Lunedì, 23 Ottobre 2017
Mercoledì 01 Settembre 2010 08:36

Dei vizi e delle virtù. L'ira (Cettina Militello)

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Questo nostro tempo potrebbe ben essere chiamato tempo dell’ira. Come non adirarsi di fronte a tutto ciò che deturpa nell’uomo l’immagine di Dio? Ma l’ira è sempre un male? Gregorio Magno distingue l’ira per zelo dall’ira per vizio.

Dei vizi e delle virtù

 L’ira

di Cettina Militello

L'ira ... A evocarla basta il Diesirae nella fantasmagoria di un non realistico ultimo giorno. E si tratta non di vizio ma di virtù, direi. La coppa (cf Ap 14,10; 16,19) della giustizia finalmente riversata, sconvolgente nella inadeguatezza sua tremenda al limite nostro di creature ... Non me ne si voglia se parto proprio da una locuzione fortemente evocativa e in certo modo disperante, quella dell'ira di Dio (cf Ap 6,17), del giudizio inappellabile dinanzi alla nostra incapacità di corrispondergli, di ascoltarne la voce, di accoglierne la proposta ...

Ma proprio l'evocazione dell'ira divina - il vino del furore della sua ira (Ap 16,19); le sette coppe dell’Apocalisse (cf Ap 15,7; 16,1) - ci mette subito dinanzi all'ambivalenza dell'ira. Vizio nella misura in cui colpevolmente si abiura alla serenità del proprio giudizio e si soccombe a istintualità primaria, a radicale incapacità di auto controllo e di ragionamento. Tutt'altro che vizio, invece, se risposta adeguata a ciò che ferisce nel profondo l'essere umano e il progetto di Dio, come tale attribuibile a Dio non meno che al santo.

Quando adirarsi è necessario

Come non adirarsi, ossia come non insorgere di fronte a tutto ciò che deturpa nell'uomo l'immagine di Dio? Come non adirarsi dinanzi al tradimento colpevole che del progetto di Dio compie, nei singoli o collettivamente, la comunità da lui voluta, da lui amata, da lui salvata? Mi si dirà che non si tratta tanto di ira quanto di sdegno. Ebbene la furia, la collera non è minore nel profeta o in Dio stesso dinanzi al fraintendimento della divina misericordia.

Questo nostro potrebbe ben essere chiamato tempo dell'ira, tempo nel quale collettivamente occorrerebbe insorgere perché la Chiesa torni a mostrare il volto che le è proprio: significare, promuovere, testimoniare la divina misericordia. Invece, perdiamo tempo in questioni marginali. Ci crogioliamo su dettagli insignificanti. Facciamo i filosofi anziché i testimoni. Ecco, tutto ciò chiede sdegno, sdegno violento; chiede invettiva. Per dirla con Giovanni Crisostomo: «Pecchi, se non ti prende l'ira quando è necessario» (In Matth. Il; su Mt 5,22). Non ci possono essere dubbi, il verbo usato è proprio "pecchi"! Tacere, far finta di niente, lasciar correre, diventa peccato, anche se d'omissione. Quale che sia la tipologia, non cambia la sostanza: pecca il cristiano quando è connivente, vuoi nei confronti del mondo, vuoi nei confronti della Chiesa,anche se  peccatrice pur nel paradosso della santità a lei donata.

Chi scrive si adira facilmente. Fa fatica a misurare le parole, proprio quando la tocca nel profondo la distanza interposta tra la bellezza del progetto e la sua realizzazione. Con furia, davvero con furia, strapperei dalla Chiesa ciò che la oscura, ciò che la rende poco credibile. La mia ira tocca soprattutto la zona ambigua della connivenza tra la cristianità e ciò che la nega e l'offende. Perché cercare "teologi" tra gli atei devoti ad esempio? Perché cercare sponsor presso coloro che programmaticamente sacrificano sé stessi e gli altri al totem del profitto? Perché addivenire sempre ai poteri forti in nome di aleatori vantaggi? Perché lamentarsi pigramente della presa di congedo dalla fede, quando a promuoverla è stata la programmatica rimozione dei valori cristiani proprio a opera di quanti per puro calcolo si sono detti cristiani?

Il disegno di Dio non è negoziabile. Il Vangelo non è negoziabile. La buona novella ai poveri non è negoziabile. Occorre gridarlo, non tacerlo. Non si possono stabilire gerarchie di comodo per un fallace tornaconto. Siamo sempre pronti a condannare chi prova a dialogare con gli snodi del presente, mai facciamo altrettanto con chi corrompe le coscienze non con strumenti nobili, ma semplicemente offrendo con naturalezza modelli degradanti. Il relativismo sarà pure una questione da filosofi, nei fatti è il veleno mai condannato come tale ogni giorno inoculatoci dal pulpito delle Tv commerciali, e, a ragione dell'audience, anche dalla Tv di Stato. No, il cuore non ci porta da nessuna parte, se la sua logica è quella liquida del disimpegno, dell'assenteismo, della dismissione della responsabilità, della sensatezza del giudizio ...

L'ira che mi commuove, lo si comprende bene, è passione, passione viva, inestinguibile verso il Vangelo. E’ domanda di profezia testimoniale. E’, ancora e sempre, urlare: «Guai a me, se non evangelizzo!». No, non ci possono essere compromessi. La radicalità cristiana non lo consente!

 

L'ira è sempre un male?

L'ira però è anche altro. Gregorio Magno distingue l'ira per zelo dall'ira per vizio. La prima turba l'occhio della ragione, la seconda lo acceca (cf Moralia V, 45). Secondo gli antichi maestri se c'è un appetitus pro bono – la passione, appunto, lo zelo - c’è anche un appetitus ex malo . Va anche detto però che questa distinzione non vede tutti d'accordo.

Dall'antichità pagana, ad esempio, ci giungono le letture diametralmente opposte di Aristotele e Seneca. Il primo ritiene l'ira addirittura necessaria, perché senza il suo apporto non è possibile affrontare alcuna battaglia. Afferma pure che dell'ira occorre fare buon uso, ponendola a nostro servizio e non viceversa. Arrabbiarsi è facile - osserva nell' Etica a Nicomaco - ma non è da tutti arrabbiarsi con la persona giusta, nella misura giusta, al momento giusto e per una giusta causa ... Di parere opposto Seneca che all'ira ha dedicato uno dei suoi trattati morali. Per quest’ultimo l'ira è sempre un male. Il fatto di controllarla non la libera dalla sua intrinseca negatività.

Dal nostro punto di vista, quello dei vizi capitali, l'ira è in senso stretto peccato perché aliena profondamente il soggetto umano riconducendolo sulla soglia dell'animalità. Nell'ira si abdica a ciò che ci connota - sono o no homo sapiens sapiens? In gioco, anzi offesa, è la capacità di discernere e giudicare, di riflettere con oggettività, di esprimere giudizi sensati su persone cose situazioni. Al riguardo, ancora Giovanni Crisostomo afferma che tra l'ira e pazzia non c'è alcuna differenza. Nulla c'è di più turpe di un volto furioso, nulla è più deformante il volto e la persona (cf In Joh 48). E pittorescamente Gregorio Magno (cf Moralia 5) traccia l'identikit dell’iracondo: il cuore accelera e palpita; il capo trema; la lingua gli si inceppa; gli occhi gli escono dall' orbita; non riconosce le persone conosciute; la bocca urla; niente si capisce di ciò che dice ...

Più e più volte negli autori antichi viene chiamato in causa Mt 5,22. In questione è l'adirarsi contro il fratello. E, purtroppo, in questione non è solo l'esuberanza verbale, l'insulto, sempre più graffiante. L'ira produce anche questo, ma produce l'omicidio, la soppressione fisica di colui dal quale a ragione o meno si crede di ricevere un torto insopportabile e insostenibile, tale da comportare la fine stessa di chi ce lo ha fatto.

L'ira, più o meno motivata, la provocazione grave, nell'immaginario sociale ha avallato la vendetta e con essa il delitto, rendendolo plausibile, addirittura dovuto. Dal duello al delitto d'onore c'è solo l'imbarazzo della scelta. In genere, così almeno le scienze dell'uomo, a muovere all'ira nelle sue forme patologiche e incontrollate non è tanto una ragione esterna, quanto un insanato conflitto interiore. Lo esprime bene Dante nel canto XVII del Purgatorio, dove per contrappasso sente come in un soffio le parole: «Beati / pacifici, che son sanz'ira mala!» (vv. 68-69).

Esattamente all' opposto sono dunque le "figlie dell'ira": rissa, tracotanza, insulto, clamore, indignazione, bestemmia.

Si può vincere l'ira? Ascoltiamo Seneca: «Lotta con te stesso: se vuoi vincere l'ira, essa non può vincere te. Cominci a vincerla se la nascondi, se non le dai modo di venir fuori. Nascondiamo le sue manifestazioni e teniamola per quanto possibile nascosta. Ciò avverrà con nostro grande fastidio, perché essa desidera erompere e accendere gli occhi e mutare il volto; ma se le permettiamo di uscir fuori, ci dominerà ... Combattiamo tutti i suoi indizi, ricomponiamo il volto, addolciamo la voce, allentiamo il passo. A poco a poco l'interno si conformerà all’esterno…. ..» (Sull’ira, III,l3)

 

(da Vita Pastorale, n. 6, 2009)

Ultima modifica Venerdì 18 Febbraio 2011 15:56
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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