Sabato, 20 Settembre 2014
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Sabato 30 Aprile 2005 21:29

Innamoramento, sogno, amore

vita di coppia

Innamoramento, sogno, amore


TONY PICCIN Vallà (Treviso)


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Innamorarsi, sognare ed amare rappresentano la forza fondamentale del nostro essere, un cammino che va dall'amore di sé, all'amore dell'altro per sé, e infine all'amore dell'altro per l'altro e Per poter compiere questo passaggio - una «conversione» che può durare tutta la vita - occorre saper ascoltare l'altro, avvicinarsi a lui senza paure, essere capaci di meraviglia.

 

Il piccolo principe chiese alla volpe: «Che cosa vuoi dire "addomesticare"?». «È una cosa da molto dimenticata. Vuol dire "creare dei legami"...», rispose la volpe. (...) «Creare dei legami?». «Certo» disse la volpe. «Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno dite. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addornestichi, noi avremo bisogno l'uno dell'altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo». «Comincio a capire», disse il piccolo principe. «C'è un fiore... credo che mi abbia addomesticato..». (...) Ma la volpe tornò sulla sua idea: «La mia vita è monotona. Io do la caccia alle galline, e gli uomini danno la caccia a me. Tutte le galline si assomigliano, e tutti gli uomini si assomigliano. E io mi annoio, perciò. Ma se tu mi addomestichi, la mia vita sarà come illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica. E poi guarda! Vedi, laggiù in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano, per me è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai dei capelli color dell'oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano...». La volpe tacque e guardò a lungo il piccolo principe: «Per favore... addomesticami», disse. «Volentieri», rispose il piccolo principe, «ma non ho molto tempo, però. Ho da scoprire degli amici, e da conoscere molte cose». «Non si conoscono che le cose che si addomesticano», disse la volpe. «Gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici. Se tu vuoi un amico addomesticami!». «Che bisogna fare?», domandò il piccolo principe. «Bisogna essere molto pazienti», rispose la volpe. «In principio tu ti siederai un po' lontano da me, così, nell'erba. Io ti guarderò con la coda dell'occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po' più vicino...».

Nella pagina riportata da «Il piccolo principe» di Antoine Saint-Exupéry (Ediz. Bompiani) ricorre spesso il verbo «addomesticare» che suscita l'idea immediata di dipendenza. E curioso provare a sostituire il termine «addomesticare» con «innamorarsi» prima, quindi con «sognare» ed infine con «amare» ripetendo ogni volta la lettura di queste poche righe. Ne risulta una descrizione interessante e concreta del rapporto amoroso di una coppia che rompe la solitudine, il male più grave dell'uomo, ma nello stesso tempo crea legami di dipendenza che possono essere causa di rivalità e conflitti, produce un progressivo movimento di avvicinamento ma senza investire e sopraffare. E poi il tempo da dedicare ai «riti» e ai «simboli» che permettono di scoprire e scoprirsi. Sempre che l'amore alla fine riesca a realizzare il miracolo dell'unione dell'uomo e della donna.

«Se tu vieni tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell'ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità! Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore... Ci vogliono i riti».

 

Le stagioni della vita

Innamorarsi, sognare ed amare rappresentano la forza fondamentale del nostro essere, ma come ogni realtà che evolve con l'età, nel bambino c'è un forte movimento accentratore, una richiesta continua ed assoluta di tante attenzioni, un amore di sé. In questa fase della vita il bambino impara a prendere coscienza di se stesso. La stima di sé non è un fattore negativo neppure per il giovane o l'adulto, purché l'amore non ristagni nella miope visione di se stessi e del proprio piccolo orizzonte. E uno stadio destinato a tra-scendere negli altri stadi ma rimane la base necessaria su cui costruire. Infatti una persona non può donare e donarsi ad altri se prima non si possiede, se non si stima ed ama.

Un passo più avanti nella vita ci si accorge dell'«altro», la mamma, il papà, l'amichetto,... ma il bambino ama questi «altri» per sé, per ricevere, per avere, per soddisfare un amore egocentrico. E l'amore dell'altro per sé, perché al centro rimane l'«io». E pur vero che anche da adulti senza un pizzico di soddisfazione personale non si muove nessuno. Tuttavia è anche questo un gradino da salire per arrivare all'amore dell'altro per l'altro.

Ci si mette in viaggio per incontrare e per accogliere qualcuno che è diverso da noi, un viaggio verso l'ignoto, verso una terra straniera da scoprire giorno dopo giorno, di avventura in avventura.

La saggezza antica dell' autore del libro di «Tobia» esprime questo concetto con chiarezza nel racconto metaforico della storia di due famiglie.

Abbiamo poi un ulteriore passaggio:nell'altro amiamo tutti gli altri. Voglio dire che nessuno può amare gli altri se non in un altro. Se non si impara ad amare davvero concretamente qualcuno non si riesce ad amare gli altri. Come risulta importante un vero rapporto di coppia in cui venga esperimentato l'innamoramento, il sogno, l'amore; oppure un vero «incontro» con Cristo e in lui abbracciare un mondo intero di persone!

 

Un'epoca che dà grande significato al «sentire»

Dopo aver accennato alle varie stagioni della vita che preparano l'evento giovanile del primo e di successivi innamoramenti occorre guardare alla cultura attuale sull'amore. Oggi si dà molta importanza al «sentire» e assai meno all'impegno-dovere. La persona cerca prima e soprattutto la propria realizzazione e comunque una sua autonomia economica ed affettiva che le permetta di essere libera nelle sue decisioni. La tendenza è completamente opposta al passato che vedeva l'innamoramento come un momento di infatuazione che estraniava dalla realtà, e perciò pericoloso, ma tuttavia di una certa utilità per il fatto che faceva approdare all'amore vero. Ora invece si vorrebbe, se non far rientrare il termine «amore» in quello di «innamoramento», almeno legarli in maniera stretta, per cui non ci si può amare se non si rimane innamorati. Sappiamo però che l'instabilità del sentimento può creare non poche difficoltà alla coppia. Le conseguenze di tali atteggiamenti sono già ben visibili nelle numerose separazioni e nuove unioni non legalizzate, nella paura dei giovani di affrontare il matrimonio (in futuro almeno un terzo di persone adulte non si sposeranno), nei rapporti occasionali e con partner diversi sempre più frequenti.

Senza inutili rimpianti e senza demonizzare nulla e nessuno cerchiamo gli aspetti positivi di questa nuova tendenza:

l'amore, quando esiste, è spontaneo, unisce in modo profondo ed è grande fonte di gioia. Va scomparendo la «tomba dell'amore», ossia l'amarsi «per amore o per forza»;

- l'amore, quando esiste, è visibilmente sincero, diventa perciò autentica testimonianza. Non c'è più bisogno di ostentare forzati sorrisi di giorno in pubblico quando il cuore piange per le violenze in privato di notte;

- l'amore quando esiste, è vero, aperto ad accogliere e a donare vita al coniuge, ai figli e ad ogni altra creatura.

 

Se l'amore non esiste è inutile fingere o creare barriere sociali protettive; la sfiducia, l'ansia, il pessimismo trasudano in ogni caso con quella acidità che avvelena ogni cosa.

Forse occorre vedere con occhio più sereno la realtà dell'amore, e più che imbrigliarlo dileggi e divieti, dargli la possibilità di nascere, crescere e svilupparsi anche come «sentimento». Si tratta di coltivare il «sentire» e il «piacere».

E il nuovo importante impegno degli sposati: vivere e sviluppare questa realtà tipica della coppia e renderla visibile contagiando in modo particolare i giovani che si incamminano verso il matrimonio. E la buona notizia, il vangelo che devono predicare coloro che vivono il sacramento del matrimonio.

C'è un'altra convinzione che si deve radicare nella nostra mente: l'amore, per quanto povero, è sempre vita, l'odio è peggiore.

Da qui possiamo prendere motivo per una più serena valutazione di chi ha ricominciato una nuova avventura di coppia dopo il fallimento del primo matrimonio.

 

Dalle parole ai fatti

«Voglio bene a tutte due, a mia moglie e all'altra». L'amore, come ogni realtà umana, non si può scindere in tutto e nulla. È importante tenerlo presente perché si può sempre cercare di ravvivare ciò che si è affievolito e limitare qualcosa che per capriccio, novità, spirito di trasgressione sta ingigantendo e soffocando l'armonia di coppia.

Le occasioni della vita spesso non favoriscono 1' «istituzione matrimonio». Si pensi alla collega o ai capoufficio accanto al quale si vive la maggior parte della giornata, mentre alla famiglia si riesce a dedicare solo qualche ora stanca di sera.

Questo strano amore è come un uccello imprigionato nel cavo delle mani; se si vuole costringere l'«altro» si finisce per soffocarlo, se lo si lascia libero si rischia di perderlo... ma se ritorna a posarsi di sua iniziativa sulla mano aperta è una gran gioia.

 

Occasioni da reinventare

Si dice che le principali agenzie matrimoniali siano oggi le discoteche. Considerato il frastuono, l'affollamento ed altri fattori che si preferisce non nominare, non mi sembrano all'altezza di svolgere questo delicato compito.

Innamoramento, sogno e amore, queste tre realtà che non vogliamo distinguere e separare perché le sentiamo come tre aspetti di un unico «amore» hanno bisogno di nutrirsi di silenzio, di ascolto, di vicinanza, di contemplazione.

Nella relazione di coppia il silenzio è fondamentale. È nel silenzio che la persona ritrova se stessa, che difende la propria interiorità ed originalità di uomo e di donna. Ogni volta che usciamo da noi stessi per incontrare l'altro dobbiamo poi rientrare per essere «due» e rimanere «due», senza cadere in una fusione spersonalizzante, per non invadere ed essere invasi. È importante non perdere se stessi, la propria identità, perciò occorre il silenzio.

«La voce infatti non giunge durante una tempesta (...)

è la voce di un silenzio simile a un sof­fio ed è facile soffocarla. (...)

Qui inizia il cammino dell'uomo.

Il ritorno decisivo a se stessi è nella vita dell'uomo l'inizio del cammino...» (MARTIN BUBER, Il cammino dell'uomo, Ed. Qiqajon, Bose, pp. 22-23).

 

L'ascolto:         non posso avvicinarmi all'«altro» partendo dalle mie idee, schemi, cultura. E un «altro» che mi interpella, di altre origini, di altre convinzioni, di altri vissuti, di un'altra spiaggia.

 

L'avvicinarsi gradualmente senza impaurire o impaurirsi per le grandi differenze. Abitudini diverse, gusti che diventano bisogni importanti per la persona e vanno rispettati e assecondati.

«Lasciate che vi sia un moto di mare tra le sponde delle vostre anime. (...)

Così come le corde del liuto son sole benché vibrino della stessa musica(…)

E restate uniti, benché non troppo vicimi insieme:

poiché le colonne del tempio restano tra loro distanti,

e la quercia e il cipresso non crescono l'una all'ombra dell'altro»

Kahlil Gibran, Il Profeta, Ed. Guanda).

 

La contemplazione è la meraviglia di scoprire sempre qualcosa di nuovo nella persona che amiamo.

Questa nostra società che investe così tanto nel «sentire», ha per contro spazzato molti simboli e riti dell'amore. La banalizzazione, la nudità mercificata, l'occasionalità, la fretta, i rapporti precoci hanno fatto dimenticare i tempi lunghi del corteggiamento e di tutte le delicate attenzioni che servono a tener desta l'attesa, il desiderio, la sorpresa. Denaro, regali, corse sfrenate vorrebbero col-mare il «sogno» che il cuore coltiva e protegge delicatamente come il tesoro più prezioso. Innamorarsi è bello perché proietta la persona più in là della prosaicità quotidiana. Tutti abbiamo bisogno di queste motivazioni e di questo slancio per non finire nell'appiattimento. Occorre l'impegno di continuare ad innamorarci e di far innamorare ogni giorno il nostro partner con molta fantasia. Occorre godere profondamente il piacere di essere vicini, di amare e di essere amati.

Il bisogno dei riti e dei simboli dell'amore lo cogliamo nella fastosità delle cerimonie di nozze, peccato che siano così artificiose e vuote di significato.

 

Il simbolo più profondo del movimento di affettività reciproca che unisce l'uomo alla donna è senz'altro l'alleanza. Uomo-donna diventano immagine visibile dell'amore fedele e perenne di Dio.

Nulla riuscì a cancellare dal mondo questo segno, neppure le acque del diluvio

 

Tony Piccin

 

Pubblicato in Spiritualità Familiare
Sabato 30 Aprile 2005 21:25

Il rischio inaudito del credere

Il rischio inaudito del credere

 

Ed ecco che Maria porta a termine ciò che ha iniziato. È stata lei la prima a vedere ciò che mancava alla festa: tutte quelle caraffe vuote sul tavolo delle nozze. Ed è stata lei a rivolgersi a Gesù, all’insaputa di tutti, perché lei, la madre, sapeva che il figlio sarebbe stato in grado di porre rimedio a quella mancanza.

Ma in prima battuta Gesù ha resistito, come i figli resistono alle madri. Per tenere la giusta distanza. Per non confondere il proprio desiderio con quello di Maria. Per poter essere lui stesso a scegliere ciò a cui è stato chiamato dal Padre.

E poi quella parola che schiocca come una frusta sulla sollecitudine materna: «Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora».

Un modo per farci rientrare nei ranghi, noi che siamo sempre così pronti ad indicare a Dio la strada da seguire.

Ed è appunto qui, in questo ridisporsi dello spazio che le è proprio, che può avere inizio la fede. Rinunciando a sapere ciò che è bene, anche quando abbiamo già in qualche misura interiorizzato la stessa idea di bene. Per rimettersi all’Altro, subito ed incondizionatamente. Quell’Altro che meglio di noi conosce ciò di cui abbiamo bisogno.

Alla risposta del figlio, Maria avrebbe potuto risentirsi. Sentirsi ferita e tenergli il broncio. Ma in lei c’è qualcosa di infinitamente superiore al gioco emotivo della carne. C’è quell’ondata di fiducia che la domina fin dal momento dell’Annunciazione. C’è quell’accondiscendenza d tutto l’essere a Dio, quella dolcezza derivante dall’aver detto sì ricevendone poi ogni giorno il frutto. È questa la ragione per cui può comprendere la replica, senza scomporsi.

E dunque il tempo dei conciliaboli finisce, perché la storia deve andare avanti. Maria conclude ora il ruolo della donna vigilante eclissandosi: «Fate quello che vi dirà». Non sa ancora del «dire» del Figlio, ma chiede solo che gli si presti fede, e soprattutto che si «faccia» di conseguenza. Che si faccia tutto il possibile affinché la Parola di vita si sviluppi – come si sviluppa un fuoco – all’internodi quella festa che sta andando a rotoli.

«Fate quello che vi dirà» è quanto aveva già detto il Faraone al suo popolo riferendosi a Giuseppe, che aveva fatto riporre del frumento nei granai in previsione della carestia che s’annunciava in Egitto (Gn 41,55).

È, inoltre. La parola di Mosè che annuncia un altro profeta come lui e nel quale l’apostolo Pietro riconosce il Cristo: «Voi lo ascolterete in tutto quello che vi dirà» (At 3,22).

È così che Maria qui si riappropria del gesto antico della fede, quando l’essere umano rinuncia ad abitare solo con se stesso per aprirsi ad un qualcuno che lo trascende per ri-posarsi in un Altro-da-sé. Non per pigrizia, né in un atteggiamento rinunciatario, ma perché è là che si trova la verità della sua umanità. Non esistiamo se non per essere strettamente connessi al Dono della vita. A quel Dono di cui non ci sarà mai dato di sapere quale sarà l’esito odierno, né come riuscirà ad incarnarsi nel grumo delle nostre storie.

«Fate quello che vi dirà». È davvero necessario, a questo punto, che intendiamo l’imperativo di credere la Parola più forte delle evidenze che si fanno prepotentemente strada in noi, più forte anche delle resistenze che rendono opaco il nostro cammino.

Ancora una volta Maria ci indica la strada. Grazie a lei, comprendiamo che i segni posti da Dio nelle nostre esistenze non possono essere il risultato di un qualsivoglia accanimento spirituale – una sorta di mobbing, di molestia esercitata sul divino! – ma che al contrario si manifestano in quegli spazi in cui accettiamo di lasciare la presa e di lasciarci lavorare dalla Grazia.

Ma c’è ancor più che il credere. C’è l’invito a passare all’azione, nel cuore stesso delle nostre oscurità. «Fate quello che vi dirà». Quel giorno, a Cana, sulla parola di Gesù i servi della casa hanno rischiato quel gesto, tanto inaudito quanto incongruente, di riempire le giare destinate al rito della purificazione. Equivaleva a trasgredire ad un ordine stabilito, a mettersi automaticamente fuori alle pie abitudini. Occorreva osare, occorreva credere.

Ora, quel gesto loro l’hanno fatto. E non metà. Hanno riempito le giare “fino all’orlo”, precisa il testo.

Andare fino in fondo nei nostri gesti, «abitare» pienamente il richiamo che ci viene rivolto ad essere vivi.Ascoltare la Parola che parla in noi, rischiare quei comportamenti che possono anche stupire. Entrare nella domanda sena conoscere la risposta, rimettersi a Colui attraverso cui proviene il nuovo, come Gesù ha fatto col Padre… ecco dunque il lavoro della fede che deve sempre essere rimessa in questione nelle nostre esistenze. Non è forse l’unico lavoro davvero essenziale? Quello in cui tutto acquista un senso?

 

Francine Carrillo

Pastora evangelica – Plan-des-Ouates (Svizzera)

Da “Famiglia domani” 3/2000

Pubblicato in Spiritualità Familiare
Mercoledì 30 Marzo 2005 19:24

Famiglia e ricchezza

FAMIGLIA E RICCHEZZA

(Itinerari verso la povertà...)

TONY PICCIN

Vallà (Treviso)

- Il godere delle cose è uno dei messaggi che la famiglia è tenuta a dare al mondo - Ma le cose sono di tutti e servono a tutti per una vita più serena - Le cose possono diventare causa di profonde discordie se non servono per creare il bene di tutti e a coltivare un amore reciproco - Un itinerario verso la povertà da percorrere in famiglia, sapendo che «poveri non si nasce, si può nascere poeti, ma non poveri, poveri si diventa» (Tonino Bello)

Sono andato di recente con mia moglie in casa di due sposi in occasione del loro primo anniversario di matrimonio. L'abitazione si trovava in una nuova zona residenziale circondata da una curata vegetazione. L'arredamento di ogni stan­za era lussuoso, l'ordine meticoloso, l'il­luminazione, il riscaldamento, la zona cottura con gli accorgimenti più sofisti­cati; tutto curato con gusto straordinario e naturalmente una spessa porta blindata munita di antifurto non poteva mancare all'ingresso. Nel tempo trascorso in quella casa non ho sentito una sola volta squil­lare il telefono o il citofono, non sono riu­scito a vedere da nessuna parte un libro od una rivista di qualsiasi genere… Poveri­ni, come dovevano sentirsi soli lì dentro in quella mostra d'avanguardia del mobi­le; e probabilmente saranno pure oggetto d'invidia da parte di vicini e conoscenti.

«Poveri» non si nasce, si diventa...

Eppure il Signore ha creato le cose per la felicità degli uomini; i beni di questo mondo, proprio perché usciti dalla ma­no generosa di Dio, sono «cose buone» che dovrebbero rendere contento il cuo­re dell'uomo.

L'uomo rincorre queste cose, cerca in tutti i modi di accaparrarle per sé e per la sua famiglia e alla fine si accorge di avere, di amare, di cercare continuamente e soltanto «cose» che non potranno mai soddisfare la sua sete di felicità.

La situazione in questo nostro mo­mento storico non è per molte famiglie molto rosea: il lavoro scarseggia, gli sti­pendi perdono del loro valore d'acquisto, le tasse aumentano di continuo; a volte le situazioni diventano drammatiche, spesso sono di grave disagio o di pesante sacrificio in stridente contrasto con una minoranza di persone che abbonda e sperpera.

La povertà materiale è una strada si­cura verso la felicità? O al contrario è la ricchezza che ci fa davvero «star bene» in famiglia?

Un noto proverbio afferma che «il de­naro non fa la felicità» ... e qualcuno con sottile ironia aggiunge: «figuriamoci la miseria!». La frase così scherzosamente completata ci fa intravedere che la tran­quillità di un'economia materiale permet­te di essere più sereni, permette di colti­vare valori intellettuali, sociali, spiritua­li, permette infine di poter avere dei mo­menti di relax e di svago che rendono si­curamente la vita più bella ed interessan­te. Il cielo, il mare, le montagne... sono fatti perché qualcuno li veda e ne gioisca; la casa, l'auto, la TV... sono realtà altret­tanto utili e buone per la nostra vita, ma ogni «cosa» non è fine o scopo della vita bensì un mezzo che ci permette di amare di più le persone e di renderle felici.

Il godere delle cose è uno dei messag­gi che la famiglia è tenuta a dare al mon­do. Infatti in famiglia possono servire per rendere migliori i rapporti tra le persone: le cose sono di tutti e servono a tutti per una vita più serena. Tuttavia esse posso­no anche diventare causa di profonde di­scordie se non servono per creare il bene di tutti, se non contribuiscono a coltiva­re un amore reciproco. La famiglia allo­ra può diventare esempio vivo di come te­nere ed usare la poca o molta ricchezza che vi può essere sia al suo interno sia nel nostro paese.

Ora che sono caduti gli ideali socio-politici comunisti o socialisti costruiti su fredde teorie filosofiche dovrebbe final­mente prendere piede il giusto comuni­smo che è quello basato sull'amore che Cristo ha riacceso in questo mondo. Cre­do che la famiglia sia uno dei luoghi più adatti per esperimentare la condivisione dei beni, la loro destinazione ed insieme la loro relatività rispetto ai valori fonda­mentali dei quali sono a servizio.

Si tratta allora di coltivare uno stile di vita familiare orientato alla povertà perché «poveri non si nasce, si può na­scere poeti, ma non poveri; poveri si di­venta (...) richiede un tirocinio difficile» (Tonino Bello). Si può nascere nell'indi­genza e nella miseria, ma queste riguar­dano la condizione economica, la pover­tà invece è una virtù del cuore.

La povertà come virtù del cuore, come stile di vita, nasce da alcune convinzioni...

Uno stile di vita «povero» prende mo­tivo da alcune convinzioni profonde:

- La netta supremazia della persona sul creato.

Verrà un tempo in cui questo mondo finirà, crollerà come un castello di sabbia ma ognuno di noi è destinato a vivere per l'eternità. Il più limitato degli operai e più im­portante della macchina su cui lavora, lo scolaro è più importante della lezione che deve imparare, l'emarginato seduto sui gradini a chiedere l'elemosina supera di gran lunga l'importanza del duomo di S. Maria del Fiore che gli sta sopra la testa. E questo la famiglia lo sa bene quan­do ogni giorno è costretta a recuperare i suoi membri feriti dall'impatto con l'e­sterno in cui fanno testo uomini che dan­no troppo valore alle cose;

- Il valore assoluto dell'«essere» ri­spetto all'«avere».

Anche il Vangelo ci sprona a cercare delle amicizie con il de­naro della iniquità. Si tratta di coltivare ciò che serve ad arricchire lo spirito, ciò che è utile a scuotere l'intelligenza, a sviluppare le doti personali.

La famiglia ha esperienza di quanta pressione viene fatta dall'uno o dall'al­tro dei suoi membri per spese inutili e a volte assurde soltanto perché «gli altri ce l'hanno», e come è difficile orientare gli acquisti in senso opposto alla mentalità consumistica;

- Filtrare l'entrata di messaggi errati attraverso una grande capacità di dialo­go e di critica.

E' l'antidoto più efficace che riesce a togliere l'ansia della ricerca di beni e soddisfazioni immediate rispet­to invece ai valori meno appariscenti ma veri. Solo perché c'è amore tra gli sposi e con i figli si riesce a «scherzare» e perciò a smontare il culto esagerato del corpo, del vestito e gli atteggiamenti stereotipa­ti assorbiti dalle varie agenzie di turno. Insomma a disappiccicare le persone pic­cole e grandi da modelli che non aiutano sicuramente a creare la semplicità dei rap­porti;

- Il valore delle scelte di vita.

Non è facile vivere con coerenza la tensione ver­so occasioni e momenti arricchenti piut­tosto che lasciarsi trascinare dalla folla che corre allo stadio, alle discoteche, al­le più sciocche forme di divertimento.

Il proverbio ci suggerisce che «il tem­po è denaro», forse in altra chiave lo po­tremmo meglio tradurre in: «il tempo è occasione di crescita personale e familia­re» per chi ne vuole approfittare;

- La ricchezza è un bene per tutti, non destinato a ristagnare in tasca a qualcu­no.

L'attuale situazione economica rap­presenta un grave scandalo contro il quale tutti noi, che siamo Chiesa, dovremmo fortemente protestare: l'uso a scopi per­sonali ed egoistici del denaro pubblico, le troppo consistenti disparità di salario, la cattiva amministrazione... sono scandali ai quali non ci si deve rassegnare. Ogni grave disordine o distorsione del piano del Creatore è destinato ad esplodere in for­me violente. La famiglia vive fortemente il suo di­sagio davanti alle pressioni provocate da queste ingiustizie e tiene a fatica il con­traccolpo.

...e si attua attraverso qualche esercizio pratico

Per imparare l'arte della povertà fa­miliare è utile fare anche qualche eserci­zio pratico come:

- soccorrere o accogliere chi è nel bi­sogno. Vivere il problema così da vicino lasciandoci coinvolgere aiuta a relativiz­zare la nostra sete di avere, e a dare la giu­sta importanza al denaro;

- evitare lo spreco per non impoverire ulteriormente chi è nell'indigenza a causa di certo sconsiderato sfruttamento e per non inquinare ulteriormente l'ambiente;

- accostarsi ad esperienze di essenzia­lità a misura di famiglia, forme che van­no moltiplicandosi in questi ultimi anni per opera di gruppi e movimenti. Convi­venze di breve durata che aiutano a met­tere in comune con altre famiglie il pane e il sorriso, senza tutte le abituali como­dità che ognuno si è creato nella propria casa. Queste occasioni servono a riscopri­re tutta una serie di valori che il nostro «benessere» tiene assopiti.

Tutto questo può formare il piedestal­lo su cui costruire un rapporto sereno tra famiglia e ricchezza e diventa motivo di maggior serenità per quelle famiglie che si trovano in difficoltà. Ma l'ultima paro­la è di Gesù che vuole espressamente no­minare come primi «beati» i «poveri in spirito», ossia coloro che la povertà la cercano e la coltivano come virtù perché egli regna in loro e attraverso loro. 

Tony Piccin

Pubblicato in Spiritualità Familiare
Sabato 26 Febbraio 2005 11:42

Parlare d’amore

Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo… · Allora Maria disse:- Eccomi sono la serva del Signore. Avvenga di me quello che hai detto… (Luca, 1,26-38).

La salvezza del mondo è dipesa da uno scambio tra Dio e una giovane donna. Il brano di Luca ce ne fa sentire l’eco, sempre sconvolgente. Un dialogo in cui Dio ha preso l’iniziativa. È in suo nome che l’angelo Gabriele parla alla Vergine Maria.

Pubblicato in Spiritualità Familiare
Domenica 20 Febbraio 2005 17:03

La festa nuziale - Luigi Ghia - 4a Parte

La festa nuziale

· Una festa a rischio · La nostra festa di nozze · E’ davvero una festa? · L’amore e la gioia, oltre il deserto…

Quarta parte

ALCUNE DOMANDE, PER CONCLUDERE

Viene spontaneo collegare la festa,
"questa" festa che abbiamo tentato dì delineare in modo così
imperfetto, alla giovinezza della vita. Rifiutandone però ogni
retorica. Sapendo che l'ideale sarebbe una festa capace di disvelare il
volto segreto dell'altro, ma rifiutando nel contempo ogni illusione:
nel nostro mondo, attorno a noi, forse nella nostra stessa famiglia, ci
sono persone ripiegate su se stesse che non hanno mai sperimentato la
festa. Fa festa chi è, o chi si sente, giovane. Rifiuta la festa chi è,
o indipendentemente dall'anagrafe, si sente vecchio. Purtroppo sono
molti i giovani che rifiutano di "fare festa". Sotto molti coloro che
non accettano più di sorridere, che si chiudono nel mutismo, che cedono
alla depressione, che hanno paura della aldilà. E a questo punto ci
poniamo alcune domande inquietanti. Il mondo secolarizzato è un mondo
felice? La dinamica e la comunicazione dell'esperienza religiosa
trasmettono gioia o stanchezza? Apertura o chiusura? Senso o non senso?
La nostra "vecchia" Chiesa conserva ancora quel cuore umile e povero
per saper sorridere, con quello stesso riso di Sara che aveva sì il
seno avvizzito, ma il cuore giovane? In questa Chiesa è lo scambio
paritario e gioioso della relazione autentica di coppia a rappresentare
il paradigma del reciproco rapportarsi, oppure ad imporsi è il modello
autoritario, fondamentalista, clericale, pessimista? Ed ancora:
sappiamo cogliere e valorizzare quel religioso che è in noi e negli
altri, come struttura autonoma della coscienza, indipendentemente dalla
nostra e altrui collocazione nelle chiese o al di fuori di esse? La
ricerca di un senso all'esistere può essere vissuto nell'orizzonte
della gioia e della libertà? E infine: che fare perché questa festa -
non questa gabbia, questa condanna, questa attenzione ossessiva al
dato, alla casistica, ma questa festa sempre nuova sempre rinnovatrice
- diventi lieto annuncio, regno, beatitudine, fiducia, speranza,
missione, dono che rivela finalmente l'ineffabile volto di Dio?

Luigi Ghia

Asti

da "Famiglia domani" 1/2000

Pubblicato in Spiritualità Familiare
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