Lunedì, 19 Novembre 2018
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Una spiritualità che rinnovi la pastorale
di Luigi Guccini



Anche la pastorale, come la vita religiosa, deve affrontare un profondo ripensamento, pena l’insignificanza o la sterilità. Di fronte alla diminuita pratica di molti fedeli è inevitabile la domanda “che fare?” la tentazione è, oltre allo scoraggiamento, l’omologazione alla cultura corrente. Eppure non manca una spiritualità che suggerisce atteggiamenti e percorsi. Come farli diventare “mentalità” pastorale?

Quando si riflette sulla situazione della chiesa e della pastorale nell'odierna società, non si può non rimanere colpiti da una serie di fatti. Solo qualche anno fa, al tempo del dialogo (apologetico!) tra chiesa e mondo, si poteva pensare che la chiesa non riuscisse a farsi ascoltare perché troppo aliena dalla nuova cultura, dunque ignara della lingua parlata, e cioè superata, irreparabilmente out. Ma non sono passati molti anni e si è dovuto parlare piuttosto di post-cristianesimo. Come se la chiesa avesse già dato tutto quello che aveva da dare e avesse esaurito il suo compito.

I dati di fatto a conferma di questa diffusa sensazione sono davanti a noi. Succede per esempio - e non meraviglia nemmeno più - che un fedelissimo lasci la chiesa dall'oggi al domani, senza drammi, e oltre tutto...senza cambiare vita. La pratica religiosa gli era superflua. Oppure rimane sì nella chiesa, ma - per dirla in modo un po' brutale - come si fa con il vecchio club: magari attivi nel volontariato e gradevolmente saldi nelle amicizie, ma senza riferimenti ulteriori che vadano nel profondo, a ciò che veramente decide della qualità della vita, come sesso, denaro, potere...

Succede anche l'opposto: c'è l'incredulo inquieto e insoddisfatto della sua vita, che magari s'accosta alla parrocchia, ma ne ritorna con la sensazione di non aver trovato altro che "le cose di sempre", sostanzialmente incapaci di rispondere a ciò che porta dentro e di cui ha bisogno. Così finisce che uno s'inventa la religione a modo suo. C'è molto fascino per lo straordinario e per il leader carismatico di turno, magari attorno al fenomeno dilagante di sette, magia e satanismo; oppure il grido improvviso nel momento del dolore con qualche ritorno alla fede di un tempo, ma non ci sono le condizioni - e l'aiuto necessario - perché la povera piantina ! possa crescere.

Non può non far riflettere anche quest'altro fatto: sempre meno la secolarizzazione trova credito tra gli stessi laici più laici. Si potrebbe pensare che la chiesa non ha credito perché troppo lontana dal mondo, e invece è vero il contrario: quello che manca molto spesso è piuttosto una chiesa che sappia dire qualcosa di diverso dal mondo, qualcosa che porti a sperare di più, e su basi più solide.

Ci eravamo tanto scaldati per impedire al secolarismo di svuotare l'annuncio cristiano e ci stiamo accorgendo che un cristianesimo omologato al pensiero corrente e alla "qualità di vita" che ne consegue è ancor meno cercato del cristianesimo clericale-parrocchialista di un tempo.

Il caso "vita consacrata"

Davvero non serve a niente essere a tutti i costi ragionevoli, smussare i contrasti con la cultura odierna, fare apologetica soft e affermare, in conclusione, che dentro la chiesa possono starci benissimo tutti quanti, senza particolari prezzi da pagare...Quello che si cerca va molto più in là e non sta neanche in ciò .che l'uomo d'oggi dice di cercare: sta in ciò che porta nel cuore e non lo sa, fino a quando non trova risposta. È la vicenda di molti grandi convertiti, che incontrano Cristo ma non riescono a riconoscersi nella prassi di chiesa che viene loro offerta. Pensiamo a Simone Weil, ad Adrienne von Speyr, a quella misteriosa Camilla di cui il Caffarel ha scritto un profilo così penetrante. Il punto che ritorna è sempre lì: c'è questa divaricazione tra ciò che il cuore umano cerca nel profondo e il tipo di mediazione che - nonostante la forza del vangelo che pure è nelle nostre mani -sappiamo offrire come chiesa.

È in fondo ciò che capita alla vita consacrata. Forse val la pena richiamare questo fatto, decisamente emblematico proprio per ciò che riguarda i problemi con cui si trova a fare i conti la pastorale e il suo rinnovamento.

È dal concilio che la vita religiosa sta lavorando con il massimo di intensità al suo rinnovamento. Ha tentato tutte le strade, dall'impegno per l'aggiornamento, con la riscrittura delle regole, fino alla rifondazione. Ma i risultati non ci sono stati, o almeno non nella misura desiderata. Le case di formazione sono vuote. Il modello di vita religiosa che le ha generate non attira più, non è più proposta, nonostante il cammino che pure si è fatto nel rinnovamento.

Si continua a lavorare, evidentemente, ma la convinzione che si va facendo strada è che sia l'impostazione d'insieme che ha bisogno di essere rivista. Fa riflettere, per esempio - e preoccupa - la sproporzione che c'è tra la mole di risorse impiegate - in persone, tempo e denaro - attorno ai problemi istituzionali e i risultati che si raccolgono. Si moltiplicano le assemblee e le commissioni di studio, continua abbondante la produzione di documenti, ma rimangono lettera morta. Anche l'opera dispendiosissima per la ristrutturazione delle opere e la riqualificazione del personale non ha dato i risultati sperati. Sempre di più i superiori maggiori hanno come l'impressione di girare a vuoto, come se ciò su cui bisognerebbe "mordere" fosse sempre altrove...

Alla fine si è fatta strada la convinzione che il problema sta più a monte e precisamente nel fatto che il modello di vita religiosa a cui si sta lavorando è giunto a esaurimento e che, perciò, è fatica sprecata lavorarci attorno per rivitalizzarlo. Bisogna risalire più in alto e più in profondità, con un percorso più lungo, che parta da più lontano. Come hanno creduto di dover fare molte delle nuove forme di vita consacrata, che rinunciano a strutturarsi secondo il modello tradizionale e chiedono di essere riconosciute semplicemente come associazioni private di fedeli. È che, di fronte al crollo di tutto un sistema di vita e di operatività apostolica, ci si rende conto che la strada da prendere non è in aggiustamenti semplicemente strutturali, ma nel ritorno all'essenziale, l'essenziale della fede e della vita cristiana, per riconsiderare e ridefinire a partire da lì (quindi, dopo un adeguato percorso di purificazione ), anche il resto.

Per intanto - ed è l'affermazione esplicita di molte di queste forme - quello che interessa è di essere semplicemente cristiani, sicuri che dà qui viene anche il resto.

Su che cosa puntare?

Abbiamo indugiato, perché non credo che sia molto diversa la situazione a livello pastorale. Anche la pastorale conosce la sua crisi e quanto profonda. Anche le chiese locali hanno intensamente lavorato per il rinnovamento, ma siamo al punto in cui siamo: ritorna sempre di nuovo il discorso sulla crisi della parrocchia, viene riconfermata come struttura portante della pastorale, ma la situazione è quella che è: troppe cose non tornano.

Che fare in questa situazione: puntare sulla pratica religiosa, ovviamente rinnovata, come la vita consacrata avrebbe potuto puntare sull'osservanza religiosa? Ma proprio questa strada si è dimostrata senza frutto. La crisi della vita religiosa, anzi, è intervenuta in un momento in cui come non mai l' osservanza era in auge. Segno che il problema è altrove. Ed è così anche per la pastorale della chiesa: la pratica religiosa è importante, ma non riuscirà mai da sola a produrre ciò che occorre, né tanto meno a rispondere oggi a ciò che il cuore dell'uomo cerca nel profondo e il Vangelo è in grado di dare.

Bisogna andare più in profondità ed è ciò che aveva intuito Bonhoeffer di fronte alla situazione che si andava profilando: il punto decisivo, diceva, è uno solo ed è «la ricerca di colui che solo ha importanza: la ricerca di Gesù Cristo... Per noi ciò che veramente conta oggi è sapere che cosa vuole da noi Gesù...» (Sequela, 13). Oppure san Francesco il quale, in un momento per tanti aspetti molto simile al nostro, non accettò mai di farne una questione di osservanze o di pratica religiosa, ma capì che unica risposta poteva essere solo il Vangelo e il Vangelo sine glossa. Era troppo grande l'impresa che la chiesa aveva davanti perché si potesse puntare su qualche altra risorsa o semplici aggiustamenti di carattere strutturale.

Siamo a questo punto pure oggi, e perfino di più. Siamo riportati all'origine e, per dirla in termini di annuncio, all'apostolica vivendi forma delle origini, quando il vangelo veniva trasmesso da persona a persona da parte di comunità che semplicemente lo vivevano e se ne sentivano responsabili.

Giocarsi sul vangelo

Non ci si illude con questo che sia semplice o che siano tutti d'accordo. Secondo la lettera agli amici della Comunità di Bose in occasione dell'ultimo Natale «la tentazione più seria» oggi è rappresentata «dall'irresistibile fascino della religione civile». Sempre di più «la politica avverte il bisogno di utilizzare il codice religioso ed è pronta al riconoscimento dell'utilità sociale della religione». Ma quel che è peggio è che «l'invito rivolto in questo modo alla chiesa da intellettuali non cristiani trova purtroppo accoglienza favorevole anche

da parte di autorevoli ecclesiastici che desiderano apprestare una chiesa forte, massicciamente visibile e presente negli spazi lasciati vuoti dal crollo delle ideologie». Non conta niente se poi l'80% degli italiani si dichiara cattolico, ma solo il 40% dice di credere alla risurrezione di Cristo; quello che si coglie tra le righe è il sogno di una chiesa «applaudita, riconosciuta, a volte perfino ricompensata da Cesare per il bene che fa..., mentre la comunità dei discepoli di Gesù resta incapace di vera profezia...». E "la chiesa di canale 5", come dice umoristicamente, ma non troppo, qualcun altro: una chiesa che «si identifica sempre più con l'occidente ricco e potente».

È evidente la divaricazione che c'è tra questa idea di chiesa e una concezione e prassi -sopra si citava san Francesco - che faccia perno unicamente sul Vangelo e sulla forza disarmata della Parola, come dice ancora la nostra lettera. Ed è su questo sfondo, che richiede però un radicale cambiamento di mentalità, che si intravede la portata e la via di quel rinnovamento della pastorale a cui si mira e che potrebbe trovare proprio nel!a spiritualità la sua sintesi.

È un discorso complesso che ha bisogno di molto approfondimento. Intanto ci sarebbe da notare che la chiesa deve riflettere innanzitutto in se stessa l'immagine di Dio che vuol presentare al mondo. Di quale Dio parliamo quando parliamo di Dio? Quale volto di Dio si può intravedere dietro una chiesa che crede di dovercela fare da sola, che cerca di affermare se stessa e che non sa vivere in modo evangelico il momento di povertà e debolezza che sta attraversando? Sono interrogativi decisivi. Come fa l’uomo - peccatore e limitato per definizione - a scoprirsi amato e perciò salvato, se l'annuncio che portiamo è ancora segnato dal bisogno e dall'ansia di affermare noi stessi, sia pure come chiesa e "a fin di bene"?

Significa che la prima via da imboccare per una pastorale rinnovata in senso spirituale è la via dell'umiltà. L'impressione che si ricava molto spesso è che nella pastorale ecclesiastica ci sia ancora troppo bisogno di riuscire, di fare il pieno, di assembrare gente, di mettere al muro gli avversari e vincere. Ma il Dio che annunciamo non ha bisogno di vincere e non ha mai promesso ai suoi un successo mondano. Si è tanto parlato di chiesa povera e dei poveri, riducendo il discorso al tema economico, pur fondamentale e lacerante. Oggi fa infinitamente più questione (almeno qui in occidente) il vedere una chiesa che non sa fare evangelicamente i conti con la sua propria povertà: una chiesa che...pensa di essere alla dissoluzione, perché non le riescono più le cose di sempre e le istituzioni di cui dispone fanno acqua.

Bisognerebbe ricordare di più che la teologia dell'umiltà fa un tutt'uno con la teologia della croce. E poi ricordare che l'umiltà riguarda non solo i singoli ma anche (e forse soprattutto) i soggetti collettivi. Le beatitudini sono proclamate da Gesù come programma per il Regno, e se la chiesa è sacramento del Regno, non si riuscirebbe a capire perché. ..se ne possa dispensare.

Se non andiamo errati, parte da qui, oggi, la vera riforma pastorale, purificata da ogni volontà di riconquista. E la pastorale - non lo si dimentichi - è responsabile dello stile di presentazione che la chiesa fa di sé al mondo.

In prospettiva personalista

Forse abbiamo indugiato anche troppo. Ma è evidente quanto sia decisiva, nell'opera pastorale e di evangelizzazione, la visione di chiesa da cui si muove e il tipo di obiettivi a cui si mira. È anzi qui, in definitiva, che si decide la partita.

Le cose da dire in questa linea sarebbero molte, e innanzitutto c'è l'attenzione da prestare alle persone. È nella persona in definitiva che si risolve l'annuncio, ed è quando uno incontra il Signore e aderisce a lui nella fede che l'opera si può dire compiuta. Ed è ugualmente in questa prospettiva che le risorse provenienti dalla spiritualità cristiana dimostrano tutto il loro valore e la loro forza anche in campo pastorale. Finché l'opera della chiesa non riesce ad aprire i cuori alla fede in un effettivo incontro con Cristo; finché le coscienze non vengono rigenerate in senso veramente cristiano; finché la persona stessa non arriva a fare di Cristo e della sua parola il criterio che guida tutte le sue scelte..., l’opera della chiesa non ha ancora raggiunto il suo scopo.

È in questa linea del restò che si è sempre mosso il cammino di fede della nostra gente. Non è senza significato che L' arte di amar Gesù Cristo di sant' Alfonso abbia avuto in Europa non meno di ventimila edizioni , e che l’Unesco abbia elencato gli Esercizi spirituali di s. Ignazio fra i cento libri che hanno maggiormente influito sulla cultura mondiale. ..Le "devozioni" a cui è stata abituata la nostra gente avranno avuto i loro limiti e così una certa educazione alla "pietà", ma non si possono ignorare i frutti che hanno prodotto nella coscienza credente.

Così come non si può ignorare quel tessuto interiore e insieme pratico di virtù che ha caratterizzato nel profondo la coscienza collettiva del nostro popolo. Ed è ancora l'insegnamento dei nostri santi, soprattutto quelli più presenti alla vita della gente, che sta all'origine di quei valori di speranza, sopportazione del dolore, rispetto dell'altro, solidarietà verso i deboli, convinzione di essere amati e importanti davanti a Dio, bisogno di interiorità..., che hanno caratterizzato ma in modo così profondo l'animo del popolo cristiano.

Davvero non è più il tempo di una pastorale di militanza collettiva. Occorre saper aiutare a incontrare Dio di persona. Con l'educazione alla preghiera, senza dubbio, ma anche con quella testimonianza che viene dalla fiducia, dalla non direttività, dalla giusta pazienza con cui dare all'altro il tempo tecnico di capacitarsi e di crescere, dalla non fiducia nel valore salvifico delle opere, e dunque da un certo modo di guardare anche il peccato e il limite. Senza rinunciare all’esigenze di una seria vita spirituale. Serietà anche in fatto di sesso, di soldi e potere; al di là di ogni equivoco. Ma dentro un rapporto educativo che miri al complesso della persona, presa nel suo divenire mai improvvisato, nell'interazione sapiente di tutti i valori.

Nel tessuto della storia

Quando si parla di spiritualità e vita spirituale c'è certamente anche il rischio di portare il discorso su percorsi e a conclusioni che non sono quelli giusti. Il primo rischio è quello dell'intimismo, il ridurre cioè la spiritualità in un ambito esclusivamente. privato, che induce a chiudersi, anziché esporsi con libertà e coraggio a tutto ciò che interpella il cristiano "da fuori”. Una prassi che poi porta., in ambito pastorale, a fermare il discorso sul piccolo gruppo, molto affiatato e impegnato, ma senza quel respiro apostolico che costituisce comunque il vero compito della chiesa nel mondo.

È a questa apertura, mai sufficientemente vasta e profonda, che rimandano le testimonianze. dei grandi credenti del nostro tempo. Se, da un una parte, essi chiedono più religione, più mistero, più apertura al trascendente e quindi più spiritualità, non per questo si presentano come uomini e donne estranei alloro tempo, che intendono la profezia come un rompere con il mondo. Non glielo consentirebbe il Dio che hanno incontrato, il quale è un Dio che "si perde" per il mondo, come dimostra Gesù. La loro "attesa di Dio" (Simone Weil) è dall'interno di questa condizione umana, che essi hanno sposato e di cui condividono fino in fondo la sorte. A. von Speyr sosteneva la fede in un "Dio diverso", proprio perché infinitamente più grande di tutte le misure in cui lo vorremmo rinchiudere quando lo consideriamo Salvatore. E non avevano paura del mondo Edith Stein, La Pira, madre Teresa, Ch. de Foucauld o p.s. Magdeleine, questa donna che ha fatto dell'immersione nel mondo - nella vita di tutti, come insegna il "modello divino Gesù " - la sostanza del suo progetto di vita.

Se c'è qualcosa che resiste, dopo l'interminabile stagione del dialogo con il mondo, è proprio la solidarietà dei grandi mistici recenti con la sorte umana, con la condizione di tutti. Nessuno come loro ha saputo ascoltare il mondo e l'uomo che lo abita ed è a questo che essi rimandano la nostra pastorale. I nostri contemporanei pongono interrogativi nuovi e hanno diritto di essere ascoltati. Non possiamo ridurli a pensare e a sperare secondo formule ormai stereotipe. La loro "attesa di Dio" e di un "Dio diverso" va molto al di là e interpella la chiesa nel modo più forte. Le risposte di ieri - incentrate sulla compattezza sociale, sull'appartenenza, dunque sull'obbedienza e su una rinuncia a se stessi intesa come impegno a non ragionare. e non rischiare in proprio - non bastano più. Oggi è il valore della persona e della sua responsabilità a fare da fondamento alla ricerca della fede, e questo dobbiamo saper ascoltare.

L'aver capito che Dio ama l'uomo e perciò lo salva ci mette in grado di far percepire a chi ci incontra la stima che abbiamo di lui, e questo per una ragione che risale al mistero stesso di Dio. L'anima della pastorale è in fondo qui: saper credere all'opera di Dio nei nostri interlocutori, senza giudicarli, senza condannarli mai, neanche quando sbagliano. È questo che li può far trasalire dal profondo del cuore, fino a rivelare loro una realtà di vita e di salvezza mai prima sospettate.

Temi da approfondire

Sono solo alcuni accenni a un tema di grande attualità, che viene sempre più in evidenza nella chiesa d’oggi. Solo “accenni” perché, in effetti, il problema non è semplicemente qui, nel sottolineare ancora una volta l’importanza e l’attualità del tema. Sta piuttosto nel fatto che la spiritualità cristiana – presa in se stessa e nei suoi riferimenti all’opera dell’evangelizzazione – ha bisogno di essere ripensata e ritrovata nei suoi veri contenuti, nel suo vero significato. Si è già fatto molto in questi anni; il problema è come far sì che quanto è stato acquisito a livello specialistico diventi mentalità. Appunto, come arrivarci? È un problema insieme di studio e di rinnovamento interiore. Un problema di formazione. Bisogna rimboccarsi le maniche e rimettersi a scuola, la scuola dello Spirito.

(da Settimana, 11, 2005)

Nella vita ci sono tanti motivi per scoraggiarsi, difficili da comunicare agli altri, ma che con il passare del tempo diventano dei veri e propri fardelli che si insediano nella psiche dell’individuo. Una persona così bloccata ha bisogno del sostegno di un contesto relazionale comprensivo. Grande importanza ha in questo la comunità.

Non è facile vivere il vuoto creato dalla superficialità della società moderna. Senza vita interiore, senza uno scopo e senza un significato, l'individuo è in balia di ogni genere di impressioni passeggere, è indifeso di fronte a ciò che può aggredirlo dal di fuori o dal di dentro.

Mercoledì 07 Dicembre 2005 00:43

Guadagnarsi da vivere (Martin Neyt osb)

Una riflessione sul modo di guadagnarsi da vivere è un invito a una duplice esigenza evangelica. La prima è un appello a prolungare la creazione con il nostro lavoro...

Mercoledì 02 Novembre 2005 00:57

Davanti a Dio (Sr. Germana Strola o.c.s.o.)

Davanti a Dio

di Sr. Germana Strola o.c.s.o.

Creato a immagine di Dio, l'uomo sta essenzialmente davanti a Lui come al proprio interlocutore ultimo, principio e fine del proprio essere. Il recente documento della Commissione Teologica Internazionale “Comunione e servizio. La persona umana creata a immagine di Dio” offre questo tema dottrinale come particolarmente significativo per affrontare le molteplici sfide che la cultura contemporanea rivolge alla fede cristiana: risulta quindi interessante approfondirne alcuni aspetti in relazione con la vocazione monastica.

Stare davanti a Dio è una formula linguistica che descrive in modo particolare, nelle tradizioni bibliche, la vocazione di chi ha un compito di mediazione tra Dio e gli uomini: l'esempio più eloquente ricorre in Prv 8,22-31, dove la Sapienza personificata - mediazione per eccellenza dell'opera di Dio nella creazione e nella storia - viene descritta proprio con questa immagine: dall'eternità, fin dal principio... io ero con lui come architetto ed ero la sua delizia ogni giorno, dilettandomi davanti a lui in ogni istante. La stessa modalità espressiva descrive la vocazione profetica: la grande figura di Elia, infatti, così introduce la sua parola, in 1 Re 17,1 e 1 Re 18,15: «Per la vita del Signore, Dio di Israele, alla cui presenza io sto...». La formula viene ripresa sostanzialmente da Eliseo, suo discepolo in 2 Re 3,14, ma appare anche nella rappresentazione del Servo sofferente, in Is 53,2. Di nuovo, l'espressione ricorre nella descrizione del ruolo di intercessione assunto da Mosé, in Sal 106,23, e dal profeta Geremia (cf. Ger 18,20; 42,9). Prestare servizio davanti a Dio, è il compito dell'uomo di Dio, del sacerdote o del ministro d'altare (Gdc 20,27-28; 2 Cr 29,11): ma anche di tutto il popolo di Dio, in quanto regno di sacerdoti, nazione santa (Es 19,6; cf. Gs 22,26-27).

Nel nostro orizzonte simbolico, stare davanti a Dio evoca tuttavia con una particolare pregnanza la vocazione specifica di chi è chiamato alla vita monastica, ed è utile perciò percorrere varie pagine della Bibbia per approfondire che cosa significhi o che cosa rappresenti essenzialmente, nelle sue diverse utilizzazioni, questa espressione biblica.

L'uomo davanti a Dio

In Gn 2,18.20 la donna è voluta da Dio, perché sia un aiuto, dice letteralmente l'ebraico, come davanti all'uomo: secondo l'interpretazione rabbinica, la formula è comparativa ed indica somiglianza, viene quindi tradotta normalmente come aiuto simile a lui. L'espressione indica il partner, propriamente, come qualcuno che sta di fronte all'altro (cf. Gs 5,13; 6,5.20): il tu che permette all'io di assumere tutta la sua misura. La stessa formula viene a volte utilizzata anche per indicare quello che sta davanti a Dio (emana da Lui: il suo splendore Sal 18,13; 2 Sam 22,13); tutto è scoperto davanti a Lui (Gb 26,6). Fondamentalmente, è Dio il Tu per antonomasia che è sempre di fronte all'io, anche se per restare davanti a Lui è necessario tutto un itinerario esistenziale, un cammino di crescita attraverso le normali mediazioni della sua presenza.

Come ricorda il primo grado dell'umiltà in RB 7 - citando Sa1 7,10; 94,11; 139,3 - la vita dell'uomo si svolge sempre sotto lo sguardo del Signore (cf. inoltre Gdc 18,6): Dio scruta l'intimo del cuore, penetra il segreto dell'anima e discerne, ad esempio, l'autenticità della fede (Ne 9,7-8; Gn 24,40). Offrendo come modelli alcune figure paradigmatiche, la Bibbia insegna a prendere coscienza come l'uomo permane sotto lo sguardo di Dio: davanti a Lui hanno camminato i patriarchi del popolo eletto (Gn 48,15-16) e i Re di Israele che hanno seguito l'esempio di Davide (cf. ad esempio 2 Cr2,5). Ma ai suoi occhi, emerge soprattutto, imperiosamente, la fragilità dell'essere mortale (cf 1 Cr29,15: Noi siamo stranieri davanti a te e pellegrini come tutti i nostri padri. Come un 'ombra sono i nostri giorni sulla terra e non c'è speranza). L'uomo ne prende pienamente coscienza soprattutto in particolari situazioni di difficoltà e contraddizione (cf. Ne 9,32: Non sembri poca cosa ai tuoi occhi tutta la sventura che è piombata su di noi, sui nostri re, sui nostri capi, sui nostri sacerdoti, sui nostri profeti, sui nostri padri, su tutto il tuo popolo, dal tempo dei re d'Assiria fino ad oggi). Di fronte alla Sua infinita trascendenza, noi e tutte le nazioni siamo come un nulla [...] come niente e vanità siamo da lui ritenuti (Is 40,17).

Eppure, non mancano le attestazioni della realtà che sussistere davanti a Dio o essere ammessi alla Sua presenza, è una figura salvifica o di altissima condiscendenza, che permette di intuire, anche in certe pagine veterotestamentarie, una prospettiva che si apre sull'oltre la morte (cf. Sal 41,13: per la mia integrità tu mi sostieni, mi fai stare alla tua presenza per sempre; cf. Sal 102,29: i figli dei tuoi servi avranno una dimora, resterà salda davanti a te la loro discendenza).

Camminare davanti a Dio: figura della rettitudine morale

Se tutta l'esistenza umana si svolge, essenzialmente, davanti a Dio, il camminare alla sua presenza è più precisamente una immagine di rettitudine morale (cf. Gn 17,1: cammina davanti a me e sii integro): allora tutta la vita si svolge sotto il segno della benedizione. In altri termini, l'obbedienza alla Legge di Dio è una condizione essenziale dell'alleanza (cf. 1 Re 8,23: Signore, Dio di Israele, non c'è un Dio come te, nè lassù nei cieli nè quaggiù sulla terra! Tu mantieni l'alleanza e la misericordia con i tuoi servi che camminano davanti a te con tutto il cuore; nello stesso senso, si vedano i testi di 2Cr 6,14; 2 Re 20,3). Compiere ciò che è gradito ai suoi occhi (cf Is 38,3) è la condizione per restare nella comunione con Lui. Essere raggiunti dalla sua misericordia, può essere descritto come un vivere alla sua presenza (Os 6,2); riconoscere la Sua grandezza, introduce in quella gioia che è segno di armonia cosmica (cf Sal 68,5: Cantate a Dio, inneggiate al suo nome, spianate la strada a chi cavalca le nubi: Signore è il suo nome, gioite davanti a lui).

Alcune circostanze rivelano in modo più esplicito l'intervento salvifico di Dio nella storia (cf. Is 9,2 : Hai moltiplicato la gioia, hai causato grande letizia. Gioiscono al tuo cospetto, come si gioisce alla mietitura, come si esulta quando si divide la preda): una esperienza di Dio particolarmente intensa invita alla fede e alla conversione, oltre che a una gioiosa testimonianza (Sal 22,28-32: Ricorderanno e torneranno al Signore tutti i confini della terra, si prostreranno davanti a lui tutte le famiglie dei popoli; cf anche Sal 86,9; 100,2).

La preghiera come essere davanti a Dio

Particolarmente suggestive sono però le utilizzazioni della stessa formula per evocare la preghiera come effusione dei propri sentimenti, delle proprie ansie e dei propri conflitti davanti a Dio: ai suoi occhi, le profondità dell'intimo sono pienamente trasparenti, perché Egli sonda le pieghe più recondite del sentire umano (che la Bibbia indica con l'immagine del cuore e delle reni dell'uomo: Ger ll,20; 17,10; 20,12; ecc.). La parola confida sempre in lui o popolo, davanti a lui effondi il tuo cuore, nostro rifugio è Dio (Sal 62,9) invita non solo ad affidarsi con fiducia a Colui che è roccia, fortezza e baluardo per il credente, ma a non avere remore nel lasciare emergere il questionamento interiore, la lamentazione e il grido dell'anima: Con la mia voce al Signore grido aiuto, con la mia voce supplico il Signore; davanti a lui effondo il mio lamento, al tuo cospetto sfogo la mia angoscia (Sal 142,2-3; cf. 39,6).

Se l'effusione della preghiera descrive la relazione orante come un movimento di liberazione o di sfogo, per così dire, della tensione interiore - cf. Sal 38,10: Signore, davanti a te ogni mio desiderio e il mio gemito a te non è nascosto - come un traboccare del tumulto interiore o un suo fluire davanti a Colui che penetra i segreti del cuore, frequentemente è rappresentata anche nell'immagine della elevazione: come incenso salga a te la mia preghiera, le mie mani alzate come sacrificio della sera (Sal 141,2). Le due immagini non sono in tensione reciproca, ma sottolineano sfumature diverse e complementari della relazione con Dio, alternando in dimensione interiore, ma suggerendo anche in gestualità rituale, la prostrazione adorante, il rito penitenziale e il gesto simbolico della invocazione, sempre innanzi a Lui: Alzati, grida nella notte quando cominciano i turni di sentinella; effondi come acqua il tuo cuore, davanti al Signore; alza verso di lui le mani per la vita dei tuoi bambini, che muoiono di fame all'angolo di ogni strada (Lam 2,19).

Pregare è ri-situarsi, lucidamente, alla sua presenza, presentarsi davanti a Lui: Porgi l'orecchio, mio Dio, e ascolta: apri gli occhi e guarda le nostre desolazioni e la città sulla quale è stato invocato il tuo nome! Non presentiamo le nostre suppliche davanti a te, basate sulla nostra giustizia, ma sulla tua grande misericordia (Dn 9,18). La verità della debolezza e del limite umano non è ostacolo, ma indigenza supplice che, esponendosi allo sguardo del Dio misericordioso, accende e alimenta la preghiera: Siano i tuoi orecchi attenti, i tuoi occhi aperti per ascoltare la preghiera del tuo servo; io prego ora davanti a te giorno e notte [...] confessando i peccati che noi abbiamo commesso contro di te; anch'io e la casa di mio padre abbiamo peccato (Ne 1,6). E ancora: Eccoci davanti a te con la nostra colpevolezza. Ma a causa di essa non possiamo resistere alla tua presenza! (Esd 9,15; cf. 2 Cr 6,24-25)

Nella preghiera, si rende esplicito quell'essere davanti al Tu, che costituisce la persona nella sua individualità soggettiva. Nel dialogo orante, il salmista evoca il Volto invisibile dell'Altro a cui anela il suo io, si rivolge all'orecchio di Qualcuno che istintivamente percepisce sempre teso, aperto all'ascolto (Signore, Dio della mia salvezza, davanti a te grido giorno e notte. Giunga fino a te la mia preghiera, tendi l'orecchio al mio lamento; cf. Sal 88,2-3; cf. Sal 18,7). Anche quando si ha l'impressione di elevare solo un monologo nell'oscurità di un silenzio informe e senza eco, la preghiera è sempre relazione tra due soggetti: Volgiti propizio alla preghiera e alla supplica del tuo servo, o Signore mio Dio, ascoltando il grido e la preghiera che il tuo servo innalza oggi dinanzi a te! (1 Re 8,28; cf 2 Cr6,19). Senza essere certo del Tu che gli sta di fronte, l'orante non oserebbe supplicare: Ti siano gradite le parole della mia bocca, davanti a te i pensieri del mio cuore. Signore, mia rupe e mio redentore (Sal 19,15; cf 119,169-170). È solo all'interno di un dialogo con un Tu percepito davanti a Lui, che il salmista può dire giunga fino al tuo volto il gemito dei prigionieri; con la potenza della tua mano salva i votati alla morte (Sal 79,11).

Benché la vita dell'uomo sulla terra sia per lo più un grande travaglio (cf. Gb 7,1), dove a nessuno è risparmiato il duro passaggio attraverso il crogiolo della prova (Sir2.51; 2 Cor 4,7-18), tuttavia in alcune situazioni o circostanze particolari, l'esperienza della protezione e della benevolenza di Dio si rende più diretta, più intensa: anche allora la preghiera davanti a Dio sgorga dal cuore, come leggiamo nella vita di Davide, dopo la profezia di Natan: Tu, Dio mio, hai rivelato al tuo servo l'intenzione di costruirgli una casa, per questo il tuo servo ha trovato l'ardire di pregare alla tua presenza (1 Cr 17,25).

Lo sguardo sul bene e sul male

Rinnovare la coscienza di essere sempre davanti al Signore, vivere lucidamente la relazione con il Tu che definisce l'io, viene descritto nella Bibbia anche nell'immagine del giudizio: tutto appare nella sua verità, agli occhi di Dio (davanti a te sono tutte le mie vie, Sal 119,168). Non viene in tal modo evocata innanzitutto l'intransigenza del giudice, ma l'espressione di una vigile paternità. Come un padre... egli sa di che siamo plasmati» (SaI 103,13-14). L'uomo ben sa che le proprie scelte sono inevitabilmente segnate dal limite (Davanti agli occhi del Signore le vie dell'uomo, tutti i suoi sentieri egli scruta, Prv 5,21): la sua dipendenza creaturale è a un costante richiamo alla responsabilità, nel dover rendere conto di se stesso (nessun vivente davanti a te è giusto, Sal 143,2).

L'immagine stessa del giudizio di Dio non è solo evocazione di una possibile condanna, ma apre essenzialmente una prospettiva salvifica per gli oppressi e i bisognosi di giustizia: il Signore porse l'orecchio e li ascoltò, un libro di memorie fu scritto davanti a lui per coloro che lo temono e che onorano il suo nome (Ml 3,16). Avere l'ardire di avvicinarsi a Lui, fuoco divorante (cf. Ger 30,21), presentarsi al suo cospetto ed esporre davanti a lui la propria causa (cf Gb 23,4) non è solo espressione di grande fiducia ma anche di audace autocoscienza, perché, come afferma ancora Giobbe, un empio non si presenterebbe davanti a Lui (Gb 13,6).

Bene e male stanno allo scoperto davanti a Dio, che nella sua universale chiaroveggenza non fa accezione di persona: anche il proprio peccato diviene, nell'esperienza di fede, argomento per commuovere la sua misericordia: Davanti a te poni le nostre colpe, i nostri peccati occulti alla luce del tuo volto (Sal 90,8). L'umile confessione instaura nuovamente la possibilità della comunione reciproca: Sono molti davanti a te i nostri delitti, i nostri peccati testimoniano contro di noi (Is 59,12). Il riconoscimento della propria miseria diviene incentivo della preghiera, argomento per l'intervento salvifico: Tu conosci la mia infamia, la mia vergogna e il mio disonore; davanti a te sono tutti i miei nemici. L'Insulto ha spezzato il mio cuore e vengo meno. Ho atteso compassione, ma invano, consolatori, ma non ne ho trovati (Sal 69, 20.21).

Conclusione

La vita monastica invita ad assumere con coraggiosa pienezza tutto ciò che implica il permanere davanti a Dio: attraversando la complessità del vivere umano in tutte le sue dimensioni, diviene per questo, ma come in sovrappiù, un ministero di intercessione, per quella comunione esistenziale con tutti gli uomini scavata dall'approfondimento della propria umanità, redenta dal Salvatore.

(da Vita nostra, 1 (gennaio/giugno), 2005, p. 9)

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