Mercoledì, 18 Ottobre 2017
Giovedì 12 Maggio 2005 10:03

Ma cosa vogliono da me?

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Una parte importante del problema è proprio rappresentata dall’incapacità dell’insegnante di presentarsi sotto un triplice aspetto: quello di docente, messo lì da un’istituzione, con lo scopo di gestire un gruppo classe; quello di esperto, definito dalla sua esperienza di studio, con lo scopo di fornire un’istruzione specifica; quello di adulto, riconosciuto dall’anagrafe e dallo stato dei capelli, con lo scopo di far crescere delle persone.

Ma cosa vogliono da me?

di Giorgio Asquini

 

Partiamo da una lettera.

Liceo Scientifico, ore 10.20 (terza ora)

Cari prof,

Sto scrivendo questa lettera in bagno. Come mai in bagno? Perché dopo solo un'ora di scuola (sono entrata alla seconda ora) già non ce la facevo più. Sono scoppiata a piangere.
Di solito perché si piange per la scuola? Perché hai preso un brutto voto, perché ti è andat
a male l'interrogazione o perché ti hanno sbattuto fuori con una nota sul registro quando non hai fatto niente. Non mi è successo niente di tutto questo.
Sono scoppiat
a a piangere perché mi sono accorta che forse qui dentro siamo solo degli oggetti. O, peggio, dei muli che devono solo lavorare e subire tutto da tutti.
Specialmente alla nostra età, noi abbiamo bisogno di tro­varci di fronte a persone che ci considerino­ come esseri umani. Non come oggetti, o libri stampat
i, o scatole completamente vuote.
Che cos'è la scuola per uno studente? Obiettivamente penso che sia un pezzo del puzzle della vita, piccolo, ma indispensabile per completare il puzzle intero. E l'insegnante chi è? Colui che si deve impegnare a fare in modo che que­sto pezzo si incastri nel puzzle. Deve farci capire cosa c'entra la scuola con la nostra vita.
Secondo me il mestiere dell'insegnante consiste nel trasmettere il suo incontro con la mat
ematica, le scienze, persino il latino, e farci capire come quest'incontro gli ha cambiato la vita in meglio. Sennò, che ci sta a fare in una scuola? Sinceramente, se mi trovo davanti una persona che non trasmette un bel niente, la voglia di studiare e di sapere le cose non mi viene: perché dovrei farmela venire? per disperazione?
In finale, perché ho scritto questa lettera? Non voglio insegnare ai professori il loro mestiere, ma siccome proprio loro ci dicono sempre come dobbiamo essere noi studenti secondo il loro punto di vista, non vedo perché una volta non possano invece aprire occhi e orecchie, e capire come e che cosa dovrebbero provare ad essere loro, dal punto di vista di noi studenti.
Non ho nessuna voglia di “subire" la scuola ancora per cinque anni. Io, la scuola, voglio viverla.

Questa lettera ha ispirato una puntata del programma Rai Educational “Diario di famiglia” (che come tutte le trasmissioni interessanti va in onda nel cuore della notte), intitolata “La scuola è ancora maestra di vita?”. Io più modestamente l’ho utilizzata in un corso di aggiornamento per docenti della formazione professionale e dell’istruzione tecnica, con lo scopo di avviare una riflessione sulle persone che ogni giorno si ritrovano in classe. La prima reazione è stata di leggero smarrimento, o sorpresa, che possa esistere una studentessa di 16 anni capace di scrivere, in corretto italiano, un’analisi così spietata sull’essenza della scuola e in particolare sui rapporti umani che lì si possono vivere.

Si è trattato senza dubbio di un tentativo istintivo di sopravvivenza da parte di chi viene messo in discussione nella lettera. Di fronte a una situazione problematica, negare il problema, dubitare dell’autenticità, per evitare di passare al merito. Per poi scoprire, sollecitati sul merito, che non è così definito, lucido, analitico. Anzi. Si tratta soprattutto di impressioni, ansie, con un progetto d’uscita tutto sommato vago (Io, la scuola, voglio viverla).

Alla fine ho trovato più interessante la reazione degli adulti che il messaggio dell’adolescente. In fondo non si possono imputare responsabilità dirette agli studenti circa la situazione di abbandono in cui versa la scuola, e qui parliamo soprattutto di un abbandono umano, di indebolimento di quella rete di rapporti che costituisce lo scheletro su cui fondare gli scopi istituzionali dell’istruire e dell’apprendere. Ma dai docenti posso pretendere di più, a cominciare dal rendersi conto che esiste un problema di rapporti. Loro possono capire i motivi del problema, da loro possono partire ipotesi di soluzione da sperimentare giorno per giorno nella pratica scolastica quotidiana. E il fatto che siano ipotesi vuol dire anche che i risultati non sono assicurati. Questo aspetto è sicuramente allarmante, perché non c’è garanzia che i ragazzi apprezzino e accettino eventuali svolte del docente che prova a essere adulto-amico.

Una parte importante del problema è proprio rappresentata dall’incapacità dell’insegnante di presentarsi sotto un triplice aspetto: quello di docente, messo lì da un’istituzione, con lo scopo di gestire un gruppo classe; quello di esperto, definito dalla sua esperienza di studio, con lo scopo di fornire un’istruzione specifica; quello di adulto, riconosciuto dall’anagrafe e dallo stato dei capelli, con lo scopo di far crescere delle persone. In genere i docenti partono dal primo aspetto, finiscono per nascondersi nel secondo, cercano di evitare il terzo. Eppure è ben chiaro che di fronte non hanno solo degli studenti che devono obbedire, ma anche dei neofiti che devono imparare e dei giovani che devono crescere.

Una spiegazione importante viene proprio dall’anagrafe, quella scolastica, dove si scopre che l’età media degli insegnanti continua inesorabilmente a crescere (questo è forse uno degli effetti più nefasti, e sottostimati, della riforma Moratti della scuola), per cui il distacco generazionale diventa un baratro, nel gruppo docenti mancano quelle figure di raccordo (supplenti al primo incarico, neolaureati) che fungevano da raccordo con gli studenti, che in loro ancora potevano vedere una sorta di fratello maggiore. Questa situazione è poi ben chiara agli studenti, che rinunciano in partenza a un rapporto umano che coinvolga anche gli insegnanti, e di conseguenza perdono fiducia anche nei confronti della scuola, se è vero che più di un terzo dei quindicenni italiani la considera poco utile per il proprio futuro.

Insomma, dallo sfogo di una studentessa siamo arrivati a riflettere sullo stato degli insegnanti. Ci sarà senza dubbio da tornare su alcuni aspetti specifici, come il concetto di “vivere la scuola” per uno studente, ma il primo, un po’ amaro, effetto che ha avuto la lettera anche sui miei corsisti è stato quello di guardarsi dentro. E non è un bello spettacolo.

 

 

 

 

La lettera della studentessa può essere anche “ascoltata” sul sito della trasmissione Rai www.diariodifamiglia.rai.it/fiction8new.asp

I dati sulla percezione degli studenti verso la scuola provengono dall’indagine Ocse-Pisa, i cui risultati sono consultabili sul sito www.oecd.pisa.org

I dati sulla composizione anagrafica dei docenti italiani possono essere consultati sul sito del Ministero dell’Istruzione www.istruzione.it/mpi/pubblicazioni/2004/sintesi_dati_04.shtml

Ultima modifica Venerdì 17 Settembre 2010 08:45
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