Lunedì, 18 Novembre 2019
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Martedì 01 Marzo 2005 13:56

EDUCARE, UN PROBLEMA PER TUTTI - 3 Parte

EDUCARE, UN PROBLEMA PER TUTTI

3) Terza Parte


Un'esperienza educativa emblematica: lo scoutismo


Possiamo
considerare, per riflettere, una realtà di crescita abbastanza
particolare, ma emblematica: lo scoutismo. In esso accade che la
realizzazione di un vissuto misterico, memoriale e simbolicofornisca credibili garanzie di autentica crescita. Da quest'esperienza
potrebbero emergere indicazioni sostanziali anche per l’ambito
familiare:


La struttura misterica


Lo scoutismo è
tale se introduce in un "mondo": il mondo fantastico, il mondo
dell'avventura e del servizio. Questi mondi sono intenzionali, perché
consapevolmente costruiti, al fine di diventare il terreno di un grande
gioco. Non sono la vita "vera"; ma nessuno scout accetterebbe
un’affermazione del genere non perché incapace di distinguere tra la
quotidianità e il mondo dell'avventura, ma per la "serietà", per
l'importanza vitale, per l'assoluta realtà che tali mondi simbolici
possiedono. Anzi, il "ritorno" alla vita quotidiana diventa tanto più
valido, quanto l'altra vita, quella dello scoutismo, è profondamente
vissuta. L'esperienza scout "salva", in tal modo, la vita quotidiana,
o, più semplicemente, la lezione del bosco guida nelle vicende di tutti
giorni. Anche nell'ambito familiare la possibilità di un’iniziazione e
la consapevole esperienza di un universo di significati possono
"salvare" la persona nel suo cammino mondano. Certo, come l’esperienza
sacramentale, anche l'esperienza scout e quella familiare debbono
essere aperte a significati "altri", che le trascendono, ma sempre
attraverso il vissuto, la presenza, la testimonianza, i segni concreti.
Si tratta di vivere una liturgia, una storia, e mai di subire l'effetto
meccanico di una causalità canonica. Nella dimensione misterica ognuno
può trovare il proprio ruolo e l'alimento che gli è più confacente,
perché si cresce in un libero "incontro", tra persone vive, dialogando
con reali presenze, nel cuore di una comunità significativa e
promuovente.


La struttura memoriale


Il mondo
fantastico, l'avventura o il servizio dello scout non sono viaggi
solitari in regioni fittizie, fuori dal tempo e dallo spazio. Entrare
nello scoutismo significa entrare in una tradizione, tra persone vere,
che hanno vissuto e stanno vivendo un'identica avventura. Certo il
campo di Brownsea e Baden-Powell non esistono più, e con loro mille e
mille scout ma non è solo lo "spirito scout" che sopravvive, è il
grande gioco che, in fondo, continua anche oggi, senza soluzione di
continuità. Lo scout si muove in modo personale e autonomo in una
"vicenda", in una tradizione. Egli condivide fatti storicamente
accaduti, che, pur consentendogli di costruire liberamente la sua
progressione personale, garantiscono un senso, propongono una
direzione. Anche nella famiglia l'esistenza di una tradizione, il
collocarsi tra un "già" e un "non ancora", può creare l'humus per la
conquista di un'identità significativa, non imposta, ma originalmente
vissuta.


La struttura simbolica


Il mondo scout,
come tutte le realtà umane che non hanno subito un processo di
"cosificazione", è simbolico, cioè mantiene tutta le complessità di
significati che provengono dalla storia e dall'uso. Questo non vuoi
dire che la schietta natura della realtà venga tradita, ma piuttosto
che la "verità" delle cose non si percepisce come monodimensionale, né
statica. Solo la positivistica decurtazione dei significati e delle
loro tensioni ha fatto sì che il simbolico diventasse sinonimo di vago,
indicativo, semplificante o falso. Ma l'esperienza scout fa toccare con
mano la concreta polisemia della divisa, di un fuoco sotto le stelle,
di una chiacchierata, di una presenza amica. La percezione simbolica
consente di non tradire con astrazioni quanto di vivo ci circonda. La
differenza tra il simbolico e il segno è riconducibile a una perdita, a
un'arbitraria decurtazione di significato e di presenza. Il segno
esiste in funzione di ciò che deve indicare, ed è costretto a ridurre
la propria consistenza per assolvere questo compito. Il simbolo (da s u m b a l l w, "sumballo", metto assieme) unifica le dimensioni più lontane, le
rende presenti e fruibili, mantenendo la propria credibilità. Per
questo una percezione simbolica fa sì che i sacramenti, l'infanzia, la
scuola, la famiglia, lo scoutismo, pur trovando in altro il loro
inveramento, pur formando al domani, pur invitando al trascendente,
promuovano un'esperienza significativa, proponendo un vissuto che non è
mai né fine a se stesso, né puramente strumentale, e mantengano intatta
l'autenticità e la libertà del presente. È in quest'ambito che
l'educando incontra la possibilità e l'invito a una vera crescita
personale, non abbandonata all'arbitrio, ma originale e comunitaria.

Crescere in una realtà misterica, memoriale e simbolica significa crescere liberamente nella complessità, maturando gli strumenti per affrontare il futuro.


GIAN MARIA e FEDERICA ZANINI


Educatori scout. Redattori di "R/S Servire"- Brescia

Da "famiglia domani" 1/99

Pubblicato in Problematiche Giovanili
Martedì 01 Marzo 2005 13:55

EDUCARE, UN PROBLEMA PER TUTTI - 2 Parte

EDUCARE, UN PROBLEMA PER TUTTI

2) Seconda parte

L'obiettivo: il giudizio

L'unica
formazione credibile per l’uomo di domani, per un individuo capace di
affrontare autentici cambiamenti, personali e sociali, è la saggezza. Ma la saggezza è un metodo, non un contenuto; è la capacità di un uomo, non il deposito di una biblioteca.
La saggezza è quella modalità adulta, mai interamente posseduta, che
svela il senso dell'umana maturità e che si fonda sulla capacità di
giudizio. La capacità di giudizio nasce dal sapere, ma non è il
sapere - né quello tecnico-scientifico, rigorosamente consequenziale
nella sua astrattezza, né quello sapienziale, frutto della
contemplazione e della comprensione del Vero -. Conoscenza e sapienza
sono i presupposti del giudizio e ne determinano, per buona parte, la
dualità, ma se ne distinguono, perché la capacità di giudicare è, per
sua natura, un’applicazione. Da un lato facciamo appello alla
nostra cultura - nel senso più vasto del termine (tutto quello che
abbiamo letto, sentito, studiato, vissuto) -; dall'altro impegniamo la
nostra capacità percettiva, per riuscire a cogliere la situazione,
l'oggetto, le persone che ci stanno di fronte e che, qui e ora,
provocano il nostro giudizio. Alla fine c'è sempre la compromissione,
che è sempre un fatto. Questa natura del giudicare - concreta,
pratica, applicativa- comporta una serie di conseguenze di grande
rilievo per l'attività educativa. Troppo spesso si confondono le teorie
o le ipotesi con i giudizi. La con fusione è giustificata perché, lo
ripetiamo, il sapere è ciò che qualifica il giudizio e lo distingue
dall'arbitrio, dall'istintualità, dall'obbedienza. Ma il giudicare non
è fare un’ipotesi, enunciare un principio; giudicare è compiere un
passo in più, un passo decisivo, che ci trasferisce di colpo dal regno
del reversibile a quello dell’irreversibilità: la diagnosi fatta, la
sentenza emessa, la strategia scelta, l'epiteto attribuito potranno
forse essere corretti, sospesi o ritrattati, ma non sono più ipotesi,
sono, irreversibilmente, dei fatti.

Giudicare è quindi scegliere, prendendo delle responsabilità.
Per questo il giudizio non può mai essere frutto di un "sapere", ma è
sempre anche il manifestarsi di un "essere"; per questo giudicando
male, non solo si sbaglia, ma, inevitabilmente, si tradisce. Le
passioni, le speranze, i ricordi, le teorie, l'ignoranza, la
distrazione: tutto interviene nel momento delicato e fuggevole del
giudizio, tutto l'uomo e tutta la storia, in una dialettica che sfugge
a ogni schema. Non è il diritto, che giudica, ma il giudice, non è
l'economia che produce, ma l'imprenditore, non la docimologia che
valuta, ma l'insegnante.

 

Lo strumento: una metodologia "sacramentale"

E
insegnabile la saggezza? Certamente no. Si possono e si debbono creare
le condizioni perché tale "carattere" si conquisti e si eserciti; si
possono denunciare le manipolazioni e combattere gli ostacoli, ma
esiste un confine strutturale, oltre il quale non è possibile
spingersi. Al di là di questo limite si generano solo effetti contrari.
Giudicare, infatti, è sempre e strutturalmente giudicare da sé, cioè per proprio conto, ossia personalmente.
Arduo passaggio, che tutti, e non solo i giovani, rivendicano a gran
voce e che tutti, o quasi, evitano con gran cura. Arduo passaggio che
richiede vasta cultura, fiducia di sé, comprensione degli altri,
pazienza meditativa e pronta decisionalità. Se l'esperienza non
s'insegna e la saggezza non s'impara, è pur vero, però, che è possibile
creare il terreno atto a promuovere e ad alimentare questi doni
preziosi. Il cammino appare angusto, chiuso com'è tra antitesi
apparentemente insanabili: direttività-spontaneismo, ricatto
affettivo-disinteresse…, ma è ipotizzabile una pedagogia del
significato e della libertà, inevitabilmente affidata all'educando, che
generi credibilmente una saggezza adulta. I caratteri di questa
metodologia possono trovare negli elementi portanti della sacramentalità delle indicazioni stimolanti e chiarificatrici.


GIAN MARIA e FEDERICA ZANINI


Educatori scout. Redattori di "R/S Servire"- Brescia

Da "famiglia domani" 1/99

Pubblicato in Problematiche Giovanili
Martedì 01 Marzo 2005 13:54

EDUCARE, UN PROBLEMA PER TUTTI - 1 Parte

EDUCARE, UN PROBLEMA PER TUTTI

Ÿ 1) Il futuro della società complessa pone all’educazione una serie di problemi Ÿ Passare dall’"addestramento", dove la pedagogia è centrata sull’insegnante, all’"educazione", centrata sull’educando Ÿ Nessuno educa nessuno, ognuno educa se stesso Ÿ 2) Una metodologia orientata all’acquisizione di modalità adulte di relazione Ÿ Una metodologia "sacramentale" al fine di realizzare un vissuto "misterico", "memoriale" e "simbolico" Ÿ 3) Un modello: lo scoutismo Ÿ Per crescere in libertà nella società complessa, maturando gli strumenti per affrontare il futuro.

1) Prima parte

Il nostro secolo e quello che lo ha
preceduto hanno visto l'affermarsi di nuovi soggetti, di nuove
presenze, che hanno rivendicato un ruolo non più marginale nella
storia. Dalle donne, dalle classi subalterne, dalle popolazioni
decolonizzate è giunta una domanda di formazione massiccia e
destabilizzante. All’impatto quantitativo, ben evidenziato, ad esempio,
dal fenomeno di scolarizzazione di massa, si è aggiunto il
rimescolamento dei valori, la crisi dei parametri culturali,
l'impossibilità di mantenere modelli comportamentali di antica
tradizione. L’accelerazione tecnologica ha completato il quadro,
aprendo possibilità illimitate, ma complicando le prospettive,
moltiplicando le agenzie, sovrapponendo i messaggi e i conferimenti di
senso. Il futuro non promette semplificazioni, anzi; in un contesto
planetario e sempre più accelerato i punti di riferimento sembrano
svanire sotto il peso dell'impotenza. Questa è la sfida che il futuro
presenta all'educazione; un'educazione che può scegliere tra una
strategia di difesa, di adattamento, di rimpianti e di fugaci vittorie
e il rischio calcolato di prospettive non collaudate, ma promettenti,
sorrette da una strumentazione capace di affrontare territori
inesplorati.

I parametri pedagogici e ideali di tale alternativa sono chiari.

Da un lato la miopia monoculturale,
costruita su generalizzazioni affrettate e libresche, rigide nella loro
astrattezza e spesso ignare della stessa complessità originaria della
tradizione che vorrebbero difendere. Di fronte al nuovo tali posizioni
si tingono di apertura e cercano di proporre la panoramica, il
confronto, il dialogo interculturale, ma restano incapaci di uscire
dalla propria strumentazione lessicale e concettuale. Il loro tratto
costante è il malcelato senso di superiorità. Dall'altro l'umiltà
disarmata, tenace e paziente, di chi confida nella scoperta e nella
messa a punto di "valori-problemi transculturali", di chi punta
sull'esistenza di un "umanismo generale", foriero di significati
esistenziali profondi e comunicabili, e capace di relativizzare lo
stesso pluralismo, visto come momento d’introduzione, quando non di
mistificazione, del vero ascolto e della vera integrazione. Questa
posizione si materializza nell'autentico domandare e nella capacità di
comprensione e di silenzio. Se l'alternativa teorica è questa, anche le
implicanze metodologiche dovrebbero presentarsi con sufficiente
chiarezza

Dall'addestramento...

Da un lato una pedagogia
magistrocentrica, contenutistica, centrata prevalentemente sulla
convinzione che l'educazione sia soprattutto un trasferimento di
atteggiamenti, di conoscenze e di convinzioni dall'educatore
all'educando; dall'altra una pedagogia puerocentrica, metodologica,
orientata all'ambiente e all'acquisizione di modalità adulte.

Per semplificare si tratta della differenza tra
addestramento e autoeducazione. L’addestramento, nel suo rozzo
efficientismo, nella sua indiscussa utilità, ha spesso esteso la
propria azione oltre gli àmbiti che lo giustificavano. Il fascino dei
"risultati" gli ha consentito d'imporre non solo i propri metodi, ma la
sua stessa ideologia, soprattutto dove il clima culturale ne favoriva
l’espansione.

L’addestramento è semplice, perché la sua
meccanicità si nutre di sbrigative generalizzazioni. Da un lato si
trovano i "saperi", le abilità, i comportamenti mondi, le tecniche, il
tutto chiaramente posseduto dall'istruttore, valido nella sua
organicità, collaudato nel tempo e arricchito dal fascino
dell'autorità: è tutto ciò che dev'essere trasferito. Dall'altra il
neofita, ansioso di apprendere, o comunque destinato alla
trasformazione, all’arricchimento". Al centro le tecniche, gli
esercizi, la disciplina, le tappe, che costituiscono il sicuro
patrimonio dell'istruttore: una guida che si vuole sempre lungimirante,
attenta, capace di governare il cammino di crescita ben oltre la
comprensione dell’educando. La stia abilità sta nel cogliere i limiti e
le potenzialità di chi gli è stato affidato, nello sfruttare al meglio
le potenzialità e nel superare gli ostacoli. L'abilità del neofita è
nell'obbedienza, nella malleabilità, nell'impegno. Tutto è stabilito;
discuterne rasenterebbe il ridicolo. Che si tratti del tennis,
dell'inglese o della perfezione morale, se l'educando aprisse un
dibattito sulle regole, sui modi, sui contenuti perderebbe del tempo,
uscirebbe dal gioco, o, ben peggio, assumerebbe atteggiamenti
rivoluzionari, destabilizzanti e sempre velleitari…

In realtà ciò che importa a entrambi è il risultato.
La meta agognata è il possesso, sicuro e completo, del "patrimonio" in
questione: una scalata all’"avere", pagata con la trasformazione
dell’"essere". L'addestramento ha senso in una società immobile, con
valori rigidamente formulati, con condizioni educative prevedibili, con
una selezione diffusa e con modelli sociali standardizzati. Il perfetto
esecutore, inevitabilmente senz'anima, è il prodotto più frequente e
apprezzato. Se, però, le condizioni cambiano e i contesti si
complicano, l'addestramento si sgretola, o diventa dannoso. È questa
una verità ben compresa dai militari, che si guardano bene
dall'utilizzare come spie o come reparti speciali delle truppe
semplicemente addestrate. Dove il terreno è ignoto e le decisioni
devono essere originali l'addestramento muore e deve sorgere la
formazione.

…all'educazione

Nessuno
educa nessuno, ognuno educa se stesso. L'espressione è volutamente
provocatoria; se venisse presa alla lettera implicherebbe la
dissoluzione di qualsiasi intervento educativo e, automaticamente,
della stessa umanità. Ciò che in essa interessa, invece, è la chiara
affermazione delle priorità pedagogiche e la garanzia di congruità dei
mezzi da adottare. Per necessità, per coerenza con le sfide dei tempi,
l'attenzione educativa deve spostarsi dalla scienza allo scienziato,
dalla cultura all'uomo, dall'educazione all'educando. Non è possibile
affermare la necessità di un brillante navigatore, in vista
dell'assoluta novità delle future traversate, e poi dedicare la propria
attenzione a rotte conosciute, a una scienza nautica desueta, a una
cantieristica inutilizzabile.


GIAN MARIA e FEDERICA ZANINI


Educatori scout. Redattori di "R/S Servire"- Brescia

Da "famiglia domani" 1/99

Pubblicato in Problematiche Giovanili

Il suicidio degli adolescenti: un problema che ci tocca da vicino

L’argomento è scomodo, ma parlando di disagio giovanile non possiamo fare a meno di affrontarlo.

Il suicidio adolescenziale è
sicuramente oggi uno dei problemi più angosciosi e più rimossi. Proprio
per la sua natura drammatica, inimmaginabile – la vita che si rivolta
contro se stessa – non riusciamo a pensare che il problema ci possa
riguardare. Per difesa o per orrore è difficile realizzare l’idea di un
dolore e una angoscia talmente estremi da sfociare in un suicidio.
Eppure il fenomeno esiste.

Il numero di adolescenti
che tentano il suicidio e il loro progressivo aumento, sono un dato
sicuramente allarmante e, nonostante l’ambiente abbastanza protetto dai
nostri gruppi scout, non possiamo dirci estranei alla cosa.

In tutti i paesi occidentali si
osserva un notevole incremento del tentato suicidio in età evolutiva e
in particolare in adolescenza. Esso rappresenta in Europa la seconda causa di morte fra i giovani,
considerando che le morti accidentali o violente costituiscono i due
terzi di tutte le morti per età considerata (15-25 anni). Negli ultimi
anni, questi numeri preoccupanti hanno indotto la nascita di numerose
ricerche e interventi volti alla prevenzione del suicidio e
all’individuazione dei potenziali fattori di rischio.

L’Unità Operativa di Psichiatria e
Psicoterapia dell’Età Evolutiva dell’Ospedale Maggiore di Bologna, ha
condotto, tramite un "self report" anonimo, una indagine volta a
determinare gli atteggiamenti suicidali, i fattori di rischio e le
associazioni di questi ultimi, negli adolescenti della città.
L’indagine ha interessato un campione rappresentativo di studenti di
diverse scuole superiori cittadine che hanno risposto ad un
questionario.

Le domande sono state strutturate in
modo da determinare l’ambiente di appartenenza della persona (ambiente
familiare, socio-economico, culturale), l’eventuale uso di droghe o
alcolici, il comportamento e l’orientamento sessuale; più una serie di
domande finalizzate alla valutazione dell’autostima, degli stati
depressivi, di sintomi patologici legati alla bulimia e anoressia.
Altre domande riguardavano la rilevazione della generale tendenza
suicidaria, mentre in maniera diretta, alcune erano relative
all’ideazione suicidaria, all’autolesionismo e al tentato suicidio. I
risultati sono poi stati messi a sistema con altri studi e sono state
elaborate alcune conclusioni su cui possiamo soffermarci a riflettere.

Innanzi tutto, è emerso che gli
adolescenti che hanno compiuto atti di autolesionismo sono stati il 9%;
quelli che hanno presentato una ideazione suicidaria, che hanno cioè
pensato di togliersi la vita, sono stati il 19%; quelli che ci hanno
provato il 5% (con una frequenza maggiore tra le femmine rispetto ai
maschi). Cosa vuole dire? Prendiamo un gruppo scout di 100 persone,
consideriamo che ad esempio 40 sono in età da scuola superiore: questo
vuol dire che potenzialmente, stando allo studio, 2 dei nostri ragazzi
potrebbero aver tentato (o tenteranno?) il suicidio. I numeri sono
abbastanza inquietanti.

Quando si verifica un suicidio, la
scelta premeditata e gli impulsi improvvisi relativi a tale gesto, si
combinano tanto intimamente che è molto difficile pretendere, da parte
di chi sopravvive, di comprendere perché un uomo si è ucciso.

Dallo studio compiuto emerge che alla base di tutto c’è il rapporto
familiare, che rappresenta un elemento fondamentale di sostegno emotivo
e un fattore protettivo. La presenza di conflittualità familiare, di
problemi di alcool in famiglia, di abusi con contatto fisico
intrafamiliari, e l’associazione di questi fattori aumentano le
probabilità di un tentato suicidio. La perdita di un genitore può
rappresentare un fattore di rischio significativo.

Risulta quindi fondamentale
l’importanza del funzionamento familiare, ma anche la percezione dello
stesso da parte dell’adolescente: la percezione di buone relazioni
familiari è un fondamentale fattore protettivo. Spesso, infatti, i
tentati suicidi possono essere letti come dei messaggi di aiuto inviati
principalmente ai familiari per ottenere protezione e sostegno.

L’uso
di droghe, ma ancora di più i problemi di alcol e di abuso di farmaci,
sono altri elementi significativi. Una insufficiente relazione con i
coetanei che sfocia in una improvvisa tendenza all’isolamento sociale
rappresenta una fonte di rischio suicidarlo immediato. Il crollo del
rendimento scolastico, le difficoltà di relazione con i compagni e con
gli insegnanti e l’abbandono scolastico rappresentano altre variabili
significative.
Inoltre, altri aspetti che interessano in maniere
significativa i giovani a più alto rischio suicidarlo sono: l’abuso
sessuale, l’orientamento omosessuale, la presenza di un evento
traumatico occorso negli ultimi 12 mesi e i disturbi del comportamento
alimentare. La ripetizione del gesto suicidario nel tempo è considerato
un fattore di rischio gravissimo.

In generale, gli adolescenti con
tendenza al suicidio soffrono di depressione e bassa autostima; questo
si traduce in un senso di inadeguatezza, di paura della maturità e
sfiducia nel prossimo.

Il suicidio è l’ultimo atto di un
lungo cammino nella sofferenza, la parola fine, l’ultima battuta che
non consente il diritto di replica. È una triste evidenza, ma non vi è
nulla da fare se non un' infinita prevenzione. A supporto di questo E’
NOTO CHE IL GESTO SUICIDARIO SPESSO VIENE ANNUNCIATO PRIMA DI ESSERE
REALIZZATO.

E noi capi che cosa
possiamo fare? Non dovremmo sempre pensare che i problemi siano troppo
grandi e che non siamo abbastanza competenti. Intanto, nella nostra
veste di educatori, ma anche di fratelli e sorelle maggiori, oppure
complici, dobbiamo cercare di identificare i fattori di rischio,
leggere i segnali, immaginare le possibilità e attuare tutte le misure
di prevenzione di cui possiamo disporre. Il suicidio è un gesto
drammaticamente solitario che rappresenta l’assenza di relazione. Non
abbiamo quindi paura di parlarne apertamente con i nostri ragazzi,
prendendo ad esempio spunto dai risultati del questionario per
innescare una riflessione. Cerchiamo, inoltre, di favorire i meccanismi
"dell’autoaiuto", anche fra i ragazzi, ovvero la loro capacità di
cogliere nell’altro segnali di sofferenza e di aiutarlo direttamente ad
aprirsi e confidarsi o, indirettamente, cercando di prestare maggiore
attenzione alle sue necessità e richieste.

Non è vero che possiamo fare poco: intuire e suonare un campanello d’allarme, potrebbe fare la differenza.

Il suicidio è un forte segnale di un
disagio che non riguarda solo l’inevitabile fatica del processo di
emancipazione, ma che deve spingere la società intera ad interrogarsi
sulla propria inadeguatezza e difficoltà a comunicare valori e
significati che motivino la vita stessa anziché negarla.

Qualcuno potrebbe obiettare che il
suicidio rappresenta "la massima libertà", noi dobbiamo in realtà che
non dell’infinito delle possibilità vive la libertà, ma della scelta e
dei limiti che essa induce. Il suicidio è assolutamente quello che non
deve accadere. La vita è sacra e con tutte le nostre forze dobbiamo
cercare di trasmettere e comunicare che attraverso la vita ci viene
data un’occasione unica di spenderci per gli altri, trovando in questo
modo la nostra felicità.

Sergio Bottiglioni

Pubblicato in Problematiche Giovanili

Nella società di oggi…

Aspetti attuali del disagio giovanile

 

La nozione di disagio è una delle più
diffuse nei discorsi che riguardano i preadolescenti e gli adolescenti.
Ragazze e ragazzi nell’età dello sviluppo si accorgono inevitabilmente
di queste preoccupazioni diffuse nell’aria che respirano e diventano
inquieti per quello che potrà loro accadere.

Si attiva così una sorta di distorsione percettivaper cui sembra che adolescenti prototipici siano Erika e Omar, o le
ragazzine che hanno ucciso la suora a Chiavenna, o gli sventurati che
si sono "vendicati" di Desirée. Di conseguenza, si dà quasi per
scontato che il "disagio" sia la condizione in cui tutti gli
adolescenti vivono e che il disagio implichi pericolosità sociale.
Esemplare in questo senso la domanda rivolta del figlio di 10 anni – 11
anni ad una mia collega: "Se continuo ad andare agli Scout, posso
saltare l’adolescenza?".

Credo che il problema, innegabile, del disagio di
chi cresce debba essere affrontato in modo più criticamente
sorvegliato. È ovvio che il significato etimologico del termine può
essere attribuito a tutte le situazioni, anche molto leggere, di
"cattivo agio" (e non per mancanza assoluta di agio, sia ben chiaro!).
Ma il campo semantico che gli scambi sociali (dalle conversazioni
quotidiane di ciascuno di noi a molteplici pronunciamenti di "esperti")
hanno attribuito al termine, denota qualcosa di specifico: provocato
dalle cosiddette "nuove povertà", dalla sofferenza psichica, da
conflittualità familiari devastanti, da isolamento e marginalità
sociale, e così via. Uno stato di malessere, dunque, in cui convergono
difficoltà oggettive consistenti e sentimenti soggettivi di non poterle
affrontare.

L’uso incauto del termine, però, ha provocato una
sorta di ampliamento indifferenziato di significato, per cui, nei
discorsi correnti, qualsiasi difficoltà che si incontra nella vita
quotidiana viene considerata portatrice di disagio.

E siccome il processo di crescita implica il dover
affrontare molteplici compiti di sviluppo, si giunge spesso a vedere
ogni fase dello sviluppo, ed in particolare l’adolescenza, come un
momento di grave disagio.

In un mio precedente intervento su questa rivista, a proposito della "formazione del carattere", scrivevo che a
chi cresce deve essere lasciata la responsabilità di misurarsi con i
problemi propri della sua età perché impari a risolverli con i mezzi di
cui dispone.
"Compito dell’adulto non è quello di sostituirsi a
lui, né quello di lasciarlo solo perché si arrangi…". Ora, tutti i
problemi che chi cresce incontra richiedono, per essere risolti,
impegno e fatica. Questa fatica di vivere non equivale tout-court a disagio.Andare a scuola, in sé, può essere faticoso, ma non vuol dire che
equivalga ad un disagio generazionale. Così, imparare la matematica
richiede fatica, ma non è disagio nel senso che si attribuisce al
termine, né lo è essere preoccupati per un compito in classe,
rinunciare ad un incontro con amici per studiare, dormire qualche notte
in tenda, o mangiare cibi non cucinati dalla mamma e così via. È vero
che in certe circostanze personali anche studiare la matematica, ecc.
può implicare un vero disagio, ma ciò avviene in circostanze
particolari ben più gravi dell’avere un compito da affrontare.

Il disagio c’è quando gli e le adolescenti
devono affrontare, da soli, senza alcun sostegno sociale, compiti di
sviluppo "insostenibili" o "quasi insostenibili"
: riorganizzare la
propria esistenza dopo una separazione traumatica dei genitori,
preceduta da astiose esplosioni conflittuali; assumere responsabilità
da adulto dopo un lutto che ha rotto tutti gli equilibri familiari e
provocato gravi preoccupazioni economiche; trovarsi implicati in
relazioni sessuali troppo precoci e prive di una vera dimensione
affettiva. Sono soltanto esempi, tanti altri se ne potrebbero fare.

Anche difficoltà provocate dall’attuale
organizzazione sociale possono provocare situazioni di disagio.
Inserirsi in un contesto, sia esso scolastico o lavorativo, di cui non
si conoscono le regole, non padroneggiando nemmeno il linguaggio
locale, ad esempio, è certamente disagevole.
E tanto più lo è per i bambini le cui famiglie non riescono a risolvere il problema di un alloggio stabile.

Sottoporsi ad uno spostamento quotidiano che implica
levatacce mattutine per frequentare la scuola, non disporre di una
mensa e di un punto di appoggio dove trascorrere le "ore morte",
successive all’orario scolastico e precedenti all’orario dei mezzi per
il rientro, è un altro esempio. Così come sentirsi isolati, privi
di contatti significativi, sentirsi evitati da tutti quelli che si
incontrano in un ambiente che appare ostile.

Non sono, quelle ora citate, situazioni rare, ma
assai diffuse. E questi disagi, da chi vive, comodamente, generalmente
non sono neppure percepiti.

Vale la pena soffermarsi ancora un momento su una
situazione di disagio vera, che concerne la scuola. Abbiamo già visto
che l’impegno e la fatica richieste dalla scuola non sono assimilabili
al vero disagio. Ma è indubitabile che molti ragazzi e ragazze
sperimentino a scuola un vero disagio. Abbiamo già citato il caso dei
pendolari; non solo loro, però, sono in difficoltà.

Gli studiosi parlano di disagio scolastico come
una sindrome di malessere psicologico causato da una non soddisfacente
esperienza scolastica, considerata nelle sue diverse componenti: scarso
rendimento scolastico, insofferenza derivante dall’incapacità di
adattarsi al regolamento scolastico, percezione negativa di sé
derivante sia da confronti con gli insegnanti sulle varie dimensioni
(abilità intellettuali, competenze sociali), sia da confronti con i
propri compagni di scuola, centrati sulle prestazioni scolastiche,
sulle abilità sociali, sull’aspetto fisico, ecc.

I fattori che concorrono a provocare e mantenere la
sindrome sono strettamente interdipendenti: ad esempio; lo scarso
rendimento scolastico non è attribuibile soltanto a carenze
intellettive del soggetto interessato, come si pensava in passato.

Concorrono ad esso, oltre a fattori intellettivi di
cui dispone il soggetto in quel momento dato, quanto si sente
apprezzato dalla famiglia, dai compagni, dagli insegnanti; quanto si
sente ascoltato, quanto la famiglia sostiene il suo impegno, e così
via. Altrettanto si può dire per il modo in cui è percepito il
regolamento scolastico (non conta soltanto quello che sancisce, ma come
è presentato, interpretato ed applicato dal preside e dagli
insegnanti), per i rapporti con i compagni (prevalentemente competitivi
o invece collaborativi), per i rapporti con gli insegnanti (percepiti
come competenti o impreparati sul piano culturali, autorevoli,
autoritari o permissivi sul piano relazionale). L’intera, complessa,
dimensione relazionale dell’esperienza scolastica costituisce il clima psicologicodella classe e dell’istituzione scolastica, clima che contribuisce in
modo preponderante a connotare in termini positivi o negativi la stessa
esperienza scolastica degli/delle adolescenti.

Un gruppo adolescenziale in cui il disagio
è assai diffuso è quello costituito a chi interrompe, in modo
traumatico, l’esperienza scolastica: dai così detti "drop out", degli apprendisti, ai disoccupati che riempiono la giornata bighellonando.
Su
questa categoria di ragazzi e ragazze, che troppo spesso – sino a
quando cioè non assumono comportamenti devianti – risultano
"invisibili" ai più, si dovrebbe aprire una riflessione approfondita,
che non può essere svolta qui. Antidoto al disagio è il sostegno sociale. Ma questo argomento è molto più ampio e sfaccettato, per cui merita di essere trattato da sé.

 

Augusto Palmonari

Psichiatra e Psicologo

Professore Ordinario di Psicologia Sociale

Università degli Studi di Bologna

Pubblicato in Problematiche Giovanili
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