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Sabato 26 Giugno 2004 14:36

1) Gesù “Cristo”, l’uomo nuovo

LO SPIRITO SANTO E SANTIFICATORE
don Marino Qualizza




1.a. Gesù ‘Cristo’ l’uomo nuovo perché ‘unto di Spirito Santo’ Gv 1,29-34


Si dice spesso che la teologia latina, soprattutto nel secondo millennio, ha trascurato molto la riflessione sullo Spirito Santo e che quindi soffre di una carenza ‘spirituale’, cioè di una dimensione, dove lo Spirito Santo abbia il posto che gli compete, a partire dalla storia della salvezza con evidente riferimento alla teologia trinitaria. E dire che senza questa attenzione ed apertura allo Spirito Santo non è possibile riconoscere l’identità stessa di Gesù Cristo Signore! <<Nessuno può dire: "Gesù Signore" se non in virtù dello Spirito Santo>>, afferma san Paolo in 1Cor 12,3.


Per questo motivo il titolo di questo capitolo ci richiama l’originalità e l’identità di Gesù, il Signore, proprio a partire dall’unzione dello Spirito Santo, come leggiamo nel testo proposto nel titolo stesso:<<Il giorno dopo (Giovanni) vede Gesù venirgli incontro e dice: "Ecco l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo. Questi è colui di cui ho detto: ‘Colui che viene dopo di me ebbe la precedenza davanti a me perché era prima di me’. Io non lo conoscevo, ma proprio perché fosse rivelato ad Israele sono venuto a battezzare con acqua". Poi Giovanni testimoniò: "Ho visto lo Spirito scendere dal cielo come una colomba, e si fermò sopra di lui. Io non lo conoscevo, ma colui che mi mandò a battezzare con acqua mi disse: ‘Colui sul quale vedrai scendere lo Spirito e fermarsi su di lui, è lui che battezza con lo Spirito Santo’. E io l’ho visto e ho testimoniato che lui è il Figlio di Dio>>. Gv 1,29-34.


1.b. Il Cristo punto di partenza per la nuova umanità


Perché parliamo di Gesù Cristo l’uomo nuovo? Perché egli è il punto di partenza della nuova umanità, pensata e progettata da Dio nel superamento di quella che aveva smarrito il cammino della vita. A scanso di equivoci, già avvenuti nel passato, qui non contrapponiamo due umanità, una vecchia e l’altra nuova, quasi si trattasse di due realtà in contrasto, ma parliamo della stessa umanità, resa nuova proprio da Gesù il Signore e riportata allo splendore del primo ed unico progetto di Dio. Il termine nuovo viene adoperato dunque, per mettere in luce che l’unica e definitiva novità noi l’abbiamo in Cristo, visto come colui che è la realizzazione straordinaria e ‘normale’ dell’umanità. Questa non si può concepire a prescindere dallo Spirito Santo.


Su questo punto bisogna superare un altro limite che si è manifestato nella cultura occidentale in genere, alle volte con qualche spinta anche della teologia. In buona fede, senz’altro. Ebbene, era invalso nell’Occidente cristiano un modo di pensare l’uomo quasi a prescindere dall’azione di Dio e della sua presenza. Questo, forse, perché della grazia di Dio si parlava prevalentemente o come redenzione o come santificazione ‘soprannaturale’. E quindi la considerazione sulla umanità, intesa in prospettiva più filosofica che teologica, si limitava o concentrava a parlarne in termini del tutto ‘naturali’, del tipo: l’uomo essere ragionevole. Nulla da eccepire in sé, ma certamente questa presentazione non poteva esaurire la ricchezza della realtà umana.



1.c. La creazione base del rapporto con Dio


Questa consiste nel rapporto creaturale che l’uomo ha con Dio, ed è fondato sulla creazione. E questa non è limitata ad un inizio che si perde nella notte dei tempi e poi non ritorna più, perché l’uomo prosegue sicuro per la sua strada. L’uomo è creatura continuamente in rapporto al Creatore e stabilmente sotto l’influsso e l’azione dello Spirito Santo, proprio per realizzare la sua chiamata straordinaria: il rapporto con Dio, come realizzazione della propria vita. In questa azione allo Spirito Santo vengono attribuite le ‘competenze’ specifiche: egli è colui che porta a compimento l’azione di Dio e le dà anche la bellezza che le conviene.


Colui che ha rivelato in modo definitivo l’azione dello Spirito Santo è Gesù, il Signore. E l’ha fatto nella sua esistenza storica, perché nelle sue parole e nelle sua azioni si potevano cogliere e scorgere i segni della presenza attiva dello Spirito. A tal proposito nel linguaggio biblico si adopera l’espressione: unzione dello Spirito, per indicare che lo Spirito agisce come l’olio che è segno e causa di bellezza, di salute, di forza, di ricchezza. Dall’immagine offerta dall’olio, frutto ed alimento tra i più preziosi dell’antichità, è facile il passo alla metafora per indicare l’azione dello Spirito Santo: egli nutre, fortifica, irrobustisce, abbellisce, sana, benedice e santifica. Unzione infatti si può tradurre con benedizione, consacrazione, scelta, elezione, protezione: tutte azioni che vengono attribuite allo Spirito Santo di Dio.



1.d. Cristo uomo nuovo sintesi del Vangelo


Ora parlare di Gesù come uomo nuovo, perché consacrato dall’azione dello Spirito, significa presentare il senso stesso del Vangelo della grazia e della realizzazione dell’umanità. Qui abbiamo in tutta naturalezza l’autentico umanesimo cristiano. Vale a dire la comprensione di ciò che ogni uomo è chiamato ad essere sul modello di Cristo. Il quale non si presenta come un qualcosa di estraneo o aggiunto esteriormente all’umanità, ma l’umanità così com’è e deve essere. Perché il compimento ‘normale’dell’umanità è la comunione con Dio, resa possibile dallo Spirito Santo. Questa verità elementare è stata più volte dimenticata o presentata in modo difforme dal modello del Vangelo. Ripeto, è un limite tipico del pensiero occidentale, che, già dai tempi antichi, ha imboccato la strada dell’alternativa, del doppio aut. O Dio o l’uomo! Per cui, se si sceglieva Dio, si deprimeva l’uomo; e al contrario, se si esaltava l’uomo, si doveva negare Dio.


Dio e l’uomo come antagonisti. A ben rileggere la storia dell’Occidente, si potrà facilmente concordare con queste affermazioni. Soprattutto dopo la riforma protestante la divaricazione è diventata più ampia e le conseguenze si sono viste e patite in particolare nei secoli XIX-XX. Ma la visione cristiana, ispirata dal Vangelo, non conosce queste divaricazioni. Gesù Cristo è l’uomo ‘nuovo’ e il modello riuscito dell’umanità, proprio perché Figlio di Dio e quindi in rapporto strettissimo con lui, per virtù e grazia dello Spirito. Questa è l’umanità concreta e realizzata, quella che vive il rapporto di amore con Dio. Gesù Cristo è il prototipo di questa umanità nuova ed antica, perché è sempre stata pensata così da Dio. Ma in una storia, come la nostra, dove il rapporto con Dio è stato rifiutato e dove si è cercato di costruire la propria umanità nella sfida con Dio, che è finita nel dimenticare Dio, c’è voluta la presenza di Cristo per ridare agli uomini il modello perduto ed indicare la strada smarrita.


1.e. Superamento della logica dell’aut aut


In questo senso possiamo dire tranquillamente che Gesù è il Vangelo vivo e l’indicazione di come prendere e leggere il Vangelo stesso: non come una serie di verità astratte e di precetti ardui, ma come la persona viva in cui si può incontrare il Dio vivo, per riceverne vita e speranza e amore. Alla base di tutto ciò c’è proprio lo Spirito Santo, che donandoci l’amore di Dio e mettendoci in comunione con lui, ci fa attingere direttamente alle sorgenti della nostra vita e del desiderio di vita. Gesù Cristo è la verità vissuta e vivente di questa verità concreta.


Parlando di Cristo come uomo nuovo si deve logicamente parlare anche della creazione nuova, risultato dell’opera dello Spirito Santo. In lui tutto dunque ridiventa nuovo, perché in lui nulla invecchia. Egli è la ‘novità’ di Dio e perciò la novità del mondo. La liturgia, con intuizione felice, attribuisce allo Spirito Santo alcuni versetti dello splendido salmo 103, che narra le meraviglie del creato: <<Mandi il tuo spirito ed essi(i viventi) sono creati, e rinnovi la faccia della terra>> (v.30). A questo Spirito dunque viene attribuita la vita sulla terra e la novità di essa nel Cristo, che nella sua umanità, è il capolavoro del creato. Ogni progetto di umanità deve confrontarsi con il Cristo uomo, su cui si posa lo Spirito del Signore.

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Giustificazione, Grazia e Sacramenti
don Marino Qualizza



 


 3.2. La dimensione simbolica dei sacramenti


Si diceva all’inizio che nel primo millennio cristiano, soprattutto,si sottolineava parecchio la dimensione simbolica, non solo dei sacramenti, ma di tutta la realtà. Il maestro riconosciuto in questa impostazione era Platone, le cui intuizioni filosofiche furono rielaborate in diverse scuole teologiche, prima fra tutte quelle di Alessandria, all’inizio del III secolo, soprattutto con Clemente e Origene. Ma il grande maestro che influì su tutto lo svolgimento ulteriore della teologia sacramentaria è sant’Agostino. La sua teologia sui sacramenti è veramente geniale e spazia in diversi settori, nei quali ha contribuito a sciogliere dubbi e risolvere situazioni difficili; il tutto con una maestria eccezionale. Certo, ci sono anche dei punti su cui si possono nutrire delle riserve, ma in genere la sua visione ed elaborazione sono da capolavoro.


In seguito l’attenzione al dato simbolico dei sacramenti fu lasciato in ombra, perché, questo a partire dal secondo millennio cristiano, l’attenzione si era concentrata maggiormente sull’efficacia dei sacramenti, sul fatto che davano la grazia che significavano. Solo negli anni ’50 del secolo appena trascorso, l’attenzione dei teologi fu nuovamente attirata dal fatto che i sacramenti sono segni, simboli, immagini, figure di un’altra realtà, a cui danno luogo per la forza dello Spirito di Dio. Non bisogna dimenticare che proprio la differenza di simbolismo rende ragione della diversità dei sacramenti. Se tutti, indistintamente, dessero solo la grazia, ne basterebbe uno solo.



3.2.a. Un cambio di mentalità


Ma agli inizi del secolo XX avvenne un significativo cambio di mentalità nella cultura filosofica europea, con la svolta operata dalla Fenomenologia. Essa si proponeva di restituire alla sua dignità ciò che appare, in quanto non è solo qualcosa di superficiale, ma è rivelazione di qualcosa di più profondo, a cui però arriviamo proprio perché qualcosa ce lo rivela. Era un trampolino di lancio prezioso per la elaborazione teologica, in molti settori, ma soprattutto in quello dei sacramenti. Ciò dunque, che aveva caratterizzato la teologia di Agostino, viene ripreso ed elaborato in un nuovo contesto culturale, quello del XX secolo. Ne derivò una comprensione senz’altro più ricca ed appropriata dei sacramenti e, nello stesso tempo, fu data opportunità ai teologi di adoperare un linguaggio che non era sconosciuto alla cultura del tempo.




3.2.b. Cambiamenti di vocabolario


Ne conseguì, necessariamente, un cambiamento di vocabolario. Si ricominciò a parlare dei sacramenti come di simboli – reali – della grazia di Dio, nel senso che la significano e la rendono presente; di immagini del mondo di Dio e della grazia che ci salva; di figure che danno forma all’opera di Dio in Cristo; di segni dai quali si riconosce l’azione di Dio ed il passaggio dello Spirito Santo. Una ricchezza notevole, che tuttavia non passò senza qualche perplessità, per il fatto che ci si scostava da un vocabolario ormai acquisito e stabilizzato. Ma il vantaggio fu grande. Come si diceva, il simbolo dell’acqua nel battesimo era di per sé eloquente per intendere questo sacramento nella linea dell’intera storia della salvezza, come rinascita nella purificazione. E così per gli altri sacramenti, fino ad arrivare alla realtà stessa del corpo umano, per quanto riguarda il matrimonio.


Da ciò anche la possibilità e l’urgenza di ripresentare la simbologia cristiana dei sacramenti con un linguaggio adatto e con l’attenzione al clima culturale di oggi. Prova ne sia che, almeno nelle intenzioni, e a livello teoretico, la liturgia, che si sostanzia nei sacramenti, ne ha tratto evidente vantaggio. Un modo più vivo, una presentazione più attenta alla vita, un inserimento più immediato nella realtà di oggi, sono i primi risultati di questa impostazione che ha bisogno di ulteriori sviluppi.



3.2.c. La dimensione escatologica


La parola non spaventi, perché non dice nulla se non l’orientamento di tutta la nostra vita verso Dio, che incontreremo definitivamente oltre questa vita. Non si tratta nulla di nuovo, ma presentato in forma nuova. Tutti conosciamo i quattro novissimi, nei quali si riassumeva tutta la nostra conoscenza dell’escatologia cristiana: morte, giudizio, inferno, paradiso. Tale presentazione aveva il limite di pensare queste realtà solo o quasi, come realtà che vengono dopo. Mentre la vita cristiana si svolge ora. A dire il vero il grande san Tomaso d’Aquino, aveva espresso in modo felicissimo la verità sui sacramenti, compresa la dimensione escatologica, nella nota antifona O sacrum convivium.


Parlando dell’eucaristia, ne riassumeva in sintesi la verità, dicendo che essa era incontro con Cristo, pienezza di grazia, memoria liturgica della sua passione e pegno della gloria futura. Qui c’era proprio l’accenno alla gloria futura come realtà che già si pregusta nell’eucaristia. Nelle epoche successive a Tommaso, questo riferimento fu sempre tenuto presente, ma letto e interpretato, necessariamente, secondo il prevalere del sentire teologico di allora. In pratica ci si limitava a ricordare i novissimi.



3.2.d. La riscoperta dell’escatologia


Gli studi biblici, proprio all’inizio del ‘900, rimisero in luce una verità per sé evidente nei Vangeli: in essi Gesù inizia la sua missione, parlando della imminente venuta, se non addirittura della presenza di Dio nella storia degli uomini. È il vangelo del regno di Dio, che si annuncia presente ed operante per la salvezza o riuscita della storia umana. Questa riscoperta o sottolineatura ha operato in modo molto positivo nella teologia, perché l’ha aiutata ad allargare gli orizzonti e a considerare l’escatologia, cioè le verità finali, come già operanti, anche se nel mistero, nella nostra storia. Il mondo futuro è già cominciato e ciò che avviene nella nostra vita di fede è già anticipo e partecipazione iniziale alla vita futura.



3.2.e. I sacramenti verità dell’escatologia cristiana


Ancora una volta, appare in tutta evidenza la singolarità della fede cristiana. Essa non è un sistema ben ordinato di dottrine, di filosofia o di teologia, anche se questo non lo escludiamo; la fede cristiana è veramente vita vissuta in adesione e comunione a Cristo. E i sacramenti ne sono la concretezza. Così noi viviamo l’attesa della venuta di Cristo, partecipando ora alla sua opera di salvezza, essendone beneficiari e nello stesso tempo anche offrendone il frutto al mondo intero. Così essi assolvono a due compiti: sono profezia sul passato, perché annunciano la pasqua di Cristo e sono profezia sul futuro, perché ci fanno partecipare al mondo della risurrezione.


3.2.f. Indicazione bibliografica essenziale


Schneider Th. , Segni della vicinanza di Dio. Compendio di teologia dei sacramenti, Queriniana, Brescia 19893


Ferraro G., I sacramenti nella liturgia, Dehoniane, Roma 1997


Mozzanti G., I sacramenti, simbolo e teologia. 1. Introduzione generale, EDB, Bologna 1997


Rocchetta C., Sacramentaria fondamentale. Dal <<mysterion>> al <<sacramentum>>, EDB, Bologna 19902.

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Giustificazione, Grazia e Sacramenti
don Marino Qualizza



 


 


3.1. Come comprendere teologicamente i sacramenti



Nell’intervento precedente si diceva che la fonte dei sacramenti è Dio che realizza il progetto di salvezza del mondo mediante Cristo nello Spirito. Questo è tanto risaputo da non destare nessuna commozione, appunto perché le cose ovvie non colpiscono la fantasia. Ed anche la riflessione teologica ha bisogno di fantasia, se non vuole deperire per inedia. Fino a poco tempo fa, quando si parlava dei sacramenti si dava di essi una definizione generale che poi risultava generica: essi sono segni efficaci della grazia. Nessuno ovviamente contesta questa definizione, ma proprio perché si adatta a tutti i sacramenti, non ne specifica per nulla la diversità e originalità. Da ciò la necessità di pensarli in una prospettiva più ampia e comprensiva.


Quattro modi di intendere i sacramenti



Questa molteplicità nella presentazione dei sacramenti ha pure uno scopo pedagogico preventivo, nel senso che non è semplice entrare nel mondo dei sacramenti, soprattutto per la nostra mentalità attuale. Essi erano più facilmente accessibili nei secoli scorsi, soprattutto nel primo millennio cristiano, quando due fattori convergenti ne aiutavano la comprensione ed anche la celebrazione. Si trattava della mentalità simbolica ereditata dal patrimonio platonico e cristianamente adattata e poi della immediatezza che la struttura sacramentaria aveva con la quotidianità in cui si viveva. I simboli erano realtà che illuminavano ciò che si stava vivendo, facevano parte della vita concreta, per cui la loro comprensione era offerta a tutte le intelligenze, anche quelle meno versate nei ragionamenti teologici.



Superare due pregiudizi



Oggi ci troviamo ad affrontare grosse difficoltà nel modo di intendere i sacramenti; da una parte c’è la deriva dell’individualismo e del soggettivismo, che privilegiano i rapporti immediati con Dio ed escludono quindi le mediazioni ecclesiali. E’ evidente che in questo caso è messa in discussione la realtà stessa della Chiesa e la sua utilità. Se il rapporto con Dio lo si può vivere senza intermediari, tanto meno serviranno strumenti materiali per renderlo attuale. Si vive così una fede ‘spiritualizzata’ sul fondamento anche di una trasparenza eloquente: non è possibile avere un rapporto con Dio attraverso strumenti materiali. Questo ‘spiritualismo’ che in sé ha nobili motivazioni, tende a considerare la realtà umana in termini idealistici, senza riferimento alla materialità.


Gli si accosta una atteggiamento esatto e contrario: quello di un greve materialismo e di un pragmatismo simmetrico, che punta tutto sulla efficienza dell’agire umano, senza doverlo sottoporre ad interventi ‘gratuiti’ che vengono dall’alto e che mettono in discussione l’iniziativa umana. È il modo tipico di giudicare le cose proveniente dal nostro mondo, che basa quasi tutto sulla programmazione, sulla produzione, sulla iniziativa e sui risultati, frutti di fatica e di impegno e non già risultato di qualche affidamento a divinità che mortificano l’autonomia umana.



Mediante una adeguata visione della realtà umana



Prese in sé le due difficoltà appena ricordate, sono evidentemente due esagerazioni, che contengono, ognuna per sé un filone di verità. Questa potrà risultare molto più armonica, se si terrà conto della visione cristiana della nostra umanità. Se è vero che per secoli abbiamo privilegiato la parte spirituale dell’uomo, è pure vero che abbiamo sempre detto che l’uomo è un essere ragionevole, composto di anima e di corpo. Si tratta ora di considerare in modo equilibrato questo binomio, per non stravolgerne il senso. Oggi non è tanto difficile vedere come anima e corpo sono due dimensioni dell’essere umano, che vanno considerate in modo unitario, con la semplice osservazione, almeno per la nostra vita storica, che non c’è anima senza corpo e corpo senz’anima. Per la vita oltre questo tempo, ci sono dei problemi circa il rapporto corpo e anima, ma verranno affrontati in altro contesto. Poste così le cose, la riflessione sui sacramenti risulta facilitata, proprio perché i sacramenti rispondono a questa realtà composita della persona umana, in quanto spirito incarnato e corpo animato. Infatti pure i sacramenti riflettono questa duplicità: sono realtà materiali mediante le quali agisce lo Spirito di Dio.



Dimensione antropologica



I sacramenti sono azioni di Dio in Cristo nello Spirito, offerte alla Chiesa, mediante le quali noi entriamo in comunione con Dio e partecipiamo dei frutti della salvezza annunciata dal Vangelo. Essi si adattano perfettamente alla duplice dimensione, materiale e spirituale della persona umana. E quindi sono in perfetta sintonia con le reali esigenze della nostra umanità. Per l’aspetto materiale possiamo dire che essi ci mettono in comunicazione con la concretezza della storia di salvezza. Essa infatti è articolata con gli eventi che la Bibbia ci ricorda e che poi collega con la storia dell’umanità in quanto tale. Non ci sono due storie parallele, ma un’unica storia nella quale si sviluppa anche quella speciale della salvezza, che diventa come l’anima, la forza ed il senso della storia stessa.


La nostra salvezza è proprio impastata con la nostra umanità, con gli eventi della storia di cui facciamo parte, con le sue speranze, le sue delusioni, i suoi successi ed i suoi fallimenti. Non è una storia di idee, ma di eventi, illuminati certo dalla parola profetica che viene dallo Spirito del Signore. E’ questo il secondo aspetto di questo binomio; proprio lo Spirito del Signore, senza il quale la storia sarebbe solo una serie più o meno caotica e casuale di avvenimenti. Materia e Spirito, eventi e parola profetica, ecco l’ingrediente a nostra portata per vivere i sacramenti come verità della nostra vita, della nostra storia e della nostra realizzazione. Non un progresso o uno sviluppo idealistico, ma incarnato nella storia in cui si manifesta lo Spirito del Signore.


Dimensione cristologica e salvifica



Ci siamo domandati all’inizio della nostra riflessione sui sacramenti, quale fosse la loro origine. È chiaro che è Cristo, visto però e creduto come punto di arrivo di una lunghissima storia di preparazione. Egli non capita a caso, ma è inserito in una lunga storia come bene illustrano gli evangelisti Matteo e Luca; il primo fa cominciare la storia di Gesù da Abramo, il secondo addirittura da Adamo e quindi da Dio, ad indicare dunque, che la missione di Gesù abbraccia la storia del mondo intero, così come è pensata da Dio.


Collegare doverosamente i sacramenti a Cristo non è solo un atto di correttezza teologica, ma una verità che si attua in ogni celebrazione sacramentale. In essa ci viene data ben più di una generica grazia sacramentale, cosa da non sottovalutare ovviamente, ma con essa entriamo nella storia della salvezza di cui Cristo è protagonista. È Cristo il celebrante principale, anche se non esclusivo, dei sacramenti. Ebbene, in essi e con essi, egli rende attuale e concreta e in certo senso, immediata per noi la partecipazione alla salvezza, offerta al mondo intero. In questo modo, possiamo veramente considerare i sacramenti come non solo l’attualizzazione di quanto Cristo ha fatto, ma anche la sua attualità. Infatti egli è presente realmente quando si celebrano i sacramenti, come ha autorevolmente affermato il concilio nella costituzione sulla liturgia al numero 7.


La straordinarietà dei sacramenti cristiani, che rendono unica la nostra religione fra le religioni, consiste proprio nel fatto che il Cristo per noi non è un ricordo, ma una presenza, nella quale l’opera della nostra salvezza si attua e continua. Non bisogna dimenticare infatti che la salvezza che ci viene offerta oggi è quella operata da Cristo e resa presente da Lui per il mondo d’oggi. Ne risulta la grande verità: il Cristo, nella Chiesa e nei suoi sacramenti, continua l’opera di salvezza compiuta nella sua esistenza storica. I sacramenti ne sono la verità.


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Giustificazione, Grazia e Sacramenti
don Marino Qualizza



 


3. I sacramenti: qual è la loro fonte e che cosa sono


Il discorso teologico sui sacramenti è ricco di prospettive, per almeno due motivi: si tratta della traduzione storica e quindi dell’attualità del Vangelo di salvezza, in altri termini di Cristo, e poi della testimonianza più persuasiva del fatto che la Chiesa, lungo i secoli, non si ferma, né si adagia, ma continua il suo cammino, pur tra difficoltà ed incertezze. Infatti se c’è un trattato di teologia che registra le maggiori novità, questo è proprio quello sui sacramenti. Essi sono allora contemporaneamente la novità della Chiesa e della teologia, la verifica concreta che il cammino di salvezza e la legge dell’incarnazione non possono avere remore o intoppi. Questi certamente ci sono e ci saranno, ma proprio il riferimento ai sacramenti ci dà la possibilità di andare oltre e di scorgere in essi i motivi stessi di un cammino e della correzione di rotta, qualora necessaria.


Uno sguardo complessivo


Per una adeguata considerazione sui sacramenti è necessario collocarli in un preciso quadro teologico. Esso inizia molto prima di Cristo e va collocato nella creazione stessa, e conseguentemente nella storia che da essa si sviluppa. Questa apertura ampia ed universale aiuta a leggere i sacramenti in una prospettiva tanto ampia, quanto è ampio il progetto di Dio dalla creazione in poi. Ed è anche l’ambito di una nostra possibile competenza, come ben si può vedere. Tutto questo è ben documentato e descritto nell’inno teologico e cristologico che troviamo all’inizio della lettera agli Efesini: 1,3-14. Lo sguardo dell’autore del testo spazia dal mistero di Dio nella creazione e nella storia della salvezza, che ha come protagonista, già nel mistero di Dio, il Cristo come pure la nostra scelta in lui. Si parla di progetto misterioso di Dio, dunque di mistero, termine che viene spiegato adeguatamente in Efesini 3. Ivi si legge che Paolo ha conoscenza di questo mistero, perché si tratta del progetto di Dio rivelato e compiuto in Cristo. Niente dunque, che abbia a vedere con dottrine nascoste e rivelazioni astratte: la storia compiuta in Cristo, e se compiuta, allora anche la storia che da altri tempi e luoghi porta a Cristo. Egli ne è il centro, come leggiamo in Ef. 1,10: in lui ha voluto ricapitolare tutte le cose.


Creazione e storia


Il luogo adeguato per comprendere i sacramenti, allora, è una lettura teologica della creazione come pure della storia. I sacramenti ne sono come i criteri rivelatori e ad un tempo anche determinatori, se la loro origine è posta nel Cristo figlio di Dio. Questo modo di intenderli crea uno spazio straordinariamente ampio e libero per la riflessione teologica, in vista di una apertura che esca dalle angustie che, talvolta, ne hanno caratterizzato la presentazione. Più di una volta infatti, la riflessione teologica ed ancora di più la sua traduzione pastorale hanno visto i sacramenti come strumenti per una religiosità vissuta all’individuale e quasi esclusivamente interessata alla salvezza dopo la morte. Qui non vogliamo escludere nulla, quanto piuttosto ampliare l’orizzonte della riflessione. I sacramenti sono la verità della creazione, perché ne perpetuano, in qualche modo, la realtà e ne celebrano il significato. Come avremo occasione di dire, i sacramenti non sono azioni nostre, in primo luogo, ma di Dio in Cristo e nello Spirito. Per questo si è detto che essi sono la verità attuale della creazione, vista come la prima rivelazione di Dio e quindi la prima azione salvifica, che non ha cessato di esistere, ma si rende presente nella storia come la sua possibilità stessa. I sacramenti sono la verità, resa attuale, di quanto Dio ha fatto e continua a fare per noi.


Quale storia?


Quella dell’umanità che è sotto l’azione di Dio. Una particolare attenzione dovremo porre nella lettura dei primi undici capitoli della Genesi. In essi, oltre alla creazione ed alla caduta, abbiamo le linee generali di una storia universale di salvezza. Ed è una storia che non ha perso la sua attualità, perché non è stata annullata da quella successiva che inizia con Abramo, Gen 12. Nell’unica storia universale della salvezza, si inserisce poi la storia speciale di Abramo che porta fino a Cristo e fino a noi, ma come convalida del progetto universale di Dio. Questo dunque si celebra nei sacramenti, che per questo motivo danno alla nostra fede ed alla sua celebrazione liturgica una dimensione semplicemente universale e nello stesso tempo straordinariamente concreta. E’ la storia della salvezza, fatta con i mattoni della storia quotidiana, grande o piccola che sia. In essa entra dunque, tutta la storia dell’umanità, come il concilio ecumenico ha ribadito con autorità nella Costituzione Lumen Genitum al n.16.


E’ evidente che questa storia può essere letta come avvenimento di salvezza perché c’è il Cristo. Egli non è solo criterio di lettura e di interpretazione, ma lo è perché è colui che ha portato a compimento la storia speciale di salvezza, iniziata con Abramo, per riaprirla nuovamente alle prospettive che leggiamo in Genesi 10, nella pagina clamorosa della enumerazione dei popoli della terra.


I sacramenti rendono presenti le grandi azioni di Dio


Queste non sono solo quelle compiute da Cristo, ma secondo la lettura sapienziale degli evangelisti Matteo e Luca, vanno da Cristo ad Abramo e ad Adamo. Perciò, per una corretta e normale presentazione e celebrazione dei sacramenti, soprattutto del Battesimo, della Confermazione e dell’Eucaristia, bisognerà passare in rassegna e comprendere questa storia da Adamo, da Abramo, da Davide, dall’esilio fino a Cristo, per continuarla poi con la Chiesa apostolica, perché ne siamo parte ed eredità. Se questo sarà tenuto in considerazione allora non si avranno quelle difficoltà ed anche quell’istintivo rigetto che molti contemporanei hanno per i sacramenti, perché qui noi abbiamo non solo un aggancio teologico, ma anche culturale, di estrema rilevanza. Coloro che celebrano i sacramenti, cioè i cristiani in quanto Chiesa, non inseguono fantasmi, ma sono chiamati a dare una svolta alla storia, perché ne ricevono l’incarico e la forza dal Cristo stesso. In chiesa si celebrano, efficacemente, i destini del mondo. La consapevolezza di tutto ciò, dovrebbe essere elemento importante per una rivalutazione dell’essere cristiani e della nostra presenza propositiva nel mondo.



La fonte dei sacramenti


E’ Dio stesso nella sua opera di creatore e salvatore del mondo. E’ dunque il Dio Padre e Figlio e Spirito Santo, il Dio uno e trino. L’azione di Dio si sviluppa, manifesta, esprime e rivela nella nostra storia, e quindi in essa è leggibile e comprensibile. Come, già detto, bisognerà riferirsi a tuta la storia della salvezza per comprendere la portata dei sacramenti, ma è chiaro che sarà la storia di Cristo a determinarne il significato più preciso e immediato. E nella storia di Cristo, sarà in particolare l’evento della Pasqua a dare le risposte necessarie ai nostri interrogativi. Su questi punti torneremo nei prossimi contributi, perché il discorso richiede uno svolgimento più dettagliato.


Che cosa sono


L’azione di Dio, compiuta in Cristo e accompagnata dal soffio dello Spirito in vista della riuscita di questa nostra avventura umana. I sacramenti, sinteticamente, sono dunque la verità di quanto è detto nella Sacra Scrittura e di quanto ci dicono i Vangeli. Possiamo dire che sono l’attualità stessa dei Vangeli, non in quanto informazione, ma in quanto trasformazione: del mondo e degli uomini che lo abitano. All’azione del Dio uno e trino si congiunge l’azione della Chiesa, in quanto realtà storica che rende, nei secoli, attuale il dono di Dio: non un ricordo, ma la sua attualità, in quanto attuazione.


(Nel prossimo intervento sarà data anche una informazione bibliografica).

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Sabato 26 Giugno 2004 12:55

2) Grazia e giustificazione

Giustificazione, Grazia e Sacramenti
don Marino Qualizza



 


2. Grazia e Giustificazione


Il tema che stiamo per affrontare ha segnato la storia della Chiesa, dopo che aveva già segnato la storia della teologia. In realtà si inserisce negli argomenti che maggiormente hanno coinvolto tanto la prassi come la riflessione cristiane, determinando già nei primi anni della Chiesa apostolica una profonda contrapposizione, se non addirittura una spaccatura. Il pensiero corre immediatamente a san Paolo, ma egli non è l’unico ad aver affrontato la questione. Anche nel Vangelo di Giovanni troviamo accenti simili, come pure una velata polemica contro un modo di concepire la vita religiosa ed il rapporto fede ed impegno umano. Nel titolo vengono adoperati due vocaboli: grazia e giustificazione, entrambi elaborati e sviluppati da san Paolo in modo sublime, anche se non privo di difficoltà, incluse alcune ambiguità.



2. a. Nel prologo di Giovanni


«Della sua pienezza infatti noi tutti ricevemmo e grazia su grazia; poiché la legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità divennero realtà per mezzo di Gesù Cristo» (Gv 1,16-17). Troviamo qui una prima contrapposizione. A Mosè viene riconosciuta la mediazione nel dono della legge. Ma questa viene considerata come qualcosa di inferiore alla grazia, con l’aggiunta della verità, dono ottenuto per mezzo di Cristo. C’è dunque un passaggio, un superamento da Mosè a Cristo ed è determinato dal binomio grazia-verità. E’ sintetizzato qui l’ampio dibattito che accompagnerà tutta l’esistenza apostolica di san Paolo proprio in ordine alla giustificazione, cioè al rinnovamento interiore soprattutto, dell’uomo peccatore.



2. b. Opposizione legge-grazia


Che cosa leggiamo nel termine ‘legge’, almeno così come lo si percepiva al tempo di Paolo e delle dispute successive, almeno fino a sant’Agostino, nel secolo V? La convinzione che l’osservanza fedele della legge di Dio costituisse titolo di merito, di giustificazione dinanzi a Dio. In altri termini, la convinzione che la giustizia umana avesse titolo per conquistare la giustizia di Dio. Posta così, la questione è risolta immediatamente. Ma non sempre le cose sono state presentate in questa semplicità, per cui le polemiche si sono sprecate. Con Gesù Cristo invece, l’umanità ha raggiunto, per dono di Dio, la possibilità di ottenere ciò a cui da sempre aspira: la riabilitazione presso Dio. Così si può tradurre il termine ‘giustificazione’. Solo Dio ne può essere l’artefice, perché la giustificazione è il rapporto di amicizia con Dio.


Come si ricordava, colui cha maggiormente ha segnato la svolta teologica in questa prospettiva è stato san Paolo. Egli ha affrontato la questione in due scritti fondamentali: la lettera ai Galati e successivamente quella ai Romani. Queste due lettere costituiscono la ‘magna charta’ dell’identità cristiana e della comprensione teologica dell’opera di Gesù Cristo, soprattutto in riferimento alla sua pasqua. In primo luogo ribadisce l’opposizione teologica fra legge e grazia in vista della giustificazione. «La vita che ora io vivo nella carne , la vivo nella fede, quella nel Figlio di Dio, che mi amò e diede se stesso per me. Non rendo vana la grazia di Dio; se infatti la giustizia proviene dalla legge, allora Cristo è morto per nulla» (Gal 2,20-21).



2. c. Il ruolo della fede


Qui viene introdotto un terzo termine, la fede, del tutto omogeneo ai due che già conosciamo: tra fede, grazia e giustificazione l’accordo è perfetto perché costituiscono l’edificio compiuto della salvezza offerta agli uomini. La fede è l’accoglienza del dono di Dio, grazia, che ci riabilita dinanzi a lui. Ora la fede è il segno che la giustizia viene da Dio, gratuitamente, perché è un dono che si riceve ed accetta e non un merito che si guadagna. Tutto questo mette chiaramente in luce qual è il giusto rapporto tra Dio e l’uomo: egli è l’infinito e questi è il limitato a cui Dio si rivolge perché abbia la vita. Tutto ciò è avvenuto nella dono della vita fatta dal Figlio di Dio, nella sua morte e resto stabile e definitivo nella resurrezione. Nel testo citato non c’è questo riferimento, ma dalle lettere di san Paolo risulta chiaro che egli non parla mai della morte di Cristo a prescindere dalla sua resurrezione. Si legga tutto il capitolo di 1Cor 15. Da notare, di passaggio, che la morte di Gesù, viene presentata come dono della vita, come una esistenza donata da colui che è il Figlio di Dio, da colui cioè che è il vivente per definizione.



2. d. Il contributo della lettera ai Romani


Nella lettera ai Romani san Paolo rielabora ulteriormente il tema, arricchendolo con una lunga serie di affermazioni ed argomentazioni, che possono essere richiamate da questo passaggio: «Avendo dunque ricevuto la giustificazione per mezzo della fede, abbiamo pace con Dio in virtù del Signore nostro Gesù Cristo; in virtù di lui abbiamo anche l’accesso, mediante la fede, a questa grazia nella quale siamo stati stabiliti e ci gloriamo nella speranza della gloria di Dio…E non solo questo, ma ci gloriamo pure in Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, in virtù del quale adesso abbiamo ricevuto la riconciliazione» (5,1-2.11).


E’ importante questo passaggio, perché mette in luce un’altra dimensione della grazia, su cui la teologia successiva ha sviluppato grandi riflessioni. Siamo stati stabiliti in questa grazia. In altri termini, l’azione di Dio non è una meteora che non lascia segno; è piuttosto un’azione che trasforma la persona, rinnovandola totalmente. Ritorneremo in seguito sull’argomento, ma è necessario fin d’ora metterlo in luce. L’uomo giustificato è un uomo rinnovato, doppiamente. Da una parte perché è liberato dai peccati, dall’altra perché è chiamato ad una comunione con Dio, quale non gli spetta per essere creatura di Dio. E’ chiamato ad essere figlio adottivo di Dio, ma non per una norma giuridica, ma perché interiormente rinnovato dalla grazia di Dio in Cristo.



2. e. Le dispute da Agostino al concilio di Trento


Su questo punto, nel corso dei secoli si sono accese diverse polemiche, una al tempo di Agostino contro Pelagio, ed una seconda al tempo di Lutero, con esiti molto infausti per la Chiesa.


La posta in gioco nella disputa antipelagiana – inizio del V secolo - era della massima importanza e riprendeva, in altro contesto culturale, quella già avviata da san Paolo contro i giudeocristiani, che insistevano sul valore dell’osservanza della legge per ottenere meriti dinanzi a Dio. Con sant’Agostino si riproponeva lo scontro in questi termini: l’uomo con le sue forze è in grado di essere giusto dinanzi a Dio ed in particolare di conquistare la libertà. Agostino si oppose con tutte le sue energie, la sua intelligenza, ma soprattutto con l’esperienza della sua conversione: frutto della grazia, non della sua buona volontà. Il discorso verteva sulla concezione dell’uomo in termini non solo cristiani, ma universali. La risposta che offrì sant’Agostino, straordinaria, ma non sempre ben evidenziata fu questa: l’uomo raggiunge la sua libertà solo nel rapporto con Dio, mediante la fede. Questo non è una particolarità cristiana, ma è la verità sull’uomo, in quanto tale e vivente in questa storia.


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2. f. Grazia e libertà


La libertà dell’uomo è Dio, questo è il grande tema della teologia della grazia. La libertà è dunque relazione, rapporto, incontro e dialogo con Dio e di riflesso con gli altri uomini. La riflessione successiva ad Agostino ed anche il grande scontro e le drammatiche conseguenze che si ebbero con la protesta di Lutero, non misero in luce con la dovuta energia questa posta in gioco, pur avendo affrontato gli stessi argomenti della disputa pelagiana. Lutero aveva visto bene che la giustificazione è dono della grazia, ma aveva considerato male la realtà umana anche dopo la grazia di Dio, non riuscendo a superare quel pessimismo radicale sulla corruzione umana causata dal peccato. In realtà resta troppo occupato dal peccato, per poter gioire pienamente della grazia di Dio.


Il concilio di Trento (1545-1563) nel dare la risposta ai quesiti di Lutero, individuò in modo perfetto il cuore del problema ed offrì alla teologia cattolica uno strumento di straordinario valore, quando disse che la grazia di Dio non solo non toglie la libertà, ma la realizza in modo pieno.


E’ in questa linea che va cercata ed affermata la difesa pressoché costante della teologia cattolica sul primato della fede come dialogo con Dio ed ancora sul primato della grazia come alleanza ed amicizia con Dio. Dunque un dialogo, un rapporto non a senso unico, non deprimente per l’uomo, ma totalmente liberante. Con ciò abbiamo ribadito ancora una volta il principio ed il criterio di verità nell’esistenza umana: il primato indubbio di Dio è a sostegno del primato relativo dell’uomo. In ciò inizia la sua felicità che si apre all’infinito ed in esso trova realizzazione piena.

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