Venerdì, 18 Agosto 2017
Lunedì 13 Settembre 2010 09:20

Il vuoto di una generazione

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Famiglia oggi, 6(2008):70-71

Il vuoto di una generazione

Beppe Del Colle

Un tempo la cosiddetta "paghetta" conteneva un principio: a un figlio che si comportava bene i genitori donavano anche un compenso materiale che poi il ragazzo integrava con dei lavoretti. Oggi i bisogni di consumo dei giovani sono enormi e lo spirito di sacrifìcio per rinunciarvi è quasi inesistente.

Ci sono spettacoli quotidiani che una persona anziana non è in grado di accettare facilmente, anche se in essi non c'è nulla di men che lecito, e anche se i loro protagonisti non sentono nessun bisogno di spiegarli a qualcuno. Uno di quegli spettacoli lo abbiamo personalmente sotto gli occhi tutti i giorni, nei mesi di funzionamento delle scuole: i ragazzi di un famoso ginnasio-liceo, maschi e femmine fra i quindici e diciotto-diciannove anni, che escono dal loro istituto con gli zainetti a spalle ed entrambe le mani impegnate a usare telefonini e accendini, o pacchetti di sigarette.

La domanda che si pone la persona anziana, che magari a quell'età anche lui studiava e forse ha avuto figli che andavano a scuola, ma appartenevano a un'altra generazione rispetto a quella di oggi, è questa: dove prendono i soldi per mantenersi il cellulare e il fumo? E non solo quei soldi, ma anche tutti gli altri che gli servono, date le loro comuni, diffusissime abitudini e necessità di spesa, la discoteca, il motorino, i tatuaggi, il piercing sulle labbra, magari l'alcol il sabato sera? E trascuriamo la moneta che serve per acquistare jeans e magliette firmate, e tutto il contorno di cinghie borchiate e capigliature stravaganti, a cui qualcuno dovrà pur pensare, direttamente o indirettamente...

Ponendosi questa complessa domanda, la persona anziana sa benissimo come rispondere: ci pensano i genitori, o chi per loro. Non può tuttavia evitare di riflettere su come sia cambiato il mondo, anche in questo. Quando era lui un quindicenne, tutto quell'armamentario che riempie la vita dei ragazzi di oggi non c'era. Gli era assolutamente proibito fumare e bere alcolici fuori del vino a tavola, caso mai gli fosse concesso; ma non c'erano proprio fisicamente i telefonini, le discoteche, i tatuaggi e il piercing, il motorino (al massimo c'era la bicicletta). E non parliamo del sesso di coppia adolescenziale e del consumo di droghe, anche solo "leggere", che c'erano anche allora ma non erano spacciate per strada, davanti alle scuole, ed erano consumate da "viziosi", come si definivano allora, di ben altra età.

Allora il conto è presto fatto, non in termini aritmetici (non tocca a noi farli, in queste due pagine) ma nell'astratta concretezza - non scandalizzi l'apparente contraddizione - di chi ragionando a partire da se stesso resta facilmente e ragionevolmente convinto che oggi la spesa per i figli sia molto più alta di quelle del passato. Un passato recente, del resto; non risultano "paghette" nelle storie familiari più lontane; sono esistite per alcune generazioni e in classi sociali privilegiate nel Novecento, da quando, grosso modo, ai ragazzi è stato possibile andare al cinema, o alle partite di calcio, senza la compagnia dei genitori, ma solo perché c'erano già il cinema e le partite di calcio negli stadi.

Dunque, la "paghetta". Essa era un diminutivo contabile e, insieme, conteneva un principio: tu, fì-glio/a mio/a, ti comporti bene, ti impegni a scuola, non fai tardi la sera nel tornare a casa, dunque meriti un compenso materiale, una paga. Era, così, anche un investimento: oltre l'amore, le cure, le attenzioni, il cibo, il tepore della casa, il vestire, gli esempi al buon vivere, i regali di Natale, dei compleanni e per le promozioni scolastiche, e cioè via via tutto quanto riempie il buon rapporto naturale fra genitori e figli, c'era in fondo la prospettiva di uno scambio - quando saremo vecchi, e magari non più in grado di accudire a noi stessi, ci penserai tu.

La "paghetta" era poca cosa. Ma si poteva integrarla dandosi da fare personalmente. Qualcuno dava una mano nei lavori artigianali di famiglia e si teneva giustamente le "mance" dei clienti. Qualcuno, che aveva imparato degnamente il latino o la matematica, riusciva a dare ripetizioni a fratellini e sorelline dei compagni di liceo, senza che nessuno venisse a saperlo, tanto meno i professori che si sarebbero arrabbiati per l'illecita concorrenza. Insomma, ci si arrangiava.

Le alternative alla famiglia

Lo fanno anche i ragazzi di oggi? Il tempo, a quanto pare, non c'è. Né l'ambiente adatto, visto che la casa e cioè la famiglia conta meno del "gruppo", prima di tutto perché entrambi i genitori, anche quando vanno d'accordo, sono spesso fuori, al lavoro, e oltre una certa età non c'è peggiore compagnia che la televisione, per giunta da soli; e poi perché il "gruppo" offre tutte le alternative alla vita di famiglia, a cominciare dal cambio delle gerarchie e dei valori che le appoggiano: all'obbedienza verso i genitori, che non cancella anzi rafforza i rapporti affettivi tra le persone e aiuta i giovani a crescere, subentra la sudditanza al "capo", che è insieme psicologica e insieme "claustrale", chiude verso l'esterno e annulla i valori che aiutano a crescere.

Fra questi valori primeggia lo spirito di sacrifìcio che si costruisce giorno per giorno anche attraverso rinunce spiacevoli ma necessarie a cose che non sono, in sé, necessarie. Se invece non si può fare a meno del cellulare, delle sigarette, della discoteca e di tutto il resto che fa parte della vita del "gruppo" e a cui non si può rinunciare senza perdere la faccia davanti al "capo" e agli amici, ecco che nasce il problema: dove si prendono i soldi?

E qui la risposta rientra nel discorso d'avvio: la mentalità giovanile odierna sembra fatalmente destinata a suscitare in chi deve accontentarla - cioè i genitori - l'accettazione di un dovere sgradevole, ma inevitabile se non si vuole provocare a sé stessi un senso di colpa: pagare di tasca propria per cose, servizi, piaceri, osservanze tribali a rischio di bullismo che per sé non si sarebbero nemmeno mai immaginate, ma che i figli cercano a volte senza nemmeno rendersi conto di quanto costano alla famiglia a cui appartengono.

Sparita la "paghetta", nell'economia familiare c'è una voce in più, molto più pesante; la spesa corrente per riempire il vuoto di una generazione che ha ampiamente fatto del consumo, quale che sia, un idolo.

Beppe Del Colle

Ultima modifica Giovedì 16 Settembre 2010 20:11
Elettra Pepe

Elettra Pepe

Pensionata Scienze Biologiche

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