Giovedì, 18 Settembre 2014
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Sabato 13 Novembre 2004 16:24

"Maria e Giuseppe" (Tony Piccin)

 

LA COPPIA DI NAZARETH.

LA NOSTRA STORIA NELLA STORIA DI DIO

Dio è presente nella coppia come amore, come salvezza, come tenerezza, ma non ci appiana le difficoltà e ci chiede di servirlo amando la vita

Le parole mistero, sacramento, grazia, vocazione possono farci l’effetto strano di qualcosa di magico, di occulto, di entità invisibili che non possiamo controllare; realtà che esistono fuori di noi con le quali prima o poi abbiamo a che fare perché determinano la felicità o l’infelicità della nostra esistenza. Per fortuna c’è la storia di Maria di Nazareth e di Giuseppe, una coppia che i Vangeli ci presentano, ad aiutarci a capire il significato vero di queste parole.

Nei due racconti di Luca e Matteo possiamo cogliere una prima verità: Dio parla alla coppia. Parla a Maria, ma parla anche a Giuseppe perché la cosa riguarda anche lui come sposo di Maria. Dio ci parla attraverso gli avvenimenti, le situazioni, attraverso le persone, nella riflessione personale, nella preghiera, attraverso la sua "Parola". Ci chiede di ascoltare, di riflettere, di scegliere, ossia di fare discernimento. Ciò che ne risulterà è quello che egli desidera da noi.

"Il Signore è con te". Non si può pensare che Dio se ne stia lontano, semmai siamo noi che pretendiamo di agire senza di lui, senza il suo aiuto. Non si può pensare neppure che Dio, con la sua "Parola" dica una cosa diversa allo sposo e alla sposa. Dio parla a tutti e due e parla perché sposo e sposa si formino uno stesso modo di pensare, camminino in uno stesso cammino di coppia, si unifichino nella vocazione. Dio è presente come AMORE nella coppia. Quando Dio parla, nello stesso tempo trasforma la coppia. La parola di Dio non assomiglia alla luce fredda di una lampada al neon, ma al sole che illumina e nello stesso tempo riscalda ed asciuga la pozza d’acqua. La nostra religione non è la religione del "libro", della "sapienza" (anche se questa è necessaria) ma dell’AMORE. L’AMORE è lo Spirito di Dio presente nella coppia e di cui la coppia è segno (sacramento). Il bene che l’uomo e la donna si vogliono, tutto il bene dal desiderio al dono, sono manifestazione, se pur limitata, dell’amore immenso di Dio. Dio è presente come salvezza nella coppia. Il sacramento del matrimonio, come gli altri sacramenti, è cristologico e cristocentrico. Cristo è presente nella vita di coppia, per tutta la durata della vita della coppia, non solo nell’istante della celebrazione davanti all’altare. Il frutto che per opera dello Spirito viene accolto dalla coppia di Nazareth è Cristo, colui che salverà il genere umano con il suo sacrificio sulla croce e la risurrezione. Quante croci e risurrezioni nella coppia, quante volte si dona e si perdona; così come spesso siamo per l’altro motivo di risurrezione e vita. A dar senso al nostro agire sta il "mistero", quella realtà tanto profonda del Cristo sposo della sua Chiesa. Dio presente nella coppia non ci appiana le difficoltà. La situazione sia per Maria sia per Giuseppe si presenta in modo assai problematico. "Maria disse all’angelo: "Come è possibile? Non conosco uomo" (Lc 1,34). Queste poche parole fanno capire che è stata una cosa sofferta a lungo ed è il risultato di una profonda lotta interiore. La fede di Maria è stata grande perché ha creduto, ha espresso un atto di fede in Gesù Cristo ancor prima che egli cominciasse ad esistere come uomo.

Maria non ha nessuna prova, nessuna garanzia per dire di sì; è all’oscuro di quanto poi avverrà. Ma c’è dall’altra parte la sofferenza di Giuseppe che nutre un grande amore per Maria. Perché non poteva coronare il suo sogno come gli altri, come era tradizione di tanti patriarchi? Perché quella realtà fuori del comune piena di incognite? La coppia è al servizio del Dio della vita. "Gesù nacque a Betlemme" (Mt 2,1). Il "sì" di Maria e di Giuseppe ed il loro mettersi a servizio del piano di Dio fu la condizione della nascita di Gesù, di colui che dirà: "Io sono la vita". Fecondità non è discutere sul numero dei figli ma mettersi a disposizione della "VITA".

Dio è presente nella coppia come tenerezza. Nei vangeli non c’è molto a questo proposito, ma quel poco lascia intuire una profonda intimità spirituale ed affettuosa anche se in un contesto di castità. "Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa..." (Mt 1,24). E quando Erode vuole uccidere il bambino Gesù, si vede ancora l’intimità della famiglia: "Giuseppe, destatosi, prese con sé il bambino e sua madre..." (Mt 2,14).

Perché ci sposiamo in Chiesa? Meglio sarebbe dire: perché ci sposiamo in Cristo? Per vivere la nostra storia d’amore dentro la grande storia dell’AMORE.

Tony Piccin

(GRUPPI FAMIGLIA N° 42 marzo2003)

Pubblicato in Spiritualità Familiare
Sabato 13 Novembre 2004 16:23

"Mosè e Zippora" (Tony Piccin)

 

MOSÉ E ZIPPORA

"Tu sei per me uno sposo di sangue".

La grande importanza data all'evento dell 'Esodo, dalla fede ebraica prima e da quella cristiana poi, ha messo in secondo piano il Mosè figlio, fratello, sposo, padre. Eppure, ad una lettura attenta, questi aspetti non sono affatto trascurati nel testo biblico. La Bibbia ci parla di una mamma e di una sorella di Mosè, ci parla di Zippora (Sefora) sua moglie e del figlio Gherson (da gher = ospite in paese straniero) (cfr. Es 2,22). Dunque la vita familiare di Mosè è strettamente correlata alla sua vita pubblica.

Un figlio della tribù di Levi.

Mosè è figlio di papà e mamma ebrei della tribù di Levi; la mamma studia uno stratagemma per farlo vivere a tutti i costi contro gli ordini del faraone. Abbandona il bambino in un cesto che galleggia sull'acqua del canneto sulle sponde del Nilo e lascia lì vicina, di guardia, la sorellina. Le vicende che seguono sono note. il racconto preso in modo superficiale ha i contorni di fiaba, però letto dentro il suo contesto contiene messaggi profondi. Infatti le levatrici Sifra e Pua fanno, si direbbe oggi, "obiezione di coscienza", ossia si rifiutano di far abortire o di lasciar soffocare i maschietti al momento della nascita per obbedire al Signore piuttosto che al faraone (cfr. Es I ,1 6). Nella storia della prima infanzia di Mosè viene sottolineato un tema di fondo: il tema della VITA. Il faraone capo e simbolo di un popolo e di una cultura di potere e di sopraffazione, dove l'interesse materiale appare come il valore a cui tutti e tutto può essere sacrificato, teme la forza vitale del popolo del Dio della vita.

Educato con la cultura egiziana.

Mosè diventa adulto in casa del faraone (di un egiziano) perfettamente consapevole di essere ebreo. Tuttavia quarant'anni di vita egiziana, come sostiene la tradizione rabbinica, lascia in lui il segno di una cultura di morte e violenza, come pure di efficienza, ricchezza, potere. Il "figlio della vita", al suo primo intervento pubblico, vuole instaurare la giustizia e il rispetto con i mezzi propri della sopraffazione e della morte. Mosè uccide l'egiziano che maltrattava l'ebreo (cfr. Es 2,12).

La storia, purtroppo, anche quella recentissima, è piena di maldestri tentativi di portare pace, giustizia, uguaglianza con il fucile, con le armi in pugno, con mezzi e strumenti di morte.

La fuga nel privato.

La fuga verso il "privato" a Madian in casa dì Ietro fa maturare due esperienze fondamentali per la vita e la missione di Mosè: la vita di famiglia e il deserto (il silenzio).

Nella vita di famiglia l'amore di Zippora e la nascita del figlio lo porta a vivere in pienezza, ad essere disponibile all'incontro con Dio, perché di nuovo capace di progetto e di meraviglia. Nel deserto Mosè pastore vive le sue lunghe giornate e trascorre le notti sotto le stelle silenziose. Questo tempo lo aiuta ad entrare nel profondo di sé, lo aiuta ad eliminare le contraddizioni della presunzione come della paura, dei calcoli umani come degli ideali ispirati,... lo aiuta ad eliminare la frammentazione della sua vita politica passata e di cogliere ciò che davvero è essenziale: l'ESSERE.

Il Signore rivela a Mosè il suo nome: "Io sono" (Es. 3, i 4). Soltanto "IO SONO" è l'unico riferimento di VITA.

Una famiglia per liberare un popolo.

Sposa e figlio condivideranno con lui le difficoltà del ritorno in Egitto e del progetto di liberazione del popolo.

"Lungo il viaggio, durante una sosta notturna, il Signore affrontò Mosè e voleva farlo morire. Allora Zippora tagliò con una pietra affilata il prepuzio del figlio, e con quello toccò il sesso di Mosè dicendo: -Tu per me sei uno sposo di sangue!-. Aveva detto 'sposo di sangue', perché aveva circonciso il figlio" (Es 4, 24-26 ABU).

I genitali sono gli organi che donano la vita, il sangue rappresenta la vita stessa. Il coltello di pietra ci fa capire che ci troviamo chiaramente in un contesto rituale (i coltelli di pietra si usavano solo per i riti) e Zippora inaugura il rito dell'iniziazione degli ebrei: la circoncisione.

Non è dunque un Mosè solitario che entra in Egitto, ma, di fronte ad un progetto tutto nuovo ed estremamente impegnativo, è la famiglia al completo che fa appello a tutte le sue forze vitali, le unifica simbolicamente attorno al punto centrale della famiglia stessa che è il legame sponsale tra Mosè e Zippora.

La cultura del popolo nuovo, il popolo di Mosè, è una cultura di vita, di timore di Dio, di solidarietà, di servizio, di condivisione,... ma anche di speranza in una vita sempre nuova; tutto ciò germoglia e fiorisce all'interno del calore domestico.

Tony Piccin

e con quello toccò il sesso di Mosè dicendo: -Tu per me sei uno sposo di sangue!-. Aveva detto 'sposo di sangue', perché aveva circonciso il figlio" (Es 4, 24-26 ABU).

I genitali sono gli organi che donano la vita, il sangue rappresenta la vita stessa. Il coltello di pietra ci fa capire che ci troviamo chiaramente in un contesto rituale (i coltelli di pietra si usavano solo per i riti) e Zippora inaugura il rito dell'iniziazione degli ebrei: la circoncisione.

Non è dunque un Mosè solitario che entra in Egitto, ma, di fronte ad un progetto tutto nuovo ed estremamente impegnativo, è la famiglia al completo che fa appello a tutte le sue forze vitali, le unifica simbolicamente attorno al punto centrale della famiglia stessa che è il legame sponsale tra Mosè e Zippora.

La cultura del popolo nuovo, il popolo di Mosè, è una cultura di vita, di timore di Dio, di solidarietà, di servizio, di condivisione,... ma anche di speranza in una vita sempre nuova; tutto ciò germoglia e fiorisce all'interno del calore domestico.

Tony Piccin

Tony Piccin

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IL LINGUAGGIO DEL CORPO

NEL "CANTICO DEI CANTICI"

Soffermarsi su alcuni versi senza aver presente tutto lo sviluppo poetico di questo libro della Bibbia può far sorridere per la stravaganza delle immagini usate. Perciò cercheremo di capirne alcune, traducendole in linguaggio corrente, posandoci qua e là come farfalle, mantenendo tuttavia il filone narrativo.

Il Cantico non ha alcuna preoccupazione etica, è la descrizione dell’amore tra l’uomo e la donna. Presenta il tentativo della donna di farsi amare dall’uomo e quello dell’uomo di dimostrare alla donna il suo amore forte ed impulsivo.

(Ct 1,1) "Cantico dei Cantici": significa "Il più bel canto". Davvero non c’è canto più bello, più esaltante, più forte di quello dell’"amore". Per esso la vita continua da millenni nel mondo.

: significa "Il più bel canto". Davvero non c’è canto più bello, più esaltante, più forte di quello dell’"amore". Per esso la vita continua da millenni nel mondo.

(Ct 1,2) "Mi baci con i baci della sua bocca!". La parola "bacio" significa in ebraico "respiro": baciare l’altro è come trasmettergli la vita. È il gesto con il quale Dio trasmette la vita all’Adaham alle origini del mondo.

. La parola "bacio" significa in ebraico "respiro": baciare l’altro è come trasmettergli la vita. È il gesto con il quale Dio trasmette la vita all’Adaham alle origini del mondo.

(Ct 1,2) "Sì, le tue tenerezze sono più dolci del vino. Per la fragranza sono inebrianti i tuoi profumi...". Il vino ubriaca, anche l’innamorarsi è una sorta di ubriacatura che permette di essere veraci, immediati, spontanei; di vivere l’esperienza amorosa senza calcolo prima ancora di valutarla con il freddo ragionamento, perché è esaltante.

. Il vino ubriaca, anche l’innamorarsi è una sorta di ubriacatura che permette di essere veraci, immediati, spontanei; di vivere l’esperienza amorosa senza calcolo prima ancora di valutarla con il freddo ragionamento, perché è esaltante.

(Ct 1,4) "A ragione le ragazze ti amano!". Le ragazze rimangono incantate davanti a lui, ma lui ha scelto me. Ecco ciò che fa gioire. Nella cerimonia delle nozze ci esprimiamo proprio in questo modo: "Prendo te", ossia ho posato la mia attenzione su di te, ti ho scelto fra tanti e tante che potevo scegliere.

. Le ragazze rimangono incantate davanti a lui, ma lui ha scelto me. Ecco ciò che fa gioire. Nella cerimonia delle nozze ci esprimiamo proprio in questo modo: "Prendo te", ossia ho posato la mia attenzione su di te, ti ho scelto fra tanti e tante che potevo scegliere.

(Ct 1,5) "Bruna sono, ma bella!". Lei si guarda allo specchio per prepararsi per l’incontro, ma lo specchio le riflette anche dei limiti (specchiandoci nell’altro ci si accorge dei propri lati negativi). Ha la pelle scura (non ci aveva fatto caso prima, la differenza si nota accanto a lui), e questo non è il massimo della bellezza per il mondo orientale. Si tratta non tanto dell’aspetto esteriore, ma della paura di non avere le qualità sufficienti per saper corrispondere all’amore, per essere alla pari.

. Lei si guarda allo specchio per prepararsi per l’incontro, ma lo specchio le riflette anche dei limiti (specchiandoci nell’altro ci si accorge dei propri lati negativi). Ha la pelle scura (non ci aveva fatto caso prima, la differenza si nota accanto a lui), e questo non è il massimo della bellezza per il mondo orientale. Si tratta non tanto dell’aspetto esteriore, ma della paura di non avere le qualità sufficienti per saper corrispondere all’amore, per essere alla pari.

(Ct 1,8) "Segui le orme del gregge...". Vai. Esci. Il termine ebraico esprime il concetto "va’ fuori da te stessa". Per amare occorre uscire e rischiare, non rimanere ripiegati narcisisticamente su se stessi, o timidamente segregati.

. Vai. Esci. Il termine ebraico esprime il concetto "va’ fuori da te stessa". Per amare occorre uscire e rischiare, non rimanere ripiegati narcisisticamente su se stessi, o timidamente segregati.

(Ct 1,12) "Mentre il re è nel suo recinto, il mio nardo spande il suo profumo...". Sembra esprimere tutta l’affettività dell’incontro, la ricchezza di emozioni: sono uno accanto all’altra, si ammirano, si accarezzano, parlano.

. Sembra esprimere tutta l’affettività dell’incontro, la ricchezza di emozioni: sono uno accanto all’altra, si ammirano, si accarezzano, parlano.

(Ct3,5) "Io vi scongiuro, figlie di Gerusalemme (...) non destate, non scuotete dal sonno l’amata...". Come vorremmo vivere sempre nel sogno, nell’idealizzazione! Ma così non si ama l’altro, si ama solo se stessi.

. Come vorremmo vivere sempre nel sogno, nell’idealizzazione! Ma così non si ama l’altro, si ama solo se stessi.

(Ct5,2) "lo dormo, ma il mio cuore veglia. Un rumore! È il mio diletto che bussa...". Ma allora l’incontro non è ancora avvenuto; quanto fin qui è stato detto è solo fantasia di lei, un’immaginazione così forte da sembrare realtà.

. Ma allora l’incontro non è ancora avvenuto; quanto fin qui è stato detto è solo fantasia di lei, un’immaginazione così forte da sembrare realtà.

(Ct 5,3) "Mi sono tolta la veste; come indossarla ancora? Mi sono lavata i piedi; come ancora sporcarli?". Ora appare tutta la contraddizione dell’incontro reale. Nel sogno, nell’immaginazione tutto è scontato, tutto è semplice perché ci siamo costruiti un "altro" ad immagine di noi stessi, secondo i nostri desideri, secondo i nostri bisogni; quando poi ci si trova a tu per tu le parole non escono, i gesti sono impacciati, non siamo disposti ad abbandonare le nostre piccole pigrizie... L’amore bussa e ribussa alla porta, poi si stanca e se ne va. Rimane allora una grande delusione.

. Ora appare tutta la contraddizione dell’incontro reale. Nel sogno, nell’immaginazione tutto è scontato, tutto è semplice perché ci siamo costruiti un "altro" ad immagine di noi stessi, secondo i nostri desideri, secondo i nostri bisogni; quando poi ci si trova a tu per tu le parole non escono, i gesti sono impacciati, non siamo disposti ad abbandonare le nostre piccole pigrizie... L’amore bussa e ribussa alla porta, poi si stanca e se ne va. Rimane allora una grande delusione.

(Ct 5,6) "Ho aperto allora al mio diletto ma il mio diletto già se n’era andato...". Corre allora a cercarlo. Si ricorda delle amiche e le invita ad aiutarla a cercare e quelle le rispondono:

. Corre allora a cercarlo. Si ricorda delle amiche e le invita ad aiutarla a cercare e quelle le rispondono:

(Ct 5,9) "Che ha il tuo diletto di diverso da un altro?". Non preoccuparti tanto, le dicono, ne troverai un altro. Sembra strano, ma solo quando "si perde" qualcuno ci si accorge della sua statura, dei suoi valori. Chi non vive il momento magico dell’innamoramento non può capire che la persona amata è unica al mondo, non perché è la più dotata, ma perché è stata scelta e ci ha scelto.

Non preoccuparti tanto, le dicono, ne troverai un altro. Sembra strano, ma solo quando "si perde" qualcuno ci si accorge della sua statura, dei suoi valori. Chi non vive il momento magico dell’innamoramento non può capire che la persona amata è unica al mondo, non perché è la più dotata, ma perché è stata scelta e ci ha scelto.

(Ct 6,3) "lo sono per il mio diletto e il mio diletto è per me". Il ritrovamento dopo essersi smarriti è ancora più bello perché conquistato.

. Il ritrovamento dopo essersi smarriti è ancora più bello perché conquistato.

(Ct 8,6-7) "Mettimi come sigillo sul tuo cuore...". La grande nemica dell’uomo è la morte ed il contrario di morte non è vita, ma amore.

. La grande nemica dell’uomo è la morte ed il contrario di morte non è vita, ma amore.

Tony Piccin

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Una parola molto vicina

· Può un laico introdursi allo studio della Sacra Scrittura? · E come fare per passare da un’attenzione "curiosa" ad un’attenzione più adulta? · La Bibbia non è un libro che ci parla di Dio, ma un libro in cui Dio ci parla · E la sua parola è sempre molto vicina ad ognuno di noi, nella nostra concreta situazione storica ed esistenziale · Purché acconsentiamo che lo Spirito ci aiuti a leggerla ed a farla penetrare nel nostro cuore.

Può un laico introdursi allo studio della Sacra Scrittura? · E come fare per passare da un’attenzione "curiosa" ad un’attenzione più adulta? · La Bibbia non è un libro che ci parla di Dio, ma un libro in cui Dio ci parla · E la sua parola è sempre molto vicina ad ognuno di noi, nella nostra concreta situazione storica ed esistenziale · Purché acconsentiamo che lo Spirito ci aiuti a leggerla ed a farla penetrare nel nostro cuore.

Con queste poche righe non intendiamo svolgere una trattazione esaustiva dell'argomento: "Laici e lettura della Bibbia"; le esperienze in proposito possono essere le più molteplici ed ognuna con una sua validità. Vogliamo piuttosto tentare di inquadrare, all'interno di riferimenti biblici ed ecclesiali, il nostro percorso di avvicinamento alle Sacre Scritture.

Introdotti al cristianesimo ai tempi del catechismo di Pio X e delle liturgie in latino, siamo stati infatti poco educati a far risalire direttamente alla Parola di Dio la nostra fede.

La straordinaria atmosfera suscitata dal Concilio Vaticano II, prima, e l'incontro con un biblista, un padre del PIME, poi, sono stati per noi i punti di appoggio per una svolta decisa nel senso dell'approfondimento, della conoscenza e dello studio dell'Antico e del Nuovo Testamento.

  1. Lo dici perché lo ricavi dal testo, o...? 5

    Non sapremmo indicare esattamente quando nacque in noi l'attenzione alle Sacre Scritture: probabilmente ai tempi del Concilio, quando la riforma liturgica, sostituendo il latino con la lingua italiana, facilitò la comprensione delle letture della messa.

    Possiamo però dire con certezza in quale momento questa attenzione "curiosa" si trasformò in attenzione adulta.

    Erano gli inizi degli anni '80 e stavamo partecipando ad un corso sul libro della Genesi, condotto dal sopra citato padre del PIME.

    Trattando, al capitolo 3, della condanna del serpente, e della donna che gli avrebbe schiacciato il capo, l'oratore si rivolse al pubblico chiedendo chi mai fosse questa donna. Alla risposta di qualcuno (ma probabilmente ognuno dei presenti avrebbe dato la stessa risposta) che quella donna era Maria, la madre di Gesù, il biblista sorprese tutti uscendo con questa battuta: "Lo dici perché lo ricavi dal testo, o perché te l'hanno insegnato al catechismo?".

    In quel momento ci fu chiaro che la lettura della Bibbia era una lettura del tutto particolare, che andava affrontata senza pregiudizi e/o pre-interpretazioni, e che richiedeva una specifica preparazione.

  2. La Bibbia: un libro in cui Dio ci parla 5

    Si, perché la Bibbia non è un libro che ci parla di Dio, ma un libro in cui autori vissuti in tempi e situazioni diverse, hanno scritto, per tramandarla, la loro esperienza di Dio così come si è realizzata all'interno del loro gruppo di riferimento, della loro comunità, del loro popolo.

    O, se vogliamo dirlo dal punto di vista dell'ispirazione, la Bibbia è un libro in cui, con la mediazione di un autore, Dio ci parla (manifesta la sua Parola = Logos = Verbo) attraverso storie di uomini, di comunità, di popoli che hanno colto la sua presenza e la sua essenza.

    Leggere la Bibbia con profitto, quindi, vuoi dire riuscire a cogliere il messaggio trascendente che l'autore ci ha trasmesso attraverso il racconto di vicende umane.

    Questa considerazione, se è valida per la Bibbia in generale, lo è a maggior ragione per i Vangeli: la nostra fede in Gesù Cristo figlio di Dio si basa sulla testimonianza dei suoi discepoli e apostoli, sul percorso da loro compiuto per comprendere che colui che poteva sembrare solo un affascinante rabbi, altri non era che il Messia atteso ("Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli ma non sono stati scritti in questo libro. Questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome", (Gv 20,30-31).

  3. L'interpretazione delle Scritture 5

    Non ci sembra questo lo spazio sufficiente per una esauriente esposizione dei metodi per l'interpretazione della Sacra Scrittura (non ne avremmo nemmeno la competenza): ci sembra tuttavia importante sollecitarne la conoscenza perché la comprensione dei testi biblici sia più consapevole.

    Per questo rimandiamo al capitolo III della costituzione conciliare "Dei Verbum" che definisce i principi dell'interpretazione mentre per una conoscenza più approfondita dei testi suggeriamo la lettura dei volumi citati nella breve nota bibliografica a fine articolo, avvertendo che non sono ovviamente tutti i possibili, ma quelli che abbiamo effettivamente letto sull'argomento.

    Vorremmo peraltro preservare il lettore da quello che a noi appare come un errore: considerare questi metodi un affare per "specialisti", per "addetti ai lavori", per intellettuali sfiziosi o per studiosi che si accostano alla Bibbia solo dal versante culturale prescindendo dal versante della fede. In realtà, la Bibbia è una somma di libri antichi, scritti originariamente in lingue diverse, da e per persone con riferimenti culturali, problemi e bisogni diversi dai nostri; è quindi improbabile che la si possa leggere con una comprensione immediata, senza cercare di calarsi nella cultura, nelle situazioni, nello spazio/tempo degli autori e dei loro immediati lettori. I ritrovati delle moderne scienze bibliche aiutano il lettore "comune" a scoprire i significati originali delle Scritture, significati che sarebbero sfuggiti con una lettura superficiale. Se ci viene permesso un paragone profano, il lettore "comune" della Bibbia trae beneficio da questi studi "specialistici" così come l'automobilista "comune" trae vantaggio dagli studi e ricerche di "Formula 1".

  4. Questa Parola è molto vicina a te 5

    Abbiamo spaventato qualcuno? Speriamo proprio di no, perché il nostro intento è anzi di invogliare alla lettura della Bibbia (come del resto sollecita la "Dei Verbum" al paragrafo 22), con un accorgimento, però: non accontentarsi di una lettura solamente "spirituale", ma accompagnarla con la fatica di una lettura "critica", in una simbiosi di fede e razionalità; la lettura assumerà allora un gusto nuovo e più intenso perché, come leggiamo in Dt 30,11-14: "Questo comando che oggi ti ordino non è troppo alto per te, né troppo lontano da te. Non è nel cielo, perché tu dica: Chi salirà per noi in cielo, per prendercelo e farcelo udire e lo possiamo eseguire? Non è di là dal mare, perché tu dica: Chi attraverserà per noi il mare per prendercelo e farcelo udire e lo possiamo eseguire? Anzi, questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica".

  5. I gruppi di ascolto 5

    Se, come abbiamo detto, all'origine dei testi vi è l'esperienza di una comunità (il popolo d'Israele o la Chiesa primitiva), è solo ponendosi all'interno di una esperienza analoga che si può migliorare la comprensione dei testi stessi.

    Così, ad imitazione delle prime comunità cristiane che "erano assidue nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell'unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere" (At 2,42), si sono sviluppati in diocesi di Milano i gruppi di Ascolto della Parola (GdA).

    I GdA sono gruppi di laici (mediamente una decina di persone), condotti/moderati da un laico, che si ritrovano mensilmente, nella casa di un componente del Gruppo, per la lettura di un brano biblico (sia dell'AT che del NT) attinente ad un tema generale annuo proposto dalla diocesi. Il conduttore introduce alla comprensione del testo inquadrandolo nel periodo storico, tracciando un profilo dell’autore e dei suoi lettori, evidenziando gli aspetti problematici e/o gli elementi sostanziali: il gruppo si apre poi al confronto, alla ricerca del significato attuale del brano. Se infatti crediamo, come crediamo, che queste parole limitate racchiudono l'infinito mistero di Dio, allora crediamo anche che queste parole, al di là del loro significato originale, lasciano trasparire per l'uomo di ogni tempo un barlume di questo mistero.

  6. I gruppi di ascolto 5

    Se, come abbiamo detto, all'origine dei testi vi è l'esperienza di una comunità (il popolo d'Israele o la Chiesa primitiva), è solo ponendosi all'interno di una esperienza analoga che si può migliorare la comprensione dei testi stessi.

    Così, ad imitazione delle prime comunità cristiane che "erano assidue nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell'unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere" (At 2,42), si sono sviluppati in diocesi di Milano i gruppi di Ascolto della Parola (GdA).

    I GdA sono gruppi di laici (mediamente una decina di persone), condotti/moderati da un laico, che si ritrovano mensilmente, nella casa di un componente del Gruppo, per la lettura di un brano biblico (sia dell'AT che del NT) attinente ad un tema generale annuo proposto dalla diocesi. Il conduttore introduce alla comprensione del testo inquadrandolo nel periodo storico, tracciando un profilo dell’autore e dei suoi lettori, evidenziando gli aspetti problematici e/o gli elementi sostanziali: il gruppo si apre poi al confronto, alla ricerca del significato attuale del brano. Se infatti crediamo, come crediamo, che queste parole limitate racchiudono l'infinito mistero di Dio, allora crediamo anche che queste parole, al di là del loro significato originale, lasciano trasparire per l'uomo di ogni tempo un barlume di questo mistero.

  7. I gruppi di ascolto 5

    Se, come abbiamo detto, all'origine dei testi vi è l'esperienza di una comunità (il popolo d'Israele o la Chiesa primitiva), è solo ponendosi all'interno di una esperienza analoga che si può migliorare la comprensione dei testi stessi.

    Così, ad imitazione delle prime comunità cristiane che "erano assidue nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell'unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere" (At 2,42), si sono sviluppati in diocesi di Milano i gruppi di Ascolto della Parola (GdA).

    I GdA sono gruppi di laici (mediamente una decina di persone), condotti/moderati da un laico, che si ritrovano mensilmente, nella casa di un componente del Gruppo, per la lettura di un brano biblico (sia dell'AT che del NT) attinente ad un tema generale annuo proposto dalla diocesi. Il conduttore introduce alla comprensione del testo inquadrandolo nel periodo storico, tracciando un profilo dell’autore e dei suoi lettori, evidenziando gli aspetti problematici e/o gli elementi sostanziali: il gruppo si apre poi al confronto, alla ricerca del significato attuale del brano. Se infatti crediamo, come crediamo, che queste parole limitate racchiudono l'infinito mistero di Dio, allora crediamo anche che queste parole, al di là del loro significato originale, lasciano trasparire per l'uomo di ogni tempo un barlume di questo mistero.

  8. Filippo e l'Etiope 5

"Filippo, udito che leggeva il profeta Isaia, gli disse: "Capisci quello che stai leggendo?". Quegli rispose: "E come lo potrei, se nessuno mi istruisce?…Ti prego, di quale persona il profeta dice questo? Di se stesso o di qualcun altro?". Filippo, prendendo a parlare e partendo da quel passo della Scrittura, gli annunziò la buona novella di Gesù" (At 8,30-31a; 34b-35).

(At 8,30-31a; 34b-35).

Ci sembra che questo brano degli Atti degli Apostoli possa bene ricapitolare il nostro percorso e suggerirci alcuni principi cui attenersi per una proficua lettura:

  • La Bibbia deve essere letta nella Chiesa e con la Chiesa.
  • La Bibbia deve essere interpretata con la Bibbia.

In sostanza, come ci suggerisce la "Dei Verbum" al paragrafo 12, la Bibbia deve "essere letta e interpretata con l'aiuto dello stesso Spirito mediante il quale è stata scritta", perché anche noi, come i discepoli di Emmaus, possiamo esclamare "Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?" (Lc 24,32).

Carla e Paolo Borgherini - Milano

Da "Famiglia domani" 3/2000

  1. Bibliografia essenziale 5
Bibliografia essenziale 5
  • CONCILIO VATICANO II, Costituzione Dogmatica "Dei Verbum" sulla Divina Rivelazione, 1965
  • PONT. COMM. BIBLICA, L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa, Libr. Ed. Vaticana , Roma, 1965
  • JOSEF IMBACH, Come leggere e capire la Bibbia, Città nuova, Roma, 1992
  • AaVv, Vademecum per il lettore della Bibbia, Morcelliana, Brescia 1996
  • ALESSANDRO SACCHI, Cos’è la Bibbia. Breve corso introduttivo, Ed S Paolo, Cinisiello B. 1999
Pubblicato in Spiritualità Familiare
Sabato 13 Novembre 2004 16:18

Dio e Cesare (Paolo Ricca)

 

Dio e Cesare

· Una trappola, per mettere Gesù in difficoltà · Una risposta che non delude · Il rapporto complesso e mutevole tra fede e politica, e tra comunità cristiana e potere politico · Non solo il popolo deve restituire a cesare ciò che è di Cesare, ma anche Cesare deve restituire al popolo ciò che è del popolo · Ogni accettazione del potere non può che situarsi all’interno di una critica del potere · Noi non siamo "di Cesare": ma fino a che punto il potere – ogni potere, tecnico politico, militare, religioso, economico – ha proiettato la sua immagine dentro di noi? · Una esegesi di Matteo 22,15-22.

Prima parte

Pochi passi della tradizione evangelica sono così conosciuti ma anche così controversi e di difficile interpretazione come questo. È riferito dai tre evangelisti sinottici (Mt 22,15-22; Mc 12,13-17; Lc 20,20-26) e i loro racconti, pur contenendo alcune varianti, coincidono nell'essenziale, cioè nei gesti e nelle parole di Gesù e nella collocazione dell'episodio nella fase finale del suo ministero pubblico, quando il conflitto con le autorità ebraiche si andava inasprendo di giorno in giorno e il suo esito drammatico si andava profilando sempre più chiaramente all'orizzonte come ineluttabile. Secondo i tre evangelisti la domanda sul tributo è una trappola tesa a Gesù dai suoi avversari "per cercare di metterlo in difficoltà" (Mc 12,13), e per "coglierlo in fallo nelle sue parole" (Mt 22,15). Anche se la domanda non è una vera domanda (il suo obiettivo infatti non è di ottenere una risposta ma di mettere Gesù in difficoltà), il problema sollevato dalla domanda é un vero problema. Il tributo a Cesare era il segno per eccellenza della sottomissione a Roma. Pagarlo significava riconoscere, almeno esteriormente, la sua autorità, accettare, sia pure controvoglia, la sua sovranità. Perciò gli zeloti - i partigiani ebrei impegnati nella guerriglia per liberare la terra promessa da una dominazione pagana come quella di Roma - rifiutavano di pagarlo anche a costo di correre alti rischi. Questo rifiuto era, per loro, un imperativo religioso.

Una pseudo-domanda solleva un problema vero e cruciale non solo per la generazione di Gesù ma per tutte le generazioni di credenti da allora fino ad oggi: il problema del rapporto tra fede e politica, tra comunità cristiana e comunità civile, tra Chiesa e Stato. Potrebbe sembrare a prima vista che alla pseudo-domanda postagli Gesù replichi con una pseudo-risposta. Ma è un'impressione errata: quella di Gesù è una vera risposta, che elude abilmente il trabocchetto degli avversari ma non elude il problema sollevato. Gesù dribbla, per così dire, gli avversari, lasciandoli a bocca asciutta, ma non delude i discepoli nè tutti coloro che, in tutti i tempi, riconoscono in lui il "Maestro verace che insegna la via di Dio secondo verità" (Mt 22,16), come dicono gli avversari, per adularlo. Gesù risponde alla domanda fasulla, ma la sua risposta non è quella che tutti, avversari e discepoli, vorrebbero udire: un "sì" o un "no". È diversa. A prima vista è più sconcertante che convincente. La sua verità non è immediatamente riconoscibile. È nascosta aldilà delle apparenze e delle evidenze. Sta oltre il "sì" e il "no". Li trascende. È più grande di un "sì" o un "no" 

Seconda parte

Esegesi di Matteo 22,15-22

Percorreremo ora il testo facendo qualche nota esegetica essenziale nella versione di Mt 22, 15-22.

v. 15 - L'iniziativa è degli avversari ("i Farisei" secondo Mt; i capi religiosi d'Israele, senza precisazioni, secondo Mc; "gli scribi e i capi sacerdoti" secondo Lc. Costoro inviano "i loro [dei Farisei] discepoli con gli Erodiani" secondo Mt; "alcuni dei Farisei e degli Erodiani" secondo Mc; delle "spie" secondo Lc). Gli avversari vogliono indurre Gesù a pronunciare parole compromettenti che possano diventare un capo d'accusa contro di lui davanti alle autorità romane. Gli avversari non vogliono discutere con Gesù, vogliono eliminarlo. Essi vedono in lui - chi sa? - un esaltato, un eretico, un irresponsabile, forse un temibile concorrente, sicuramente un pericolo pubblico, una voce molesta da zittire, una presenza scomoda da cancellare.

v. 16 - Gli Erodiani erano - lo dice il nome stesso - i sostenitori della famiglia regnante che collaborava con i Romani. L'elogio rivolto dagli avversari a Gesù ("Maestro, noi sappiamo che sei verace...") è naturalmente simulato, adulatorio, anche se, paradossalmente, dice la verità su di lui.

v .17 - "È lecito?" s’intende secondo la legge divina che qui Gesù è chiamato ad interpretare, dato che la legge di Mosè, ovviamente, non parla del "tributo a Cesare". Gli avversari speravano che, alla loro domanda, Gesù rispondesse con un "sì" o con un "no". Se così avesse fatto, avrebbe potuto facilmente essere messo in stato d'accusa. Se avesse risposto "sì" lo si sarebbe accusato di collaborazionismo nei confronti dei Romani davanti a un'opinione pubblica che li odiava; se avesse detto "no" lo si sarebbe accusato di lesa maestà imperiale davanti alle autorità romane. Il trabocchetto era stato studiato bene.

v. 18 - Gesù smaschera gli interlocutori rivelando le loro vere intenzioni. "Perché mi tentate?" significa qui "Perché mi tendete un tranello?" o – come rende efficacemente la T.U.C. - "Perché cercate di imbrogliarmi?" Ciò nondimeno Gesù risponde alla loro pseudo-domanda.

v. 19 - La "moneta del tributo" era una moneta romana: il tributo a Cesare si poteva pagare solo con monete romane. Quelle ebraiche non recavano l'effige dell'imperatore, aborrita dagli ebrei per i suoi contenuti idolatrici.

v. 20 - Ai tempi di Tiberio l'iscrizione sulle monete di un denaro era la seguente: "Tiberio Imperatore Divino Figlio di Augusto".

v. 21 - Gesù non risponde né "si" né "no". Dice di dare a Cesare quel che è suo, cioè la moneta su cui c'è la sua effigie e il tributo che il denaro rappresenta, e di dare a Dio quel che è suo, cioè noi stessi, sui quali Dio ha posto la sua "effige", l'"immagine e somiglianza" secondo la quale siamo stati creati (Genesi 1,.27). Il tentativo di "incastrare" Gesù fallisce: in base alla stia risposta non lo si può accusare né di essere contro Roma né di tradire la fede dei padri.

v. 22 - La meraviglia degli interlocutori è dovuta non solo all'abilità di Gesù a eludere la trappola tesagli, ma anche alla qualità della sua risposta dalla quale essi stessi si sentono, segretamente, interpellati.
 

Terza parte

Cercare le nostre risposte

Gesù, con la sua risposta, ha evitato di cadere nella trappola, ma ora la sua risposta potrebbe diventare una trappola per noi. Lo è diventata tante volte nella storia del cristianesimo. Oggi ancora, dopo secoli di esegesi e di critica biblica, è una di quelle parole che è più facile fraintendere che intendere. Cerchiamo di fissare alcuni punti.

  1. "Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio" solleva immediatamente la domanda: ma chi stabilisce quel che è di Cesare? Cesare stesso? Dio? Noi? E che cosa non è di Dio? Tutto è suo, Cesare compreso! Ecco che la risposta di Gesù si scompone immediatamente in una fitta serie di domande. Da interrogato Gesù diventa interrogatore. Risponde in modo che siamo ora noi a dover rispondere. Chi si mette a dialogare con lui (anche solo per finta come in questo caso gli avversari), dovrà prima o poi anche rispondere, non solo chiedere.
  2. Gesù rifiuta di rispondere alla domanda postagli con un "sì" o con un "no". Perché? Evidentemente perché i rapporti tra Dio e Cesare, quindi di riflesso tra comunità cristiana e potete politico, sono complessi e mutevoli, e non si lasciano inquadrare nello schema rigido di un "si" incondizionato o di un "no" pregiudiziale. Il problema di questi rapporti non può essere risolto in astratto, teoricamente, una volta per sempre. Ogni generazione cristiana deve chiedersi se, nella condizione storica in cui si trova, possa continuare a dire "Dio e Cesare" o non debba piuttosto imparare a dire "Dio o Cesare", o addirittura "Dio contro Cesare".
  3. Dicendo "Rendete a Cesare quel che è di Cesare" Gesù riconosce che Cesare, cioè il potere costituito in tutte le sue espressioni (potere politico, economico, tecnologico, militare, religioso), esiste, ha una funzione da svolgere ed ha il diritto di tassare i cittadini per poterla svolgere. Gesù non è un anarchico. In sé il potere, cioè la forza di cui un'autorità costituita dispone per farsi valere, non è demoniaco. Può diventarlo (è accaduto innumerevoli volte e accade sempre di nuovo) quando degenera ponendosi conte assoluto e sottraendosi a ogni controllo. Inversamente, l'assenza di ogni autorità riconosciuta e di potere costituito scatenano il caos politico-sociale, nel quale vige la legge della giungla, cioè la legge del più forte, la legge della barbarie. Dove non c'è potere, c'è pre-potere, prepotenza, arbitrio, sopruso. Certo anche il potere costituito e legale può diventare prepotente, arbitrario e, alla fine, omicida. Nel corso di questo secolo l'abbiamo constatato molte volte, in tutti i continenti. Questo però non de-legittima Cesare, neppure agli occhi di Gesù, il quale davanti a Pilato che sta per condannarlo a morte ingiustamente, non lo criminalizza ma dice: "Tu non avresti alcun potere contro di me, se ciò non ti fosse stato dato dall’alto" (Giovanni 19,11).
  4. D'altra parte, il riconoscimento della legittimità di Cesare non può comportare una sua accettazione supina ed acritica. Se è vero che il popolo deve "rendere a Cesare quel che è di Cesare", è altrettanto vero che in tante situazioni (non solo del passato ma anche contemporanee) Cesare deve restituire al popolo quel che è del popolo; non c'è lo spazio per esemplificare nel dettaglio, ma lo slogan d'un tempo "la terra ai contadini" esprimeva bene l’esigenza della restituzione di beni o poteri usurpati dai poteri economici o politici, sovente coalizzati tra loro. Questo significa che ogni accettazione di Cesare, cioè di un potere costituito, non può che situarsi all'interno di una critica del potere, grazie alla quale si sappia quel che è di Cesare e quel che non lo è, e quindi si renda, sì, a Cesare quel che è suo, ma soltanto quel che è realmente suo e non che egli ha usurpato.
  5. "Rendete a Cesare..." indicando una moneta con sopra l'effigie e l’iscrizione dell'imperatore romano significa, concretamente: "Questa moneta è di Cesare, c'è sopra il suo nome e la sua immagine, se ve la chiede dategliela pure". Voi però non avete, in voi, l'immagine di Cesare e sulla vostra fronte non è scritto il suo nome (cf Apocalisse 13,16-18). Voi recate l'immagine di Dio e nel vostro cuore c'è scritto il suo nome. Perciò voi siete di Dio così come la moneta è di Cesare. Cesare conia monete, Dio conia l'uomo. Cesare può rivendicare le monete ma non l'uomo. A Cesare potete dare la moneta, ma non voi stessi.

Quarta parte

Non siamo di Cesare

Questo è il senso della parola di Gesù, dobbiamo chiederci fino a che punto l’immagine.di Dio dentro di noi non sia stata segretamente sostituita da quella che i vari Cesari invisibili ma tanto più insidiosi del nostro tempo hanno impresso nella nostra anima, quasi a nostra insaputa. Dobbiamo chiederci ad esempio, in che misura il potere economico con il suo bombardamento pubblicitario non abbia proiettato la sua immagine dentro di noi e non ci abbia "coniati" così da consumare noi stessi nei consumi e dissolvere il nostro essere nell'avere. Dobbiamo chiederci fino a che punto l'intreccio dei poteri costituti - da quello scientifico a quello militare, da quello tecnico a quello politico - non abbiano proiettato la loro immagine dentro di noi così da renderci scettici riguardo alla possibilità di creare cose nuove nella storia, e da spegnere dentro di noi l'attesa del Regno, soffocando l'iniziativa creatrice, immobilizzando le nostre coscienze. Dobbiamo chiederci fino a che punto il potere religioso non abbia proiettato la sua immagine dentro di noi e non ci abbia anch’esso riplasmato a sua immagine e somiglianza, trasformandoci in sudditi timorosi anziché in liberi figli di Dio. Tutte queste cose dobbiamo chiederci, e molte altre, per essere in grado di non dare a Cesare - ai tanti Cesari del nostro tempo, palesi e nascosti - quel che non è suo, cioè noi stessi, il nostro cuore, la nostra vita.

Parafrasando I Corinzi 3,22 potremmo dire per concludere: Voi non siete di Cesare, semmai Cesare è vostro, e voi siete di Cristo, e Cristo è di Dio. 

Quinta parte

È lecito o no pagare il tributo a Cesare?

Molti intendono la risposta di Gesù alla domanda trappola dei Sadducei circa il tributo a Cesare come un invito a separare lo spirituale dal temporale, la fede dalla politica.

E questo diventa, per alcuni, alibi a non occuparsi dei problemi sociali, professionali e familiari che si fanno loro incontro con la scusa di dare a Dio il primo posto, e viceversa permette ad altri di lasciarsi ingolfare negli impegni domestici, politici, sociali trascurando la ricerca di Dio e della sua volontà. Quando poi non diventa mezzo per giustificare comportamenti al limite della liceità o proprio scorretti visto che "in politica non si può mica andare per il sottile"

Mi sembra invece, tenendo conto anche di altri passi del Vangelo, che la risposta di Gesù situi il cristiano di fronte alla politica in una posizione, insieme, di libertà e di impegno.

Di libertà perché so che qualunque grande della terra è pur sempre creatura di Dio, che non c'è nessun altro Signore, e che bisogna obbedire a Dio prima che agli uomini (cf Atti 4,19). Finché ci serviamo della moneta di Cesare è giusto che gli versiamo le imposte - se siamo contro Cesare, dobbiamo anche contestarlo pagandone le conseguenze -. Finché usufruiamo delle leggi di uno stato e dei diritti che ci concede è giusto assolvere anche i doveri e gli impegni che ne derivano, pronti se occorre all'obiezione di coscienza accettandone il prezzo. Basta non prostrarsi davanti al potente, sapendo che si tratta di Cesare e non di Dio e quindi non farne un assoluto, rimanere in piedi al suo cospetto.

Di impegno perché più che dì restituire a Cesare quel che è di Cesare, Gesù ci chiede di rendere a Dio quel che è di Dio. E dov’è impressa l'immagine di Dio se non sul volto dell’uomo e della donna? "A immagine di Dio li creò; maschio e femmina li creò" (Gn 1,27). Ci chiama dunque a lavorare affinché l'immagine di Dio che è impressa in ogni essere umano non risulti appannata.

Diventare pienamente uomini, pienamente donne è il compito che Dio ci affida. E lottare dunque perché venga riconosciuta e promossa la dignità di ognuno, anche degli ultimi, dei più piccoli.

Forse oggi in Occidente non ci sono più i signori di una volta, ma c’è un potere che ancora divinizziamo: l’economia di mercato detta legge, senza che qualcuno osi mettere in dubbio la sua sovranità. Un potere spesso spietato che noi risparmia nessuno e tanto meno il debole e il povero.

Il cristiano non è dunque esentato dall’impegno politico-sociale, deve difendere l'uomo da tutti i Cesari che vogliono farsi Dio, deve impegnarsi nella costruzione di una società più umana.

Piuttosto gli è indicato uno stile con cui. agire: un servizio generoso, attento, disinteressato e libero dal manichiesmo. In politica è indispensabile utilizzare il potere, il rischio è di avvalersene come strumento di dominio sull’uomo e per avere privilegi per sé, pur presentandosi come servitori. Invece ci è chiesto di fare come il Figlio dell'uomo che "non è venuto per essere servito ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti" (Mc 10,45)

La tentazione del potere come dominio è sempre presente sulla strada di chi vuole difendere l’uomo, perfino Gesù nel deserto era stato tentato di servirsene per portare il bene. L'importante è esserne consapevoli, senza per questo preferire l’inerzia al rischi di sporcarsi le mani. Ogni attività umana ha una dimensione politica. E il cristiano – e ogni uomo che vuol essere uomo - non può disinteressarsene, anche se poi il modo di parteciparvi dipenderà dal suo carattere, dalla sua storia, dalle sue particolare capacità.

Qualunque strada scelga non deve però rifiutare nè misconoscere l'apporto di chi non crede o segue una fede diversa. La storia degli uomini e quella di Dio sono sempre mischiate, noi crediamo infatti che la nostra sia la storia di Dio con gli uomini. Anche nelle vicende più "laiche", dunque, Dio è all'opera e noi siamo chiamati a coinvolgerci. Per questo ritengo che ogni progresso nel cammino di umanizzazione vada accolto, pure se è avvenuto fuori dalla Chiesa. Dio si serve anche di un re straniero, per ricondurre a sé il suo popolo (cf Is 45,1)
 

Paolo Ricca

Facoltà Valdese di Teologia -Roma

Da "famiglia domani" 3/99

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