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Sabato 09 Giugno 2012 20:24

Lo spirito del politeismo (Odon Vallet)

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Si può riconoscere al politeismo una relativa tolleranza, dovuta a tre fattori: raramente è proselitista, non esige una fede esclusiva ed è cosciente dei limiti di ciascuno degli dei.

Una religione prende spesso il suo nome da quelli che le sono estranei. I cristiani furono chiamati così dagli abitanti di Antiochia. L’induismo fu il nome dato, nel secolo XVIII, dagli Europei dell’Ovest, per caratterizzare la dottrina religiosa degli abitanti dell’India. Il politeismo è un concetto e una parola foggiata alla fine del secolo XVI quando il Rinascimento fece rivivere i grandi testi greci e latini. Ma gli uomini dell’Antichità non avrebbero potuto avere la sensazione di essere politeisti poiché il monoteismo era conosciuto per loro quasi solo dal giudaismo, assai minoritario e inegualmente ripartito nell’impero romano. Rendere un culto agli dei derivava da un unico dovere e se le divinità erano numerose, la pietà non si divideva: o si era pii o si era empi. Con la stessa venerazione si faceva visita a tutti gli dei al Pantheon di Atene, come oggi si va a vedere tutti i grandi uomini nel Pantheon di Parigi.
 Il politeismo indù è ignorato dagli indiani che adorano una medesima essenza divina sotto la triplice forma (trimurti) di Brahma, Shiva e Vishnù. Il confronto con l’islam e il cristianesimo ha d’altronde spinto gli “induisti” a mettere un evidenza quello che unisce i loro tre dei supremi, tanto la tendenza al monoteismo si manifesta in tutte le religioni, compreso l’animismo africano.

Una varietà di politeismi

Conviene dunque evitare ogni anacronismo per caratterizzare lo spirito del politeismo. Con molte sfumature si può però riconoscergli una relativa tolleranza dovuta a tre fattori: raramente è proselitista, non esige una fede esclusiva, è cosciente dei limiti di ognuno degli dei. Il politeismo, o piuttosto i politeismi, tanto essi sono diversi, non cercano di convertire le persone estranee al loro culto. Religioni di un paese, di una regione o di una città, non sono missionarie, poiché i loro culti sono inseparabili da una cultura. Siamo dunque agli antipodi di una religione universale: nell’impero romano la parola “proselita” designava i “politeisti nuovi” venuti al giudaismo. Ma non aveva alcun senso il percorso inverso: i culti ufficiali pagani erano generalmente riservati ai cittadini: né gli chiavi, né gli stranieri (metechi) potevano parteciparvi. Siamo ben lontani dal cristianesimo che porta un messaggio di speranza a tutti gli uomini, Ebrei o Greci, schiavi o liberi, e i cui i discepoli vogliono essere apostoli e missionari  di un mondo in pieno tormento.
Ciò che il politeismo non converte, lo assimila. Venere la Romana è assimilata ad Artemide la Greca. Dato che Astarte la Fenicia e Ishtar la babilonese, dee della fertilità, erano equivalenti, i loro culti potevano coesistere. La società antica pluriculturale è anche pluricultuale. Lo stesso procedimento  vale in India dove Buddha e Gesù Cristo, e persino il profeta Maometto, sono stati talvolta considerati come  metamorfosi di Vishnu.
Come è plurimo nella sua espressione, così il politeismo è anche variabile nelle sue credenze. La nozione di fede unica appare nel mondo greco-romano solo con il concilio di Nicea, nel 325, e il suo celebre Credo (o piuttosto Pisteuomen, “Noi crediamo”): la maggioranza dei vescovi confessa una medesima fede che si esprime in una sola formula. Siamo qui ben lontani da un politeismo eterogeneo, la cui mitologia eminentemente diversa è contenta di confondere le idee dei fedeli, senza che una concordanza (a differenza della Bibbia) cerchi di armonizzare le fonti. E che Dioniso sia uscito dalla coscia di Zeus (o Bacco dalla coscia di Giove) non è un articolo di fede, a differenza di Gesù Cristo concepito per opera di Spirito santo.
Infine gli dei non sono infiniti né onnipotenti. Se non muoiono (a differenza degli eroi semidei), tutti sono nati e dunque vengono dopo la creazione del mondo. Sono sottoposti al destino e non sono autori della storia, perché una forza superiore guida fatalmente il mondo, ben al di sopra dei capricci degli dei, troppo versatili per dirigere l’universo. Poiché ogni dio non ha che alcuni attributi, la specializzazione dei compiti impedisce l’universalità del culto: se Apollo è il dio della medicina e Ermes quello dei viaggi, la devozione dei malati non è quella dei mercanti. Confinati nei loro rispettivi campi, gli dei sono limitati nelle loro virtù: le loro qualità sono all’altezza dei loro difetti. Sono violenti  e vendicativi, seducono con il ratto e discutono con l’assassinio. Mettono in atto pulsioni che i mortali devono contenere nei loro fantasmi. Zeus si fa toro per portar via Europa e aquila per rapire Ganimede, ma la sua sessualità trionfante è inaccessibile al comune dei mortali.

La rivoluzione zoroastriana

Nell’induismo Shiva è contemporaneamente creatore e distruttore, seducente perché signore della danza e ripugnante in quanto dio terribile (Rudra). Ugualmente nell’animismo africano e aitiano del vodù, Legba è una divinità benefica e malefica, fallica (come Shiva) nella sua potenza e godimento e malefica nella sua maschia violenza e nella sua virile agitazione. Siamo lontani dal monoteismo che, a seguito della rivoluzione zoroastriana (verso il secolo VI a.C.) farà di Dio un essere assetato di bene e sprovvisto di male, che dispensa la sua benevolenza e rifiuta la concorrenza.
I primi contatti fra il politeismo antico e il monoteismo nascente furono d’altronde difficili. Nel 167 a. C. scoppiò la terribile guerra dei Maccabei, provocata dalla politica antigiudaica del monarca Antioco IV Epifane, di culto ellenistico. Questi non ammette le usanze non greche e , specialmente la circoncisione, che sarà proibita anche dall’imperatore romano Adriano (117-138), forse per confusione con la castrazione. Il politeismo cultuale e culturale si mostra intollerante verso una religione (il giudaismo) che, a sua volta, non tollera, sulla sua terra promessa, altro dio che il suo.
Allo stesso modo l’impero romano perseguita il cristianesimo quando Augusto divinizzato non viene adorato dai discepoli del Messia crocifisso. Se non c’è che un solo Cristo in cielo e un solo re sulla terra, come conciliare un dio senza rivali e un potere senza condivisione? Il conflitto finirà soltanto con la conversione dell’imperatore Costantino (verso il 313) e la politica antipagana di Teodosio I (379-395).Alla diversità dei culti locali, succederà l’unicità della religione imperiale, il cui monopolio genererà l’intolleranza.

Odon Vallet *

* Storico delle religioni, specialista di antropologia religiosa.
Tra le sue pubblicazioni: Diue n’est pas mort... mais il est un peu malade, Bayard, 2007.

(Da Le monde des religions, n. 28, mars-avril 2008, p. 38-39)

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Ultima modifica Mercoledì 01 Agosto 2012 23:34
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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