Lunedì, 18 Dicembre 2017
Sabato 29 Gennaio 2005 21:11

Il neocapitalismo sul banco degli imputati (Luigi Lorenzetti)

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Si teme, e con buone ragioni, che la globalizzazione, in corso di irreversibile attuazione, meriti lo stesso giudizio che, a suo tempo, ha avuto il fenomeno dell'industrializzazione. Questa è stata di certo un fattore di progresso e di innalzamento del livello di vita delle masse, ma con costi e danni enormi e sproporzionati per persone, famiglie e gruppi umani.

IL CAPITALISMO È DIVENTATO GLOBALE

«Il neocapitalismo, ormai dominatore incontrastato di questi anni della soglia, ben lungi dall'esplodere sotto i detonatori della rivoluzione proletaria secondo le previsioni del Manifesto del '48, si è trasformato, rilanciato e riaffermato sull'intero pianeta» (1). Tale sistema, che ha combattuto e vinto la guerra dei settant'anni contro il socialismo reale, è in grado di integrare e controllare il mercato e le risorse disponibili al fine di ottenere una sempre più grande quantità di profitti su scala mondiale. La logica del massimo profitto, che è quasi il Dna del sistema liberista, è alla radice della diffusa e avvertita ambivalenza dell'economia globale: alle grandi opportunità di progresso per tutte le economie dei popoli, si accompagnano altrettanti reali rischi di subordinazione e di sfruttamento delle economie deboli di fronte a quelle più forti; alla speranza di superamento delle stridenti disuguaglianze economiche tra i popoli e all'interno dello stesso popolo, si unisce il rischio dell'aumento del divario tra paesi ricchi e paesi poveri. Non è scontato che l'esito sia positivo. Ci sono serie previsioni e segnali in negativo. «All'inizio del processo, la globalizzazione economica è stata valutata con ottimismo a motivo della sperata distribuzione erga omnes della ricchezza generale. Onestamente, questo ottimismo non ha più consistenza» (2).

Si teme, e con buone ragioni, che la globalizzazione, in corso di irreversibile attuazione, meriti lo stesso giudizio che, a suo tempo, ha avuto il fenomeno dell'industrializzazione. Questa è stata di certo un fattore di progresso e di innalzamento del livello di vita delle masse, ma con costi e danni enormi e sproporzionati per persone, famiglie e gruppi umani. Quelle conseguenze sociali, al negativo, erano forse uno scotto inevitabile da pagare al progresso? Conosciamo la risposta dei liberisti: o questo progresso - si affermava e si insegnava - o si avrà il peggio. Tutt'altra valutazione viene dalla dottrina sociale della Chiesa nella rilettura critica della storia dell'industrializzazione dei paesi europei. L'enciclica Populorum progressio (1967), a distanza di anni, valuta positivamente l'industrializzazione, ma condanna la modalità strutturale (sistema) che l'ha guidata. Il testo è chiaro: «Necessaria all'accrescimento economico e al progresso umano, l'introduzione dell'industria, è segno e fattore di sviluppo» (3), e subito aggiunge: «Ma su queste condizioni nuove della società si è malauguratamente instaurato un sistema che considerava il profitto come motore essenziale del processo economico, la concorrenza come legge suprema dell'economia, la proprietà privata di mezzi di produzione come un diritto assoluto, senza obblighi sociali corrispondenti» (4). Tale severo giudizio - si obietta - si riferiva al vecchio capitalismo (selvaggio). Si può riconoscere che il sistema si è evoluto, trasformato, in qualche modo ha accettato certe regole sociali, ma rimanendo sostanzialmente lo stesso nella sua logica di ricerca del profitto ad ogni costo. In altre parole, il sistema che ha pilotato l'industrializzazione della prima fase, è ancora quello che orienta la nuova fase dell'economia, appunto globale o mondiale.
Resta, pertanto, fondata la preoccupazione che, in un prossimo futuro, si debba dire la stessa cosa della globalizzazione: un'apertura certamente positiva in se stessa, ma pagata a troppo caro prezzo dalle persone, gruppi umani e popoli deboli. In breve, un progresso economico che semina per strada le sue vittime (singoli e popoli).

L'attenzione critica all'ambivalenza dell'economia globale non va addomesticata. Non è per nulla scontato che si inverta l'attuale tendenza alla crescita delle disuguaglianze («i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri diventano sempre più poveri»). Non risponde a verità sostenere che il nuovo capitalismo è diverso dal vecchio (selvaggio) capitalismo, con cui si dovette confrontare il marxismo e, da parte sua, la dottrina sociale della Chiesa fino a un passato recente. Qualcuno addirittura sostiene che la dottrina sociale della Chiesa si è convertita al nuovo capitalismo con l'ultima enciclica sociale Centesimus annus (1991).

Ma le cose non stanno così. Il sistema capitalista o del libero mercato ottiene approvazione, da parte della dottrina sociale della Chiesa, a condizione che sappia conciliare le cosiddette leggi economiche (profitto, libertà, efficienza) con quelle morali (equità, giustizia, solidarietà). Più che convertirsi al capitalismo, la dottrina sociale della Chiesa scommette sulla conversione del sistema alla giustizia sociale, all'equità, alla solidarietà, così che si renda fattore di progresso economico per tutti i popoli. E questo potrà avvenire solo se viene inquadrato entro regole condivise e dettate da esigenze del bene comune nella reciprocità tra bene comune nazionale, internazionale e mondiale (5). D'altra parte, se è vero che il socialismo reale ha fallito e ha deluso le masse che speravano in quel progetto, è ugualmente vero che il capitalismo reale, a distanza di oltre un secolo dai suoi inizi, non presenta di certo un quadro attraente. Alcune cifre descrivono realisticamente la situazione mondiale dal punto di vista delle disuguaglianze. Il programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp), pubblicato nel 1997, riferisce che il 18% della popolazione mondiale, più o meno 800 milioni di persone, dispone dell’83% del reddito mondiale mentre l'82% della popolazione mondiale, più o meno 5 miliardi di persone, si spartisce il 17%.
Quanto all’uso, all’abuso e alla distruzione delle risorse della terra i paesi più ricchi consumano il 70% di energia, il 75% del metallo, e l'85% del legno «L’estrema povertà - riferisce il Rapporto Undp - potrebbe essere sradicata all’inizio del prossimo secolo con una spesa di 80 miliardi di dollari l'anno, cioè meno del patrimonio netto accumulato dalla sette persone più ricche del mondo». E in effetti, sempre nel 1997, le dieci persone più facoltose del mondo, possedevano patrimoni per 133 miliardi di dollari, che equivalgono una volta e mezzo il reddito nazionale di 48 paesi meno fortunati. Il nuovo Rapporto Undp del 2000, pubblicato in questi giorni, non mostra grandi segnali di cambiamento in meglio.

A mettere sotto processo l'attuale andamento del libero mercato sono autorevoli esponenti della sociologia e dell'economia, per nulla inquadrabili entro schemi ideologici di sinistra. Sono, anzi, pensatori che si rifanno alla tradizione del pensiero liberale. Tra questi, per limitarci a nomi noti anche in Italia, troviamo ad es., R. Dahrendorf e E.N. Luttwak (6). È comune a questi intellettuali la denuncia del pericolo che la nuova rivoluzione del capitalismo deregolato, mentre libera grandi forze produttive, disintegri la coesione sociale, minacci la democrazia politica, deprima la creatività culturale. Sono, per così dire, profeti laici che meritano di essere ascoltati. L'obiettivo resta quello di costruire un unico mondo umano per tutti nel rifiuto culturale, prima che operativo, dei diversi mondi disumani con cui si configura oggi l'umanità. A queste voci laiche si uniscono con più drammaticità intellettuali del sud del mondo. Tra questi, G. Gutierrez ha ricordato che la globalizzazione, rendendoci abitanti di un mondo nel quale gli organismi internazionali (Banca mondiale, Fondo monetario internazionale) sono stati gli agenti efficaci dell'integrazione delle economie deboli in un unico mercato, ha dato modo di sottolineare una volta di più il primato dell'essere umano sulle cose e, conseguentemente la priorità del lavoro sul capitale. Va crescendo il bisogno di ripensare le norme etiche, da cui un'economia globale non può prescindere, così come diventa urgente operare una critica de-costruttiva di tutti quei sistemi economici che non concorrono a uno «sviluppo integrale» (7).

La globalizzazione deve essere giudicata, nella sua efficienza, dalla capacità di rompere l'intollerabile asimmetria dei rapporti, oggi esistente, tra i ricchi e i poveri, tra i paesi ricchi e i paesi poveri. Oltre tutto i paesi ricchi hanno pesanti responsabilità verso i paesi poveri (8). Una delle cause della povertà, nel terzo Mondo (e anche in larghe fasce sociali del Primo Mondo) è la risultante di logiche di esclusione e di sfruttamento che accompagnano lo sviluppo economico che tende oggi a conquistare il mondo. Non è del tutto vero che il Primo Mondo ha costruito il suo benessere sullo sfruttamento del Terzo Mondo ma bisogna riconoscere che ha avuto (ed ha) responsabilità pesanti nel modo di gestire i meccanismi economici e finanziari. «Tali meccanismi, azionati - in modo diretto e indiretto - dai paesi più sviluppati, favoriscono per il loro stesso funzionamento gli interessi di chi li manovra, ma finiscono per soffocare o condizionare le economie dei paesi meno sviluppati» (9). La solidarietà, vale a dire la corresponsabilità, verso i paesi poveri del mondo e motivata per tanto, da ragioni di giustizia (restituzione di quanto è stato indebitamente sottratto in termini di risorse e di manodopera) ma anche - paradossalmente - da ragioni di interesse Ognuno, infatti, può vedere che una politica economica solidale e responsabile verso i paesi poveri non corrisponde solo all'interesse dei paesi poveri, ma anche a quello delle nazioni sviluppate (10). Infatti più il Terzo Mondo si indebolisce, meno è in grado di rimborsare i suoi debiti e di acquistare prodotti dai paesi industrializzati. La crescita del reddito reale dei paesi poveri, e della loro solvibilità non può essere dunque che un fenomeno positivo anche per i paesi sviluppati. In questa direzione rientra la destinazione di una quota del Pil dei paesi ricchi ai paesi poveri; come pure la «consistente riduzione se non proprio del totale condono, del debito internazionale che pesa sul destino di molte nazioni» (11).

Le motivazioni, per questa e altre iniziative, sono diverse e vanno da quelle più ideali a quelle pie interessate, ma tutte pertinenti. Gli squilibri tra i popoli danneggiano tutti, eliminarli giova ugualmente a tutti. Del resto, gli squilibri non si traducono solo in conflitti armati: essi assumono anche altre forme come quella dell’emigrazione delle popolazioni povere verso i paesi ricchi. Quali che siano le politiche che saranno adottate nei confronti di questa immigrazione, è chiaro che la soluzione durevole nei confronti di questi squilibri migratori non può essere che la crescita del livello di vita e dell'impiego all'interno dei paesi poveri.

LIBERTÀ ECONOMICA FORTE E POLITICA DEBOLE

«Oggi si sta ormai sperimentando la cosiddetta economia planetaria, fenomeno questo che non va disprezzato, perché può creare occasioni maggiore benessere» (12). D'altra parte, è necessario osservare che le «occasioni di maggior benessere» possono verificarsi, rendersi vere, soltanto se a un'economia globale si accompagna una politica globale che includa la corresponsabilità dei singoli stati e non solo di quelli industrializzati. La dottrina sociale della Chiesa ha da tempo avvertito l'esigenza di istituire, a livello politico, organismi internazionali e mondiali. L'economia e la finanza, le grandi questioni, quali il disarmo, la pace, la protezione dell'ambiente, esigono in modo imperativo interventi a livello internazionale. L'obiettivo storico urgente è, pertanto, quello di ridurre la crescente disuguaglianza, da un lato, tra realtà commerciale, economica, tecnologica che si va globalizzando sempre più e, dall'altro, la politica che rimane ancora essenzialmente basata su visioni nazionali e interessi talvolta regionali.

La questione-economia globale e i traguardi per costruire un futuro umano sono sinteticamente bene individuati dal noto economista S. Zamagni con un lungo interrogativo: «L'obiettivo della realizzazione del mercato globale, accelerato dall'abbattimento delle barriere ideologiche (a sua volta collegato al collasso del socialismo reale) e dal superamento delle barriere geopolitiche e dalla conseguente emergenza geoeconomica, non costituisce forse una seria minaccia per la democrazia stessa se si pretende che quell'obiettivo possa essere conseguito per via di meccanismi senza il concorso determinante della società civile?» (13). In altre parole, la vera questione, posta dall'economia globale, è etica e politica. Si tratta di regolare il libero mercato globale così da renderlo strumento di progresso economico globale, e creare per tutti condizioni oggettive per uno sviluppo armonico per tutta l'umanità.

L'obiettivo è quello di dominare realmente «i tre specifici paradossi sociali della crescita: l'aumento delle disuguaglianze, territoriali e personali, che si accompagna all'aumento della ricchezza e del reddito medi; la crescita senza occupazione, che procede in parallelo all'incedere del processo di globalizzazione dei mercati; l'aumento del reddito pro-capite, che non garantisce più un aumento della qualità della vita (l'aumento del benessere non trascina con sé un miglioramento dell'esser-bene delle persone) (14). Ora, il dominio reale dei «tre paradossi sociali della crescita» (aumento delle disuguaglianze, crescita senza occupazione, economicizzazione della vita), non si ottiene per via di autoregolamentazione dell'economia di mercato, ma per quella del doveroso controllo democratico, vale a dire attraverso la politica, quale titolare del bene comune. Occorre organizzare un'efficace azione politica per massimizzare i benefici e neutralizzare i rischi e i pericoli del libero mercato nella sua espansione mondiale.

Purtroppo, finora, la globalizzazione dell'economia non ha riscontro nell'esistenza di un potere politico sovranazionale che detti le regole da condividere e da rispettare da parte di tutti. In altre parole, il potere economico e quello finanziario, non incontrano affatto, a livello internazionale, un potere politico e amministrativo allo stesso livello. Mentre l'economia e, soprattutto, la finanza diventano sempre più globali, lo spazio politico, al contrario, resta molto più frammentato, costituito com'è di sovranità giustapposte e sempre più limitate nel controllare l'andamento economico e finanziario. È ancora da costruire un'ideologia della sovranità e della responsabilità collettive.

Luigi Lorenzetti

Note

1.S. PALUMBERI, “Homo planetarius. Un uomo nuovo per tempi nuovi”, in M.MANTOVANI £ S. THURUTHIYIL (a cura di), Quale globalizzazione? L’uomoplanetario alle soglie della mondialità, Las, Roma 2000, 214-215.

2. PALUMBERI, “Homo planetarius...”, 220-221.

3. PP 25: EV 2/1070.

4. PP 26: EV 2/1071.

5. L: LORENZETTI, “Il capitalismo senza avversari”, in Rivista di Teologia Morale 23 (1991) 91, 291-296.

6.R. DAHRENDORF, Quadrare il cerchio: benessere economico, coesionesociale e libertà politica, Laterza, Bari 1996; E.N. LUTTWAK, Ladittatura del capitalismo. Dove ci porteranno il liberalismo selvaggioe gli eccessi della globalizzazione, Mondadori, Milano 1999.

7. Cf. PP 20-21: EV 2/1065-1066.

8. L. LORENZETTI, “Il fine dell’economia non sta nell’economia”, in Economia/Finanza, Cittadella editrice, Assisi 2000, 134-135.

9. SRS 16: EV 10/2547.

10. M. FALISE - J. REGNIER, Economia e fede, Queriniana, Brescia 1995, 107-108.

11.Lettera apostolica, Tertio millennio adveniente 51: EV 14/1805; cf.PONTIFICIA COMMISSIONE JUSTITIA ET PAX, “Al servizio della comunità umana: un approccio etico al debito internazionale”: EV 10/770-777.

12. CA 58: EV 13/252.

13. S. ZAMAGNI, “Requisiti morali di un nuovo ordine sociale e economia civile”, in Id. (a cura di), Economia, democrazia, istituzioni in una società in trasformazione. Per una rilettura della dottrina sociale della Chiesa, Il Mulino, Bologna 1977, 119.

14. ZAMAGNI, Requisiti morali di un nuovo ordine sociale e economia civile, 143.

(da Rivista di Teologia Morale, n. 127, pp.353-359)

 

Ultima modifica Giovedì 07 Novembre 2013 16:46
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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