Martedì, 30 Settembre 2014
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LA TENEREZZA E I SUOI GESTI

· Quando vogliamo essere accoglienti, sappiamo anche essere "teneri"? · "Tenerezza", il modo sublime con cui Dio ama ed accoglie: un termine che può tuttavia indurre ad equivoci, da non confondere con altri aspetti della sensibilità, come la fragilità, la delicatezza… · Quando la spiritualità scopre la tenerezza di Dio… · La tenerezza è di casa nella Chiesa? · Un atteggiamento frutto di una lunga disciplina interiore e alla portata di tutti uomini e donne in una Chiesa ancora forse troppo "maschile" · Ma la fonte di ogni tenerezza è Lui, il Dio che ama l’uomo e la donna teneri di un amore innamorato.

Prima parte

Prima parte

Accogliere come ospitare, ricevere presso di sé, contenere. Sono tre possibili accezioni di questo verbo, il cui tratto sostanziale è tuttavia "la tenerezza" il modo sublime con cui ama Dio. Sorge perciò spontanea la domanda: quando ci proponiamo di essere accoglienti, contempliamo la necessità di essere anche teneri?

Su questo aggettivo, "tenero" l’equivoco è facile. Tenero è il bambino con la sua evidente debolezza; tenero è il gattino dal musetto furbo; tenera è la vecchietta che chiede aiuto per attraversare la strada; tenero è il pèluche così morbido al tatto... Tenero quindi come equivalente di fragile, delicato, facile a spezzarsi. Concretamente o psicologicamente. Ma è un approccio semantico che ci allontana dalla reale sostanza della tenerezza o può indurci a considerarla soltanto un aspetto della sensibilità. Da alcuni anni in ambito cattolico si è iniziato a valorizzare la maternità di Dio, di cui la tenerezza è il volto sostanziale; ma le scelte e gli atteggiamenti della Chiesa e delle comunità cristiane risentono ancora di una tradizione secondo la quale la volontà e la forza, così necessarie nella lotta contro le passioni, sono più importanti. La scoperta della tenerezza di Dio ha aperto nuovi percorsi per la nostra spiritualità; ma assistiamo più a proclamazioni di principio che ad attuazioni nel quotidiano.

È accogliente la Chiesa?

Alla domanda: "è accogliente la Chiesa?", possiamo rispondere che dal punto di vista sociale, lo è senz'altro più di un tempo. Ma alla domanda: "la tenerezza è di casa nella Chiesa?" la risposta è meno perentoria. Converrebbe anzi dire che a fronte di una Chiesa che come istituzione accoglie tutti, i suoi membri - dal clero ai credenti - a volte sono incapaci di offrire tenerezza. Questa affermazione potrebbe a prima vista scandalizzare e urtare chi fa della sua vita una continua offerta di tempo e di denaro, di impegno fisico e psichico al servizio della chiesa. E tuttavia assistiamo, all'interno della comunità, nei rapporti tra clero e laici, credenti e non credenti, a tanti piccoli eventi in cui la tenerezza vacilla. O addirittura è assente.

Il suo primo nemico è l'efficientismo, l'agitarsi per fare il massimo in opere di assistenza e beneficenza, senza lasciarsi "pungere il cuore" dal bisogno del fratello. Come se la quantità delle opere fosse più importante della loro qualità.

E’ più difficile catalogare i gesti che pur se indirizzati al bene lo compiono solo a metà per mancanza di tenerezza. Si tratta di sfumature: tipologia di sorrisi, tonalità di parole, capacità di farsi piccoli coi piccoli, umiltà nell'accettare minuscoli doni di contraccambio, disinteresse per la salute e i problemi pratici dell'altro. Amare con amore di tenerezza richiede forse un buon carattere, ma soprattutto un lungo lavorio interiore. La tenerezza, sulla scia di quella divina, è accoglienza e accettazione del vicino con tutti suoi limiti e difetti: è così che Dio ci ama. Bisognerebbe saper vedere i difetti dell'altro conte uno specchio delle nostre manchevolezze, per quanto diverse. Ciò presuppone il riconoscimento della nostra personale debolezza. Riconoscimento che possiamo raggiungere solo con una lunga frequentazione del Signore nella profondità del nostro cuore, là dove la creatura, incontrando il Creatore, scopre la sua totale fragilità, insieme con il suo destino divino. L’efficientismo quasi mai attinge a quelle profondità. È sempre un'espressione del nostro intelletto, alla fin fine una manifestazione d'orgoglio: ecco come sono bravo io! Quanto più uno si interna nella sua profondità tanto più scopre la propria inadeguatezza alla perfezione dell'amore, di cui la tenerezza è espressione sublime. Da sempre la Chiesa ci invita a questo ponendoci dinanzi le parole dì Gesù: "imparate da me che sono mite e umile di cuore!". Ma fra l’insegnamento e l’attuazione, quale frattura, a volte!

Nelle stesse comunità cristiane, parrocchiali, di gruppo, persino conventuali, la tenerezza non sempre è di casa. Ci si da una mano, magari ci si vuole bene, come accade in una famiglia, ma rara è quell’accoglienza vigile, dolce e profonda che fa in modo che l'altro si senta ospitato, ricevuto nel nostro cuore sino ad esservi contenuto. Quanti possiedono il dono dell’ascolto totale, per esercitare il quale ogni proprio moto o pensiero deve essere rimosso? Magari un ascolto breve – perché manca il tempo - ma completo. Un tale tipo di ascolto a volte manca persino ai sacerdoti, in confessionale o fuori. Mi è capitato, durante una confessione di essere più io ad ascoltare le "esternazioni" del Prete che ad aprire il mio spirito.
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Seconda parte

Un supplemento di tenerezza.

Il mondo lo attende, da tutti i credenti

La Chiesa, questa Chiesa di fine secolo, è apertissima a tutte le categorie sociali, non emargina, invita sempre all'accoglienza, eppure non si è ancora intrisa di tenerezza. I gruppi non hanno ancora appreso sino in fondo la scienza e la sapienza della tolleranza fra i propri membri: la critica reciproca è ancora un'abitudine serpeggiante. Le meschine lotte per i posti "di potere" - una presidenza, un segretariato - ricalcano le modalità del mondo. Permane anche l'abitudine a "coltivare il proprio orticello", negando - non sempre, naturalmente, ma spesso - la collaborazione ad altre iniziative analoghe o confinanti. Ognuno tende a "tenersi stretti" i suoi soci, gli indirizzi, il proprio periodico… Anche questo è non-accoglienza, tanto meno tenerezza. Il guasto provocato da simili atteggiamenti è tanto più evidente considerando il bene che si riesce a fare quando più associazioni o parrocchie si uniscono per dar vita a un'iniziativa unica.

Il mondo si aspetta dai credenti un supplemento di tenerezza, di pazienza e tolleranza, di "ospitalità psicologica" e di serenità, di ottimismo. Ogni volta che un cristiano, che tale si dichiara, scivola nell'opposto, trascina nella sua caduta la vitalità del messaggio evangelico. La gente si aspetta fatti, non prediche. E’ terribile vedere un sacerdote che si comporta in modo duro, che manca di gentilezza, di attenzione. In una libreria cattolica mi sono vista scavalcare da un prete. Entrato dopo di me, non si è neppure guardato intorno e si è fatto subito servire. E quando finalmente mi ha visto, non ha chiesto scusa. Un altro, incontrando una sua parrocchiana che era stata a lungo malata, non le ha chiesto niente della sua salute. Una catechista, dopo anni di lavoro assiduo, colpita da sclerosi, si è sentita abbandonata... Al contrario, ho conosciuto sacerdoti di grande delicatezza, di profonda umanità. Una mattina ero seduta in una chiesa a meditare. Entrano alcune persone con il loro sacerdote, uomo dolce e "innamorato" della gente. Una di quelle persone ha esclamato: "Don Egidio, sei un gioiello!" Ed era vero. Se dovessi definire con un aggettivo don Egidio, ora passato oltre l’orlo del cielo, userei la parola "tenero". Lo era nei gesti, in confessione, durante l’omelia. Una volta, in cui lo vidi un po’ alterato rimasi turbata, rendendomi così conto di quanto il suo esempio mi fosse di stimolo.
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Terza parte

Una Chiesa troppo "maschile"?

La dolcezza, la tenerezza sono purtroppo poco frequentate dagli uomini di chiesa È più facile trovarla tra le suore. E allora sorge la domanda: non è troppo "maschile" la Chiesa? Normalmente sì. E questo si evidenzia in vari modi: nell’"uso" della collaborazione della donne sempre in forma subordinata e dandola per scontata; nel considerare de secondaria importanza la stampa femminile, nell'escludere le donne dalle posizioni decisionali. Si attua così una non-accoglienza subdola, si sottovalutano le loro possibilità creative e dirigenziali, si mortificano carismi di valore, E quel che è peggio si delega alle donne la parte "tenera" dell’accoglienza, accreditando così il principio che la tenerezza sia compito esclusivamente femminile. Ma Dio è insieme hesed e emet, misericordia et veritas, tenerezza e saldezza. Come sarebbe più salvifico se le due componenti coabitassero in chi lo rappresenta in questo mondo, uomo o donna che sia. Quanto più convincenti saremmo noi tutti che ci proclamiamo cristiani se la forma "tenera" dell'amore improntasse ogni gesto: in famiglia, nei luoghi di lavoro, sui mezzi pubblici, nei negozi e nei supermercati.

La fonte della tenerezza è Lui… Ma per attingerla dobbiamo lasciarci disarmare

Ma dove prendere tenerezza, a quale fonte attingere? Spesso ci ritroviamo con un carattere inasprito dalle circostanze, siamo stressati dalle incombenze pesanti, inseguiti dalle scadenze, debilitati dalle malattie, afflitti da convivenze difficili, incompresi in famiglia, schiacciati da colleghi prepotenti, irritati dal traffico... Come conservarsi dolci e disponibili aperti e accoglienti? Dove troveremo la forza e la speranza per esserlo? Lasciandoci disarmare. Disarmare del nostro orgoglio e della supponenza, accettando come normale l’inadeguatezza umana alla perfezione. Il segreto della riuscita è nel riconoscimento della nostra fragilità, della nostra sorte di peccatori recidivi, che mai però disperano della misericordia divina. Essa, che è tutta e soltanto tenerezza, ci insegnerà la strada. E allora, da questa posizione di estrema debolezza riconosciuta e accettata, il mio occhio inspiegabilmente assumerà una vista più acuta, capace di entrare nella vita dell'altro, del mio simile, simile in quanto fragile e peccatore come me. Mi sarà così più agevole mettermi sul suo stesso piano. Egli avvertirà questa posizione fraterna e mi sentirà accanto davvero. Diventerò tenero con lui perché saprò accettarlo, avendo prima accettato me stesso. Un uomo o una donna così Dio lo ama di un amore innamorato. E non tarderà a farglielo capire. Questa sarà la fonte dove attingere a piene mani e felice cuore tutta la tenerezza che serve.

ROSETTA ALBANESE

Giornalista. Direttrice di "Nuova e Nostra" – Milano

(da "famiglia domani" 2/99)

Pubblicato in Spiritualità Familiare
 

AMARSI L’UN L’ALTRO È DIMORARE IN DIO-AMORE

Esegesi di 1 Gv 4,7-21

· Il comandamento nuovo di Gesù · Il volersi bene come fratelli rende ancora presente in noi il Maestro · L’amore infatti viene da Dio che è amore · · E questo Dio-amore dimora in noi e scaccia la paura · L’amore diventa così la "vocazione" che racchiude tutte le vocazioni (Teresa di Lisieux).

Il comandamento nuovo di Gesù · Il volersi bene come fratelli rende ancora presente in noi il Maestro · L’amore infatti viene da Dio che è amore · · E questo Dio-amore dimora in noi e scaccia la paura · L’amore diventa così la "vocazione" che racchiude tutte le vocazioni (Teresa di Lisieux).

Prima parte

All'inizio del discorso di addio nell'ultima cena, Gesù lascia ai suoi discepoli, quasi come disposizione testamentaria, il comandamento "nuovo": "Vogliatevi bene gli uni gli altri; come io vi ho amato, così anche voi dovete amarvi a vicenda". E aggiunge: "Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri" (Gv 13,34 ss). Queste parole seguono immediatamente e perciò sono strettamente collegate con l'annuncio che Gesù fa della sua prossima e dolorosa separazione: "Figlioli (notare l'affettuoso "tèknìa"), ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete... ma dove vado io voi non potete venire" (Gv 13,33). In altre parole: "Quando io non sarò più fisicamente con voi, il volervi bene come fratelli mi renderà presente tra voi". Nel Vangelo di Matteo lo stesso pensiero chiude il discorso di Gesù alla comunità dei fratelli: "In verità vi dico: se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la accorderà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro" (Mt 18, 19ss) Mi è sembrato utile partire da qui, perchè il brano di Gv 4,7-21 su cui proponiamo di meditare, può essere considerato come una lunga e profondissima riflessione sul "comandamento nuovo" lasciato da Gesù come suo testamento. Il Brown, nel suo ampio e preciso commento di questo brano, propone questa divisione e questi titoli:

  1. L'amore (agàpe) è dal Dio che è amore (agàpe): 1 Gv 4, 7-10 .
  2. Il Dio di amore dimora in noi: 4, 11-16b
  3. L’amore ha raggiunto la perfezione in noi scacciando il timore: 4, 16c-19,
  4. Amare il proprio fratello come comandato da Dio: 4, 20-21.

1.L'amore è dal Dio che è amore

Osserviamo subito che l’Autore di 1Gv si rivolge ai suoi lettori con l'appellativo "agapetòi", tradotto con "carissimi" o "diletti". Nel greco dei LXX "agapetos" viene spesso usato per tradurre l’ebraico "jâhîd" = "diletto in modo unico", "figlio prediletto" (es Isacco) o anche l’"unigenito" ed è l'aggettivo usato spesso per designare il popolo diletto di Dio, Israele. In Marco, il Padre celeste presenta così lo stesso Gesù, sia nel battesimo al Giordano, sia nella trasfigurazione. Tu sei il Figlio mio "prediletto", in te mi sono compiaciuto (Mc 1,11; cf 9,7). Paolo del resto si rivolge ai cristiani di Roma chiamandoli "Diletti di Dio, chiamati santi" (Rm 1,7) E ai "diletti" l'Autore ripropone in prima persona coinvolgendo quindi se stesso come aveva già fatto in 3,23, il comandamento: "Vogliamoci bene l’un l’altro, dal momento che l’"agàpe" è da Dio. Ognuno che ama è generato da Dio e conosce Dio". L’agàpe dunque non è un amore che abbia la sua origine dal cuore umano, "ma è un amore spontaneo, immediato, creativo, che scende da Dio nel cuore del cristiano e dal cristiano passa, sempre attraverso l’azione di Dio, ad un altro cristiano". E’, cioè, dono di grazia, è il carisma a cui Paolo invita ad aspirare come al più grande dei carismi e che ci indica come "via migliore di tutti" (I Cor 12,31; 13,13).

In 3,1 l'Autore di 1 Gv aveva esclamato: "Quale grande amore (agàpe) ci ha donato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!". Qui ci dice che i figli di Dio fanno vedere, manifestano di essere veramente tali proprio nell'amore. E’ amandosi che i cristiani scoprono di avere in comune la natura di figli di Dio. Ed è amando che i figli arrivano a "conoscere" il Padre.

Il v.8 riprende al negativo, nel caratteristico stile semitico del parallelismo antitetico, lo stesso concetto, ricalcandolo: "Chi non ama non ha conosciuto Dio" e conclude con la grande affermazione: "Perché Dio è amore!".

Viene spontaneo ripensare alle altre affermazioni giovannee, sia del Vangelo che delle Lettere: "Dio è Spirito" (Gv 4,24); "Dio è luce" (1Gv 1,5 ) e a quelle che, in prima persona, Gesù proclama solennemente con i ripetuti "io sono" (Egô eimi = YHVH): "Io sono la luce del mondo" (Gv 8,12); "il pane di vita" (Gv 6,48), "la risurrezione e la vita" (Gv 11,25); "la via, la verità e la vita" (Gv 14,6). ecc.

S. Agostino, commentando questa definizione di Dio, esclama: "Se niente altro a lode dell'amore fosse stato scritto nella lettera, o meglio nel resto della S. Scrittura, e noi avessimo udito dalla bocca dello Spirito di Dio solo questa asserzione: "Dio è amore", non dovremmo cercare niente altro".

"E l'amore di Dio si è manifestato a noi da questo: che Dio ha mandato il suo Figlio "unico" nel mondo, perché noi avessimo la vita per mezzo di Lui" (v. 9). Qui, tenendo presente Gv 3,16, possiamo parafrasare: "da questo siamo venuti a conoscere che cosa significhi l' "agàpe" di Dio: per noi Cristo diede la sua vita". In altre parole ci viene rivelato che Dio ha un solo Figlio "prediletto", che è disposto a offrirlo in sacrificio fino alla morte ed è disposto a fare questo per noi, per la remissione dei nostri peccati e perché possiamo avere la vita in Lui.

E conclude questa prima parte: "In questo consiste l'amore: non è che siamo noi che abbiamo amato Dio, ma è Lui che amò noi e mandò il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati" (v.10). L'amore dunque è da Dio: non sono io che ho scelto per primo di amare Lui (cf Gv 15,16), ma è Lui che ha scelto me da amare. Sono venuto all'esistenza per una sua scelta, perché mi ha voluto bene. Esisto, perché Lui continua a volermi bene, mi fa oggetto continuo del suo amore. Accogliendomi come "dono suo per me", accolgo il dono supremo che Egli mi fa: il suo Figlio "prediletto", che si offre in sacrificio per i miei peccati, per darmi la vita eterna. Accogliendo l'altro (fratello, sorella, fidanzato/a, sposo/a, amico/a, ecc) come "dono di Dio per me", e donandomi all'altro come "dono di Dio per lui", entro in questo vortice dell'amore di Dio.

Amare è perciò anzitutto accogliere; "lasciarsi amare" da Lui, prendere coscienza che Lui mi vuole bene, è entrare nella sua pace e riposare nell'amore. Ma è anche capire che l'altro, quello che io incontro (tutti, ma in modo particolarissimo il compagno o la compagna dalla mia vita - fidanzato/a, sposo/a), è stato pensato da Lui per me. Non sono in fondo io che l'ho scelto, è Lui che me lo ha fatto incontrare e me lo "dona" ogni giorno, ogni istante. Scoprire l'altro come "il dono di Dio per me", mi aiuta a scoprire Dio in lui, un Dio che diventa "Dio per me", un Dio Padre che, attraverso l’altro, mi dona il suo Figlio. Prendere coscienza di queste verità, proporcele come norma di vita, esercitarci ogni giorno a realizzarle nel quotidiano: è questa la strada o il cammino per educarci all’amore.

 

Seconda parte

2. Dio che è amore dimora in noi (cf 1Gv 4,11-16)

La Lettera riprende: "Carissimi, se Dio ha voluto bene a noi così, bisogna che noi a nostra volta ci vogliamo bene l'un l'altro. Nessuno ha mai visto Dio. Tuttavia se ci vogliamo bene l'un l'altro, Dio dimora in noi e il suo amore ha raggiunto in noi la perfezione" (vv. 11-12). Qui troviamo la conseguenza già intravista in quanto detto sopra: il comando di volerci bene l'un l'altro è la logica conseguenza dell'amore che Dio ha per noi. Nel IV° Vangelo Gesù dice: "Voi dimorate nel mio amore, se osserverete i miei comandamenti, proprio come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e dimoro nel suo amore... Questo è il mio comandamento: "vogliatevi bene l'un l'altro"" (Gv 15,10.12). Se Dio è amore, là dove egli è deve esserci amore. Noi non abbiamo mai visto Dio: tuttavia il volerci bene tra noi fa si che Dio dimori in noi. L'amore che ci doniamo e che accogliamo l'un l'altro è il segno-sacramento dell’amore che il Padre ci dimostra mandando il suo Figlio a morire per noi. È questo amarci l’un l’altro come membri vivi dei Corpo di Cristo, che realizza la nostra "comunione" (Koinonìa) con Lui e la presenza di Lui in noi: "Come il Padre ha amato me, così anche io ho amato voi: rimanete nel mio amore" (Gv 15,9)

La Lettera continua: "Da questo possiamo conoscere che dimoriamo in Dio ed Egli dimora in noi, perché ci ha fatto dono del suo stesso Spirito" (v.13). S. Paolo trova appunto nel dono dello Spirito Santo e nella sua presenza attiva in noi la ragione per cui, con il suo aiuto, possiamo gloriarci persino nella tribolazione, perché, dice, "questa produce pazienza, la pazienza (produce) una virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude, perché l'amore (agàpe) di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato donato" (Rm 3,3-5). È la promessa fatta da Gesù nel suo discorso di addio che si realizza: "Io pregherò il Padre ed Egli vi darà un altro "Consolatore", perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di verità… che voi conoscete perché dimora presso di voi e sarà in voi... Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama. Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anche io lo amerò... e noi (il Padre ed io) verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui" (Gv 14,16-23). "Con Gesù che si apre così intimamente ai discepoli, anche il Padre viene a loro; essi verranno immersi nella comunione di vita e di amore con Dio. Le parole di Gesù circa le "molte dimore nella casa del Padre" (Gv 14,2) si adempiono già ora: Gesù e il Padre dimoreranno presso quel discepolo". Ne. consegue che in ogni rapporto di persona a persona, ma in modo unico irripetibile nel rapporto tra fidanzati o soprattutto tra sposi, quando c'è amore (agàpe), è Lui che incontriamo, è Lui che in definitiva "dà pienezza, porta a compimento" il nostro amore.

Tutti abbiamo fatto l'esperienza che quanto più amiamo una persona, tanto più troviamo inadeguati a esprimere quello che sentiamo dentro, i segni, i gesti con cui tentiamo di esprimere il nostro amore. C'è in noi qualcosa di infinito, dobbiamo "dirlo" con gesti così finiti! Per questo ci son sempre tante nostalgie, c'è sempre il senso della nostra finitudine, del "fino a quando?".

E’ Lui che mi garantisce che il mio amore per te entra nell'eterno, perché è Lui che lo salva dal tempo. È per Lui che, quando ti dico che "ti voglio un bene infinito e per sempre" sono "vero", perché, sì, ti dico qualcosa che sento profondamente vero, ma come può la mia finitudine garantirti l'infinito e il "per sempre"? È ancora Lui, il Salvatore, che mi dona giorno dopo giorno la grazia del "per sempre". Ecco perché il mio amore per te entra nell'eterno…!

 

Terza parte

3. L'amore ha raggiunto in noi la perfezione, scacciando il timore (1Gv 4,16-19)

Se il cristiano "dimora nell’amore, dimora in Dio e Dio dimora in lui, perché Dio è amore" e l'amore raggiunge la perfezione nel fatto che, vicendevolmente, Dio dimora in colui che ama e colui che ama dimora in Dio. Ne consegue, aggiunge la Lettera, che possiamo aver fiducia nel giorno del giudizio, perché già in questo mondo siamo come Lui, il Cristo, cioè abbiamo già in questa vita una somiglianza con Lui, perché siamo in mutua comunione col Cristo, e in Cristo col Padre. E allora, perché aver paura? L'amore non lascia spazio alla paura, anzi, l’amore perfetto scaccia il timore (v. 18); per cui, sembra dirci S. Giovanni: "Rifletti bene su te stesso: se sei ancora timoroso, è segno che il tuo amore non ha ancora raggiunto la perfezione". "Quanto a noi, ripete, noi amiamo perché Egli ci ha amati per primo" (v. 19).

4.Amare il proprio fratello come comandato da Dio (1Gv 4,20-21)

I vv. 21-22 che chiudono il capitolo, richiamano quanto l'Autore aveva già detto in 3.16-17: "Da questo abbiamo conosciuto l'amore: Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli. Ma se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il suo fratello nella necessità gli chiude il proprio cuore, come dimora in lui l'amore di Dio?". Qui precisa: l’amore - agàpe - che viene da Dio, si deve esprimere nell'amore del fratello: "Chi infatti non ama il fratello che vede, non può amare Dio che non vede" (4,21). In altre parole, "l’amore per Dio e l'amore per il fratello sono due aspetti dello stesso amore, cosicché, quando è assente l'uno è assente anche l’altro… E la ragione è che il proprio fratello è un figlio del Dio, dal quale viene l’amore, e Dio Padre esprime l'interesse per i suoi figli attraverso l'amore che ciascun figlio ha per l'altro".

Se riflettiamo bene, siamo nella logica del giudizio finale di Mt 25,31-46: " ...In verità vi dico: ogni volta che avete fatto (o non avete fatto) queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, lo avete fatto (non l'avete fatto) a me" (Mt 25,40.45>.

Ecco perché per Teresa di Lisieux, come per noi - con tutti i nostri limiti -, scegliere l'amore-agàpe come "vocazione" è "comprendere che l'AMORE racchiude tutte le vocazioni, che l'amore è tutto, che abbraccia tutti i tempi e tutti i luoghi, in una parola che l'amore è eterno…!".

E, se al termine della nostra vita saremo giudicati sull’amore, sforziamoci, come ci esorta S. Paolo, di "Farci imitatori di Dio, quali figli carissimi, e di camminare nell'agàpe, nel modo che anche Cristo ci ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore"

(Ef 5,1-2)

DON GIACOMINO PIANA

Genova

(da "famiglia domani" 2/99)

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EDUCARE ALL’AMORE

Quarta parte

Una revisione di vita

Seguendo il percorso della Revisione di Vita ci viene spontaneo confrontare ora la nostra riflessione con la parola di Dio. In Giovanni 13,34, Gesù, al momento di lasciare i discepoli, dà loro un ultimo ma nuovo comandamento che supera quelli antichi consegnati a Mosè, un insieme di norme date per regolare la vita del popolo di Dio in cammino verso la terra promessa. Egli non si dilunga più in un elenco di regole fisse, di leggi tradizionali, di codici di comportamento, ma semplicemente dà un comando avallato dall'esperienza di amore vissuto che deve condurre all'amore donato: Amatevi gli uni gli altri! Amatevi come io vi ho amati!

Già in altre occasioni (Mt 22,37-40), Egli aveva annunciato la grande novità dell'amore come fondamento della legge e dei Profeti stessi e la essenzialità dei due grandi comandamenti dell'amore verso Dio e verso il prossimo che comprendono e giustificano tutti gli altri. Paolo nel suo insegnamento evidenzia con vigore la primaria importanza dell'amare su ogni altro mezzo di appartenenza a Cristo... (l’amore soltanto fa crescere nella fede, I Cor 81). La sua fiducia nella potenza della carità sopra ogni altra virtù lo conduce fino alle parole forti e chiare di quel brano della lettera ai Corinzi che tutti conosciamo sotto il titolo esplicito di "inno all'Amore". Là egli non insegna il modo di amare, ma proclama in modo affermativo e diremmo quasi perentorio com'è colui che ama, ci rende viva e reale le la figura dell'uomo che ama in verità spingendosi ad affermare che anche il sacrificio estremo di se stessi se compiuto senza amore non ha alcun valore! lì suo modo di esprimersi si ispira alla chiarezza evangelica del "sì-sì, no-no", scandisce con efficacia che chi ama è... chi ama non è ( cf 1Cor 13).

Al termine di questa breve analisi e confortati dalla parola di Dio sentiamo di poter proporre con ancora maggior consapevolezza e fiducia il binomio EDUCAZIONE-AMORE. A nostro avviso esso indica il cammino sofferto e al tempo stesso entusiasmante dell'umanità sempre alla ricerca dell'amore vero che si raggiunge soltanto attraverso un lavoro costante di purificazione e di conversione che costituisce appunto la e-ducazione del cuore.

MARINELLA ed ENRICO GUALCHI

Segretari diocesani C.P.M.- Torino

(da Famiglia domani 2/99)

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EDUCARE ALL’AMORE

Terza parte

(Educare...)...all'amore

Passo dopo passo dalla parola educare siamo giunti alla parola amore.

Noi speriamo che tutti i nostri lettori abbiano fatto, sebbene in modi diversi, l’esperienza di amare, e da quell'esperienza, se si tratta di amore autentico cioè di volere (il) bene ricordino che quando si ama davvero si desidera che l'amato sia sempre al meglio di sé, che esprima i suoi lati migliori, che sia in armonia con se stesso, con noi, con tutto il mondo. Per aiutare l'altro, cioè per educarlo, per farlo crescere forte, equilibrato e sicuro cerchiamo di dissipare i suoi pensieri negativi, gli sottolineiamo tutto ciò che di bello e di costruttivo c'è in lui: non diamo troppo peso ai suoi limiti che conosciamo certamente e non nascondiamo ad entrambi, ma che l'amore e il desiderio di star bene insieme ci fanno apparire meno pesanti!

L'azione educativa si dipana così in un rapporto di fiducia, di arricchimento reciproco, di serenità che pone la persona in uno stato di migliore ricettività dove ogni seme di educazione e di crescita interiore troverà buon terreno per portare molto frutto. Se per nostra fortuna abbiamo l'esperienza dì essere amati o di essere stati amati sappiamo bene quanto ci ha donato in fiducia e sicurezza la presenza di chi ci ama. Chiediamoci quale risultato hanno dato le parole lette sull'amore, parole detteci sull'amore, parole insegnateci sull'amore e d’altro canto quale effetto hanno prodotto in noi molti gesti autentici di amore! Oggi notiamo come sempre più le figure di forte ed autentica testimonianza lascino segni profondi nell'opinione pubblica e siano oggetto di rispetto e di considerazione. Spesso il loro messaggio non è stato trasmesso a parole, ma la testimonianza concreta della loro vita spesa nell’amore rispettoso del prossimo ha potuto più di molte teorie educative. Ecco perché sentiamo serenamente di poter affermare alla luce della nostra modesta esperienza che educare all’amore consiste prima di tutto amare autenticamente perché chi è amato sperimenta e apprende l’amore e a sua volta amerà con suoi carismi ed i suoi modi.

MARINELLA ed ENRICO GUALCHI

Segretari diocesani C.P.M.- Torino

(da Famiglia domani 2/99)

Pubblicato in Spiritualità Familiare
 

EDUCARE ALL’AMORE

Seconda parte

Educare...

Ci pare perciò utile innanzitutto analizzare i due vocaboli chiave dell’espressione "educare all'amore" per scoprirne il significato reale e confrontarlo con le interpretazioni a volte distorte che abbiamo costruito nella prassi quotidiana. Educare: questa parola è presente quasi esclusivamente nel linguaggio degli adulti e perlopiù a senso unico in direzione dei cosiddetti "sottoposti", siano essi figli, allievi. "catechizzandi" o simili; a volte l'oggetto dell'azione educatrice è rappresentato da persone che semplicemente non rientrano nei formali schemi di comportamento e perciò ritenute bisognose di interventi educativi che spesso vanno letti come limitativi o peggio coercitivi.

Non siamo forse caduti tutti almeno una volta nella tentazione di approfittare del nostro ruolo di educatori per proporre le nostre soluzioni, le nostre maniere, le nostre idee con la malcelata convinzione che fossero il meglio per i nostri giovani senza magari tenere conto della loro realtà? Se facciamo un passo in più arriviamo a dare alla parola educare una valenza di dono che comunque scende sempre dall'alto di chi ha già accumulato esperienza e conoscenza (l'educatore) verso chi è del tutto sprovvisto di risorse (l'educando). La maggior parte dei cosiddetti educatori è convinta che il soggetto da educare sia un contenitore vuoto in cui riversare concetti ed esperienze già filtrati e che gli permetteranno di camminare sicuro nella vita secondo i parametri e le valutazioni dell'educatore stesso. Leggiamo dunque dal vocabolario: Educare = dal latino Ex (fuori) - Ducere (trarre). Sorprendentemente l'etimologia della parola va al contrario del nostro convincimento: non si tratta di mettere dentro, bensì di tirare fuori qualcosa. Da dove? E da chi?

Il primo "dove" è il cuore dell'educando che, anche se a volte lo dimentichiamo, ha in sé tutti i doni che Dio gli ha riservato come creatura fatta a Sua immagine e somiglianza; doni che noi non abbiamo costituito ma che responsabilmente dobbiamo scoprire e rivelare alla persona che ci è stata affidata.

Poco alla volta il vero senso dell'educazione si delinea più impegnativo e più coinvolgente: non si tratta dunque di trasmettere in modo distaccato e scolastico un insieme di nozioni o anche di valori, ma di accogliere una creatura per conoscerla profondamente ed aiutarla a conoscersi e ad accogliersi a sua volta. Dunque il presupposto dell'educazione è l'accoglienza. Qui scopriamo il secondo "dove", e cioè il nostro cuore di educatori, e sottolineiamo cuore e non mente, raziocinio! Per tirare fuori il profondo di una persona nel senso detto di e-ducare dobbiamo prima capirla, cioè contenerla in noi, accoglierla com'è veramente perché cosi Dio la conosce e la ama. Per farle posto nel nostro cuore dovremo però tirare fuori e buttare via qualcosa che da troppo tempo vi giaceva inutile, qualche pregiudizio, qualche luogo comune, qualche immagine preconfezionata che si sovrappone all’immagine autentica dell'educando che dobbiamo invece raggiungere insieme. L'amore ci aiuterà nel compito educativo a volte più che scientifici programmi tecnicamente perfetti ma comunicati con freddezza!

MARINELLA ed ENRICO GUALCHI

Segretari diocesani C.P.M.- Torino

(da Famiglia domani 2/99)

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