Domenica, 20 Agosto 2017
Domenica 11 Giugno 2006 19:29

I cristiani e le nuove sfide della giustizia (Enrico Chiavacci)

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Solo raccogliendo la sfida teologica è possibile affrontare la sfida storica posta alla chiesa dalle tragiche condizioni di ingiustizia, di miseria, di dominio, emerse rapidamente degli ultimi decenni e tuttora in veloce e imprevedibile sviluppo sia tecnologico che politico.

Premessa

Le nuove sfide per la giustizia sono sfide alla chiesa in due sensi diversi. Prima di tutto occorre ripensare profondamente il compito della comunità cristiana nel mondo – cioè nella storia del genere umano – alla luce dell’enciclica Pacem in terris (PIT) e della costituzione conciliare Gaudium et spes (GS). Si tratta di due documenti che hanno profondamente rivoluzionato l’approccio teologico e spirituale al rapporto chiesa-mondo, e perciò anche chiesa-storia. Occorre avere il coraggio di ripensare tale rapporto in una luce nuova, su una base teologica diversa e ben più profonda di quella invalsa negli ultimi quattro secoli: è una sfida non pienamente raccolta e neppure pienamente capita da buona parte del mondo cattolico ancora ai nostri giorni. Solo raccogliendo questa sfida teologica è possibile affrontare la sfida storica posta alla chiesa dalle tragiche condizioni di ingiustizia, di miseria, di dominio, emerse rapidamente degli ultimi decenni e tuttora in veloce e imprevedibile sviluppo sia tecnologico che politico.

I – La sfida teologico-spirituale.

Vi è una breve frase – cinque parole sole – al centro della GS (45) che offre una prospettiva nuova alla idea plurisecolare di salvezza delle anime: “Dominus finis est humanae historiae”. Il Signore non è solo il traguardo per ogni singola anima, ma è anche il traguardo della tormentata vicenda della famiglia umana. La salvezza scaturita dalla Croce di Cristo è anche – e soprattutto – salvezza per la famiglia umana: si tratta perciò di un tema strettamente teologico. Si pensi che fino al Concilio, e anche dopo, tutti i temi ‘sociali’ erano esclusi dai corsi teologici, e trattati solo marginalmente in qualche corso filosofico, in genere come ultimo capitolo della filosofia morale in cui veniva inglobata, bene o male, la dottrina sociale della chiesa. Interesse diretto e immediato della chiesa nella sua missione salvifica era solo la salvezza delle singole anime; compito del cristiano era quello di salvarsi l’anima attraverso l’osservanza dei vari precetti e l’accesso ai sacramenti. Le vicende della società e della storia non avevano rilevanza teologica, se non in via indiretta come occasioni per l’esercizio della virtù della carità.

Sul piano politico il primo dovere era l’obbedienza alle legittime autorità, fossero esse il duce o Churchill: i soldati dovevano sempre obbedire, perché “non est militis rationes superiorum diiudicare”. Non esiste in alcun testo di teologia dogmatica o morale un solo capitolo sulla pace, esistono invece ampi spazi al capitolo sulla guerra, sulla guerra giusta, sulla legittima difesa: cioè su quando si possa ammazzare senza violare il quinto comandamento. La base era la dottrina “de iure pacis et belli” accolta dal diritto internazionale e derivata dalle opere di F.Suarez e H. De Grootes (Grozio) risalenti ai secoli XVI-XVII. L’idea che Cristo porta pace per tutti gli esseri col sangue della sua Croce (Col 1,19-20) non sembra rilevante in ordine alla morale e alla spiritualità cristiana, e neppure alla dogmatica. Un migliore approfondimento merita il tema dei concordati, ma ciò esulerebbe dal nostro tema.

Sul piano economico si ricordi che l’unico vero dovere era ‘non rubare’ o ‘dare a ciascuno il suo’. Una volta acquisita legittimamente una proprietà, nessuno potrà togliermela, e non dovrò darla se non per dovere di carità – non di giustizia – e solo in caso di estrema necessità. Tutti i manuali di morale anche nel dopoguerra (anni 946-960)trattavano solo la giustizia commutativa: la giustizia distributiva e la giustizia legale non erano considerate vera giustizia in senso stretto, perché non esiste un ‘suum’ dello Stato o dei poveri. Quindi in questi casi il ‘non dare’ non era violare la giustizia, non era rubare né rifiutare a qualcuno il ‘suum’. (Da notare che i Padri unanimi e S.Tommaso pensavano esattamente il contrario). Di qui l’idea e la prassi ancora vigente che non pagare le tasse (per intero) non sia vero peccato contro la giustizia. La carità potrò o dovrò farla in qualche misura e quando mi capita. (È questa l’idea del presidente Bush di uno stato ‘compassionevole’, che poi in questi giorni con la riforma fiscale in corso negli USA non è compassionevole affatto). Sul piano globale oggi molti stati si sono impegnati a parole a dare ai Paesi poveri una piccola percentuale del loro PNL: in realtà non hanno dato nulla o quasi; così accadrà delle promesse generiche dei G8 nel recente congresso di Evian.

Ebbene, il grande tema sopra accennato della PIT e di GS appare come veramente rivoluzionario: la storia della famiglia umana risponde a un preciso progetto di Dio. È il progetto del Regno, che la parola e la Croce di Cristo inserisce definitivamente “in questi tempi che sono gli ultimi” nella vicenda della famiglia umana considerata nella sua interezza. La famiglia umana è chiamata a trasformarsi in famiglia di Dio (GS 40), e cioè a rispecchiare sempre meglio al suo interno il dono reciproco e totale che ci si rivela nel mistero trinitario: “l’uomo non può realizzare pienamente se stesso se non nel dono sincero di sé” (GS 24). Come ogni creatura porta l’impronta del Creatore, così l’uomo è chiamato ad essere immagine di Dio, di un Dio che si rivela perfettamente in Gesù come dono totale di sé sulla Croce: “li amò fino alla fine”, il suo “corpo che è per voi”, il suo sangue versato per sempre “per voi e per tutti” come espressione di una “nuova ed eterna alleanza”. La storia diviene storia della salvezza, che si concluderà quando Cristo consegnerà il Regno, perfettamente pacificato, nelle mani del Padre. (Si pensi al 1° prefazio comune o a quello della festa di Cristo Re dell’universo). La chiesa ha il preciso dovere, seguendo l’opera del suo Maestro (GS 3), di sostenere e accompagnare, come lievito e sacramento, la famiglia umana verso questo traguardo. Vi è così una nuova logica di convivenza che la chiesa deve annunciare con le parole e le opere: è il cammino verso la pacificazione perfetta.

All’interno di questa storia, segnata sempre da vittorie e sconfitte, il perseguimento della pace è un lungo e tormentato cammino. La vera e nobilissima concezione della pace, frutto della giustizia, è “rendere più umana la vita di ogni essere umano ovunque sulla terra” (GS 77). I rapporti delle chiese coi singoli stati hanno un interesse marginale e strumentale rispetto alla sorte della famiglia umana. Questa è la vera preoccupazione e missione della chiesa: i diritti di ogni uomo nascono dalla sua “inerente dignità” (testi dell’ONU), indipendenti da qualità morali o fisiche, da nazionalità o etnia o religione o cultura o razza. E questi diritti generano i corrispettivi doveri per i suoi compagni di umanità, ovunque si trovino, entro i limiti materiali (tecnologici e finanziari) a loro disposizione. L’adempimento di tali doveri è giustizia, e il suo frutto sarà la pace. Nella visione teologica della salvezza proposta dal Concilio, i doveri di giustizia non sono più alternativi ai doveri di carità (“se la vostra giustizia non supererà…” (Mt 5,20). Sono espressione basilare della carità.

Ogni visione privatistica della salvezza, nel senso sopra ricordato, deve esser superata. Tutta la storia umana è e sarà sempre insidiata dalle potenze delle tenebre, dall’egoismo, e in questa battaglia contro le potenze delle tenebre il cristiano deve essere inserito – “in hanc pugnam insertus” – per ritrovare se stesso e la sua verità (GS 37). Ma, mentre la Parola non passa, la storia passa ed è un continuo fluire di situazioni, di eventi e di strutture di convivenza. Compito della chiesa e di ogni singolo cristiano è saper leggere queste mutazioni in cui si manifesta il progetto di Dio per noi che viviamo in questo preciso momento storico (è la dottrina dei segni dei tempi, da collegare all’importantissimo n. 44 di GS).

*******************

II – La sfida della odierna tragica condizione della famiglia umana

Nel breve arco di 20-30 anni è cambiato rapidamente, e ancora sta cambiando, tutto il complesso sistema di convivenza della famiglia umana , e specificamente di tutte le sue singole strutture essenziali: politico-militare, economico-finanziaria, della comunicazione; e al tempo steso sono emersi nuovi gravissimi problemi, come il problema ecologico con annessi problemi di disponibilità di energia e di acqua, e il problema della convivenza e commistione fra aree culturali e religiose diverse.

Alla base di molti di tali cambiamenti sta una vera rivoluzione industriale: la rivoluzione del silicio (il modesto transistor) e il connesso uso di un codice binario (0,1) per ogni forma di trasmissione di messaggi. Fondamentale è la conseguente capacità di comunicazione in tempo reale e ovunque sulla terra di dati di ogni genere: audio, scritti, visuali. La stessa rivoluzione ha reso possibile sia lo stoccaggio in memoria di dati, sia l’uso corrente delle trasmissione di dati via satellite o via fibre ottiche, aumentando smisuratamente la quantità di dati trasmissibili simultaneamente. Al tempo stesso, e con l’uso della stessa tecnologia di base, è resa possibile la mobilità di persone e cose da un continente all’altro con velocità e capacità di trasporto impensabile fino agli anni ’70. (Oggi una nave può trasportare fino a 8.000 containers; un treno transcontinentale fino a 10/15.000 tonnellate di merci; un aereo può trasportare 400 persone in dieci ore da Roma a Tokio o a Sâo Paulo, e fra poco vi saranno aerei capaci di 800 persone, o l’equivalente in merci pregiate). Tutto ciò farebbe pensare alla realizzazione di una vera famiglia umana, capace di conoscersi, convivere, condividere, al di là di ogni barriera politica o geografica. Si tratta di una possibilità tecnica reale. Ma la realtà non è questa.

Le ragioni non possono esser qui spiegate in dettaglio. Per i nostri scopi, il punto centrale è il controllo globale del capitale disponibile sulla terra (c/c, azioni, valute etc.) da parte di pochi gruppi privati che non possiedono direttamente i capitali ma li gestiscono, traendo profitto non dalla produzione di beni, ma dal movimento dei capitali (da un investimento a un altro che promette maggior profitto). Il capitale così si muove sempre e inevitabilmente verso la massimizzazione del profitto privato, senza alcun interesse sul tipo e le finalità degli investimenti così attuati. Qui non è in questione la legittimità di un ragionevole profitto del capitale, ma quella della massimizzazione del profitto privato a tutti i costi e indipendentemente dalle finalità dell’investimento. In questa situazione è chiaro che scompare ogni pensabilità di un bene comune.

Nasce così una situazione tragica per tutta la famiglia umana, situazione che viene descritta nella tabella allegata (segue la presentazione e la discussione delle tabelle allegate). La situazione ora descritta è tragica in se stessa, ma lo è anche perché da oltre 20 anni resta sostanzialmente statica, né vi è agenzia o autorità al mondo capace di mutarla. Inoltre i singoli governi possono agire solo marginalmente su di essa, e quasi sempre sono controllati o imposti o ricattati dal potere delle grandi agenzie finanziarie. Infine l’enorme massa di capitali richiesta dalla odierna comunicazione di massa è inevitabilmente controllata dalle stesse agenzie, che possono in tal modo – ed è esperienza quotidiana – indirizzare gusti o preferenze, indurre bisogni inesistenti o modelli di ‘vita buona’, manipolare o distruggere culture o religioni, sempre e solo in vista della massimizzazione del profitto.

Oggi occorre porsi due domande fondamentali: per chi si produce e come si produce. Si produce per chi ha soldi da spendere e non per chi ha bisogni essenziali insoddisfatti. Un esempio classico è la produzione e il costo dei medicinali, quasi totalmente controllati dalle grandi pharma. Si produce riducendo al minimo i costi, ed essenzialmente il costo del lavoro, sia licenziando il più possibile, sia pagando il meno possibile: di qui nasce la necessità del lavoro minorile, e anche della diffusa necessità di vendere i figli e le figlie intorno ai 10 anni, altrimenti la famiglia non potrebbe sopravvivere (notare che le figlie a 10/11 anni nel Sud-Est asiatico vengono vendute ai bordelli con le immaginabili conseguenze).

Ma un altro aspetto deve esser sottolineato: la povertà estrema conduce alla disumanizzazione. Per chi si domanda solo che cosa mangerà domani, ogni altra questione è impensabile. Molti fra i più poveri si arrendono di fronte alla miseria, alle malattie: perdono ogni interesse per qualsiasi impegno sociale che vada oltre il piccolo villaggio o la via della favela. L’esistenza si presenta come chiusa, oscura, senza orizzonti e senza speranze. Su questa natura della povertà di massa, già da tempo denunciata da J.K.Galbraith, si riflette troppo poco. Viceversa gli stessi meccanismi e la stessa logica del capitale porta i popoli più prosperi a conseguenze simili ma di segno opposto: il bisogno di arricchirsi senza limiti per poter consumare senza vincoli. Questa parte dell’umanità è in preda a un processo di disumanizzazione fatto di disinteresse per l’altro, di egoismo esasperato. In questo quadro tragico i temi della guerra e della pace, dei rapporti fra culture, del controllo dei media, dell’ecologia, vengono da un lato ignorati, dall’altro letti solo in chiave egoistica (affermazione di sé, come singolo o come gruppo, al di sopra o contro tutti gli altri).

Quello che possa essere il compito specifico della Caritas, nazionale e diocesana, in questo veramente tragico momento della storia umana, non è cosa che spetti a me dirlo. Alcuni modesti suggerimenti potranno però forse essere utili ai vostri lavori.

1 – La Caritas potrebbe essere lo strumento di elezione per far comprendere alla comunità dei credenti – ecclesiastici compresi – quale sia il loro compito nella storia dell’oggi dell’umanità.

2 – La Caritas deve essere la testimonianza operosa della fede nel Vangelo del Regno: in ciò essa dovrebbe costituire in Diocesi un blocco unito e ben coordinato con gli uffici missionari e gli uffici per le questioni sociali: le dimensioni locali e planetarie dovrebbero sempre esser considerate insieme.

3 – Nel far questo la Caritas non dovrebbe mai esser condizionata da questioni di convenienza politica; in caso di violazioni pesanti dei diritti dell’uomo, non dovrebbe aver paura di andare anche contro le regole dell’ordine costituito e tanto meno del socialmente approvato. Oggi il potere politico – in molti Paesi poveri e ricchi, fra cui l’Italia– è sempre inquinato o ricattato da potenze di ordine superiore. Se si dovrà soffrire, se si dovrà affrontare una persecuzione mediatica, ringrazieremo Dio. In questo è necessario, perché la testimonianza della chiesa nella storia sia credibile, l’appoggio pieno e senza ambiguità (del tipo: ‘si, ma’) dei singoli vescovi e dell’episcopato intero.

4 – Nel far questo la Caritas dovrebbe sempre cercare unità di azione con le altre confessioni cristiane: i problemi sono oggi troppo gravi e urgenti per indulgere a dispute teologiche. Tutte le chiese cristiane dovrebbero far fronte comune, aperto e ben visibile, in questo impegno per il Regno.

5 – Nel far questo la Caritas dovrebbe sempre cercare anche ogni possibile forma di collaborazione con tutti gli esseri umani e i gruppi che sono mossi dalle stesse ansie, Gli ‘uomini di buona volontà’, non importa se credenti o non credenti in Dio, non importa quale sia la loro provenienza filosofica o culturale, hanno a cuore gli alti valori presenti nell’animo umano anche se non ne conoscono l’autore (GS 92 e tutta l’ultima sezione di PIT). Oggi tutti i movimenti eterogenei che confluiscono nei social forum hanno però un elemento comune: la preoccupazione e l’impegno per gli altri. Il coordinamento degli sforzi e delle iniziative potrebbe essere un compito nobile (e doveroso) della Caritas. Quando un Concilio Ecumenico dice, ai singoli e alla chiesa, che con tali persone o enti “possiamo e dobbiamo collaborare” (GS 92), non è che ci lasci molto margine di manovra.

Enrico Chiavacci

(Conferenza tenuta al Convegno della Caritas Italiana – Orosei, giugno 2003)


GLOBALIZZAZIONE E SALUTE

2001

Paese

Attesa vita media

Mortalità infantile

Abitanti per dottore

Abitanti per letto

GNP pro-capite

USA

74/79

7

34.000

Giappone

80

3.6

522

74

32.000

Germania

77

5

290

138

26.000

Francia

78

4.8

343

86

24.000

Italia

79

5.5

193

161

22.000

Burundi

46

72

16.000

1.526

140

Camerun

55

72

13.500

371

610

Chad

48

115

27.700

1520

230

Congo

48

100

15.500

487

680

Ghana

57

57

22.900

638

390

Lesotho

52

78

18.000

765

570

Kenia

48

70

6.000

734

350

Rwanda

39

120

50.000

588

230

Sierra L.

44

150

13.700

980

140

Sud Africa

53

57

1.742

306

3.310

Sudan

56

71

10.900

1.222

290

Tanzania

52

83

20.500

1.000

220

Uganda

42

95

22.400

817

350

Cambog.

55

81

7.900

791

260

Laos

54

90

1.560

402

320

VietNam

67

32

2.280

380

350

Banglad.

60

73

4.800

3.300

350

India

62

72

2.200

1350

440

Thai

73

22

3.400

466

2.160

 



GLOBALIZZAZIONE ECONOMICA 2003

RICCHEZZA, POVERTÀ, SVILUPPO

PAESE

GNP (1)

Vita media(2)

Mortalità infantile(3)

Energia (4)


USA

35.030

W 77 - B 73 (5)

7.1

7.800

Giappone

32.000

80

3.4

3.800

Unione Europea

22.940

78

5.1

3.000

Albania

760

68

45

341

Russia

2.680

66

17

4.013

Rep Ceca

5.240

74

6

3.688

Polonia

4.000

74

9

Romania

2.250

70

20

Bolivia

990

63

60

373

Messico

4.400

71

26.2

1.500

Brasile

4.350

62

38

700

Perù

2.130

69

40.6

670

Cuba

1.700

75

7.5

Sud Africa

3.170

53

58.9

2.100

Egitto

1.380

63

62.3

600

Etiopia

100

45

101

22

Nigeria

260

51

74.2

260

Niger

190

41

124

37

Uganda

330

43

93.3

22

Camerun

600

55

70

103

Chad

210

50

96.7

16

Mali

240

46

121

India

370

62

71

248

Cina

750

71

38

Cambogia

260

57

76

52

Viet Nam

370

68

31.1

100

Indonesia

660

67

42

Tailandia

2.010

73

18

760

Sud Corea

8.400

74

10

2.800

Bangladesh

350

59

73

64

Fonte: Britannica World Data 2002 (Encyclopaedia Britannica); integrata con dati UNDP.

Note:

1 - Prodotto Nazionale Lordo annuo pro-capite espresso in USD.

2 - Attesa media di vita (media fra maschi e femmine).

3 - Mortalità infantile nel primo anno di vita su 1.000 nati vivi.

4 – Kilo equivalenti petrolio, disponibili in un anno per abitante. (Fonte: Guida del mondo 1999-2000)

5 - In USA viene data indicazione separata fra bianchi (W) e popolazione di colore (B).

 

Ultima modifica Lunedì 02 Febbraio 2015 09:20
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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