Sabato, 16 Dicembre 2017
Martedì 01 Marzo 2005 12:36

Giovani e rischio

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Uno dei problemi emergenti che sembra caratterizzare il mondo dei giovani è quello della diffusione di comportamenti ‘pericolosi’ per se e per gli altri che fanno pensare a una vera e propria "cultura del rischio" che si manifesta nell’uso o abuso di alcool, spinelli, ecc.

Gabriele, un educatore – animatore di un centro giovanile , partendo dalla sua esperienza e leggendo in questi comportamenti l’espressione di un disagio mi scrive domandando "da cosa deriva questo disagio?" Vorrei innanzitutto segnalare due fenomeni di carattere generale che parlano delle trasformazioni socioculturali dei nostri tempi all’interno dei quali ‘leggere’ almeno in parte il significato di una "cultura del rischio" come caratteristica del mondo giovanile.

Il primo riguarda l’ampiezza che ha assunto nella nella società occidentale, e in particolare in Italia, l’arco di tempo che abbraccia la condizione giovanile. La fase dell’adolescenza è un periodo di transizione, di passaggio dall’infanzia all’età adulta. In questa situazione il giovane si trova a vivere una condizione di "vagabondo psicosociale": non appartiene più completamente alla famiglia e nello
stesso tempo non è ancora parte del mondo degli adulti. I punti di riferimento si differenziano e articolano in più dimensioni: oltre la famiglia c’è la scuola, il gruppo dei pari, i diversi contesti associativi, ecc. questo processo nella sua normale evoluzione consente e favorisce un processo di crescita ed autonomia, quello che comunemente è definito il processo di individuazione. Oggi questa
trasformazione sociale fa si che la condizione giovanile, proprio per l’ampiezza di tempo che abbraccia si caratterizza sempre più come un periodo di indefinita sospensione piuttosto che di transizione, in cui la dimensione psicologica di spaesamento tipica di ogni crisi di passaggio evolutivo si protrae nel tempo determinando condizioni prolungate di indefinizione e di disagio.

Il secondo aspetto riguarda l’enfasi che nella nostra cultura (attraverso i mass-media) viene attribuita a tutti i livelli, sociale e psicologico, al valore della realizzazione personale. Messaggio che spesso si traduce in una forte spinta verso l’individualismo (cosa diversa dall’individuazione) dentro il quale quello che conta è il successo, il denaro, il potere ecc, a scapito o relegando sullo sfondo la dimensione collettiva del nostro vivere, che fa riferimento a valori come la condivisione, la solidarietà, l’impegno verso l’altro, lo scambio, il rapporto. Un dato preoccupante che emerge da molti studi sulla qualità della vita delle persone e delle famiglie è la crescente tendenza a vivere sempre più chiusi nelle proprie case, passando il tempo davanti alla televisione, ci si incontra con gli amici meno di una volta al mese, i momenti di socialità anche all’interno della casa tendono a ridursi. L’isolamento sociale e psicologico sembra caratterizzare sempre di più la vita delle persone.

Tenendo presenti questi due elementi della trasformazione sociale che stiamo vivendo è possibile parlare di cultura del rischio e cercare di comprenderla come espressione del disagio del giovane nel suo difficile processo di crescita che può manifestarsi in comportamenti ‘pericolosi’ che possono evolvere, a volte, in vera e propria devianza. Quello che voglio dire è che questi comportamenti trasgressivi e rischiosi sono comunque risposte di adattamento tra l’individuo (il giovane) e l’ambiente in relazione ai "compiti di sviluppo" dell’adolescente. Azioni molto diverse che vanno da comportamenti negativi come l’uso di alcool e spinelli a comportamenti positivi come esprimere la propria opinione, possono assolvere ad una stessa funzione di affermazione della propria indipendenza. Questo è il "compito" prioritario che il giovane si trova di fronte nella sua crescita. Le funzioni e i bisogni che questi comportamenti rischiosi sembrano assolvere, anche in maniera contraddittoria, possono essere essenzialmente riconducibili a:

  • Andare, la trasgressione come modalità di affermazione di una propria autonomia, contro il mondo degli adulti
contro le regole
  • Mettersi alla prova attraverso azioni "forti" ed estreme, come:modo di superare le incertezze e le insicurezze nell’affermazione di sé attraverso l’esagerazione
  • Ricerca di una soluzione immediata (fuga dalla realtà) come modo di superare i conflitti e le difficoltà personali adottando comportamenti a rischio, come tentativo di uscire dalla difficoltà (uso di sostanze, alcool …)
  • Ricerca di legami sociali e di gruppo di pari come modalità do coprire la difficoltà di affermazione di sé sul piano individuale attraverso una affermazione come gruppo.

È di fronte a questi bisogni, che riguardano la crescita del giovane, che diventa rilevante il modo in cui il mondo degli adulti, in particolari i contesti significativi (la famiglia soprattutto), reagiscono e rispondono. Spesso accade che questi contesti perdano la capacità di cogliere la domanda che sta sotto tali comportamenti reagendo in termini di impotenza e di rifiuto. La crisi che la famigliasta attraversando in questo periodo di transizione, caratterizzato soprattutto da una perdita di capacità di contenimento e guida, rappresenta uno degli elementi principali di problematicità della condizione giovanile.

Rischio, trasgressione, sfida, gioco pericoloso, sembrano essere diventate le parole chiave per descrivere alcuni comportamenti degli adolescenti. L’adolescenza è un momento in cui il 
ragazzo desidera "rischiare". Ogni volta che si supera un’esperienza
potenzialmente pericolosa, ci si sente potenti, accettati, infallibili.

E’ un’età in cui correre rischi
 significa accettarsi, farsi accettare e trionfare rispetto alle ansie,
alle paure e al senso di inadeguatezza, che accompagnano questa fase
 della vita.

L’adolescenza è caratterizzata da una
generale tendenza a manifestare la sofferenza psichica attraverso il
 cosiddetto acting-out, cioè la scelta inconsapevole di agire, non
potendo esprimere il proprio disagio in altro modo. I comportamenti a 
rischio possono essere anche un tentativo di mettere alla prova le
 proprie capacità in fatto di abilità o di competenza psicofisica.

Il periodo di maggiore rischio per
l’iniziazione all’uso di alcool è fra gli 11-15 anni e per i
cannabinoidi fra i 15 e i 17 anni come per l’eroina dai 18 ai 25 anni.

Il 30% dei consumatori adolescenti di
alcol è da considerarsi "problematico", anche se solo una parte minima
di questi hanno un rapporto d’uso abituale e pesante.

Il rischio in Italia.

Per il 90% dei ragazzi fra
i 14 ed i 22 anni di Roma, Napoli e Milano intervistati in profondità
 da psicologi, il rischio è soprattutto una sfida personale, un modo per
definire se stessi, un’auto-affermazione.

Le motivazioni.

Si rischia per essere notati (90%) o per sentirsi parte di un gruppo (80%), ma anche per vincere la paura (70%).

Le situazioni.

Nella maggior parte dei
casi si rischia quando si è in compagnia (90%) o per combattere un
momento di sconforto (70%), molto meno quando ci si sente felici (60%)
o soli (50%).

I comportamenti.

I ragazzi italiani
 ritengono più rischiosi quei comportamenti che creano problemi nelle
relazioni interpersonali (contrapporsi ai genitori, sfida con altri
giovani, emularsi) (70%), seguiti lontano dall'assunzione di sostanze
(che alcuni associano ai precedenti) e dalla guida pericolosa (circa la
 metà dei ragazzi intervistati).

 

Dalle testimonianze dei ragazzi 
intervistati che hanno vissuto esperienze di rischio traumatiche,
 emerge che il rischio è un modo per superare i propri limiti, per
 colmare un vuoto interiore, per crearsi un'identità. Molto spesso i
giovani reputano gli eventi vissuti, come una fatalità o una fonte di
eccitazione. Da queste affermazioni si deduce una enorme fragilità , un
 deficit strutturale.

Secondo questi i ragazzi, il mondo 
degli adulti non ha possibilità di incidere sui loro comportamenti a
 rischio perché "nessuno può aiutarti ad evitare il rischio".

Questa è una convinzione che, a vari
livelli, ritorna in tutti gli adolescenti quando si parla di
prevenzione. I giovani mostrano sfiducia nei confronti delle campagne 
di prevenzione: "perché, dicono, non considerano le vere 
motivazioni alla base di una decisione rischiosa, né mettono in risalto 
i danni psicologici - accanto a quelli fisici - di un dato comportamento".

I messaggi ritenuti più efficaci sono
quelli non impositivi, che non danno valutazioni, preferibilmente
ironici e affermativi; i messaggi repressivi e negativi vengono 
rifiutati.

Il rischio in Europa.

Per i giovani europei fra 
i 14 e i 22 anni di Francia, Germania, così come per i loro coetanei 
italiani, il rischio è essenzialmente una sfida positiva. Al contrario, 
per gli spagnoli il concetto è duplice: da una parte il pericolo e
 dall'altra il divertimento. In Grecia il rischio viene percepito come 
uno strumento di crescita personale, mentre i ragazzi britannici lo
 collegano all'eccitazione e ad una "botta di adrenalina". In tutti i
 casi al rischio viene associata comunque la ricerca di esperienza o la
 crescita individuale. A differenza dell'Italia, dove si rischia per 
essere notati e far parte di un gruppo, la ricerca di esperienze è la 
molla che fa scattare la decisione in Francia, mentre i giovani greci e
britannici sostengono che il rischio è parte integrante dell'essere 
giovani.

Per quanto riguarda i comportamenti 
che i giovani considerano maggiormente a rischio, l'uso di droghe 
ricorre praticamente in tutti i Paesi, fatta eccezione per l'Italia,
 dove nella gerarchia prevale la problematica relazionale, ed il Regno 
Unito, dove i comportamenti sono più legati ad un rischio immediato 
(violenza fisica, risse, camminare sui parapetti dei ponti o sui bordi
dei porti) che non ad un comportamento con conseguenze a più lungo
 termine.

 a cura di Cristiana Gatto e Francesca Silvi - Psicologhe

 

Ultima modifica Lunedì 02 Dicembre 2013 07:55

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