriante che fa perdere la testa. Per qualcuno l'inizio di
questa festa non è altro che l'ingresso nel "paese dei balocchi". Le
trasformazioni di cui siamo spesso spettatori ci dimostrano che pochi
misteri umani sono cosi impenetrabili come la curva che descrive le
alterne fasi della decenza e della dignità personale.

Ma qualcosa di grosso e di sostanziale sta veramente
cambiando, I giovani arrivano al traguardo con la prima, grandi
responsabilità in un segmento della loro esperienza che li vede
impegnati a gestire, su un fronte parallelo, la crisi di indipendenza:
è un momento in cui vogliono fare da sé. Per contro i genitori
avvertono l'orgoglio di avere dei figli grandi, unici e, forse, con
qualcosa in più rispetto alla media e vivono nell'illusione, se anche
lontani e con difficoltà di comprensione e di comunicazione, di
"possederli" ancora. Ma le trasformazioni cui sottoponiamo le belle
cose che possediamo danno un saggio dei nostri errori di apprendisti
stregoni. Presto arrivano i conti che, puntualmente, presentano le
delusioni e, a questo punto, si verifica il grosso ribaltamento.
L’entusiasmo del genitore si assottiglia. È lui che, per paradosso,
vive questo distacco come una mutilazione, e prova sulla sua pelle la
sensazione di essere orfano. Quelle scelte che, ora, sempre meno
condivide lasciano spazio solo ai ricordi e ai rimpianti di cui sempre
più si popola la sua memoria.

E la festa? La festa, secondo il refrain di una
canzonetta sconosciuta a questa generazione, ma non a quella
precedente, "è appena cominciata ed è già finita...".

GIOVANNI SCALERA

Psicologo – Siena

da "Famiglia domani" 1/2000

Pubblicato in Problematiche Giovanili
Martedì 01 Marzo 2005 14:02

Ma la notte Parte 2/4

Ma la notte...

Seconda parte

È qui la festa?

Rievocare le vicende di una famiglia
sarebbe privo di interesse se queste non fossero una finestra aperta
sulla storia dell'umanità. I singoli racconti si trasformano in tessere
di un mosaico che, nell'insieme, sa apparire ricco e policromo e ognuno
vi contribuisce con la propria cronaca quotidiana, dall'apparenza
spoglia e ripetitiva. Quale genitore, alla nascita del proprio figlio,
non sente di essere autore del romanzo più originale? E lo potrebbe
materialmente scrivere, se solo si limitasse a riportare il susseguirsi
dei tanti eventi. La difficoltà di rassegnarsi al ruolo di cronista,
piuttosto che a quello di soggettista, costituisce lo scoglio più
pericoloso. Un altro aspetto in apparente contrasto con le tendenze
individuali è legato al desiderio che ognuno ha di abbandonarsi ai
sogni: una peculiarità che impone di collocarsi tra le innumerevoli
opportunità vagabondate senza sosta dalla fantasia. E così, se andiamo
ad esaminare i comportamenti sociali, ci accorgiamo che la tendenza
alla festa è la più esplorata. In forma di premio al termine di una
gara, ricompensa ambita di prolungati sacrifici, abbandono dopo
logoranti fatiche, risposta consolatrice dopo attese snervanti, gioia
che esplode con l'annullamento della delusione, la festa potrebbe
essere sempre in agguato e chiedere solo di essere conquistata. I
termini che regolano ogni ambivalenza sono legati all'equilibrio di due
variabili antiche quanto l'uomo: il successo e la competizione. Tra i
tanti modi con cui possiamo combinare i due ingredienti ce ne sono
quattro che tengono banco e costituiscono le categorie di base delle
condotte umane.

Appartengono alla prima le persone che mirano al
successo sapendo che dovranno passare per il canale della competizione;
accettano le regole del gioco e impegnano le loro forze. Sono gli
equilibrati.

Nella seconda troviamo le persone che passano la
vita a competere, o almeno, così vogliono far credere, senza assaporare
mai un successo. Si danno arie impegnate ora da intellettuali, ora da
sportivi, forse perché si confrontano con traguardi fuori dalla loro
portata: gli esaltati.

Poi ci sono gli apatici. Disinteressati al successo
quanto alla competizione, non dimostrano alcuna risposta emotiva agli
stimoli. Il sociologo e antropologo E. Durkheim li definiva i "mancati
suicidi".

Infine troviamo coloro i quali ambiscono al
successo, ma non per questo accettano di entrare nel rischio e nella
bagarre della competizione: vogliono vincere e basta. Sono i violenti.

L’imperativo che vede impegnate le nostre famiglie,
oggi, consiste nel dare ai figli senza sosta, senza misura e senza un
motivo che giustifichi un premio, come se questi non dovessero aver
altri bisogni che libertà di movimenti e beni materiali. Delle tante
lezioni che potevamo ricavare dalla povertà in cui siamo cresciuti,
una, sembra, l'abbiamo capita bene: il prestigio ad ogni prezzo, il
piacere ad ogni costo. Molti genitori, fra l'inadeguatezza del ruolo di
educatori e lo scarso tempo che riescono a dedicare ai figli, pensano
di supplire alle tante carenze con la creazione di un'abbondanza che
dipinga a utile pastello questa figura latitante. Ma il risultato,
legato alle fortune effimere, si dimostra quasi sempre una delusione
perché le miserie che affiorano dopo il benessere servono a dimostrare
l'esistenza di un dramma reso più amaro dal sopravvivere dei resti di
uno scenario. Il disimpegno nel quale si educano le nuove generazioni
può avere qualcosa di preoccupante: non sarebbe fuori luogo chiedersi
se è normale che una parte di giovani scandiscano le loro giornate con
ritmi rap ed abbiano come principale interrogativo del loro
sopravvivere "è qui la festa?".

GIOVANNI SCALERA

Psicologo – Siena

da "Famiglia domani" 1/2000

Pubblicato in Problematiche Giovanili
Martedì 01 Marzo 2005 14:01

Ma la notte Parte 1/4

Ma la notte

· Giovani che scandiscono le loro giornate con un interrogativo: è qui la festa? · Non è questo un segno del disimpegno con il quale si educano le nuove generazioni? · Ma la nostra festa, quella vera, non deve finire, non finirà: perché noi siamo "la festa".

Prima parte

(L'immagine della notte)

Poche immagini hanno stimolato la
fantasia e la ricerca come quella della notte. Punto d'incontro del
mistero per eccellenza, recinto nel quale si confinano le paure più
antiche, terreno in cui prendono corpo e si materializzano i sogni,
traguardo ambito di ogni saggezza per chi aspetta consiglio, palestra
di sfida per chi decide di osare oltre le soglie del lecito, incubo
insuperabile per gli ammalati e gli agonizzanti, momento di riflessione
e contemplazione per chi, travolto dai ritmi del giorno, non sa trovare
altri attimi per fare deserto dentro di sé. Tutte le scienze si sono
imbattute prima o poi nello studio e nell'esplorazione della notte,
fino a dare, appianandone le spigolosità più antiche, e più
frequentate, immagini e spiegazioni razionali che hanno finito col
togliere fascino e mistero al fenomeno più vecchio dei tempi. La
fantasia popolare, poi, ha riempito l'immaginario comune di figure e di
proverbi, tanto da rendere per luoghi comuni e impoverita della sua
primitiva incisività, il senso più profondo della notte… "Peggio che
andar di notte, lavoro fatto di notte non val tre pere cotte; farsi
notte avanti sera; la notte porta consiglio; ogni cuffia è buona per la
notte…".

In questa ultima generazione, fra le tendenze che
hanno trasformato i costumi, c'è quella che si adagia sul ribaltamento
dei tempi. A macchia d'olio, i nostri giovani - tanto per usare un
altro luogo comune - scambiano il giorno con la notte. Iniziano a
divertirsi esattamente nel momento in cui la generazione che li ha
preceduti andava a riposare e lasciano ben intendere che, sui tempi e i
modi di gestire la loro festa, non gradiscono interferenze. I ritmi, le
parole e i motivi delle loro canzoni sono così entrati a far parte del
quotidiano, quasi un intercalare, che ormai può definirsi uno stile. E
non avremmo mai fatto un esame di coscienza se questo loro "distrarsi"
non fosse stato portatore dei lutti e dei dolori che riempiono le
cronache del dopo-discoteca. Ma noi adulti, così pieni di
responsabilità e saggezza, prima di abbandonarci a sterili invettive
contro la società malata, cosa facciamo perché l'alternanza del giorno
e della notte sia per tutti un'occasione di festa da conciliare con la
garanzia di serenità?

GIOVANNI SCALERA

Psicologo – Siena

da "Famiglia domani" 1/2000

Pubblicato in Problematiche Giovanili
Martedì 01 Marzo 2005 13:59

Fra normalità e patologia

Fra normalità e patologia

Spunti per riconoscere e trattare segni e sintomi

 

IL DISAGIO E’ UN INSIEME DI SEGNALI (SINTOMI) porta
quindi dei messaggi che vanno letti ed interpretati. Spesso il ragazzo
portatore di questi messaggi è lui stesso non del tutto consapevole del
loro contenuto.

IL DISAGIO può esprimere una FASE FISIOLOGICA
dell’evoluzione dei ragazzi che per potersi davvero separare dalla
dipendenza dei propri genitori debbono rifiutare i loro vecchi valori e
la loro condotta; questa separazione provoca anche dei sensi di colpa e
di sentimenti depressivi ambivalenti (= mi voglio separare, ma mi
dispiace che non mi vogliano più bene).

IL DISAGIO E’ PERICOLOSO: nonostante il fatto che
sia normale e fisiologico che in età preadolescenziale-adolescenziale
ci siano manifestazioni di disagio, alcune manifestazioni come uso di
spinelli, ormai diffuse, sono rischiose per un arresto del percorso
evolutivo, possono portare ad abbandono scolastico (burn-out), furti (e
quindi avvio di carriera penale), condotte a rischio (corse in
macchina, rapporti sessuali non protetti, uso alcool ecc.) che spesso
risultano forme di tentativo di suicidio, a volte inconsapevoli, ma non
per questo meno efficaci nel risultato. La solitudine rispetto ai
coetanei è un importante fattore di rischio e di segnale negativo.

IL DISAGIO è anche UNA SPERANZA PER LA SOCIETA’
perché provoca rinnovamento, critica alle abitudini senza motivo,
ricerca di purezza ed idealismo; in questo senso spesso le
manifestazioni giovanili sono criticate e sottovalutate bonariamente
dagli adulti proprio perché invece essi sanno del potenziale "vero" che
in esse c’è; allo steso tempo il rischio è che, se non guidato, questo
tipo di disagio si manifesti solo in inutili rotture e rumore musicale
senza nessuna costruzione.

LO SCAUTISMO E’ UN BUON METODO per trattare il disagio:



1. per raccogliere i segnali di sofferenza abbiamo
lo strumento della PPU che assume in quest’ottica grande valore e
richiede preparazione, impegno e senso di responsabilità

2. per stimolare lo sviluppo autonomo (protagonista)
delle proprie convinzioni, mantenendosi però all’interno di valori
condivisi, trattando con adulti diversi dai genitori: i ragazzi con
sintomi di disagio (problemi di comportamento) non vanno separati e
puniti, ma integrati e responsabilizzati. Da questo impegno sicuramente
emerge anche il problema della fatica del capo e della conseguente
necessità di discutere dei problemi dei ragazzi in Staff e Co.Ca. per
condividere le responsabilità.

È interessante vedere come su questa intuizione di
protagonismo si schierino specialisti nel campo della cura e della
prevenzione degli adolescenti dissociali: nelle conclusioni del testo
"I DISTURBI PSICOSOCIALI DEI GIOVANI" Michael Rutter che da anni si
occupa del disagio giovanile, sottolinea l’importanza nel trattamento
dei ragazzi devianti il coinvolgere i giovani nel progettare il proprio
futuro: i giovani dovrebbero essere coinvolti nella ricerca delle
soluzioni, non solo perché hanno molto da offrire con idee fresche ed
innovative, ma anche perché il loro coinvolgimento potrebbe affrontare
una delle difficoltà principali cui si trovano di fronte: la mancanza
di controllo sulle proprie vite e la mancanza di opportunità con cui
poter contribuire alla società.

E ancora: "i giovani accetteranno con entusiasmo
il loro ruolo di fronte ai problemi che riguardano l’intera società,
oltre che loro stessi. Ma la ragione del loro coinvolgimento non si
limita ad un effetto positivo sulla loro psicologia e non dipende dal
loro diritto di partecipare alle decisioni che riguardano direttamente
la loro vita. La società deve contare su questi giovani per agire come
una forza costruttiva verso il cambiamento sociale".
(Rutter M., Armando, Roma, 2002)


3. per mantenere agganciato il ragazzo al gruppo dei
pari con una attenzione a curare le relazioni interpersonali che
risultano un fattore protettivo determinante contro il disagio.


Stefano Costa

(AGESCI Proposta educativa)

Pubblicato in Problematiche Giovanili
Martedì 01 Marzo 2005 13:57

Disagi

Disagi

Quadro panoramico dei diversi significati

Immaginiamo di camminare per una delle
strade delle nostre città verso l’ora di cena e di osservare le persone
che incontriamo.Quali potremo definire "a disagio"?

Incontriamo adulti (professionisti,
impiegati) che tornano da lavoro di corsa, stanchi ed affamati,
qualcuno triste, qualcuno con l’aria soddisfatta. Signore e signori
eleganti, magari più avanti con l’età, che si avviano al cinema o ad
uno dei teatri del centro. Commessi che stanno chiudendo i negozi, adolescenti a spasso o in motorino, extracomunitari con le loro bancarelle, talvolta inseguiti dai vigili urbani che hanno ricevuto l’ordine di sequestrare la merce, barboniche si preparano a dormire in questo od in quell’altro antro di una
banca o di un porticato. Tutti, credo, vivono in quel momento una
situazione scomoda, imbarazzante…a disagio. Vi è un fuggi-fuggi
generale, che spesso fa galoppare la mia fantasia.

Comincio ad immaginare la cena di quella ragazzina
con l’ombelico di fuori, con un pantalone troppo stretto per il suo
fisico, che ha attirato la mia attenzione strada facendo. Immagino cosa
si dirà a cena con gli altri componenti della sua famiglia. Che
significa quel look con l’ombelico di fuori? Negli anni ’70, gonne
lunghe a fiori e zoccoli ai piedi comunicavano voglia di andare lontano
senza mete, felici come i nomadi, amanti della precarietà senza
preoccupazioni per il domani. Impegnarsi per un futuro sicuro era da
provinciali borghesi. Anche col modo di vestire, i figli dei fiori
contestavano il mondo statico e vetusto che li opprimeva e poneva
limiti alla loro fantasia e creatività e tanti altri bla bla bla.
Allora sì che tutto andava stravolto ed in tutti i modi!

Tutti i giovani – in quanto tali – si sentivano a
disagio. Ciò che era caro agli adulti creava disagio: i pranzi nelle
case patrizie, le vacanze nelle ville di famiglia, lo studio
professionale paterno, i gioielli, l’eleganza talvolta anche la
bellezza della madre…

Certo che gli adulti ne hanno fatti di sforzi! Oggi
nessun genitore oserebbe fare una scenata al figlio che ostenta i
pantaloni strappati e gli orecchini al naso, labbro e lobo anche al 50°
anniversario di matrimonio dei nonni. Per carità…tutto è concesso,
tutto è tollerato eppure ci si veste in maniera aggressiva, violenta,
per il proprio corpo e per lo sguardo degli altri!

Ebbene, seppure regna la comprensione del mondo degli adulti, i ragazzi di oggi vivono comunque un disagio. C’è
un disagio del benessere, che forse a noi scout fa ridere e/o talvolta
rabbia: siamo – sicuramente – più sensibili a quello originato dalla
povertà, dalla marginalità e forse di più dall’handicap che non a
quello di chi non avrebbe proprio da lamentarsi!

Non dobbiamo essere indifferenti anche al disagio di
chi non ha problemi primari (cibo, casa ed affetti) perché "quei"
ragazzini – comunque – non sono felici. Piuttosto l’appagamento
generale li rende apatici a qualunque tipo di conquista: non lottano
contro niente e per niente. Non hanno alcuna speranza. Talvolta sono
soli, sono i figli di quelli che verso l’ora di cena corrono per
ritornare alla propria casa dove – da 12 ore – hanno lasciato le
proprie creature, da soli o a "qualcuno".

Quei figli belli ma sempre più fragili, sani ma
senza possibilità di conoscere i propri limiti fisici, se la cavano a
scuola ma senza progettarsi la vita, sempre al telefono, ma senza
amici, cosa faranno sabato sera o meglio cosa potrà mai divertirli
sabato sera? Qual è la sensazione forte, nuova, diversa che sperano di
vivere uscendo con gli amici? Sarà una pizza, una spaghettata, un fuoco
sulla spiaggia od altro…sempre più costoso, sempre più pericoloso,
sempre più lontano da se stessi?

Beh! Questo lo potevamo leggere dappertutto. Vorrei
illuminare con i nostri riflettori quella parte di ragazzi
completamente opposta a quanto sopra. Immaginiamo dei cosiddetti
ragazzi "sani", con una famiglia attenta e vicina, pronta a stimolare,
coccolare, sostenere. Dei ragazzi sicuri di sé, spigliati, simpatici,
con molti interessi, da quelli socio-politici a quelli culturali. Che
faranno questi il sabato sera, con chi potranno parlare delle loro
aspettative per il proprio futuro e delle loro speranze per il mondo?
Con chi litigheranno per l’ultimo film o per l’ultimo libro sull’Islam?
Ebbene anche loro scommetto saranno soli, tristi, sfiduciati. Anche
loro vivranno il proprio disagio in un ambiente scolastico degradato,
maleducato, tracotante.

Ma come si fa a stabilire quando il disagio sta per
scaturire in comportamenti pericolosi e malesseri profondi e quando si
tratta di un fenomeno tipico dell’animo in evoluzione?

Quando il "non volerci stare" porta a degli
atteggiamenti di autolesionismo e quando la mediocrità circostante
origina un’ansia di scoprire per cambiare?

Quando l’adulto educatore può intuire se
l’egocentrismo sta portando a degli estremismi a rischio o ad una
voglia di impegnarsi per migliorare?

Agli adolescenti non andrebbero fatte troppe
domande…vanno osservati ed ascoltati, compresi e non giudicati, in
qualche caso. Bisogna essere vigili, presenti ma pazienti…C’è una
canzone di De Gregori che parla di un ragazzo che aveva "una luce
strana nei suoi occhi che qualcuno ha chiamato cattiveria ma poi chissà
la gente che ne sa dei suoi pensieri sul cuscino che ne sa, della sua
rabbia in fondo al cuore che ne sa…".
Di quel terribile momento di
transizione che tutti gli adulti di oggi hanno passato! La via di
uscita è tutta da ri-cercare. I ragazzi che dovremmo sperare di poter
formare nei nostri gruppi sono sicuramente del secondo tipo. Intanto
perché la gestione è più essenziale (abbiamo idea di quanto costino le
uscite del sabato sera?) ed inoltre la sana insoddisfazione porta a una
fattiva irrequietezza, ad una voglia di fare "con" e "per" gli altri
che passo dopo passo porta a dei cambiamenti. Ma dei ragazzi "primo
tipo" chi si dovrà occupare? Vi ricordate la ragazza figlia dei fiori
di circa 20 anni fa? Secondo voi se oggi fosse un capo scout od una
madre, i suoi ragazzi sarebbero del primo o del secondo tipo?

Graziella Landi

(AGESCI Proposta Educativa)

Pubblicato in Problematiche Giovanili
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