Sabato, 25 Ottobre 2014
Visualizza articoli per tag: Spiritualità Familiare
Sabato 13 Novembre 2004 16:34

"Aquila e Priscilla" (Paola Lazzarini)

 

Aquila e Priscilla

(At 18,1-4 18-19)

La scena si apre su Paolo che, appena lasciata Atene si reca a Corinto. Ad Atene si era scontrato non con le sassate come ad Antiochia, né con le bastonate e il carcere come a Filippi, ma con un uditorio scaltrito e cinico, incapace di farsi coinvolgere, troppo abituato ad ascoltare discorsi e sofismi.

Neanche l’annuncio di Paolo riuscirà a toccare il cuore di quella gente e se ne andrà da quella città amareggiato. La sfida al mondo intellettuale, disincantato e agnostico, rimane aperta e come Paolo, anche noi cristiani presto rinunciamo davanti alle difficoltà di portare la Buona Notizia del Regno a chi ci oppone muri di cinismo e cultura.

Paolo arriva a Corinto ed incontra una coppia, Aquila e Priscilla, che era stata costretta a lasciare l’Italia a causa di un ordine dell’Imperatore che ingiungeva a tutti i Giudei di lasciare Roma, e si ferma ad abitare con loro. Il testo non dice molto di questi due personaggi, non dice neppure se si fossero già convertiti al cristianesimo o meno, dice solo che accolsero Paolo come un fratello e che egli lavorò con loro, tornando al suo antico mestiere, e che ogni sabato si recava nella sinagoga portando il suo annuncio a tutti, indistintamente.

Questa collaborazione e questo sostegno reciproco gettano una luce di speranza sul rapporto tra consacrati e sposi. Ed è soprattutto il verso 18 a colpirci: Aquila e Priscilla accompagnano Paolo fino ad Efeso, gli sono compagni ed alleati.

Davanti a questi pochi versi si infrangono tutte le difficoltà della collaborazione tra laici e consacrati: non ci sono rivendicazioni, non si sottolineano le diversità, perché il fatto che ci siano è naturale e necessario, ma si sceglie la strada del sostegno reciproco, e sono in particolare gli sposi, per la loro vocazione, a saper creare un contesto di accoglienza che rigenera l’apostolo e gli dà forza per proseguire il suo viaggio.

Scendendo un poco più in profondità nel discorso sui rapporti tra le diverse vocazioni bisogna innanzi tutto affermare che c’è una sostanziale incapacità di capire una vocazione diversa dalla propria. E’ un fatto col quale bisogna confrontarsi, per quanto santi e illuminati gli sposati hanno difficoltà a capire che cosa realmente sia una chiamata alla consacrazione, e allo stesso modo i consacrati non hanno modo di vedere fino nel cuore della vocazione matrimoniale, e prima accettiamo questa incomunicabilità, prima finiranno le rivendicazioni sul primato di una vocazione sull’altra, rivendicazioni sterili e inutili per la Chiesa.

Il sacramento battesimale rende tutti i cristiani "abili" all’evangelizzazione, non è necessario alcun sacramento aggiuntivo a questo scopo, per questo tutti abbiamo il dovere di prepararci responsabilmente a questa missione, ma certamente la Chiesa si nutre delle diversità che la fantasia di Dio ha creato, e la diversità delle vocazioni è una di queste. Ed è bellissima, perché nella sua multiformità svela tratti diversi del divino che vuole manifestarsi in noi.


di Paola Lazzarini

Pubblicato in Spiritualità Familiare
Sabato 13 Novembre 2004 16:34

"Noemi e Rut" (Paola Lazzarini)

 

NOEMI E RUT

(Rut 1, 1-18)

Una coppia particolare, composta da due donne: Noemi e Rut, suocera e nuora, sa parlarci dell’alleanza coniugale all’interno della Chiesa.

Noemi, dopo essere rimasta vedova in terra straniera (a Moab), con le sue due nuore, anch’esse vedove, decide di tornare in Giudea perché ha sentito che il Signore ha visitato il suo popolo. Noemi, che è stata duramente provata dal Signore, non sente questa visita come rivolta anche a lei, ma decide ugualmente di partire sentendo che la promessa del suo popolo può diventare anche sua se ritornerà. Ugualmente Rut, moabita, si "attacca" letteralmente alla suocera, decide di non lasciarla qualunque cosa accada e di seguirla in quella terra.

Possiamo vedere nel popolo di Giuda la Chiesa, "visitata" da Dio e benedetta, alla quale ogni uomo si aggrappa, anche se sfiduciato e senza speranza, perché "ha sentito dire" che là c’è un pane che è per tutti.
E’ esperienza di tutti noi vivere dei periodi di sfiducia e anche disperazione; proprio in quei momenti la Chiesa-madre ci sostiene, perché possiamo sempre pensare che là dove la nostra fede non arriva arriverà la fede degli altri fratelli: questo ci riapre l’orizzonte permettendoci di continuare a credere. Quante volte solo guardando agli altri riusciamo a dire: "se lui/lei crede allora posso credere anch’io, magari appoggiandomi sulla sua fede nei momenti bui".
La scelta di Rut invece ci parla dell’alleanza che può stabilirsi tra due persone. Rut lascia il paese di suo padre e investe tutto ciò che ha e che è, il suo futuro, nel rapporto con Noemi. La promessa di Rut ci fa pensare alla promessa di una sposa: dove tu andrai io andrò, dove ti fermerai mi fermerò, il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio il mio Dio, dove morirai tu morirò anch’io.

Per Rut la conversione al Dio d’Israele passa attraverso la scelta esplicita di stare accanto ad un’altra persona.
Quella promessa che in principio era riservata al popolo e che Noemi fa sua a fatica, ora si allarga fino a diventare anche la promessa di Rut; anche per lei il Signore provvederà il pane e, infatti, le due donne si dirigono a Betlemme che in linguaggio popolare significava "Casa del pane". Proprio da Betlemme verrà poi il Pane della Vita.

Il matrimonio può e deve essere anche questo: il luogo della conversione quotidiana all’unico Dio che sa saziarci; amare e seguire l’altro è – nella vocazione matrimoniale – la via per amare e seguire il Signore.
Il matrimonio cristiano è anche un’alleanza esplicita come quella di Rut ed è una scelta che comprende tutto, che investe tutto e che porta una promessa individuale – quella della salvezza – a diventare una promessa di coppia e di famiglia. Tutto entro le braccia sicure della madre Chiesa che ci permette ogni giorno di ritrovare il Pane che ci dà la vita.

di Paola Lazzarini

Pubblicato in Spiritualità Familiare
Sabato 13 Novembre 2004 16:32

"La sunammita" (Tony Piccin)

 

La Sunammita

(2 Re 4,8-37)

È impossibile calcolare i doni che abbiamo ricevuto da Dio, ma primo e sopra tutti, senza ombra di dubbio, c'è il dono della vita che ciascuno di noi ha ricevuto. Questo è il dono più bello del Signore; ce lo ha dato e non ce lo toglierà mai più in eterno perché noi, una volta nati, resteremo vivi per sempre pur se con modalità diverse come ci dice la nostra fede. E anche il servizio più grande che ci hanno fatto i nostri genitori. La coppia ha la grande responsabilità di generare, ossia di dare a Dio la possibilità di creare una nuova vita. È un bisogno quello della coppia di generare vita, ogni tipo di vita, da quella fisica a quella spirituale, ma è anche forte la tentazione di voler esserne padroni, di imprigionare "per noi" le vite che pulsano accanto a noi. La vita del partner o del figlio non è nostra, ma ci è stata messa accanto perché la custodiamo, perché la aiutiamo a svilupparsi in pienezza. La donna di Sunem ci si presenta come una persona "viva" ed attenta. Lei non ha figli ma c'è qualcun altro da accogliere: è l'uomo di Dio, il profeta. Ad Eliseo serve cibo per nutrirsi, un luogo in cui sostare: un letto, un tavolo, una sedia e una lampada" (4,10). Il profeta ha bisogno di riposare, ma anche di studiare la Torah e pregare in quella piccola stanza. Quasi come logica conseguenza della maturità interiore della Sunammita ecco il dono del figlio:

"L'anno prossimo, in questa stessa stagione, tu terrai in braccio un figlio" (4,~6). No mio Signore, uomo di Dio, non mentire con la tua serva" (4,16). Non mi illudere, non farmi promesse vuote. Infatti, quasi fosse un presentimento, il bambino che nasce, appena divenuto ragazzo improvvisamente muore.

"Essa salì a stenderlo sul letto dell'uomo di Dio; chiuse la porta e usci" (4,21). La coppia è il luogo (la situazione normale, l'ambiente naturale) dove nasce e fiorisce la vita, ma la vita è di Dio: egli l'aveva donata attraverso la preghiera di Eliseo, occorreva dunque rimettere tutto nelle sue mani.

Il profeta su quel letto non si può stendere perché è occupato da un cadavere. E poi quella donna non lo aveva pregato di non illuderla?

"Egli entrò, chiuse la porta dietro a loro due e pregò il Signore. Quindi salì, si distese sul ragazzo; pose la bocca sulla bocca di lui, gli occhi sugli occhi di lui, le mani nelle mani di lui e si curvò su di lui. Il corpo del bambino riprese calore (...) tornò a curvarsi su di lui; il ragazzo starnutì sette volte - la vita era tornata in pienezza - poi apri gli occhi" (4,33-35). L'atto di Eliseo sembra lasciarci il messaggio che "la vita genera vita" e solo l'amore è capace di compiere questo miracolo, qualsiasi tipo di amore, ma in modo tutto particolare quello che l'uomo nutre per la sua donna e la donna per il suo uomo.

Tony Piccin

Pubblicato in Spiritualità Familiare
Sabato 13 Novembre 2004 16:28

"Il figlio come dono" (Tony Piccin)

 

IL FIGLIO COME DONO

(1 Sam 1,24-28)

La Bibbia ci presenta parecchie volte la situazione di donne che si trovano in pena perché non possono avere figli.

In ognuno di questi casi si legge un piano provvidenziale del Signore che, attraverso queste situazioni sofferte, prepara un personaggio chiave della storia che Egli sta conducendo col suo popolo eletto.

Ogni volta ci troviamo anche di fronte a coppie che si amano in modo profondo e cercano di superare la mancanza di figli con una sensibilità delicata che le mantiene vive.

E' il caso di Elkana e Anna: "Anna perché piangi? Perché non mangi? Perché è triste il tuo cuore? Non sono forse io per te meglio di dieci figli? "(1 Sam 1,8).

Poi, il dono di Dio: Samuele!

Nel tempio del Signore in Silo prestava il suo servizio il sacerdote Eli e la sua famiglia. Tuttavia i suoi figli erano disonesti e non si curavano del Signore. La Bibbia ci fa capire che si stava creando una grave situazione di disordine sociale e religioso di cui erano responsabili i figli di Eli. Non basta averli, i figli, non basta crescerli in ambiente religioso perché questi seguano il progetto di Dio. Educare significa far scaturire dal cuore le realtà migliori create in noi ma non significa accontentare sempre, evitare ai figli i sacrifici, giustificare i loro errori... tutto ciò non rientra nel progetto di Dio.

"Io onoro chi mi onora, ma chi mi disprezza troverà disprezzo, dice il Signore" (1 Sam. 2,30). Ma il messaggio del Signore non è mai senza speranza, e la speranza questa volta è rappresentata da Samuele, consacrato al servizio del Signore presso il tempio di Silo.

Lo aveva consacrato la mamma con un voto quando, disperata aveva pregato per avere quel figlio:

"Signore degli eserciti, se vorrai considerare la miseria della tua schiava e ricordarti di me, se darai alla tua schiava un figlio maschio, io lo offrirò al Signore, per tutti i giorni della sua vita..." (1 Sam l,11).

Ogni figlio, chiesto o non chiesto, è dono del Signore e deve crescere "in bontà e grazia, davanti a Dio e agli uomini".

Eli ha fallito con i suoi figli ma gli errori insegnano a crescere ed egli sa indirizzare bene Samuele, lo aiuta a riconoscere la voce del Signore: "Vattene a dormire e, se ti chiamerà ancora, dirai: parla, Signore, il tuo servo ti ascolta" (1 Sam 3,9).

Per nostra fortuna c'è "Qualcuno" che sa chiamare ed educare nonostante le nostre contraddizioni e paure: è il Dio della vita e della speranza.

Tony Piccin

Pubblicato in Spiritualità Familiare
Sabato 13 Novembre 2004 16:27

"Osea e Gomer" (Tony Piccin)

 

OSEA E GOMER

il coraggio di amare

Quando Osea scrive (750 anni prima di Cristo), nel popolo di Israele c’è una profonda crisi di fede. Da un lato c’è la fede in JHWH, il Dio dell’Esodo, ma dall’altro ci sono le divinità cananee, con i templi per la prostituzione sacra e i riti di fecondazione,e così la gente è divisa tra Dio e le urgenze dettate dalle stagioni e dai raccolti.

L’intuizione del profeta è originale: i rapporti uomo-donna sono qualcosa che assomiglia al rapporto dell’uomo con Dio, anzi sono "sacramento" di Dio. Ed Osea paragona il rapporto tra Dio e Israele alle sue vicissitudini personali. Egli aveva sposato una donna che amava tanto, ma questa, che prima di sposarsi faceva la prostituta, lo lascia e ritorna a fare la prostituta. Osea si dibatte, è geloso, la accusa, ma non la abbandona.

Perché questa donna si comporta così? Perché guadagna parecchio con poca fatica, è attratta dalla vita facile e piena di emozioni, tutte cose negate ad una brava moglie. L’amore vero perseguita questa donna, riesce ad impedirle di raggiungere gli amanti e la obbliga a vivere nella povertà e nel deserto.

La ricchezza, lo stordimento portano facilmente fuori strada, portano alla corruzione, agl’idoli, a credere in cose inutili e passeggere... ecco che cosa significa prostituirsi.

Il deserto, il silenzio è il luogo sacro dell’incontro con lo sposo: "la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore" (Os 2,16).

Hanno di nuovo inizio inviti, attenzioni, tenerezze, corteggiamenti... fino alla restituzione dei beni della terra che sono cosa buona se non sono vissuti come gli idoli.

Tutto quello che stiamo dicendo va riferito a Dio sposo che vuole riconquistare Israele sua sposa che si è allontanata da lui. Ma resta vero che l’immagine realistica di Osea e sua moglie sono sempre una realtà viva ed attuale: poco o molto tutti ci prostituiamo, tutti siamo infedeli.

Il termine che ricorre e chiarisce tutta questa situazione è "alleanza". Alleanza di Dio con il suo popolo significa che egli è sempre fedele anche se noi non lo siamo. "E avverrà in quel giorno - oracolo del Signore - mi chiamerai: marito mio, e non mi chiamerai più: mio padrone"(Os 2,18).

L’esperienza di sofferenza ha fatto maturare, ha fatto aprire gli occhi sull’uguaglianza del rapporto di coppia. Ritroverà un marito e non un padrone. Il padrone ricorda solo l’obbligo, la legge, i diritti e i doveri... e questo non basta in un rapporto amoroso di coppia. La coppia, il matrimonio sono il luogo, l’opportunità dove si impara a ricominciare da capo nell’amore, dove si cresce e si matura per saper vivere un vero rapporto personale umanizzante.

"Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore (Os 2,21)

Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore (Os 2,21)

Tony Piccin

("Gruppi Famiglia" )

Pubblicato in Spiritualità Familiare
Pagina 6 di 14