Mercoledì, 13 Dicembre 2017
Mercoledì 18 Agosto 2004 20:09

Che cos'è "vita umana" (Enrico Chiavacci)

Valuta questo articolo
(3 voti)

Quando parliamo di vita, noi in genere ci riferiamo agli esseri viventi, e in specie alle piante e agli animali. Quando poi parliamo di bioetica ci riferiamo soltanto all'essere umano così come lo conosciamo oggi...

La bioetica studia i problemi morali derivanti dal fatto che siamo esseri viventi, e viviamo in stretta interconnessione con altri esseri viventi. Occorre perciò riflettere sul significato che si dà al termine "vita". Quando diciamo che Dio è amante della vita, diciamo qualcosa di apparentemente semplice: in realtà Dio è la vita, e non vi è essere creato che non nasca da una partecipazione alla vita divina. In questo senso si può - e si deve dire - che tutto il creato è vita. Alla luce delle conoscenze scientifiche attuali, che abbiamo visto nel capitolo precedente, sappiamo che tutto il creato è un processo continuo di interazione, e quindi di trasformazione. La relazione fra materia e energia è oggi pacificamente accettata: al verificarsi di certe condizioni ogni cosa materiale può modificarsi producendo o assorbendo energia. Quando andiamo in auto o in moto, trasformiamo una "cosa" - la benzina - in energia più gas di scarico. La terra rallenta il suo moto di rotazione di due millesimi di secondo al secolo a causa dell'attrito generato dalle maree, a cui si aggiungono piccole fluttuazioni non ben definite. L'universo si espande, sembra, con velocità crescente. Ma anche ogni cellula del nostro organismo è in continuo processo di modificazione, e a livello atomico e subatomico si hanno mutazioni continue e talora bruscamente discontinue. Tutto il creato vive: e non solo nel senso che esiste nel tempo e nello spazio, ma anche nel senso che si trasforma in continuità.

Confini e potenzialità della bioetica

Quando parliamo di vita, noi in genere ci riferiamo agli esseri viventi, e in specie alle piante e agli animali. Quando poi parliamo di bioetica ci riferiamo soltanto all'essere umano così come lo conosciamo oggi, come una specie particolare del genere "animale". In realtà tutto il creato vive, si muove e sussiste in Dio. La specificità dell'essere umano è quella di poter interagire prendere parte alla vita del cosmo in maniera cosciente e mirata. Che animali e piante interagiscano in maniera mirata può essere vero, ma che la mira sia deliberata in modo consapevole fra altre mire possibili, questo - per quanto ne sappiamo oggi - è proprio solo dell'essere umano. Quindi in linea di principio la bioetica - la riflessione sulle scelte da fare, sui limiti da rispettare, sui mezzi da usare - è da riferirsi esclusivamente all'essere umano in quanto è capace di scelte deliberate nel suo interagire col cosmo. Tuttavia il problema etico non riguarda solo l'interagire col corpo proprio o di altri esseri umani: come abbiamo già accennato nei precedenti capitoli, la bioetica si apre inevitabilmente sull'ecologia. Ricordiamo che la pienezza del Regno annunciato dal Vangelo è riconciliazione e pacificazione in Cristo di "tutti gli esseri" (Col 1,20). Tutto il creato vive, in modi diversi ma sempre in Dio; e vivendo è in continuo cammino verso una salvezza finale e globale. Di questo cammino, di questo vivere globale del cosmo, l'essere umano porta una sua parte di responsabilità: non per niente Francesco chiama fratelli e sorelle anche il sole e la luna e l'acqua.
E Paolo richiama l'attenzione e la responsabilità dei credenti sull'attesa di un creato che è in cerca della sua verità finale (Rm 8).
Ma di fatto oggi la bioetica, essendo una disciplina etica nuova, stenta a trovare i suoi veri confini e le sue stesse potenzialità: tutti i dibattiti e le ricerche riguardano la responsabilità dell'essere umano verso la vita umana. Questa limitazione dovrà essere prima o poi superata: io ne sono convinto e se sarà possibile cercherò di affrontare anche questo problema. Ma questa limitazione ha un suo significato. Infatti l'essere umano è sempre - qualunque sia la sua condizione fisica - un potenziale attore nella vita del cosmo, con la sua capacità di interpretare il progetto di Dio per il creato, di incidere su di esso in bene o in male, di arricchire questa sua capacità nel confronto e la collaborazione con i suoi simili. Solo l'essere umano inoltre, fra tutte le creature che per ora ci sono note, ha il dono della grazia e dello Spirito, ed è anche attraverso la sua salvezza in Cristo che il cosmo giungerà alla salvezza finale. Quindi la responsabilità morale verso la vita dell'essere umano nella sua dimensione spazio-temporale ha una sua indicibile grandezza e specificità, e questo nei confronti della vita terrena dell'agente come nei confronti della vita terrena di ogni altro essere umano.
È strano come molti studiosi e moltissimi discutitori di bioetica non si accorgano che stanno ragionando in termini di vita di ogni essere umano, senza alcuna discriminazione di razza, patria, cultura, religione, mentre in altri campi di discussione sono apertamente o subdolamente razzisti o comunque convinti della propria superiorità o della propria non-condivisibile identità, sia di singolo che di gruppo. La ricerca e la discussione in bioetica muove sempre inevitabilmente dall'assunzione - esplicita o implicita o inconsapevole - che ogni vita umana ha pari dignità.

La vita biologica non è un assoluto

Che cosa è dunque la vita per l'essere umano? È in primo luogo, come per ogni altra creatura, un dono di Dio e una chiamata a esistere inserendosi dinamicamente nel Suo progetto. Ma la vita dell'essere umano è un dono in vista del libero e cosciente inserirsi nel progetto di Dio, e quindi nella storia dell'umanità e del cosmo stesso. La dignità dell'essere umano, tale da renderlo infinitamente superiore a ogni altra creatura, è la capacità di disporre liberamente di se stesso, al di là di ogni coercizione - sia fisica che psicologica - proveniente dall'esterno: l'essere umano costruisce egli stesso, di giorno in giorno, la propria esistenza (si potrebbe forse dire "la propria vita") con una successione di scelte che devono nascere da una profonda convinzione personale (GS 17). E dunque, la vita umana, vita divina sempre volta alla sua origine (il dono dell'Eterno che ci ha fatti a sua immagine e somiglianza) e al suo traguardo (il perfetto compimento del progetto dell'Eterno su ciascuno di noi). Il Verbo, che è presso Dio ed è Dio, è vita e luce per ogni essere umano che viene nel mondo. E la luce rifulse nelle tenebre (si rilegga il prologo del Vangelo di Giovanni): potremmo definire le tenebre come lo spazio esistenziale che vi è fra noi e l'Eterno e che solo Dio stesso può colmare. Così per il credente il Signore Gesù è la vita, (si rileggano tutti i brani "Io sono" del Vangelo di Giovanni). E anche per chi non crede (senza sua colpa) la vita è presente, come chiamata interiore della coscienza a quella legge morale che ha il suo vertice nella carità (GS 14).
Quando dunque si parla di "vita" per l'essere umano si parla di qualcosa che non è legato a coordinate spazio-temporali e che non è in alcun modo identificabile con la vita biologica. La vita non è toccata dalla morte né dalla malattia, non è né lunga né breve: è invece sempre "vita eterna" e in tanto è vita in quanto è sostenuta dal Pane della Vita. Questa vita non è l'oggetto proprio della bioetica, ma è un riferimento che sta alla base - come ultimo criterio valutativo - della bioetica. Troppo spesso testi o articoli di bioetica cristiana ignorano la teologia, e conoscono solo singoli precetti ancorati più alla tradizione o a conoscenze scientifiche indebitamente assolutizzate che alla divina rivelazione.
La bioetica riguarda la vita biologica dell'essere umano, non la vita eterna che deve essere vissuta ogni giorno. E tuttavia vi è uno stretto nesso fra questi due significati dell'espressione "vita umana". Nella nostra attuale condizione, condizione che anche il Verbo ha voluto assumere, la vita vera non può essere vissuta, espressa e neppure pensata fuori delle coordinate del tempo e dello spazio. Così la vita biologica è il modo di essere della vita vera: abbiamo già visto nel secondo capitolo come ogni funzione superiore dell'essere umano (le funzioni con cui l'essere umano pensa, si pensa e decide su se stesso) è possibile solo tramite una complessa attività cerebrale, e quindi ogni attività umana passa inevitabilmente per il proprio corpo. La vita vera non può mai esser ridotta alla vita biologica, ma proprio per questo la vita biologica non è qualcosa di cui l'essere umano può disporre a piacere, e al tempo stesso proprio per questo la vita biologica non è un assoluto. Essa non potrà mai essere soppressa perché è il modo di presentarsi a me di un dono e di un progetto di Dio. Ma essa potrà essere modificata in vari modi quando ciò consenta di rispondere meglio al progetto di Dio. Queste due proposizioni, che qui accenno in maniera volutamente drastica, sono alla base di tutta la discussione in bioetica e derivano dalla contemporanea alterità e congiunzione fra la vita eterna e la vita biologica. Esse dunque dovranno nei seguenti capitoli essere discusse e verificate in alcuni problemi concreti che il nostro tempo pone alla coscienza umana.

Io e gli altri

Accanto a questi due principi di carattere generalissimo, e che richiedono molte precisazioni, occorre enunciare un altro principio: le regole che devono governare la mia relazione con la mia vita biologica non sono le stesse che devono governare la mia relazione con la vita biologica di altri esseri umani. Il singolo essere umano si forma sempre, anche inconsapevolmente, un'idea del significato della propria esistenza, e quindi potrà o dovrà intervenire, o rifiutare un intervento, sulla propria fisicità secondo il dettato della propria coscienza e della propria fede religiosa. Ma il singolo dovrà sempre offrire all'altro ogni sostegno tecnicamente e concretamente possibile quando se ne manifesti l'utilità o la necessità.
Il problema morale del paziente non è in generale lo stesso del medico. Il singolo potrà andare incontro alla sofferenza e anche a morte certa rifiutando terapie o forme di legittima difesa. Così ha fatto proprio Nostro Signore, andando incontro liberamente a una morte certa e rifiutando ogni difesa: per il singolo la propria sussistenza fisica non è un assoluto da difendere a tutti i costi. Il medico invece dovrà offrire sempre all'altro ogni utile terapia. Ciò dipende da un fatto molto semplice. L'altro si presenta a me esclusivamente mediante la sua fisicità, e ogni attentato alla fisicità dell'altro come ogni rifiuto di sostegno alla fisicità dell'altro è un attentato o un rifiuto alla persona dell'altro nella sua interezza. Se io do un pugno sull'occhio dell'altro io non esprimo ira o vendetta nei confronti dell'occhio dell'altro, ma nei confronti dell'altro. Nello stesso modo se io curo il cuore dell'altro non sono direttamente interessato a un cuore, ma all'altro.
Il dovere morale del medico (o di altri paragonabili operatori) è sempre quello di offrire la migliore tutela della fisicità altrui secondo lo stato dell'arte medica e le concrete disponibilità di mezzi. Il dovere morale del paziente è quello di valutare l'incidenza delle terapie (o di altro tipo di presidio) sulla comprensione della sua esistenza e della sua personale e irripetibile chiamata. Solo tenendo distinti i due problemi morali si possono affrontare molti gravi problemi di bioetica: in primo luogo il problema del consenso informato del singolo di fronte a qualunque trattamento, terapeutico o no, che incida significativamente sulla sua fisicità; ma anche molti problemi circa l'eutanasia e l'accanimento terapeutico e circa le possibilità (future) delle nuove biotecnologie. Solo la necessità del bene comune di una società civile, espressa specificamente dalle leggi e non lasciata al giudizio soggettivo del medico o dei familiari, potrà in alcuni casi imporre trattamenti anche contro la volontà del paziente: non per imporre una "qualità statale" della vita a un singolo, ma per difendere le urgenze dell'intero corpo sociale (come per esempio in caso di epidemie).
Ma di questi e simili problemi occorrerà discutere separatamente. Deve in ogni caso restare fermo un principio: se nessuno ha il diritto di togliersi la propria esistenza fisica, ognuno ha però il diritto di decidere su che cosa è per lui "vita buona": e questa non coincide necessariamente con la migliore qualità o durata della vita secondo i modelli oggi prevalenti nella cultura occidentale.

Enrico Chiavacci

(testo tratto dal libro di Enrico Chiavacci  LEZIONI BREVI DI BIOETICA)

Si ringrazia Cittadella Editrice www.cittadellaeditrice.com per la gentile concessione della pubblicazione di questo testo di Enrico Chiavacci.

 

Ultima modifica Giovedì 27 Febbraio 2014 17:49
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

Iscriviti alla Newsletter per ricevere i nostri "Percorsi Tematici" e restare aggiornato sui migliori contenuti del nostro sito

news