Sabato, 30 Agosto 2014
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Sabato 08 Aprile 2006 20:14

CHIAMATI A UNA NUOVA VITA

CHIAMATI A UNA NUOVA VITA

 

La parabola del figliol prodigo mi da lo spunto per alcune considerazioni sulle difficoltà, ma anche sulle opportunità che l'itinerario di conversione offre al­l' uomo d'oggi. In quest'ottica, il termine parabola potrebbe essere inteso non solo nel senso tecnico che assume nei Vange­li e nella loro esegesi, ma anche in quel­lo fisico di traiettoria caratterizzata ini­zialmente da un progressivo allontana­mento dall'origine cui fa seguito un ra­dicale mutamento di direzione che porta a ripercorrere in senso inverso la regione già esplorata, senza peraltro ricondurre al punto di partenza. Potrebbe essere questa, infatti, un'icona pertinente del cammino del figliol prodigo il cui per­corso può essere, senz'altro, assunto a paradigma di molte conversioni.

Esperienza che si può rifiutare

Chi riflette sulla propria vita o sull'e­sperienza degli altri, può facilmente ac­corgersi che viene sempre il tempo in cui si avverte come urgente la necessità di cambiare. A spingere in questo senso sono, alle volte, situazioni traumatiche esterne - come nel caso, ad esempio, del figliol prodigo -, ma può essere anche un progressivo affinamento spirituale a portare a giudicare il modo di vivere fi­nora adottato non più compatibile con il desiderio che emerge dal profondo del cuore. Tuttavia - anche questa è espe­rienza comune - i richiami alla conver­sione non sempre portano ad un vero e, soprattutto, definitivo cambiamento. Perché?

Sembra che si possa rispondere: per­ché nel soggetto in crisi mancano le con­dizioni psicologiche e spirituali minime per andar oltre la pulsione emotiva e ap­prodare a scelte fondate sulla volontà.

Manca, quasi sempre, la sincerità con se stessi, intesa questa come la capa­cità di cogliere i veri motivi della crisi. È ovvio che l'abbandono di abitudini radi­cate non può essere il frutto di una vaga sensazione di disagio o di una confusa aspirazione al meglio. Bisogna sapere in­dividuare i motivi profondi della spinta al cambiamento perché questa sarà pos­sibile solo se richiesta da un'istanza che il soggetto riconosce di alto valore. Nel caso del figliol prodigo era ben chiaro a lui che in gioco c'era la sua stessa so­pravvivenza fisica. I motivi che spingo­no al cambiamento non devono quindi essere banali. Utilizzando la terminolo­gia di Lévinas si potrebbe forse afferma­re che una vera conversione è possibile solo se indotta non da un bisogno - che una volta soddisfatto svanisce -, ma da un desiderio, inteso quest'ultimo come il movimento che porta a riconoscere l'og­getto come un valore piuttosto che a pos­sederlo. C'è da dire che se si sviluppasse fino in fondo questa suggestione si arri­verebbe, probabilmente, ad affermare che l'unica vera conversione è quella a Dio; ma ci si può fermare anche qualche passo prima di questa conclusione, per­ché l'uomo è mosso sia da bisogni sia da desideri e pertanto ogni sua conversione, anche se profonda, non sarà mai definiti­va e totale.

Rimane, comunque, vero che il cri­terio ultimo per avviarsi con speranza di successo sulla strada della metànoia (come nel greco del Nuovo Testamento è chiamato il cambiamento radicale) è la sincerità dell'analisi delle pulsioni. Come ha fatto il figliol prodigo di cui nel Vangelo non si ricordano doppi pen­sieri.

Altra condizione necessaria per un esito positivo della crisi, anch'essa spes­so carente, è l'umiltà, intesa come la ca­pacità di riconoscere che si è finora sba­gliato e che l'errore dipende da noi. L'e­sperienza dice che riconoscere l'errore è abbastanza facile perché le sue conse­guenze negative sono quasi sempre evi­denti. Al figliol prodigo bastava guardar­si ridotto in mezzo ai porci - per lui ani­mali impuri - per capire la gravita della sua situazione. Quello che pochi, però, riescono ad ammettere è la responsabi­lità nell'errore. L'orgoglio trova estrema­mente facile far ricadere sugli altri, al­meno in parte, la colpa della condizione miserevole a cui ha condotto una scelta personale sbagliata. Di questo atteggia­mento non c'è traccia, invece, nel figliol prodigo. Forse perché lui aveva già rag­giunto una terza condizione che ritengo indispensabile per poter dare un esito po­sitivo al desiderio di cambiamento: la li­bertà dai condizionamenti. Niente, in­fatti, lo legava più al suo stato. Mentre per noi è sempre estremamente difficile sentirci liberi da quelli che percepiamo come convincimenti irrinunciabili, per­ché maturati nel tempo in forza dell'au­tonomia intellettuale, culturale, spiritua­le che è ritenuta, a ragione, la caratteristi­ca specifica dell'uomo libero. Qui S. Ignazio di Loyola parlerebbe della ne-c^&sità di «togliere le affezioni disordinate» per poter «cercare e trovare» la propria strada.

C'è ancora almeno una condizione la cui mancanza rende difficile una vera conversione: il pentimento, la capacità, cioè, di cogliere la negatività dell'azione compiuta e la disponibilità a non ripeter­la. Si noti a questo proposito che nel sen­tire comune il pentimento è considerato l'anticamera della conversione. In realtà è solo una delle condizioni necessarie (ma non sufficienti), in quanto ci si può pentire per una serie di motivi che, pur validi, non inducono al cambiamento ra­dicale perché non raggiungono il cuore del problema. In quest'ottica più che di pentimento si dovrebbe, però, parlare di rimorso. E il rimorso da solo può con­durre anche alla disperazione. Si veda, per esempio, l'episodio di Giuda narrato dai Vangeli.

Ci sono, ovviamente, anche altre ca­ratteristiche della personalità la cui man­canza o il cui ridotto significato per la psicologia del soggetto possono indurre quest'ultimo a rifiutare, o perlomeno a non approfondire, l'impulso alla conver­sione, quali, ad esempio, la generosità, la capacità di sperare, di superare i sensi di colpa, di dare un senso e una direzio­ne unitaria alla propria vita. Tutte si pos­sono far rientrare nel concetto di matu­rità umana. Ma quelle sopra illustrate in dettaglio - sincerità, umiltà, libertà dai condizionamenti e capacità di pentimen­to - mi sembrano le più importanti.

 

Esperienza complessa e particolarmente difficile

Che la conversione sia un'esperienza complessa emerge anche da quanto detto nel paragrafo precedente dove sono state indicate alcune condizioni soggettive senza le quali la stessa non può maturare.

Esistono, però, anche delle condizioni oggettive che complicano ulterior­mente la situazione e che la rendono, so­prattutto nel contesto odierno, particolar­mente difficile.

Già il termine stesso di conversione si presta a differenti interpretazioni. Può essere inteso, infatti, sia come cambia­mento, più o meno profondo, di qualcu­no o di qualcosa, con effetti per lo più esterni (la conversione dell'acqua in vi­no, per restare ad un episodio evangeli­co), sia come l'atto, sostanzialmente re­ligioso, di chi, sentendosi chiamato da Dio, volge tutto il suo essere dal male al bene, dal falso al vero, mutando non so­lo l'orientamento delle proprie azioni, ma lo stesso modo di vedere e giudicare la realtà (la conversione di S. Paolo, ad esempio, come narrata negli Atti degli Apostoli).

Alla prima accezione possono essere fatte risalire tutte le decisioni che impli­cano un cambiamento di vita in vista del raggiungimento di un qualche obiettivo giudicato importante. Sono scelte non necessariamente definitive che possono essere rinnovate nel tempo, ovvero mo­dificate, se cambia l'obiettivo o il suo valore.

Nella seconda accezione rientrano, invece, tutti quei cammini di perfezione che vengono generalmente definiti come «conversione a Dio» e sono, almeno nel­l'intenzione, definitivi.

C'è da dire che questa suddivisione è più teorica che pratica perché la persona umana è nello stesso tempo materiale e psichica e in essa configgono i limiti della carne e i doni dello spirito. Per cui il medesimo itinerario può essere frutto sia dell'istanza umana sia di quella di­vina.

La possibilità di un cammino di con­versione incontra oggi una serie di osta­coli che lo rendono assai difficile. La nostra epoca è caratterizzata, infatti, da una perdita di elementi che accentua la fragilità e la vulnerabilità dei soggetti, condizionando negativamente la possi­bilità di pervenire ad una

chiara coscien­za della realtà e di prendere decisioni definitive. Si pensi, ad esempio, alla perdita generalizzata della dimensione del tempo e del conseguente senso della storia, alla perdita di capacità di distanza critica, alla diminuzione, spesso dram­matica, della capacità di impegno stabile e incondizionato, alle difficoltà che si incontrano nel costruire la dimensione affettiva. Per di più l'incapacità a pren­dere una decisione che pure si sente psi­cologicamente urgente crea spesso in­quietudine e ansia.

C'è da chiedersi come se ne possa uscire. Ritengo che si possa ragionevol­mente sperare di orientare l'uomo d'og­gi e renderlo capace anche di vera con­versione, perché egli è, nella sua com­plessità misteriosa, progetto particolare di Dio e come tale riconoscibile e rico­struibile non al di là, ma attraverso e in mezzo alle sue deformazioni e fragilità. Occorre, però, rendergli familiari, affin­chè possa giungere a considerarli positi­vamente, alcuni degli elementi che lo co­stituiscono come mistero.

Suggerisco alcuni spunti da valoriz­zare nell'educazione:

•    la capacità di apertura al mondo dell'alterila, perché è necessario che im­pari a scoprire l'esistenza di realtà nuove in sé e nel mondo circostante e a lasciarsi interrogare dall'incontro con aspetti nuovi del proprio ambien­te e con i valori che lo animano e, per chi crede, con una Rivelazione;

•    la temporalità, intesa come la dimen­sione in cui il mistero si esplica, per­ché sappia riconoscere che il presen­te si fonda sulla capacità di accettare un passato che non è più e di antici­pare un futuro che non è ancora;

•   la complessità della persona. Essa de­ve essere colta e accettata nel suo es­sere contemporaneamente un misto di bene e di male, di giusto e di ingiu­sto, di acerbo e di maturo ed espres­sione di «sistemi di desiderio» non sempre del tutto integrati ed in armo­nia tra loro.

Esperienza nella quale è difficile riconoscere il protagonista

II fatto della complessità e della diffi­coltà dell'opera di conversione sopra ri­levato, pone il problema se il potersi convertire rientri nella facoltà umana o se non si debba piuttosto aspettarsi la conversione esclusivamente come frutto dell'azione di un Altro; dove l'Altro è per noi Dio.

Personalmente non saprei dare una ri­sposta definitiva al quesito perché non sono in grado di valutare l'attendibilità degli esiti di cammini di cambiamento profondo fondati sulle sole capacità fisico-psichiche dell'uomo.

Mi sembra, peraltro, che dalla Scrit­tura emerga con sufficiente chiarezza che la conversione non è primariamente espressione di una decisione autonoma umana, ma piuttosto una risposta all'ap­pello di Dio. Si vedano, per esempio, i numerosi richiami di Gesù (Mt 4,17; Le 5,32), ma anche quelli dei suoi discepoli (At 2,38; At 3,19). Si noti, per inciso, che per convertirsi non è richiesta una fede previa in Cristo: anche ai pagani è con­cesso (At 11,18). Qualche volta la rispo­sta dipende dalla decisione umana (At 9,35), ma in altri casi è pura grazia di Dio (At 16,14). Così anche il rifiuto non sempre è opera esclusiva dell'uomo (Me 4,12). Gesù, tuttavia, contrariamente al Battista, sembra concedere del tempo per consentire una vera conversione (si veda la parabola del fico sterile in Le 13,6-9) e dimostra fiducia nella disponibilità del­l'uomo a convertirsi: il figliol prodigo torna di propria iniziativa dal padre.

Da quanto sopra riportato sembra, quindi, che si possa affermare che, per la Scrittura, l'iniziativa parte da Dio ma ri­chiede sempre una partecipazione attiva della persona umana. Si potrebbe forse aggiungere che tale partecipazione è, per la Bibbia, tanto più fruttuosa quanto più l'interessato sa riconoscere nella fonte dell'appello anche una potenza efficace. Il figlio prodigo doveva avere una fidu­cia ben grande nella capacità di perdono del padre per ritornare a lui dopo le scel­te giovanili sciagurate!

Se una chiamata è - come sembra all'inizio di ogni conversione, ci si può chiedere infine se questa avvenga una sola volta nella vita o si manifesti più volte. L'esperienza, infatti, attesta, come abbiamo già avuto occasione di ricorda­re, che noi siamo esseri limitati («vasi di creta», secondo l'espressione di 2 Cor 4,7), per cui anche il cambiamento più sincero è sempre soggetto a possibili ri­pensamenti. Se vogliamo affermare la possibilità di perseverare nel cammino di conversione dobbiamo anche ammettere una pluralità di ravvedimenti, da giocar­si, come il primo, tra il dono gratuito di Dio e l'azione etica dell'uomo.

Così è, perché Dio è fedele e non fa mai mancare il suo invito alla vita nuova.

Anche questa è esperienza comune.

Conclusione

Abbiamo visto che convertirsi è un atto complesso, difficile, che si è tentati spesso di rifiutare o almeno di rimandare nel tempo e che implica, in ultima anali­si, anche l'intervento di Dio. Quest'ulti­ma acquisizione mi sembra, però, quella che può dare un valore positivo, uno sbocco significativo all'agire umano an­che nel contesto attuale. L'uomo può, in­fatti, rivolgersi sempre con fiducia a Dio perché Lui si rivolge per primo all'uo­mo. Sapendo che la conversione vera non può non accompagnarsi alla gioia. Come ricordano non solo la parabola del figliol prodigo, ma anche le altre del ca­pitolo 15 di Luca (la pecora perduta, la dracma perduta) le quali attestano la gioia di Dio per il ritorno del peccatore e invitano l'uomo a gioire con Lui.

In definitiva si può dire che nella conversione Dio offre all'uomo una nuo­va vita. Per questo Luca può descrivere il ritorno del figlio scapestrato con l'e­spressione riportata sotto il titolo, quasi icona dell'articolo: «...era morto ed è tornato in vita».

Mi sembra pertanto corretto conclu­dere che vale sempre la pena di intra­prendere il cammino della conversione, anche se può costare caro all'orgoglio umano, perché attraverso di essa c'è la possibilità di giungere alla vita vera.

 

 

Sergio Riccardi

Tratto da “Famiglia Domani – 2/2002”

Pubblicato in Spiritualità Familiare
Sabato 04 Febbraio 2006 11:23

PERCHE’ LA FAMIGLIA E’ BUONA NOTIZIA

PERCHE’ LA FAMIGLIA E’ BUONA NOTIZIA

 

Durante il quarto incontro mondiale della famiglia, svoltosi a Manila in gennaio, il tema che si è affrontato è stato: “La famiglia cristiana: una buona novella per il terzo millennio”. La notizia è bella perché viene dal cuore di Dio. Traccia una storia in cui i valori familiari si rivelano parte essenziale della “grammatica fondamentale dell’umana convivenza” (Giovanni Paolo II). Credere nell’amore fedele “sino alla fine”, costruire un intreccio di generazioni che si ritrovano nella comunione: è il dispiegarsi della buona notizia che la famiglia cristiana offre agli uomini del terzo millennio. La comunità coniugale e familiare, anche quando non risplende in tutta la sua bellezza, custodisce, come germe deposto da Dio nel suo cuore, la bella notizia dell’amore e della vita.

 

Di fronte alla famiglia lo stupore è intuizione della “buona notizia”.

La famiglia “che prende inizio dall’amore dell’uomo e della donna, scaturisce radicalmente dal mistero di Dio”. Il matrimonio è “un grande mistero”, perché “in esso si esprime l’amore sponsale di Cristo per la Chiesa”.

Si delinea un intreccio di orizzonti sui quali si dispiega la “buona notizia”. “Non esiste il grande mistero, che è la Chiesa e l’umanità in Cristo, senza il grande mistero espresso nell’essere una sola carne, cioè nella realtà del matrimonio e della famiglia. La famiglia stessa è il grande mistero di Dio”.

La famiglia è trasparenza di Dio: ripresenta il suo amore appassionato per l’umanità. Rimanda ad un mistero d’amore più grande, al mistero trinitario. Così, il modello originario della famiglia deve essere cercato nel mistero stesso di Dio, nel mistero della sua vita trinitaria;l’esistenza stessa della famiglia rimanda a quel mistero. “Il <<Noi>> divino costituisce il modello eterno del <<Noi>> umano, di quel <<noi>> che è formato dall’uomo e dalla donna, creati a immagine e somiglianza divina”. “Il matrimonio dei battezzati è simbolo reale della nuova ed eterna alleanza”: gli sposi, sono il volto concreto di Cristo sposo, e “la fecondità è il frutto e il segno dell’amore coniugale, la testimonianza viva della piena donazione reciproca degli sposi”.

 

La coppia/famiglia custodisce il mistero. Lo vive, lo trasmette.

 Essa testimonia, dunque, la dedizione con cui Cristo si spende per gli uomini. Nel volto dell’uomo e della donna che si amano traspare l’immagine più bella di Dio.

 

La famiglia è parola-immagine di Dio, essendo Dio in se stesso mistero nuziale: comunione di persone, che si cercano, si donano, si accolgono, esistendo in un’unica natura divina.

 

-La famiglia è parola-carne di Dio. Il vincolo d’amore che unisce gli sposi è “ripresentazione di ciò che è accaduto sulla croce”. Il dono sponsale reciproco nel segno del corpo e quindi della totale gratuità rende presente la dedizione nuziale del Cristo sposo.

 

-La famiglia è parola-parabola di Dio. La vita concreta della famiglia, snodandosi come ricerca costante della comunione e rispetto delle diversità, lascia intravedere il mistero di Dio che è convivialità di tre Persone diverse, esistenti nell’unità della natura divina. Spiega la bellezza dell’Amore che, creando unità, genera nuova vita.

 

-La famiglia è una buona notizia perché scaturisce dal cuore di Dio. Infatti, il mistero trinitario illumina la nuzialità umana che, a sua volta aiuta a contemplare il mistero.

 

Esiste “un mistero grande nascosto da secoli nella mente di Dio”. Cristo, parla del sogno di Dio nei confronti dell’umanità. Dio invita l’umanità alle nozze con sé, perché egli stesso è mistero nuziale. Costruendo la sua relazione con l’umanità, sceglie un suo popolo come uno sposo sceglie la sua sposa. E’ la nuzialità la chiave di lettura del mistero di Dio, la “bella notizia” che da esso scaturisce.

Dio si fa conoscere e si comunica nella nuzialità umana. Vuole la coppia umana come “immagine e somiglianza di sé”. Quando gli sposi entrano in relazione e si costituiscono nell’unità “in una sola carne” appare il volto della Trinità, si realizza la coppia-famiglia che racconta Dio, lo dona, lo svela. La coppia umana è chiamata ad essere in se stessa manifestazione di Dio.

 

L’amore coniugale è “l’immagine e il simbolo dell’alleanza che unisce Dio e il suo popolo”. L’alleanza d’amore che Dio costruisce con l’umanità ha una connotazione sponsale. All’inizio della storia della salvezza sta una coppia (Adamo ed Eva); al termine della storia sta una coppia (Agnello e la sposa). Tra la coppia iniziale e quella finale si sviluppa una stupenda avventura d’amore. La realtà dell’amore coniugale racconta l’alleanza nuziale che unisce Dio al suo popolo, il suo amore per esso. L’amore coniugale è simbolo di tale alleanza, di tale amore.

 

Cristo “rivela la verità originaria del matrimonio, la verità del principio e, liberando l’uomo dalla durezza del cuore, lo rende capace di realizzarla interamente”. Il grande mistero dell’Amore è rivelato ed attuato in Cristo. Gli sposi, consacrati “nel Signore”, raccontano Cristo. D’altronde, essi si ispirano ad un mistero, quello nuziale (dono del Signore), che già palpita in loro. E la famiglia, esistendo, afferma l’esistenza di Dio.

 

La famiglia è in se stessa una buona notizia per tutti, per la chiesa e per la società. La famiglia è una stupenda risorsa per l’umanità, in quanto amore, vita, solidarietà, fedeltà, generosità, fecondità. Ma essa è chiamata ad elaborare al suo interno tutti gli stimoli di educazione e di impegno affinché si realizzi l’immagine di Dio. La famiglia deve essere spazio in cui vivere l’uno per l’altro. “le famiglie” – come affermava don Tonino Bello, vescovo di Molfetta – “ non possono dirsi cristiane se non assumono la logica della reciprocità”.

La “buona notizia” che urge nel cuore di ogni famiglia cristiana, sarà, dunque stupenda, perché aprirà un futuro nuovo, fatto di concretezza umana e risonanza divina, realizzando il sogno di Dio per l’umanità.

 Don Renzo Bonetti

 

 

Tratto da “Settimana – 19 gennaio 2003”

Riduzione e adattamento a cura di Simona Internullo

Pubblicato in Spiritualità Familiare
Venerdì 13 Gennaio 2006 19:42

La coppia tra ferialità e festività

La coppia tra ferialità e festività

 

· Per la coppia, la ferialità è il superamento della quotidianità, luogo in cui esprime nell’attività di ogni giorno la propria identità · Con lo sguardo fisso al Sabato, alla festività, giorno destinato alla contemplazione e alla festa. Alla libertà.

 

Ha senso parlare di ferialità e festività?  Ci sembra che la cultura moderna tenda a globalizzare tutto. Anche il tempo. Denominiamo questa globalizzazione del tempo «quotidianità». Quotidianità come ripetitività ossessionante, uniformante, omologante. Il formicaio, l'alveare (il vespaio?) potrebbero essere posti come stemma sulla bandiera della così detta «civiltà» occidentale, del nord ricco ed opulento.

 

La quotidianità

La quotidianità è il ripetere giorno e notte (esiste un popolo della notte!) per sette giorni la settimana gli stessi riti, adorare gli stessi idoli, dedicare loro tutto il tempo.

«Fare, avere, produrre, consumare». Agitarsi, correre, non avere mai tempo «per altro». Il tempo libero è diventato preda dell'«industria del tempo libero». I media s'impegnano, con successo, a suscitare sempre nuovi bisogni e desideri. I desideri diventano necessità indispensabili.

Quotidianità è cogliere tutte le occasioni che i media propongono come risolutive per cancellare le insoddisfazioni, i limiti che l'uomo ha in se stesso. Smania del possesso delle cose e delle persone per placare il desiderio di onnipotenza che l'uomo crea nella sua interiorità.

Quotidianità è culto della moda, della fisicità, dell'apparire, dello sport, dell'automobile e della moto, di Internet e del cellulare, della TV e dell'auricolare.

Quotidianità che fa porre la speranza di chi non riesce a realizzare immediatamente i modelli indotti dalle idolatrie consumistiche, nelle lotterie, nelle scommesse, nelle bische, in turpi commerci di sesso e droga.

Quotidianità che non concede mai tempo all'uomo per essere se stesso, per chiudersi nella sua «cameretta» (cf Mt 6,6).

Talvolta, le stesse manifestazioni religiose sembrano cadere nella tentazione della quotidianità, dell'apparire, assumono l'aspetto di manifestazioni di folle, di masse, diventano spettacolo mediatico.

Quotidianità come inutile fatica di Sisifo, o, biblicamente, come «scavarsi cisterne screpolate, che non tengono acqua» (Ger 2,13)... Ed «essi seguirono ciò che è vano, diventarono essi stessi vanità» (Ger 2,5). Quotidianità, forma di schiavitù che sottomette l'essere all'avere, che non concede tempo all'uomo di essere con l'Altro, con l'altro, di «essere coppia».

 

La ferialità

Gli sposi realizzano la ferialità quando si impegnano per realizzare alloro interno (famiglia) e al loro esterno (società ed «ecclesia») un nuovo modello di famiglia e società. Tutto ciò che è stato creato nell'universo è buono, nulla va demonizzato e nulla va idolatrato.

La coppia nella ferialità sì prende cura di se stessa, ma si assume anche la responsabilità di essere l'affidataria di tutti i beni della terra che deve coltivare e custodire. La coppia si impegna nel lavoro, nella ricerca, nelle scienze, nella tecnica, nella finanza e nel commercio, in campo educativo e socio-solidale, ma trasforma il senso del fare. Il fare è allusione alla finitudine. Il fare, non potrà mai realizzare pienamente l'uomo e

la coppia. La totalità della conoscenza e dell'appagamento, nonostante i progressi meritori che l'uomo fa giorno dopo giorno, secolo dopo secolo, è sempre «oltre».

La sete, il bramare, il soddisfacimento in modo completo di ogni desiderio non è realizzabile perché nell'uomo vi è fame di infinito che la finitudine del tempo rende impossibile attuare. Con questa semplice constatazione, che non deve indurre né a drammatizzazione, né a frustrazione, la coppia dà senso all'impegno della ferialità, avendo come fine il tempo della festività.

Il tempo della festività è il tempo della libertà; libertà dalla schiavitù del lavoro (cf Es 5,14). La ferialità non può indurre l'uomo a vendere la sua dignità e la sua primogenitura per un piatto di lenticchie (cf Gn 25,29-34).

La ferialità è allora il tempo e il luogo dove la coppia esprime fattivamente e attivamente la propria identità, presente e attenta alle necessità dell'altro e degli altri. Non si rifugia in uno spiritualismo disincarnato, ma si fa tutta a tutti, senza esibizioni, con pacata serenità. Svolge bene i compiti che le sono stati assegnati, superando con tenacia e perseveranza, gli ostacoli che ogni cammino, ogni costruzione umana, comporta. La coppia vive di ferialità come proposta per uscire dal «sistema», dal circolo vizioso: «tutto, ora, qui e subito», per un progetto di società nuova, fraterna e solidale.

La coppia vive la ferialità come un continuo esodo dai molti idoli, verso il solo, unico e vero Dio.

Questo traguardo non la rende estranea all'impegno, anzi la induce a «sporcarsi le mani» per progettare e costruire il mondo, dono di Dio, in modo conforme al suo disegno (cf Gaudium et spes 37 e 38).

È qui nel mondo che la ferialità inizia la realizzazione della storia della salvezza che sfocerà in un nuovo cielo e una nuova terra (cf Ap 21,1). Si può allora applicare alla coppia cristiana quanto leggiamo in «A Diogneto»: «Dio ha assegnato loro un posto così sublime e ad essi non è lecito abbandonarlo».

La coppia (la famiglia) esce tutti i giorni di casa per impegnarsi con spirito di servizio nel sociale, non solo per il soddisfacimento dei propri bisogni, ma anche per costruire un ordine sociale nuovo, fondato non sull’egoismo e l'interesse privato, ma per il bene comune. Una società, cioè, in cui solidarietà, giustizia, condivisione, corresponsabilità siano valori primari e fondanti.

Una «società dell'amore».

 

La festività

Ogni settimana ha il suo sabato, il giorno in cui Dio stesso cessò ogni lavoro (cf Gn 2,3). Giorno consacrato alla contemplazione della stupenda opera del Creatore. Giorno di festa. Giorno in cui l'uomo prende coscienza degli inestimabili doni che ha ricevuto in affidamento e innalza canti di ringraziamento. È il giorno del riposo (cf Es 20,8-11), in tutti i tempi (cf Es 34,21) per tutti gli uomini e anche per gli animali.

Per il cristiano, perché la festa è già venuta con Gesù il Cristo, è il primo giorno della settimana che illumina tutto l'impegno feriale. La festa è l'unione fraterna di tutti gli uomini. Non vi sono più gerarchie, ceti, etnie, razze, ecc. Tutti sono chiamati a riconoscersi pari nella dignità e nel valore, perché figli dello stesso Padre. 

Ogni anno ha la sua festa. La Pasqua ebraica ricorda il passaggio dalla schiavitù del lavoro alla libertà, per onorare Dio: «questo giorno sarà per voi un memoriale; lo celebrerete come la festa del Signore: di generazione in generazione lo celebrerete con rito perenne» (Es 12,14). 

La Pasqua cristiana celebra il passaggio dalla schiavitù del peccato alla libertà dei figli di Dio. 

Ogni cinquanta anni (sette settimane di anni) la festa del Giubileo (cf Lev 25).  Non solo uomini e animali riposano, ma anche la terra riposa. (Quale l'elenco delle cose da far «riposare», oggi?). Si rimettono i debiti.

La festa insegna a rispettare il sistema ecologico, a non sfruttare, a non inquinare, ad essere attenti alle biotecnologie per non correre il rischio di far pagare ai figli i peccati dei padri.

È il riconoscimento concreto che tutto viene dal Padre e al Padre tornerà (cf Lev 25,23).

Dio ha creato l'uomo libero e nessuno può renderlo schiavo o prigioniero. Non si può lasciare nel limbo di una spiritualità astratta il riconoscimento della paternità di Dio e della fraternità di tutti gli uomini.

La festa è libertà da tutte le schiavitù e passioni, dai vincoli devastanti che vogliono impastoiare l’uomo nell'oppressione dell'«avere» per farlo essere nel riposo, nella pace, nella solidarietà, nella gratuità. Rende gli uomini liberi dalla storia di peccato nella quale sono immersi.

La festa è canto di «osanna e alleluia» per la bellezza della creazione. La coppia vive «alla Presenza» sente «Dio con noi», una luce la illumina e comprende che la sua essenza non si esaurisce nella mondanità, nella ricchezza, nel piacere, ma che ha una vocazione più alta, trascendente.

La festa libera lo spirito dell'uomo.

La festa fa «memoria», e rinvia non solo ad una individuale privata salvezza in un mondo che verrà, ma sollecita ad una attenzione all'oggi, alla salvezza di tutto il popolo. (Già Mosè - come farà poi Gesù in modo perfetto - antepone la salvezza del popolo alla sua: «Mosè tornò dal Signore e disse: "Questo popolo ha commesso un grande peccato, si sono fatti un dio d'oro. Ma ora se tu perdonassi il loro peccato... E se no, cancellami dal tuo libro che hai scritto!"»). Nel mondo vi sono semi di bontà che devono essere fatti fiorire oltre i rovi, le spine, i sassi.

 

La coppia e la festa

Nella sua realtà esistenziale, la coppia deve realizzare tutti i giorni

la festa. Siano cinque minuti, sia un'ora, o più, gli sposi devono celebrare la festa ogni giorno. Staccare la spina (reale e metaforica) per essere se stessi. Uno di fronte all'altro, uno di fianco all'altro. Contemplare l'uno negli occhi dell'altro la meraviglia del loro amore, e cantare e ringraziare per lo stupendo dono che è stato loro elargito. La festa è:

· fare silenzio. Fermarsi, sedersi, non fare, non parlare con

la bocca. Guardarsi, vedersi. Consentire che la comunicazione si svolga con gli occhi e con il cuore. I pensieri passano con lo sfiorarsi lieve di una carezza. È la pace clic si realizza tra uomo e donna. Purificarsi dagli inquinamenti della ferialità in cui antagonismo, rivalsa, efficientismo avvelenano l'anima; ossigenarsi con la vicinanza. con la prossimità, con la fiducia reciproca, con il sentire che si è «valore» per l'altro, che l'altro ha cura di me. È solidarietà, responsabilità;

· farsi conoscere per quello che si è e non per quello che si appare. Abbandonarsi con fiducia all'accoglienza. Abbassare

la guardia. Offrirsi disarmati sapendo che l'altro non ne approfitta. Conoscersi limitati e non pretendere gratificazioni, farsi carico della fragilità dell'altro, non meravigliarsi o irritarsi perché l'altro non è perfetto come lo abbiamo immaginato. È tenerezza e comprensione;

· confidarsi le fatiche sia lavorative che familiari della giornata, per dividere le pene e raddoppiare le gioie. Capire le motivazioni dello stare assieme, confrontarle. Momento di riposo per ridestare speranze e sogni. Risorgere per dare nuovo impulso, nuova linfa vitale, un senso, un significato a cui tendere come sposi nell'impegno feriale. È progetto;

· rimettersi i debiti. Perdonarsi. Restituirsi reciprocamente la libertà per potersela nuovamente donare. Ridarsi dignità e stima. È onorarsi;

· convivialità, sedersi a tavola assieme. Spezzare e condividere il pane, il vino…

la mela. Rinnovare la gioia e l'allegria del giorno delle nozze. «Il vino allieta la vita» (Qo 10,11). «Sì, le tue tenerezze sono più dolci del vino» (Cc 1,2). La festa della tenerezza disincaglia dai bassi fondali dell'abitudinarietà e della solitudine per far alzare le vele verso la sorpresa, la scoperta, la luminosa meraviglia di essere due, ma di essere una sola carne, un solo spirito nell'unità della distinzione. La cena diventa celebrazione, simbolo e richiamo dell'interiorità. Esprime realtà che la comunicazione orale non può far capire in pienezza. È gratuità e gratificazione;

· dono del corpo. Silenzio, parole, convivialità si condensano, si esprimono nella completezza del dono. Non una parte, ma tutta la persona si offre e si dona. Nel vero amore il dono del corpo diventa sacramento, segno visibile dell'amore spirituale, intimo e interiore che anima

la fisicità. Il dono del corpo è il dono della totalità, è la festa dell'alleanza, la festa della comunione. La logica del dono esclude il possesso, ma non il desiderio, ed esalta

la gratitudine. Gli sposi donano tutto se stessi, il visibile e l'invisibile, non appartengono più a sé stessi, ma sono grazia uno per l'altro. Oltre non si può andare.

 

La festa domenicale. 

Pellegrinaggio verso un Sabato senza fine

In questa cornice si inserisce l'icona della festa domenicale. 

Giorno del Signore da celebrare come coppia, liturgia, convito, comunione.  Eucaristia. Solenne inno di ringraziamento innalzato al Padre per il dono del Figlio sposo e dello Spirito Santo che rendono possibile l'amore «per sempre». 

La festa della coppia è la gioia del Padre, anticipazione della festa escatologica. 

La coppia (la famiglia) esce dalla casa in modo particolare la Domenica, le pareti della casa non sono le mura di un fortino assediato dove ognuno sta chiuso in difesa di un suo interesse privato, indifferenti a quanto avviene fuori. 

La coppia (la famiglia) apre le porte. Esce. Inizia un cammino, un esodo, un pellegrinaggio con gli abitanti delle case vicine. Da clan diventa popolo, un popolo in cammino verso una Chiesa comunità sponsale, la parrocchia (famiglia delle famiglie). 

La festa domenicale diventa il luogo e il tempo in cui loda e ringrazia il Padre per i benefici accordati, chiede aiuto per tutte le necessità personali e comunitarie, ma principalmente ascolta qual è il disegno che il Padre comunica in Cristo Gesù e invoca lo Spirito per avere la capacità di attuarlo. 

La festa domenicale non è però una semplice manifestazione di buone intenzioni, una monotona ripetitività di formule e di riti, non è moralismo, adesione formale, soddisfacimento di un obbligo.

La festa della Parola, del ringraziamento (Eucaristia), della comunione si avvera quando il singolo, la coppia, le famiglie prendono sul serio e attuano concretamente le parole che pronunciano con le labbra: «Ti preghiamo umilmente: per la comunione al corpo e al sangue di Cristo, lo Spirito Santo ci riunisca in un solo corpo» (Preghiera Eucaristica II). Si deve riconoscere che quanto noi chiediamo il Padre lo concede immediatamente; spetta alla nostra libertà accoglierlo, attuarlo o rinviarlo ad un futuro ipotetico.

Costruendo e vivendo la comunità-comunione si realizza la parola che il Creatore ha fatto all'inizio: «non è bene che l'uomo sia solo». Comprendere la bellezza della Parola è gioia e piacere, e la si vuole attuare non solo perché volontà di Dio, ma perché salva e libera dall'autosufficienza, dalla pretesa dell’autorealizzazione. È stare insieme, spezzare il pane spirituale e materiale, condividerlo, è servizio («lavarsi i piedi») vicendevole.

È necessario che la festa diventi testimonianza di vita perché solo vivendo in unità e concordia si può convincere il mondo. Si educa e si converte all'amore dando testimonianza d'amore. La festa realizza, all'interno della coppia, della famiglia, della società, della chiesa il momento di sosta e di nutrimento per continuare con speranza e letizia il cammino verso il punto omega dell'incontro, quando risuoneranno: «le grida di gioia e la voce dell'allegria, la voce della sposa e dello sposo» (Ger 7,34).

Tina e Michele Colella

Genova

Da “Famiglia domani” 4/2000

 

Pubblicato in Spiritualità Familiare
Domenica 27 Novembre 2005 00:55

Ti scelgo per sempre

Scegliersi «per sempre» significa scegliersi «sempre», giorno do­po giorno, abbandonando le nostre sicurezze e le nostre paure. Signi­fica essere fedeli alla persona in ogni tappa del suo sviluppo . E significa vivere la fedeltà in ogni sua dimensione: essere cioè fedeli con se stessi, con Dio, con il partner e con la comunità.

Pubblicato in Spiritualità Familiare
Sabato 12 Novembre 2005 10:00

LA BELLEZZA

                                         LA BELLEZZA

«Dio vide che era cosa buona...». Nel mondo della Bibbia e nel mondo greco «buono» e «bello» coincidono.Ma che cos’è la bellezza? È ciò che suscita un senso di piacere e di ammirazione nella persona. Per il credente, la Pasqua rivela la bellezza di Dio. La famiglia è il giardino privilegiato in cui cresce la bellezza.

La prima pagina della Bibbia sottoli­nea ripetutamente le diverse giornate della creazione con la nota frase: «Dio vide che era cosa buona».

Nel mondo ebraico come in quello greco solitamente non veniva disgiunto il concetto di bellezza da quello di bontà, anzi l’uno sembrava il completamento dell’altro. Insieme il kalòs hai agathòs (il bello e il buono) esprimevano perfezio­ne, quasi si volesse sottolineare che una realtà bella doveva essere anche buona, e che il bene doveva per forza essere bello.

Forse quella frase del racconto bibli­co potrebbe essere meglio espressa così: «Dio s’accorse che era una bella cosa». E quando si vuole evidenziare la creazio­ne dell’uomo: cosa!».

Le meraviglie del cielo, della terra e del mare, infatti, rappresentano una gran­de bellezza statica, mentre l’uomo espri­me una bellezza dinamica. Le cose sono belle per se stesse, ma non sono soggetto di emozioni, non sof­frono passioni. Invece esse stimolano la fantasia, suscitano interesse, risvegliano ammirazione nell’uomo, scuotono in­somma la sua mente e il suo cuore.

La bellezza stessa della persona non si può relegare ai soli lineamenti esterio­ri del suo corpo, ma parte dall’intimo e si esprime attraverso sguardi, sorrisi, at­teggiamenti, movenze. Possiamo dire che ogni persona può soltanto irradiare all’esterno quella bellezza che possiede dentro di sé, altrimenti è una bellezza morta, statuaria, opaca.

La nostra mentalità occidentale, abi­tuata a classificare e definire, a rinchiu­dere in tanti scomparti i vari concetti, si accorge di trovarsi davanti ad un termine troppo spesso equivocato, come avviene per la parola amore o per altre parole chiave dell’esistenza umana.

Bellezza è:

bontà

semplicità

impegno

grazia

sapienza

gioia

donna

uomo...

Nelle espressioni quotidiane mesco­liamo un po’ di tutto: «Che bella perso­na!», e non ci riferiamo al suo aspetto fi­sico; «Che bel piatto!», e si intende un piatto abbondante e gustoso; «Che bella idea!», ed è qualcosa di interessante.

Bello significa tutto e nulla nello stes­so tempo.

Presso popolazioni che vivono nella povertà o nell’essenzialità il concetto di bello diventa quasi sinonimo di utile, nella società del superfluo si avvicina al concetto di dilettevole, nel mondo della cultura bello può significare estetica­mente perfetto.

Bello è semplicemente bello

Bello è quello che la persona perce­pisce come tale e suscita in lei un senso di piacere e di ammirazione.

Sicuramente bello è Dio, e Gesù di Nazareth, il Figlio di Dio, il più bello tra i figli degli uomini, nato da donna. Bella è sua madre, Maria ripiena di grazia, bontà, semplicità, impegno, gioia, fem­minilità.

Essi hanno ispirato e impegnato gli artisti del mondo e della storia cristiana a descrivere la loro bellezza.

Bellezza è donna

Ritorniamo per qualche riflessione ancora nel mondo della Bibbia.

Rebecca, incontrata dal servo di Abra­mo, destinata a diventare sposa di Isacco era «molto bella d’aspetto, era vergi­ne...» (Gn 24,16) e oltremodo servizie­vole.

Giuditta, prima di invocare il Signore, si prostrò con la faccia a terra, si cosparse il capo di cenere e mise allo scoperto il sacco di cui, sotto, era rivestita nella sua vedovanza. Dopo aver pregato, si alzò, si tolse il sacco di cui era rivestita, si lavò, si profumò, spartì i capelli del capo e vi mise un diadema. «Si mise i sandali ai piedi, cinse le collane e infilò i braccia­letti, gli anelli e gli orecchini e ogni altro ornamento che aveva e si rese molto affa­scinante agli sguardi di qualunque uomo che l’avesse vista» (Gdt 10,4).

Giuditta, moglie di Manasse, con la sua bellezza salvò Israele dalla furia di Oloferne («che si è lasciato ingannare dal mio volto» [Gdt 13,16]) e del suo esercito assiro.

Ester, per smascherare le trame di Aman contro gli Israeliti, fece digiunare tutti i Giudei di Susa per tre giorni, non dovevano né mangiare né bere, ed anche lei e le sue ancelle fecero altrettanto. Ester si tolse le vesti di lusso ed indossò abiti miseri, si cosparse il capo di cenere e umiliò molto il suo corpo. Poi, come Giuditta, dopo aver lungamente pregato il Signore, lei, la regina, osò presentarsi al re Assuero.

Quattro donne che nella loro bellezza sono viste e ricordate come determinanti per la storia del popolo di Dio e per la sua salvezza.

Bellezza è uomo

C’era un uomo della tribù di Benia­mino chiamato Kis. «Costui aveva un fi­glio chiamato Saul, alto e bello: non e c’era nessuno più bello di lui tra gli Israeli­ti» (I Sam 9,2).

Davide, il ragazzine fatto chiamare dal pascolo dal profeta Samuele: «Era fulvo, con begli occhi e gentile d’aspetto» (1 Sam 16,12).

I primi re d’Israele non furono grezzi gorilla da combattimento e il terzo di lo­ro poi, Salomone, fu chiamato «il saggio per eccellenza».

La bellezza salverà il mondo?

Davvero il cammino della storia sarà corretto e salvato dalla bellezza? Quale bellezza?

Al centro della vita di ogni cristiano c’è l’avvenimento della Pasqua.

Questa grande e bella festa sta ad in­dicare una vita di continue risurrezioni, perciò diventa una vita interessante e bella nonostante i continui intoppi.

Un giardino per la bellezza

C’è un giardino privilegiato dove cre­sce la bellezza: la famiglia.

In questo luogo essa viene alimentata dall’amore dello sposo e della sposa, e dai figli che sbocciano come i germogli di una rigogliosa pianta di ulivo attorno al tavolo di cucina, come vuole il salmo 128.

I figli sono belli quando crescono in una famiglia bella.

La famiglia è bella quando coltiva l’essere più dell’apparire, il bene più del benessere, la comunione più degli squilli dei telefonini, l’attenzione ad ogni perso­na più di tante distrazioni, l’amore dona­to più di quello preteso o ricevuto.

Di certo questo tipo di famiglia non fa notizia, fa solo felici.

Utopia?

Un sogno spezzato dal risveglio in una cruda realtà? No! Tensione verso un ideale. Il Vangelo non propone mai tra­guardi corti.

Non si vuole però negare l’evidenza di tanti, troppi figli «belli» che conducono una «brutta vita» da pendolari tra un bab­bo e una mamma distanti, ingannati, spes­so attirati da una bellezza bugiarda, fatta di emozioni meschine, di egoismi bassi.

Anche questa è un’opportunità per chi crede in tante belle famiglie che pos­sono davvero salvarsi e salvare.

Valeria e Tony Piccin

Tratto da “famiglia Domani – aprile2002”

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