Venerdì, 15 Novembre 2019
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Giustificazione, Grazia e Sacramenti
don Marino Qualizza

 

 

 

1. La ‘buona notizia’ della grazia di Dio

 

"Anche noi, infatti, siamo stati un tempo insensati, ribelli, fuorviati, asserviti a concupiscenze e voluttà d’ogni genere, vivendo immersi nella malizia e nell’invidia, abominevoli, odiandoci a vicenda. Quando però apparve la benignità del Salvatore nostro Dio e il suo amore per gli uomini, egli ci salvò non in virtù di opere che avessimo fatto nella giustizia, ma secondo la sua misericordia, mediante un lavacro di rigenerazione e di rinnovamento nello Spirito Santo, che egli effuse sopra di noi in abbondanza per mezzo di Gesù Cristo, nostro Salvatore, affinché, giustificati per mezzo della sua grazia, diventassimo eredi della vita eterna secondo la speranza" (Tito, 3,3-7).

 

 

 

1.a. Una buona notizia per la condizione umana

 

Il testo della lettera a Tito riassume in modo felice il contenuto della ‘buona notizia’ cioè del Vangelo. Come si può vedere benissimo dal testo, abbiamo di fronte un dittico, un quadro a due ante contrapposte, che presentano la situazione del mondo, come luce e tenebra, vita e morte, perdizione e salvezza, grazia e malvagità. Questo quadro non è il risultato di una ideologia, di una contrapposizione filosofica, che divide la realtà fra bene e male, perché è sempre stato così. Qui abbiamo la descrizione di ciò che è avvenuto: eravamo fuorviati, siamo stati ricondotti sulla retta strada . Qui si descrive la storia del mondo; essa è storia di perdizione a causa della malizia umana ed è storia di liberazione a causa della bontà di Dio, che non ha mai abbandonato il mondo da lui creato e perché tale, fondamentalmente buono e quindi ricuperabile.

 

 

 

1.b. Diversi annunci

 

In una storia umana priva di libertà, c’è bisogno che qualcuno alzi il grido per annunciare il cambiamento, per annunciare la liberazione. Il primo annuncio, il primo Vangelo l’abbiamo letto in Genesi 3, quando in quel testo misterioso abbiamo sentito la proclamazione di una vittoria futura, già iniziata nella speranza: <<Io porrò una ostilità fra te e la donna e tra il lignaggio tuo ed il lignaggio di lei: esso ti schiaccerà la testa e tu lo assalirai al tallone>> (3,15). Questa buona notizia continua poi con la chiamata di Abramo (Gen 12), perché egli mediante la fede diventa una benedizione per tutta l’umanità. E prosegue poi con l’epopea dell’Esodo, soprattutto con la celebrazione dell’alleanza fra Dio e il suo popolo, nel segno della libertà (Es 19-24). Promessa, benedizione, liberazione sono altrettanti sinonimi di quello che nel Nuovo Testamento verrà chiamato ‘grazia’ e salvezza.

 

A tenere desta la notizia della grazia sono chiamati i profeti ed è ad essi che i Vangeli si richiamano per una ideale continuazione del progetto di Dio. In particolare nella conclusione del grande libro di Isaia l’annuncio della salvezza, la notizia della grazia assume toni particolarmente solenni. <<Lo spirito del Signore Dio è su di me, perché il Signore mi unse , mi inviò ad evangelizzare gli umili, a fasciare quelli dal cuore spezzato e proclamare la libertà ai deportati, la liberazione ai prigionieri, a proclamare un anno di grazia da parte del Signore>> (61,1-2). L’evangelista Luca ha collegato con questo annuncio l’inizio della missione di Gesù, nella sinagoga di Nazareth, con una precisazione della massima importanza:<<Oggi si è adempiuta questa scrittura per voi che mi ascoltate>> (Lc 4, 21).

 

 

 

1.c. Il compimento con il Vangelo

 

La precisazione del Vangelo è quanto mai importante, perché inserisce, per gli smemorati di ogni epoca, l’annotazione del tempo, la dimensione della storia: la grazia di Dio non è un’idea, una legge fisica, né un evento dell’evoluzione naturale. E’ invece un intervento di Dio, che si inserisce nella storia umana, nelle sue ferite, nella sua libertà malata, per porre rimedio ai mali dell’umanità. E’ dunque una storia, e c’è storia solo dove è in gioco la libertà. L’uomo è stato creato nella libertà, è sostanzialmente libertà, anche se limitata e quindi fallibile, come di fatti è successo. E l’intervento di Dio è ancor di più intervento di libertà, gratuità, per rimettere in gioco la drammatica ed insieme affascinante avventura della libertà umana che si sforza di accogliere la libertà di Dio.

 

 

 

1.d. Un annuncio affidato ai credenti



Poiché si tratta di una storia di cui si ha notizia, essa va annunciata non dagli eventi sismici e dal cambio delle stagioni, ma da uomini e donne che si mettono in ascolto di Dio, che accolgono il suo progetto e si impegnano per la sua realizzazione. Per cui questa non sarà tanto storia di teorie e di leggi, di ipotesi e di dimostrazioni, di equazioni e sillogismi, quanto invece storia di persone che si fidano di Dio. Quasi a correggere la storia iniziale che è contrassegnata dalla sfiducia, dalla diffidenza verso Dio, come ci racconta Genesi 3. E’ la storia racchiusa in quella lunga serie di nomi che Matteo e Luca ci presentano nella ideale genealogia di Gesù. Ideale, nel senso che è il risultato di una elaborazione teologica che sceglie, fra i nomi a disposizione, solo alcuni, anche per l’impossibilità pratica di elencarli tutti. Questi nomi costituiscono la grande catena virtuosa che accompagna la storia dell’umanità, la notizia della grazia, a ritroso per Luca che da Gesù arriva fino ad Adamo e poi a Dio stesso, come origine di ogni esistenza; nello sviluppo cronologico per Matteo che da Abramo arriva fino a Giuseppe e Maria, dalla quale è nato il Cristo.

 

1.e. Che vivono una storia di impegno fedele

 

Questi nomi che richiamano le persone sono la storia dell’annuncio della grazia di Dio in Cristo. ad essi si aggiungono i nuovi, quelli scelti da Cristo stesso per la continuazione dell’annuncio, perché la storia non è conclusa. Si dilata ed estende nella storia e nella vita della Chiesa, risultato della grazia di Dio. Un posto particolare spetta agli ultimi due protagonisti nell’elenco di Matteo e dei primi due in quello di Luca, cioè Giuseppe e Maria. E’ noto infatti che nell’edizione del vangelo di Matteo la buona notizia è data a Giuseppe; in quella di Luca invece a Maria, nel famoso racconto dell’annunciazione. Tenendo conto della diversità dei ruoli di questi due protagonisti, dobbiamo dire che l’intenzione del racconto evangelico è identica: Gesù è la buona notizia che Dio dà agli uomini. I primi ad ascoltarla e quindi a farla propria sono proprio Giuseppe e Maria, che a titolo diverso, come dice la fede della Chiesa, sono i ‘genitori’ di Gesù.

 

1.f. Nella ricca quotidianità

 

La cosa è quanto mai significativa, perché fa comprendere ancora di più che la salvezza annunciata dal Vangelo passa attraverso la realtà più immediata e quotidiana dell’esistenza: la famiglia; ed è legata a quanto la famiglia normalmente esprime, se è tale: la gratuità nell’amore. Perciò la buona notizia della grazia è in primo luogo la sua incarnazione nella trama degli avvenimenti umani, guidati sapientemente da Dio, ma non soppiantati. La fede di Giuseppe e di Maria, secondo i Vangeli è anche contemporaneamente amore per un ‘figlio’. Esso diventa segno evidente della gratuità, perché un figlio è sempre gratuità, come un padre ed una madre. I casi contrai nella storia quotidiana confermano la regola, anche se in modo drammatico.

 

La buona notizia consiste allora, come abbiamo letto nel testo a Tito, nel cambiamento della condizione dell’umanità. La storia umana è segnata, fino ad oggi, dalla malizia e dalla perdizione. Non bisogna dimenticare che questo dura appunto fino ad oggi. Anche se il testo biblico insiste giustamente sul cambiamento, esso non è un dato automatico e statico: prima il male, poi il bene. Questo certamente nella storia delle persone, ma non nella storia intesa astrattamente e quindi in modo irreale. In essa continua la lotta quotidiana perché la malizia e l’inclinazione ad essa siano vinte dalla grazia e dalla sua forza, nella libera e responsabile accoglienza umana. Ogni giorno e per ogni persona si pone la necessità di una scelta e la sua rinnovazione, in modo tale che la vita non sia un automatismo, ma una decisione resa possibile dalla forza dell’amore di Dio per noi, cioè dalla sua grazia.

 

 

 

1.g. Oggi nella fede della Chiesa

 

In tal modo continua anche nei nostri giorni l’annuncio della grazia, la buona notizia della salvezza, affidata a coloro che hanno ricevuto il dono della fede e lo vivono nella consapevolezza. La notizia non è stata data una volta per sempre, perché deve essere resa attuale in ogni tempo. Il contenuto è stabile, perché è dato dal Cristo morto e risorto; la comunicazione è attuale e continua e costituisce il primo compito della Chiesa. Il problema che si impone è come garantire la ‘novità’ della notizia, perché non sia buttata tra le cose che non dicono più niente. Il pericolo è costante e la sfida non cessa mai.

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II. DIO VUOLE SALVARE TUTTI GLI UOMINI E TUTTO L’UOMO


don Marino Qualizza



 


3. Gesù Salvatore e la salvezza (i miracoli) Lc 7, 18-23


La fede cristiana non è caratterizzata da alcune verità astratte per quanto sublimi. Ci sono queste verità, ma legate a doppia mandata con la persona di Gesù, il Salvatore. E’ dunque, la sua persona a costituire il cuore, il centro della fede per orientarla poi in modo forte verso Dio Padre, che è l’origine, il principio, la sorgente come pure il punto di arrivo della fede. Attorno alla persona di Gesù deve concentrarsi la nostra attenzione di credenti e di cercatori della verità che salva. Per cui si impone come sommamente necessaria una buona conoscenza di lui, a cominciare da ciò che dicono i Vangeli, per arrivare anche ad una esperienza personale, che non può escludere la dimensione mistica, cioè quella profondità anche affettiva che cambia la vita.



Il nome Gesù indica salvezza divina


Che Gesù sia Salvatore lo dice il suo nome stesso, che in ebraico vuol dire: Dio salva. Nell’annuncio fatto a Giuseppe, nel racconto di Matteo, questo collegamento del nome con la salvezza è posto chiaramente in luce:<<Tu lo chiamerai Gesù; egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati>> (Mt 1, 21). In questo caso si verifica quanto era tipico della mentalità ebraica e semitica in genere: il nome indica il compito della persona, in modo tale che persona e nome formino un tutt’uno. Matteo ci ha richiamato il senso della missione di Gesù: salvare il popolo dai suoi peccati. Ora noi, almeno coloro che sono stati educati fin da piccoli nella religione cristiana ed hanno frequentato il catechismo, in particolare le persone dai cinquant’anni in su, hanno avuto una istruzione precisa su questa salvezza dai peccati. Ma per certi versi questa è stata anche riduttiva, in un duplice significato: concentrava l’attenzione sul peccato, e di esso aveva spesso una visione più moralistica che teologica, più attenta alla trasgressione di un comando che non alla perdita di un rapporto di amoredelle . Naturalmente queste sono solo sottolineature parziali, unilaterali anch’esse, ma fatte con l’intenzione di mettere in luce che la riflessione deve spostarsi anche in altre direzioni.



Riscoprire la piena umanità di Gesù


E’ sintomatico il fatto che solo da pochi decenni ci sia in teologia l’attenzione anche alla psicologia di Gesù, alla sua quotidianità, alla sua origine ebraica con quanto tutto ciò comporta. Non sono rivoluzioni, ma ne esce una immagine più concreta di Gesù ed una comprensione più ricca della salvezza.


Vediamo intanto che l’attività di Gesù non è fatta solo di parole, ma di incontri con le persone, con le quali sicuramente si parla, ma non sempre per fare ‘lezione’. Gesù è l’uomo che stabilisce rapporti; è l’uomo-Dio che entra in comunione viva con gli uomini, anche se li contesta nei loro atteggiamenti. Ed è fondamentale notare che quasi sempre gli incontri di Gesù, almeno quelli ricordati dai Vangeli, hanno come fine e risultato la salute, la guarigione delle persone. Qui per salute intendiamo non solo quella fisica, ma l’armonia della persona o addirittura la sua restituzione alla vita, nel duplice senso della parola: vita fisica e vita spirituale.



I miracoli segni ambivalenti che lasciano libero l’uomo


La citazione di Luca all’inizio del capitolo ci presenta un episodio cruciale nella vita di Gesù e di Giovanni il Battista. Questi si trova in carcere a motivo del rimprovero profetico fatto ad Erode Antipa, per il matrimonio con Erodiade, già moglie di suo fratello Filippo. Il carcere è il luogo del dubbio e del tormento. Non sono risparmiati neanche a questo coraggioso profeta. Per di più sente dire che Gesù non sta attuando il programma che lui, Giovanni, aveva annunciato: l’imminente giudizio di Dio con la condanna degli increduli. Su queste premesse, Giovanni manda i suoi discepoli ad informarsi direttamente da Gesù:<<"Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?". In quello stesso momento Gesù guarì molta gente da malattie , da infermità, da spiriti cattivi; e a molti ciechi ridonò la vista. Poi diede loro questa risposta: "Andate e riferite a Giovanni quello che avete visto e ascoltato: i ciechi vedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi vengono mondati, i sordi odono, i morti risorgono, ai poveri viene annunziata la buona novella. E beato colui che non si scandalizza di me">> (7, 20-23)



Resta sempre un margine per il dubbio, lo 'scandalo'


Abbiamo detto che l’episodio è cruciale, tanto per Gesù come per Giovanni, anche se in posizione molto diversa. Ma Gesù dà il senso e l’indicazione della coscienza della sua missione e la descrive chiaramente, come del resto aveva già fatto nel discorso inaugurale nella sinagoga di Nazareth (Lc 4, 14-21). Giovanni riceve la risposta che desiderava con l’indicazione dei segni messianici, anche se le sue aspettative personali erano diverse, a cominciare dalla liberazione dal carcere. Con questa risposta Gesù si colloca nelle attese messianiche, le porta a compimento, ma traccia delle linee di demarcazione tra le attese collegate ad un messianismo troppo localistico.


Ne viene dunque inevitabilmente la domanda sul significato dei miracoli compiuti da Gesù e sui quali egli stesso dà, in questo passaggio grande risalto. Essi sono visti nella linea della predicazione profetica, che già aveva anticipato qualcosa in questo senso: l’attesa del messia futuro che avrebbe riportato le cose alla armonia degli inizi. Ma nella risposta di Gesù c’è anche un avvertimento importante: i miracoli non sono il toccasana per evitare o superare lo ‘scandalo’ delle scelte operate da Gesù. In questo senso la risposta di Gesù è volutamente enigmatica, e l’enigma sarà sciolto solo con la resurrezione. Viene dunque scartata una linea di interpretazione dei miracoli, che comunemente viene definita ‘miracolistica’: il miracolo toglie ogni dubbio, scioglie ogni difficoltà, elimina ogni equivoco. Non è così e n on è andata così.



I miracoli segni della presenza di Dio


Fatta questa doverosa precisazione, ci sono però alcuni aspetti che vanno evidenziati, perché i miracoli dei vangeli non siano considerati archeologia religiosa.


In primo luogo essi sono il segno di un avverarsi delle promesse profetiche, come verità della fedeltà di Dio alla sua parola. I miracoli dunque sono il segno visibile della presenza invisibile di Dio. E la percezione che l’uomo non è solo, abbandonato al suo destino di morte e fallimento. C’è una prospettiva, che richiede ancora pazienza e speranza, perché il Dio della speranza è ancora un Dio invisibile. Ma per colui che nel segno miracoloso scorge la presenza del mistero, questa speranza veramente non delude. E’ segno efficace di un Dio che rimane vicino all’uomo ed a questi dimostra il suo amore.



E di un mondo diverso


Essi sono ancora segno di come dovrebbe essere il nostro mondo, fondato sulla fede in Dio e sull’amore del prossimo. Il mondo non è secondo il progetto di Dio, perché noi uomini poniamo continuamente i bastoni fra le ruote. Siamo ‘satana’ nel senso etimologico del termine: impediamo l’azione di Dio. Dove invece, come nel Cristo, l’uomo è aperto a Dio, il mondo, almeno per un attimo, acquista il suo volto ideale e gli uomini sono restituiti alla loro dignità. I miracoli allora diventano segno di un impegno fra gli uomini in vista della eliminazione degli ostacoli più grandi che impediscono a tutti di essere veramente se stessi. Non dobbiamo essere ingenuamente ottimisti, ma è certo che un mondo diverso è possibile già da adesso. Non sarà perfetto, come le riserve di Gesù ci dicono, ma potrebbe essere migliore. Proviamo solo a pensare che cosa significhi annunziare il vangelo ai poveri, anche nel senso più elementare del termine e vedremo delle prospettive inedite. Ma ci rendiamo conto quanto, oggi, sia difficile questo annunzio; pur con tutta la grazia di Dio!



E del mondo futuro


Infine c’è un ulteriore aspetto, non soggetto a verifica, ma oggetto di fede viva ed impegnata. I miracoli sono segno del mondo che verrà. Risposta semplice o semplicistica, non importa, ma è indubitabilmente vero che nelle azioni di Gesù è reso presente, in anticipo, il mondo definitivo. Allora veramente , come dice l’Apocalisse, non ci saranno più lutto né morte, né lacrime, perché queste appartengono al mondo presente (Apoc 21). Ma il mondo futuro non è un’utopia, non è un’illusione, è veramente anticipato nelle azioni di Gesù. Ed è un mondo concreto, non rarefatto, dove gli uomini saranno e sono veramente se stessi, dopo aver raggiunto finalmente la meta dei loro desideri. Il desiderio di Dio non è una indebita proiezione, ma l’orientamento sicuro di una fede che trova in Gesù e nei suoi miracoli sostegno e ispirazione e dalla sua grazia la forza di non cedere alla delusione ed allo scandalo.

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II. DIO VUOLE SALVARE TUTTI GLI UOMINI E TUTTO L’UOMO


don Marino Qualizza



 


2. Incarnazione, redenzione e salvezza integrale


La fede cristiana si caratterizza per una verità di estrema ed insostituibile importanza: afferma l’incarnazione del Figlio di Dio, nel vangelo di Giovanni chiamato anche Verbo di Dio. E’ questo il dato veramente originale e costitutivo della fede cristiana. L’incarnazione afferma che il Figlio di Dio, unico Dio con il Padre e lo Spirito Santo, è diventato uomo. Per coloro che sono stati abituati a sentire da sempre questa affermazione e a non riflettere mai sul suo significato, la cosa non impressiona più di tanto. Dire che lascia indifferenti forse è troppo, ma poco ci manca. Ma coloro che cominciano veramente a domandarsi che cosa tutto ciò significhi, la cosa si presenta subito complicata e, al limite, incredibile.



2.a. L’incarnazione del Figlio di Dio non è un dato ovvio


Cerchiamo di capire le cose. Che il Dio infinito ed onnipotente si faccia finito e debole, limitato e soggetto alle debolezze umane, anche se escludiamo il peccato, non è la cosa più ovvia e semplice. Diciamo che è addirittura abbastanza incredibile. Ed è il caso di insistere su questo aspetto, se non vogliamo che tutto finisca nella banalità. Qui è importante quell’atteggiamento che troviamo all’origine o perlomeno come accompagnamento del sentimento religioso: la meraviglia. E’ meraviglioso che il Dio di Gesù Cristo si sia rivelato a noi e si sia donato a noi nel Figlio suo fatto uomo. Qui sta il punto: se noi consideriamo l’incarnazione ancora una volta come una verità astratta, allora la cosa ci lascia del tutto indifferenti. Ma se la vediamo nella luce del dono di Dio a noi, le cose assumono un altro significato e noi siamo direttamente interpellati. Non si tratta di un gioco intellettuale o mitico, ma della nostra stessa vita, della riuscita della nostra esistenza. Entriamo in gioco in prima persona. Dio entra nella nostra vita mirando a noi, alla nostra salvezza.



2.a. L’incarnazione del Figlio di Dio non è un dato ovvio


Cerchiamo di capire le cose. Che il Dio infinito ed onnipotente si faccia finito e debole, limitato e soggetto alle debolezze umane, anche se escludiamo il peccato, non è la cosa più ovvia e semplice. Diciamo che è addirittura abbastanza incredibile. Ed è il caso di insistere su questo aspetto, se non vogliamo che tutto finisca nella banalità. Qui è importante quell’atteggiamento che troviamo all’origine o perlomeno come accompagnamento del sentimento religioso: la meraviglia. E’ meraviglioso che il Dio di Gesù Cristo si sia rivelato a noi e si sia donato a noi nel Figlio suo fatto uomo. Qui sta il punto: se noi consideriamo l’incarnazione ancora una volta come una verità astratta, allora la cosa ci lascia del tutto indifferenti. Ma se la vediamo nella luce del dono di Dio a noi, le cose assumono un altro significato e noi siamo direttamente interpellati. Non si tratta di un gioco intellettuale o mitico, ma della nostra stessa vita, della riuscita della nostra esistenza. Entriamo in gioco in prima persona. Dio entra nella nostra vita mirando a noi, alla nostra salvezza.



2. c. Il peccato è perdizione


Tuttavia la redenzione ci richiama al fatto che la storia del mondo,per quanto dipende dagli uomini, non è storia di salvezza, ma di perdizione. E Dio, che da sempre è salvezza dell’uomo, entra nella storia degli uomini anche come redentore, del tutto immeritato e quindi del tutto gratuito; questa volta a titolo anche speciale. Redenzione infatti, in senso stretto significa che gli uomini hanno bisogno che qualcuno li tiri fuori da una situazione di perdizione. E questa non riguarda aspetti secondari o qualche episodio veniale; riguarda la possibilità stessa di una realizzazione umana, che in quanto tale non può essere confinata a questo tempo e a questo spazio. Se la redenzione fosse limitata a questa nostra esistenza e alla soluzione dei problemi che la caratterizzano normalmente: il mangiare, il bere, il vestirsi, il riprodursi, non ci sarebbe bisogno di scomodare Dio, anche se la soluzione di questi problemi quotidiani è tutto fuorché pacifica, proprio in questo nostro mondo. La FAO insegna.



2. d. La salvezza riguarda l’uomo nelle questioni fondamentali


Il problema diventa drammatico quando noi ci interroghiamo sulle questioni fondamentali dell’esistenza, non tanto in senso orizzontale quando nella dimensione verticale: da dove veniamo e dove andiamo? Sono domande che prima o poi a tutti si presentano ed alle quali non siamo in grado di rispondere, non in senso teorico, ma in quello pratico, che qui conta sommamente. E perché questo? Per una duplice ragione, che qui ricordiamo nuovamente, dopo averne già accennato nel primo capitolo. L’uomo è creatura che realizza la sua vita nel rapporto con Dio. L’uomo è peccatore e in quanto tale si trova nella condizione di non potersi realizzare, di non raggiungere lo scopo della sua vita, che è Dio, appunto perché con il peccato si è precluso a Dio. E per definizione non è in grado di raggiungere Dio senza di lui. Qui c’è il dramma della nostra umanità, ma anche l’intervento misericordioso di Dio, il Dio che salva e redime.



2. e. Dio è prima del peccato


Ma questo Dio è da sempre la salvezza dell’umanità. Questa non ha ‘bisogno’ di Dio perché è peccatrice, ma perché è creatura. La sua verità, la sua felicità è data dal rapporto con Dio. Il peccato è un ostacolo a questo rapporto creaturale con Dio, dunque un ostacolo alla realizzazione ‘normale’ dell’uomo. Qui dunque, avviene il fatto straordinario e doppiamente gratuito: Dio interviene a salvare l’umanità da questa condizione di peccato e di alienazione, perché possa ritrovare se stessa in Dio. Egli dunque non è un di più, doppiamente: in quanto creatore e in quanto redentore.


Tutto questo ha trovato la sua piena e concreta attuazione nella vita di Gesù di Nazareth, il Figlio di Dio fatto uomo. Ora la sua esistenza contiene in sé e opera qualcosa di straordinario e di semplice allo stesso tempo. Egli in sé, è pienezza di vita e di verità, come i testi del NT ci documentano, in particolare il prologo e il capitolo 14 del vangelo di Giovanni. E questa pienezza la dona a noi, perché diventiamo partecipi della sua vita, ricevendo da lui grazia su grazia. Gesù è l’uomo veramente realizzato e perfetto, l’uomo riuscito per la semplice ragione che è il Figlio di Dio, unito al Padre con un amore indissolubile ed eterno. E’ l’unione con il Padre, che egli vive in quanto Dio e in quanto uomo, la radice della sua perfezione. Che è quanto dire: in Dio si trova la piena realizzazione della nostra vita. Non che non essere ostacolo alla nostra piena umanità, ne è la radice stessa ed il compimento infinito, aldilà di ogni desiderio umano.



2. f. Gesù salvatore di tutto l’uomo


Da Gesù ci viene dunque la salvezza totale ed integrale. Essa si riferisce tanto all’anima che al corpo e non è limitata a qualche aspetto o episodio della vita, ma riguarda la vita in quanto tale e per sempre. C’è stato un tempo in cui si insisteva unilateralmente sulla salvezza dell’anima, magari con qualche citazione biblica adatta allo scopo:<<Che cosa giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima? >> (Mc 8, 36). Questa non è l’unica traduzione possibile, ma è una traduzione che ha trovato stabile dimora fra i predicatori, con l’accentuazione di una salvezza che riguardava l’anima e non, come suggerisce il testo, letto in prospettiva più fedele, la vita. E’ della vita che si tratta, dell’uomo intero, della persona concreta, anima e corpo. Del resto questo è in linea con l’incarnazione. Non affermiamo che Gesù è un uomo a metà, e soprattutto, dopo con la risurrezione diciamo che è stato glorificato nella sua piena e integra umanità: corpo e anima.



2. g. Anima e corpo


La salvezza è dunque integrale, perché riguarda la verità dell’essere umano, ma è integrale anche per un altro aspetto, anch’esso degno della più grande attenzione. La salvezza che Dio ci dona in Cristo, nella grazia dello Spirito, riguarda il destino finale dell’uomo e quindi non un episodio della vita, e neanche l’ultimo istante della vita stessa. Ma si riferisce al valore della vita nel suo rapporto con Dio.ora questo non viene in questione solo quando si è giunti al traguardo fisico della vita. Questo riguarda tutta la vita ed in ogni tempo. San Tommaso d’Aquino ha espresso in una formula efficace la verità di questa vita che si vive nella fede, intesa come rapporto con Dio: la fede è l’inizio della vita eterna a cominciare da questa vita.



2. h. Nella vita e oltre la morte


In altri termini, la fede illumina tutti gli aspetti della vita, orientandoli al loro fine e dando agli uomini la possibilità di valutare, giudicare, scegliere, rinnovare, impegnarsi, avendo di mira non questioni secondarie, ma il bene assoluto. Da qui anche quella certa serenità che caratterizza la vita del credente, che lo aiuta a relativizzare ciò che va relativizzato e a dare importanza a ciò che veramente conta. Non bisogna tacere il fatto che la vita del credente può essere una vita felice, non necessariamente allegra, anche in mezzo alle difficoltà, che non sono proprietà privata dei credenti.

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II. DIO VUOLE SALVARE TUTTI GLI UOMINI E TUTTO L’UOMO

 

don Marino Qualizza

 

 

 

 

1. Dio è fedele al suo progetto originario di salvezza. Ef 1,3.

 

Nel panorama della riflessione teologica attuale, c’è un punto molto bello: la riaffermazione del progetto unitario in ordine alla salvezza o alla realizzazione di questo nostro mondo. Era invalsa infatti l’ affermazione che esistesse un duplice progetto di Dio: uno si riferiva alla creazione e l’altro alla redenzione, dopo il peccato dell’umanità. Questo modo di presentare le cose aveva un vantaggio nel mettere in luce la novità della redenzione in Cristo, ma conteneva uno svantaggio ancora più grave, quello di dividere il progetto di Dio in due direzioni, che non si incontravano più. Il progetto di Dio si articolava in due fini, uno chiamato naturale,l’altro soprannaturale; uno limitato alla conoscenza indiretta di Dio, come origine e fine di tutte le cose; l’altro aperto alla conoscenza personale di Dio, mediante l’adozione a figli.

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L’UOMO: LIBERTA’ FERITA E LIBERTA’ DONATA

don Marino Qualizza

 

A. 3. Carne e Spirito: l’uomo secondo san Paolo, Romani 7

Il binomio che incontriamo tanto frequentemente nelle lettere di san Paolo, soprattutto in quelle ai Galati e ai Romani, rappresenta la sua visione dell’uomo, la sua antropologia, secondo categorie in vigore ai suoi tempi. Poiché questo binomio ha dato luogo anche a fraintendimenti sia di carattere linguistico che contenutistico, è necessario qualche precisazione iniziale.
Non basta intanto confrontare un vocabolario della lingua italiana corrente per avere delle indicazioni esatte sul significato e sul contenuto di questo binomio e delle due parole che lo compongono. Carne e spirito appartengono ad un vocabolario semitico, non immediatamente traducibile nelle nostre categorie. In seguito hanno anche caratterizzato sistemi religiosi o filosofici, che nei due termini vedevano e leggevano una contrapposizione radicale ed inconciliabile fra materia e spirito, fra anima e corpo. Sono i sistemi che noi chiamiamo dualistici, quelli che hanno trovato una espressione storica nel manicheismo e nel Medioevo fra i Catari e gli Albigesi.

 

 

 

3.a. Una visione religiosa dell’umanità

Nel vocabolario paolino non ci sono queste contrapposizioni, anche se qualcuno ha voluto leggerle. Ed allora vediamo il significato delle parole. Con il termine carne san Paolo intende mettere in luce l’inclinazione umana all’egoismo, all’individualismo, intesi in senso religioso, quindi l’orientamento umano a scelte contrarie a Dio e all’amore del prossimo. Un  po’ nella linea di Genesi 3, che descrive la scelta dell’umanità in termini egoistici, coincidenti di fatto con la negazione di Dio
Con il termine spirito invece sottolinea l’orientamento dell’uomo verso Dio, in quanto è guidato dallo Spirito di Dio. Lo spirito umano può orientarsi a Dio, perché si lascia guidare dallo Spirito di Dio, perché si fida di lui. In questo senso la vita nello spirito è vita secondo la regola dell’amore per Dio e per il prossimo; l’essenza stessa della vita di fede. Nei due vocaboli dunque non c’è accenno alla dottrina filosofica che considera l’uomo come fatto di anima e di corpo, di materia e di spirito, in competizione fra di loro. Queste erano questioni attuali anche al tempo di Paolo, ma non facevano parte della sua visione culturale. Tanto meno c’è in Paolo l’idea di una dualismo antropologico, per cui le due componenti dell’uomo sono in lotta fra di loro. Non bisogna dimenticare questo, perché anche una certa spiritualità con evidente superficialità ha costruito le sue regole su questa presunta contrapposizione antropologica. Carne e spirito sono due dimensioni spirituali, riguardano cioè la vita spirituale, ed in quanto tali sono evidentemente contrapposte.

 

 

 

3.b. La divisione interiore dell’uomo

Questa contrapposizione porta ad una divisione nell’uomo, cosicché egli si sente profondamente in conflitto. Nel capitolo 7 della lettera ai Romani, san Paolo affronta proprio questo problema, in termini drammatici. Introduce l’argomento segnando quelle che sono le attività dello spirito e della carne. <<Quando infatti eravamo in balìa della carne , le passioni che inducono al peccato, rese efficaci dalla legge, agivano nelle nostre membra facendoci portare frutti degni di morte. Adesso invece siamo stati sottratti all’effetto della legge, morti a quell’elemento di cui eravamo prigionieri, affinché serviamo a Dio nell’ordine nuovo dello Spirito e non in quello vecchio della lettera>> (7, 5-6).

 

 

 

3.c. Il suo superamento in Cristo

San Paolo afferma qui, chiaramente che è passato, non c’è più il vecchio mondo costruito sull’egoismo ed è iniziato il nuovo mondo, guidato dallo Spirito di Dio. Ciò non significa ancora che sono sparite tutte le conseguenze del peccato o addirittura il peccato stesso. Vuole dire invece che ora il peccato non può essere una scusa per la pigrizia e per l’egoismo, perché la pasqua di Cristo l’ha obiettivamente vinto e superato. Dunque, ancora una volta, non l’automatismo della grazia, magari contrapposto ad un automatismo del peccato. In entrambi i casi, una situazione oggettiva non è nostra personalmente, se non la rendiamo tale con la nostra scelta libera. Ora la scelta del bene è data dalla grazia dello Spirito; la scelta del male, dal rifiuto dello Spirito. Ora noi viviamo nella felice condizione di chi ha a disposizione il dono di Dio per una vita nella libertà dei figli di Dio.

 

 

 

 3.d. La ripresa del tema

Ma san Paolo non si accontenta di quanto ha detto, perché continuando l’esposizione della vita nuova, vuole mettere in luce violentemente contrapposta le due condizioni estreme di vita, secondo la carne e secondo lo spirito. Non è che egli voglia rimettere in discussione quanto ha già detto; vuole illustrarlo compiutamente, drammatizzando la situazione di grazia e di peccato. Lo scopo è quello di far apprezzare di più il vantaggio di essere in Cristo. Egli così continua nel suo discorso: <<Sappiamo che la legge è spirituale, io invece sono di carne, venduto schiavo del peccato. Non capisco infatti quello che faccio: non eseguo ciò che voglio, ma faccio quello che odio. E se faccio ciò che non voglio, riconosco la bontà della legge. Or non sono già io a farlo, ma il peccato inabitante in me. So infatti che non abita in me, e cioè nella mia carne, il bene: poiché volere è a mia portata, ma compiere il bene no. Infatti non faccio il bene che voglio, bensì il male che non voglio, questo compio>> (7, 14-19).

 

 

 

3.e. Al male va riconosciuta la sua forza

Questo quadro così nitidamente contrapposto, con la sottolineatura della prevalenza della volontà di male sul bene, va debitamente inquadrato, per non trarre delle frettolose conclusioni. Il ragionamento di Paolo si può riassumere così: l’uomo che si basa solo sulle sue forze, anche se conosce il bene da compiere, non è in grado di compierlo, per due motivi fondamentali: uno è dato dalla situazione storica in cui ci troviamo, caratterizzata com’è dal peccato del mondo. Esso ci condiziona, anche se non è l’unica forza. Se ad essa però si aggiungono anche i nostri peccati personali, allora in quadro è completo: l’uomo nel peccato non è in grado di aiutarsi, perché è privo di energie spirituali, è dominato dal suo egoismo.
La descrizione degli effetti del peccato è tremendamente efficace ed è vera. Ma bisogna fare attenzione a non considerarla in modo unilaterale. L’io di cui parla Paolo non è il suo io soggettivo, ma è l’io generico di ogni peccatore. Chiunque è nel peccato, si trova a vivere questa profonda divisione interiore. Ma possiamo dire anche di più. Questa divisione interiore è in realtà già un effetto della grazia di Dio; un effetto cioè della bontà di Dio, che ci dà coscienza del male in cui ci troviamo. Può essere, anzi è, l’inizio della salvezza. Uno che rifiuta la grazia di Dio e vive ostinatamente nel peccato, vive in modo diverso questa divisione, e spesso con grande superficialità.

 

 

 

3.f. Ma non è l’unica forza né la più grande

Ma san Paolo non può fermarsi a questa visione così drammatica, quasi che non avesse uno sbocco. Ne aveva già parlato più sopra ed ora riprende il discorso portandolo alla conclusione tipica del Vangelo. <<Chi mi libererà dal corpo che porta questa morte? Grazie a Dio per mezzo di Cristo nostro Signore!>> (7, 24-25). Questo è dunque il Vangelo, la buona notizia: la nostra ansia di liberazione dal male che ci opprime e non ci fa vivere è data proprio dal Cristo Signore. Non è una risposta prefabbricata questa. È la verità vissuta e l’indicazione della identità umana. Il Cristo Signore non è venuto a liberare l’umanità da scrupoli religiosi, ma è venuto a portare a compimento l’opera di Dio, iniziata con la creazione.

 

 

 

3.g. Il Vangelo della salvezza

Da sempre Dio è la forza e la sorgente della realizzazione umana. Egli non è tale perché c’è il peccato, ma può liberarci dal peccato, perché è il Dio della libertà. Una visione troppo debitrice del peccato restringe anche l’operato di Dio, rendendolo funzionale al peccato. Abbiamo bisogno di Dio, perché siamo peccatori. Questa è la mortificazione del Vangelo e il suo accantonamento negli angoli di mentalità contorte e spiriti affranti. Il Dio di Gesù Cristo è il Dio della creazione buona,è il Dio in grado di riportare l’uomo sulla strada della vita, qualora l’avesse smarrita. Il vangelo predicato da Paolo, nonostante alcune sottolineature che possono sembrare esagerate ed unilaterali, è in verità a servizio di questo ampio orizzonte , in cui Dio è veramente il centro di tutto e l’origine del bene che c’è nell’universo, attraverso Cristo Signore.

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