Mercoledì, 16 Agosto 2017
Martedì 01 Marzo 2005 14:02

Ma la notte Parte 2/4

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Ma la notte...

Seconda parte

È qui la festa?

Rievocare le vicende di una famiglia
sarebbe privo di interesse se queste non fossero una finestra aperta
sulla storia dell'umanità. I singoli racconti si trasformano in tessere
di un mosaico che, nell'insieme, sa apparire ricco e policromo e ognuno
vi contribuisce con la propria cronaca quotidiana, dall'apparenza
spoglia e ripetitiva. Quale genitore, alla nascita del proprio figlio,
non sente di essere autore del romanzo più originale? E lo potrebbe
materialmente scrivere, se solo si limitasse a riportare il susseguirsi
dei tanti eventi. La difficoltà di rassegnarsi al ruolo di cronista,
piuttosto che a quello di soggettista, costituisce lo scoglio più
pericoloso. Un altro aspetto in apparente contrasto con le tendenze
individuali è legato al desiderio che ognuno ha di abbandonarsi ai
sogni: una peculiarità che impone di collocarsi tra le innumerevoli
opportunità vagabondate senza sosta dalla fantasia. E così, se andiamo
ad esaminare i comportamenti sociali, ci accorgiamo che la tendenza
alla festa è la più esplorata. In forma di premio al termine di una
gara, ricompensa ambita di prolungati sacrifici, abbandono dopo
logoranti fatiche, risposta consolatrice dopo attese snervanti, gioia
che esplode con l'annullamento della delusione, la festa potrebbe
essere sempre in agguato e chiedere solo di essere conquistata. I
termini che regolano ogni ambivalenza sono legati all'equilibrio di due
variabili antiche quanto l'uomo: il successo e la competizione. Tra i
tanti modi con cui possiamo combinare i due ingredienti ce ne sono
quattro che tengono banco e costituiscono le categorie di base delle
condotte umane.

Appartengono alla prima le persone che mirano al
successo sapendo che dovranno passare per il canale della competizione;
accettano le regole del gioco e impegnano le loro forze. Sono gli
equilibrati.

Nella seconda troviamo le persone che passano la
vita a competere, o almeno, così vogliono far credere, senza assaporare
mai un successo. Si danno arie impegnate ora da intellettuali, ora da
sportivi, forse perché si confrontano con traguardi fuori dalla loro
portata: gli esaltati.

Poi ci sono gli apatici. Disinteressati al successo
quanto alla competizione, non dimostrano alcuna risposta emotiva agli
stimoli. Il sociologo e antropologo E. Durkheim li definiva i "mancati
suicidi".

Infine troviamo coloro i quali ambiscono al
successo, ma non per questo accettano di entrare nel rischio e nella
bagarre della competizione: vogliono vincere e basta. Sono i violenti.

L’imperativo che vede impegnate le nostre famiglie,
oggi, consiste nel dare ai figli senza sosta, senza misura e senza un
motivo che giustifichi un premio, come se questi non dovessero aver
altri bisogni che libertà di movimenti e beni materiali. Delle tante
lezioni che potevamo ricavare dalla povertà in cui siamo cresciuti,
una, sembra, l'abbiamo capita bene: il prestigio ad ogni prezzo, il
piacere ad ogni costo. Molti genitori, fra l'inadeguatezza del ruolo di
educatori e lo scarso tempo che riescono a dedicare ai figli, pensano
di supplire alle tante carenze con la creazione di un'abbondanza che
dipinga a utile pastello questa figura latitante. Ma il risultato,
legato alle fortune effimere, si dimostra quasi sempre una delusione
perché le miserie che affiorano dopo il benessere servono a dimostrare
l'esistenza di un dramma reso più amaro dal sopravvivere dei resti di
uno scenario. Il disimpegno nel quale si educano le nuove generazioni
può avere qualcosa di preoccupante: non sarebbe fuori luogo chiedersi
se è normale che una parte di giovani scandiscano le loro giornate con
ritmi rap ed abbiano come principale interrogativo del loro
sopravvivere "è qui la festa?".

GIOVANNI SCALERA

Psicologo – Siena

da "Famiglia domani" 1/2000

Ultima modifica Giovedì 05 Maggio 2005 11:18

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