Martedì, 22 Agosto 2017
Martedì 01 Marzo 2005 13:41

Sperimentare ozio e noia - Parte 3/3

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SCRITTORI IN CATTEDRA RACCONTANO I GIOVANI

Chi lavora nella scuola 
vive a stretto contatto con bambini e ragazzi e osserva, da vicino, le 
difficoltà che questi hanno nel gestire il tempo libero. È la società 
che teme il "non far niente" e spinge a organizzare ogni singola 
giornata.

(Terza parte)

Proprio per "parcheggiare" i figli, in realtà
 metropolitane come quella di Collegno (To), sempre più famiglie 
scelgono il tempo prolungato: "Vedo quotidianamente dei bambini 
stressatissimi, che stanno a scuola dall'alba al tramonto, mentre a 
casa si limitano a cenare. Sono così abituati ad essere "gestiti" dagli
 adulti in ogni singolo momento della giornata, che all'intervallo sono 
allo sbando, perché quasi non sanno muoversi da soli".

Quella descritta da Pent è una realtà particolare o caso emblematico? A Reggio Emilia, dove hanno gli asili d'infanzia
più belli del mondo, insegna Giuseppe Caliceti: "Temo che, se non è la
 norma, è comunque una situazione diffusa. I bambini non hanno occasione 
di compiere esperienze legate all'autonomia e quindi alla frustrazione 
nei rapporti. Non è giusto che ci sia sempre un regolatore, un giudice, 
un adulto che ogni volta appiani le difficoltà". Perché accade questo?
" se è presente un adulto, il bambino è portato a fare cose che fanno
 piacere all'adulto. C'è una preoccupazione eccessiva da parte dei 
genitori, soprattutto di quelli italiani. In una realtà multietnica 
come è sempre più quella della mia città, constato che le mamme arabe,
 africane o sudamericane tendono ad assegnare più responsabilità ai bambini, sono meno apprensive, per esempio li mandano a scuola da
 soli".

Anche Caliceti punta l'indice contro il tempo 
prolungato: "Otto ore al giorno tra le mura scolastiche sono quasi
 peggio del lavoro minorile agli albori della rivoluzione industriale, 
anche se ovviamente oggi non si tratta di sfruttamento ma di 
formazione".

Infine, Beppe Sabaste, docente all'Università di
 Parigi, ma anche in un istituto d'arte a Parma, sostiene che il 
problema del tempo libero dei ragazzi va affrontato nell'ambito di un 
discorso più ampio sull'intera società: "In questo non c'è separazione
 tra giovani e adulti. La nostra è una società che ha paura del tempo 
morto, "disoccupato". Si ha timore di un tempo in cui tutto è 
possibile, anche non fare niente. La società in cui viviamo tende a 
riempire ossessivamente il tempo con cose organizzate. Per gli adulti è 
senz'altro così". E per i ragazzi? "Sono più ottimista. Incomincio a
 notare persone che si sottraggono a questa tendenza. Gli adulti sono 
più timorosi, ma tra i giovani ce ne sono molti che rifiutano 
l'equazione "tempo uguale consumi".

Mi sembra di assistere agli inizi di una grande 
liberazione, a una riappropriazione del tempo dopo la sua saturazione".
Conosciamo bene Beppe Sebaste come un intellettuale sempre acuto e 
penetrante nelle sue analisi. Ci piace dunque concludere con una sua
 nota di speranza, che vede per protagonisti proprio i ragazzi.

Roberto Carnero

 

 

Ultima modifica Mercoledì 26 Marzo 2014 18:23

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