Sabato, 21 Ottobre 2017
Giovedì 29 Marzo 2007 01:49

Il testamento biologico e la dignità del morire (Giannino Piana)

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La questione dei trattamenti di fine vita (non esclusa l’eutanasia), per quanto estremamente delicata, esige oggi, per essere adeguatamente affrontata, l’elaborazione di nuovi criteri di giudizio...

La questione dei trattamenti di fine vita (non esclusa l’eutanasia), per quanto estremamente delicata, esige oggi, per essere adeguatamente affrontata, l’elaborazione di nuovi criteri di giudizio. Il rapidissimo progresso nel campo delle tecniche biomediche, da un lato, e l’accresciuta consapevolezza del rispetto dovuto alla volontà del paziente, dall’altro, evidenziano l’insufficienza dei parametri valutativi tradizionali e sollecitano una seria revisione dei dispositivi legislativi in atto.

D’altra parte, a rendere urgente tale revisione è la considerazione che l’esistenza di un vuoto legislativo provoca (e non può che provocare) una moltiplicazione degli abusi, al punto che nel nostro Paese sono divenute pratica quotidiana decisioni e atti medici che, al di là di interpretazioni capziose (per non dire ipocrite), hanno finalità chiaramente eutanasiche, spesso perseguite in assenza di un’esplicita richiesta del paziente.

Da questo punto di vista, il volume di Umberto Veronesi (Il diritto di morire. La libertà del laico di fronte alla sofferenza, Mondadori), al di là della condivisione o meno delle soluzioni proposte, solleva problemi di grande portata antropologica ed etica, che non possono (e non devono) essere elusi. Il riconoscimento dell’autodeterminazione del paziente come valore ha assunto, in questi ultimi decenni, sempre maggiore rilevanza, Ne è prova la progressiva estensione della pratica del Living wiIl (“‘testamento di vita”); pratica che, introdotta negli Usa alla fine degli anni ‘60, si è ben presto diffusa anche in altri Paesi, sia pure con notevoli variazioni di contenuto in relazione soprattutto alle clausole giuridiche vigenti all’interno di ciascuno di essi. La gamma delle possibilità è infatti estremamente articolata: si va dal diritto del paziente a rifiutare il trattamento terapeutico al diritto di rifiutare gli interventi salvavita (alimentazione e idratazione), fino al diritto all’eutanasia.

Questa varietà di posizioni, che riflette la complessità delle tematiche in gioco e la difficoltà di dare a esse risposte univoche sul terreno della legislazione, si ritrova peraltro anche a livello etico. Al di là dell’estrema diversità di opinioni morali presenti all’interno della nostra società - il pluralismo culturale si traduce oggi anche in un pluralismo di scale valoriali - le categorie utilizzate in passato, tanto sul fronte laico che cattolico, risultano inadeguate a interpretare una realtà in continua evoluzione e incapaci di fornire criteri appropriati per la valutazione dei vissuti. E’ il caso della distinzione tra mezzi “ordinari” e mezzi “straordinari”, alla quale si faceva ricorso per stabilire le cure che anche in situazioni estreme dovevano essere prestate al paziente e quelle che invece potevano (e in alcuni casi dovevano) non essere prestate, e della sua sostituzione con la distinzione tra mezzi “proporzionati” e mezzi “sproporzionati”, non motivata soltanto da ragioni contingenti - la rapidità del progresso tecnologico fa si che interventi fino a ieri considerati “straordinari” diventino oggi “ordinari” - ma, più profondamente, da un cambiamento di paradigma nella valutazione etica, dal passaggio cioè da un modello «deontologico» rigido e statico, che si poneva come obiettivo il rispetto assoluto dei “principi” (o dei valori) “accada quello che può”, a un modello aperto e dinamico, quello «teleologico», dove il metro valutativo è l’analisi delle conseguenze positive e/o negative delle azioni in una logica di proporzionalità.

L’adozione di questo ultimo modello, che anche il magistero della Chiesa ha fatto proprio (cfr. la Dichiarazione sull’eutanasia della Congregazione per la dottrina della fede del 1980), costituisce un’importante svolta nell’approccio ai trattamenti di fine vita. Si tratta infatti del rifiuto di un giudizio assoluto sul mezzo per affermare la necessità di un giudizio che valuti, di volta in volta, l’intervento (o la decisione di non intervenire) rapportando tra loro il fine perseguito e il mezzo adottato per perseguirlo. E’ come dire che il trattamento medico non può essere definito a priori facendo appello a principi assoluti, ma va concretamente determinato prendendo in seria considerazione la possibilità dei pazienti di godere di un minimo di qualità di vita così che si possa parlare di condizione umana dignitosa.

E’ vero che la misurazione di tale qualità non è (e non può essere) univoca, stante la grande varietà di opinioni etico-filosofiche esistenti e che pertanto non è facile pervenire alla formulazione di giudizi omogenei. E’ tuttavia assodato, anche per questo, il dovere di rivendicare con forza, in un tempo in cui è grande il rischio dell’accanimento terapeutico, la necessità di una ferma salvaguardia della dignità del morire.

Giannino Piana

(da Jesus, novembre 2006)

 

Ultima modifica Giovedì 27 Febbraio 2014 23:00
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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