Venerdì, 18 Agosto 2017
Sabato 06 Ottobre 2012 10:29

Russia: la situazione teologica odierna (Vladimir Zelinskij)

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La società di oggi, formata attraverso l’esperienza sovietica o dalla generazione cresciuta nella Russia post-comunista, è molto diversa da quella che è vissuta 100 anni fa. Come reazione al clericalismo nascente rinasce anche l’ateismo militante.

Nel 1933 Karl Barth pubblicava in Germania un piccolo volume dal titolo un po’ provocatorio Theologische Existenz heute, (L’esistenza teologica oggi). Questo titolo mi è venuto in mente quando mi è stato chiesto di scrivere, in modo sintetico, una sorta di brevissimo compendio della teologia russa contemporanea. Senza dubbio, sarebbe impossibile raccogliere tutto in un articolo che dovrebbe non solo spiegare da capo tante cose, ma anche comunicare l’atmosfera stessa che fa sorgere il pensiero, la ricerca e la critica. Per questo motivo oserei parlare dell’esistenza teologica nella Russia dei nostri giorni – in senso più stretto, dell’esistenza teologica ortodossa.

Quando mi capita di parlare della Chiesa Russa, devo sempre rispondere a tante domande. Tutte queste domande, però, di solito hanno come riferimento la situazione di una Chiesa libera – sia essa cattolica o protestante – in uno Stato in cui la libertà di coscienza va considerata una cosa scontata. Questa libertà è garantita dalla costituzione: si tratta di un’aria naturale, nella quale il pensiero occidentale si è abituato a respirare. In Italia la libertà di coscienza è affermata da più di 150 anni; in Russia da solamente 20 anni ed ancora con certe limitazioni, non dichiarate ma reali. I primi mille anni della storia della Chiesa Russa erano ricchi di tante cose: delle manifestazioni dei vari tipi di santità, delle lunghe e solenni celebrazioni, delle contemplazioni nei colori (come un filosofo russo ha chiamato l’arte dell’icona), del martirio (soprattutto nel secolo XX), degli scismi e delle discussioni aspre, delle ricerche spirituali, ecc. Ma queste ricerche si muovevano nell’ambito dello Stato autoritario che nel paese ha gestito la vita religiosa fino al 1905. Dopo il 1917 lo Stato protettore è diventato subito lo Stato nemico e persecutore, dove qualsiasi parola che comunicava riguardo a Dio (pubblicazioni, discussioni, ma anche il semplice scambio dei libri) era considerata come “propaganda religiosa” e proibita dalla legge.


Durante tutto questo periodo che ha abbracciato 7 decenni, nessuna teologia al di fuori dell’insegnamento fatto tra le mura delle Accademie Teologiche, quella di Mosca e quella di Leningrado (chiuse negli anni ‘20, riaperte dopo la guerra 1941-1945), aveva ufficialmente diritto di esistere. In questo periodo la teologia ortodossa ha conosciuto una nuova vita all’estero, nell’emigrazione. Si può parlare di due percorsi del pensiero teologico che schematicamente hanno corrisposto a due orientamenti ecclesiali, quello della Chiesa Russa all’Estero e quello dell’Esarcato Russo del Patriarcato di Costantinopoli, poi della Chiesa Ortodossa in America. La Chiesa Russa all’Estero, che ha scambiato delle scomuniche con il Patriarcato di Mosca (per il fatto della sua collaborazione con il regime ateo e per l’ecumenismo, considerato come un tradimento della vera ortodossia), è rimasta su posizioni molto conservatrici, sul piano teologico e politico. La sua ragione d’essere era quella di conservare nel proprio seno spirituale la Russia e la Chiesa come loro erano prima della catastrofe. Il suo programma prevede, tra l’altro, il restauro della monarchia della famiglia Romanov con la fine dell’incubo comunista. La sua teologia ha riprodotto, in pratica, il pensiero teologico dei secoli XVIII-XIX ed anche dell’epoca precedente. Nell’Esarcato Russo, legato all’Istituto teologico di San Sergio di Parigi, come poi al seminario teologico di San Vladimir a New York, le idee, le ricerche e le iniziative teologiche hanno ricevuto un nuovo stimolo. I nomi dei grandi teologi, come p. S. Bulgakov (1871-1944), p. G. Florovskij (1893-1979), V. Losskij (1903-1958), P. Evdokimov (1901-1970), p. A. Schmemann (1921-1983), J. Meyendorf (1926-1992), sono diventati una parte inalienabile dell’eredità teologica ortodossa dei nostri giorni. I loro libri vengono ripubblicati; alcuni sono stati tradotti e hanno ricevuto una diffusione importante. Negli ultimi anni, per esempio, ha avuto un grande successo il Diario del p. Alexandr Schmemann, trovato dopo la sua morte nel 1983 e nel quale cui l’autore ha espresso il suo amore per l’Ortodossia e, nello stesso tempo, tante idee e osservazioni critiche sulla cosiddetta “Ortodossia storica”.


Non si deve pensare, però, che soltanto teologi importanti ed originali siano entrati sulla scena teologica della nuova Russia. La verità sarebbe opposta; basterebbe guardare alla produzione letteraria esposta sui tavolini che si trovano in quasi tutte le chiese ortodosse. Essi sono ricolmi di centinaia di libri e libricini dal contenuto devoto e pio, con gli insegnamenti degli starcy, con le vite dei santi (tra cui il primo è sempre lo zar Nicola II) e che riproducono l’ideologia e lo spirito della Chiesa all’Estero (che si è riconciliata con la Chiesa di Mosca nel 2007). Accanto a queste pubblicazioni di guida della vita spirituale si trovano sempre dei testi polemici contro le altre confessioni cristiane e, prima di tutto, contro l’ecumenismo (alcuni titoli tipici: L’ecumenismo come religione dell’Anticristo; La guerra segreta del Vaticano contro la Russia; I Battisti come setta la più dannosa, e così via). La devozione e la fedeltà all’Ortodossia sono spesso inseparabili dallo spirito ostile nei confronti delle altre fedi.


In questi 20 anni – dopo la sua liberazione, avvenuta verso 1990, dalle pesanti strettoie dello Stato ateo, la Chiesa ortodossa è tornata, per così dire, a se stessa. Gli anni ‘90 - questo è già un fatto storico – sono stati segnati dal ritorno in massa alla religione, al “secondo battesimo”. Tuttavia, la religione come tale è un fenomeno abbastanza complicato, nel quale possono essere mischiati elementi eterogenei tra loro: la necessità dell’assoluto e la sicurezza del rito, la rivelazione e l’abitudine, l’abnegazione ascetica e una sorta di comodità mistica. Nella Russia post-sovietica il risveglio religioso degli anni ‘90 ha portato con sé anche un altro elemento tipicamente russo: la ricerca delle radici della patria. La riscoperta, forse un po’ forzata, della “santa Rus’” – da intendersi, questa, piuttosto come uno slancio dell’anima che di una realtà storica. In questo slancio possono essere mescolati elementi cristiani e pagani. È ciò che io chiamerei spiritualità patriottica. In altre parole, la conversione al cristianesimo sulla base di un sentimento nazionale, di appartenenza ad un popolo sofferente, spesso peccatore, ma amato ed eletto da Dio in modo speciale.


Il continente del martirio


Questi motivi erano già presenti nei filosofi russi slavofili ed in Dostoevskij (1821-1881), ma hanno acquistato una valenza particolare nel nostro tempo. La libertà, già nei suoi primi passi, ha fatto scoprire l’enorme continente della sofferenza patita dai cristiani, di un martirio senza fine imposto da un regime ossessionato dalla costruzione di un regno di dio senza dio e che non tollerava rivali che cercassero il Regno Celeste. La persecuzione statale, che aveva le sue alte e basse maree, è durata, praticamente, per tutti i 70 anni del comunismo. La parola “martirio”, però, può essere rapportata soltanto al periodo che va dalla presa del potere da parte dei bolscevichi fino alla morte di Stalin: 35 anni. È stata scoperta - e sarà senza dubbio riscoperta di nuovo anche domani e dopodomani, - la terra senza confini del sacrificio dei cristiani in terra russa. Basti ricordare che delle oltre settantamila parrocchie e cappelle che aveva l’impero russo al momento della Rivoluzione, verso la fine degli anni ‘30 ne erano rimaste aperte non più di 350 e che il clero di queste chiese, per la maggior parte, ha finito i propri giorni nei Gulag. Degli iniziali 150 vescovi, verso il 1940 ne erano rimasti in libertà solo 4. Ed anche questi 4 vescovi e le ultime 350 chiese erano già destinati a sparire. Soltanto la grande Guerra Patriottica del 1941-1945 ha costretto il regime a cambiare la propria politica ed a riaprire le mani serrate sul collo della Chiesa.


Dopo la morte di Stalin bisogna parlare non tanto di martirio in senso proprio, quanto di soffocamento della Chiesa: attivo ed aggressivo nei tempi krusceviani (1953-1964), passivo e fiacco un quarto di secolo dopo. Cosa significava questo soffocamento in un paese ateo? Ogni passo, ogni mossa nella vita di una delle poche chiese aperte al culto erano controllati. Negli ultimi anni del regime la maggior parte della popolazione del paese, almeno quella che apparteneva alla tradizione cristiana, era battezzata, ma l’85% delle persone si dichiaravano non credenti, mentre il 15%, per la maggior parte donne di una certa età, apparteneva ad una delle tradizioni religiose. Negli anni ‘90 la situazione si è capovolta: il 15% si dichiara ateo o agnostico, l’85% credente. Cosa si nasconde sotto questa statistica? Che alle porte aperte della religione si sono precipitate le masse degli agnostici di ieri. Al giorno d'oggi quasi tutti i cristiani che vivono in Russia sono convertiti. È perciò veramente difficile trovare un credente la cui fede sia una pacifica trasmissione da padre a figlio, da generazione a generazione, senza alcuna interruzione, senza crisi, senza tale o talaltro cammino spirituale di "ritorno". Il processo della successione della fede si ristabilisce soltanto adesso nei figli dei convertiti, che stanno diventando adulti. Perciò il cristianesimo dell'epoca attuale in Russia è imbevuto (o è anche predeterminato dall'interno) di due avvenimenti spirituali: la tragica vicenda della fede, della memoria indelebile del prezzo della sua sopravvivenza - "l'olocausto cristiano russo" - e l'esperienza della grazia della scoperta di un Dio personale.

La Chiesa nazionale


Personale o nazionale? La conversione di massa è raramente una vera conversione. Uscita dal sottosuolo la Chiesa Russa è diventata una protagonista sulla scena politica e sociale. Essa si è presentata ed è diventata davvero l’unico organismo che unisce, spiritualmente, culturalmente e linguisticamente, tutte le ex-repubbliche dell’Unione Sovietica per il semplice motivo che la Chiesa Russa si trova non solo in Russia, ma anche in Ucraina, in Bielorussia, nelle repubbliche baltiche e dell’Asia Centrale. In tutta la cosiddetta Comunità degli Stati Indipendenti rimarrà per lungo tempo una massiccia presenza di russi che si trovano nell’“ovile” della loro Chiesa. La Chiesa Russa ha le sue parrocchie anche sui sei continenti, e, naturalmente, in Italia. E questa presenza, spirituale e culturale, non può essere ritagliata da una certa presenza ed influenza politica. Anzi, a volte la Chiesa è percepita come ultima vestigia dello scomparso impero sovietico, cosa che suscita una grande nostalgia per il passato, per la cosiddetta “Russia storica” (anche quella sotto la maschera comunista).


Insomma, nella Russia di oggi una sete propriamente spirituale si è intrecciata, in modo quasi inseparabile, con la ricerca della propria identità storica e nazionale. Per esempio, un evento che nell’Europa di oggi passa quasi in modo impercettibile (la vittoria del 1945 sull’invasione tedesca e sul nazismo), è festeggiato in Russia con una solennità quasi liturgica, che va crescendo da un anno all’altro. Non solo perché questa vittoria è costata all’Unione Sovietica quasi 30 milioni di vite umane, ma anche perché l’immagine, il mito, il simbolo della vittoria serve oggi da avvenimento chiave per la storia nazionale e tiene ancora saldo un popolo che ha smarrito la strada dopo la sparizione del proprio paese. Una vittoria, in cui l’enorme sacrificio s’unisce all’enorme trionfo, serve come prova della vitalità del popolo che si trova e si sente in crisi. Ma l’osanna alla vittoria sul nazismo come fattore della vita nazionale è portato da un sentimento vago o riflettuto della resistenza a qualsiasi invasione di cui i russi si sentono le vittime.

Le sfide della libertà


Bisogna capire bene: se per i tedeschi il crollo del muro fu il primo passo all’unificazione nazionale, per i russi il crollo dello stesso muro ideologico sotto i colpi dell’ideologia liberale ha causato lo sgretolamento del loro enorme paese, che quasi tutti consideravano indivisibile. La libertà è arrivata non solo come gioia, ma anche come prova e dolore. Gli anni ‘90 sono oggi ricordati non solo come il tempo della disgregazione dell’impero, ma anche come il periodo di un incredibile saccheggio delle proprie ricchezze naturali, dell’impoverimento delle masse e dello stupefacente e velocissimo arricchimento di alcuni. Il capitalismo selvaggio e senza regole si è presentato subito come padrone di casa. Le porte che si sono aperte con il crollo del comunismo hanno lasciato entrare non soltanto la libertà religiosa, con i suoi benefici, ma anche tutti gli altri tipi di libertà – che sono entrati subito in conflitto fra di loro. Per esempio, agli inizi del ‘92 Mosca, la mia città, si è riempita subito, letteralmente in tre giorni, di cose impensabili qualche mese prima, come la pornografia, l’astrologia, le istruzioni di magia nera o di produzione di armi a casa, ecc. Non c’era quasi nessun controllo. Naturalmente, tutte le religioni e tutte le sette, anche le più esotiche, anche quelle proibite negli altri paesi, hanno guardato il territorio dell’impero fallito come loro terra di missione e sono entrate per comprare il tempo delle televisioni, gli stadi per le prediche, gli spazi per vendere i loro prodotti. Spesso, accanto a libricini ortodossi che vedevano in queste sette lo zampino del diavolo. A volte, meno di un metro separava questi banchetti nella metropolitana o nei sottopassaggi delle strade. Su di uno si proponevano gli scritti del reverendo Moon, su di un altro le opere dei Padri della Chiesa o le vite dei santi. È facile immaginare che in questa invasione dell’immoralità e del settarismo la Chiesa abbia visto gli intrighi dell’Occidente, venuto come un ladro a rubare e a rovinare le anime dei battezzati. A dire la verità, forse, un Occidente è giunto come ladro, davvero. Ma anche come ospite d’onore, invitato o richiesto dall’Oriente stesso. Un altro Occidente è venuto come fratello, per fare amicizia, per aiutare, per fare lo scambio dei doni. Ma per la gente semplice non è sempre facile distinguere l’uno dall’altro. Tutto questo ha determinato anche il destino dell’ecumenismo nella Russia libera, ma povera ed ossessionata dalla ricerca della propria identità.


Il crollo dell’ecumenismo. La Chiesa e lo Stato


Da questa reazione contro l’invasione straniera e dalla ricerca della propria identità nella storia, nel rito, nella tradizione ecclesiale e, a volte, nel folclore, si può capire anche quell’“inverno ecumenico” che è arrivato dopo la lunga primavera, con le sue promesse fallite, degli anni ‘60-‘70. In quel periodo, per lo Stato che controllava tutto, l’ecumenismo era un’impresa ufficiale attraverso cui utilizzare i contatti fra i chierici per i propri piani propagandistici e diplomatici. D’altra parte era la Chiesa stessa ad utilizzare questi contatti per provare la propria utilità ad uno stato ostile, partecipando nella “lotta per la pace”, in consonanza col puro stile sovietico. Al tempo stesso, tranne per queste cose extra-ecclesiali ed extra cristiane, l’ispirazione ecumenica era, per la maggior parte, sincera: la Chiesa Russa aveva davvero bisogno del mondo esterno, del dialogo con le altre famiglie cristiane. Crollato il regime, è sparito subito l’ecumenismo del passato. Nello stesso tempo l’ecumenismo del presente è stato minato dal problema del proselitismo. Tutte le altre comunità cristiane, soprattutto quelle evangeliche fondamentaliste, come ho già accennato, hanno cominciato a sistemare le proprie cose in terra russa, come se il cristianesimo ortodosso non esistesse. I fratelli di ieri sono diventati i vicini di oggi che non riconoscono la sovranità di ciò che gli ortodossi chiamano il proprio “territorio canonico”. Questa situazione dura fino ad oggi, ma con una differenza sostanziale: l’Ortodossia stessa, con l’aiuto dello Stato, è passata all’offensiva. Le attività della presenza religiosa straniera oggi sono molto sorvegliate e limitate dalla legge, come anche le attività delle altre comunità, tipicamente russe (i Vecchi Credenti, i battisti ed i pentecostali) che non hanno sempre vita facile. Non si può dire che l’Ortodossia stia per diventare religione di Stato a danno degli altri, ma la situazione oggi è abbastanza vicina a questa fase. Basta guardare i mass media. La televisione parla solo degli avvenimenti importanti in ambito ortodosso, le prime cariche dello Stato sono sempre in Chiesa durante le celebrazioni più importanti: il Natale e la Pasqua. Tutti lo capiscono: la loro presenza non ha soltanto un carattere religioso, ma anche politico. Naturalmente, la Chiesa Russa come Chiesa nazionale non alza mai la voce contro alcuna mossa sbagliata o immorale dello Stato. Né nel periodo zarista né nell’epoca comunista né oggi sotto un sistema formalmente democratico. Bisogna tenere presenti il caso dei conflitti tra una comunità ortodossa ed un’altra, fra il Patriarcato di Mosca ed una delle piccole chiese dell’Ortodossia cosiddetta “alternativa”, fra un monastero cui la popolazione locale non vuole lasciare la terra appartenuta 100 anni fa alla comunità monastica, dei finanziamenti da parte dello Stato di progetti prestigiosi come la costruzione della chiesa ortodossa sul territorio dell’ambasciata russa a Roma, la costruzione di un’enorme cattedrale nel centro di Parigi, ecc.

Ma l’Ortodossia di oggi ha ancora tanti problemi da risolvere in Russia; ad esempio, l’introduzione delle lezioni religiose a scuola, la ri-istituzione dei cappellani militari nell’esercito, la costruzione di centinaia di nuove chiese nei quartieri residenziali. La società di oggi, formata attraverso l’esperienza sovietica o dalla generazione cresciuta nella Russia post-comunista, è molto diversa da quella che è vissuta 100 anni fa. Come reazione al clericalismo nascente rinasce anche l’ateismo militante che sembrava essere morto e sepolto già alla fine degli anni ‘80. Gli scontri, come pure, per esempio, il processo contro una mostra dal titolo: “Attenzione: religione!” (con quadri francamente blasfemi), diventano sempre più frequenti, ma soprattutto con l’enorme scandalo provocato dal “Pussy Riot” (alcune ragazze che hanno eseguito per 2-3 minuti una danza provocatoria davanti alle porte regali della cattedrale del Cristo Salvatore a Mosca e arrestate, poi, per l’offesa recata ai sentimenti religiosi del popolo). Quest’ultimo episodio ha infatti diviso il popolo ecclesiale dall’intellighenzia russa e può diventare causa di un profondo scisma.


I frutti dolci, i frutti amari. Il nodo ucraino


Ma c’è anche un problema più grave, quello del nazionalismo ecclesiale all’interno del Patriarcato di Mosca stesso. Per ora questo problema riguarda, nel modo più acuto, solo l’Ucraina, ma esso può sorgere anche nelle altre repubbliche ex-sovietiche. In Ucraina, indipendente dal 1991, almeno la terza parte della popolazione non è soltanto russofona, ma si sente culturalmente e spiritualmente russa e non vuole “ucrainizzarsi”. Un’altra parte (prima di tutto nell’Ovest del paese) è proprio ucraina e vede nella Chiesa Russa lo strumento della “russificazione” e una minaccia per la propria identità nazionale. Come si sa, l’indipendenza ha portato una grande e dolorosa divisione, in tre Chiese, nella metropolia del Patriarcato di Mosca. Una canonica, fa riferimento a Mosca; un'altra fa riferimento al Patriarcato di Kiev, scomunicato dal Santo Sinodo del Patriarcato di Mosca; la terza è la cosiddetta Chiesa autocefala, anch’essa non-canonica (vale a dire non riconosciuta da nessuna Chiesa ortodossa “regolare”). Ognuna di queste Chiese ha una sua storia e un’autogiustificazione della propria esistenza separata. Aggiungiamo a queste tre chiese la quarta, la Chiesa greco-cattolica che fa riferimento a Roma e conta qualche milione di fedeli, avente lo stesso rito bizantino che hanno le Chiese ortodosse ed allora ci rendiamo conto che la libertà porta non soltanto frutti dolci, ma anche aspri ed amari: quelli della divisione.

I frutti dolci, certo, sono i più numerosi: la Chiesa è cresciuta enormemente, sono stati aperti tanti monasteri, tanti santuari, nuove Accademie Teologiche, ogni città importante ha il proprio seminario, quasi ogni parrocchia ha la propria scuola di catechismo per i bambini. Si sono sviluppati licei e scuole materne ortodosse; sono apparse decine e decine di case editrici e di librerie; sulla scena culturale sono apparsi nuovi teologi e pubblicisti, ma anche poeti e scrittori, senza parlare degli iconografi che professano la loro fede con i mezzi dell’arte… Tutte queste cose erano impensabili un quarto di secolo fa. La Chiesa impara ad essere missionaria, facendo ancora i suoi primi passi in questa direzione, poiché non ha molta esperienza in questo campo, come invece la Chiesa cattolica. Ma il problema più complicato che rimane da risolvere è il rapporto della Chiesa (che rappresenta la cultura antica, cominciando dalla lingua liturgica – ma ogni lingua porta in sé una mentalità conservatrice) con il mondo della modernità, nel suo sviluppo e nella sua secolarizzazione. A livello popolare questo conflitto della mentalità conservatrice (e spesso apocalittica), si esprime, in Russia e in Ucraina, nel rifiuto di massa ad accettare il codice fiscale con le barre poiché in sé nasconde la cifra 666 dell’Anticristo. Ma anche su di un altro livello gli ortodossi sembrano essere spesso i cittadini di un’altra epoca. Valori inalienabili del mondo contemporaneo, come i diritti umani, la libertà di coscienza per tutti, la disponibilità al dialogo, la democrazia stessa, sono abbastanza lontani dal modo di pensare dell’ortodosso che vive nell’Est dell’Europa. Ciò provoca un conflitto – aperto o latente – con quella parte di società che pensa da europei.

È chiaro che la libertà fa sorgere i problemi, ma non da le chiavi per risolverli. Da due secoli la società russa è culturalmente divisa tra i cosiddetti “occidentalisti” e gli “slavofili”. Questa divisione, in forma moderna, permane anche oggi. La Chiesa Ortodossa Russa ha fatto i primi passi, imparando a muoversi nella libertà, senza perdere il proprio enorme patrimonio spirituale. La voglia di salvaguardare la sua eredità per ora prevale sulla voglia di dialogare con la modernità. Se lo Spirito Santo agisce nella storia, l’incontro tra la Chiesa ortodossa (con tutte le ricchezze che essa porta, manifesta e nasconde in sé) e il mondo com’è, con tutta la sua miseria spirituale, dovrebbe avvenire in un futuro non troppo remoto.


Alcuni ritratti in breve


Senza questo panorama generale non si può presentare bene i ritratti degli autori più importanti e della loro “esistenza teologica”. Cominciamo con le persone. Per primo dobbiamo nominare:


Il metropolita Ilarion Alfeev
(1966), stretto collaboratore dell’attuale Patriarca Kirill, che ha fatto una folgorante carriera sotto la tutela di quest’ultimo. Laureato ad Oxford, dottore in teologia in diverse università, patrologo, è uno scrittore fecondissimo. Il suo campo è anzitutto la patristica. M. Ilarion è autore di alcune monografie su Gregorio il Teologo, Isacco il Siro (del quale ha anche tradotto dei testi finora sconosciuti) e Simeone il Nuovo Teologo. Ma la sua opera principale sono i tre grossi volumi sull’Ortodossia, una somma teologica in materia. Ha scritto anche un volume sulla teologia ortodossa del secolo XX, due grandi volumi sulla preghiera di Gesù ed altri libri. Il metropolita Ilarion è famoso anche come compositore religioso, i suoi oratori spirituali sono stati eseguiti in molte sale di concerto (anche a Roma, davanti al papa Benedetto XVI). Come si sa, il metropolita Ilarion occupa il secondo posto nella gerarchia della Chiesa Ortodossa Russa come capo del Dipartimento delle relazioni con l’estero, perciò spesso è considerato come l’erede dell’attuale Patriarca. Ma nel clima piuttosto conservatore che regna nella Chiesa Russa il metropolita ha una reputazione per ora “troppo ecumenica”.


La patristica nella Chiesa ortodossa non è una disciplina puramente accademica, come in Occidente; ma è, direi, una scienza spirituale che si trova al centro della riflessione teologica. Rimanendo in questo campo dobbiamo nominare Aleksej Sidorov (1946), professore dell’Accademia Teologica di Mosca, che ha pubblicato numerosissimi e dettagliatissimi commenti alle edizioni di diversi santi Padri. È anche l’autore di un corso di storia della patristica in 5 volumi, opera che è diventata un avvenimento importante nella vita teologica in Russia.


Un altro nome, sempre in campo patristico, di cui non si può fare a meno di ricordare, è il vescovo Vassilij Lourie (1962), capo di una piccolissima chiesa “alternativa” all’Ortodossia ufficiale. (Chiesa che si chiama “vera ortodossa”. In Russia esistono non una, ma diverse chiese della “vera ortodossia”, che per la maggior parte non sono in comunione tra di loro perché sospettano tutti gli altri di tradimento della verità. Queste chiesette fanno riferimento a “frammenti” della Chiesa Russa all’estero che non hanno accettato la riconciliazione con la Chiesa di Mosca. Tutte queste Chiese della “vera ortodossia” rigettano nel modo più assoluto ogni tipo d’ecumenismo – scomunicato dalla Chiesa all’Estero negli anni ‘80). V. Lourie è una persona molto erudita nel campo ecclesiale e abbastanza conosciuta come filosofo, teologo, patrologo (è traduttore e commentatore delle opere di San Gregorio Palamas), storico, predicatore, pubblicista e critico sociale. La sua Storia della filosofia bizantina è diventata un avvenimento importante nella vita intellettuale russa.


Come bizantologo e patrologo potrei segnalare anche Andrj Šustrov (1962), professore d’antropologia nell’Università Statale di Yaroslavl’. Il suo argomento di ricerca: la conoscenza nel pensiero dei Padri della Chiesa Orientale.


Ma una figura popolarissima al livello nazionale come teologo, pubblicista e polemista è senza dubbio, il diacono Andrei Kuraev (1966), professore dell’Accademia Teologica di Mosca, autore di moltissime pubblicazioni. È molto conosciuto anche fuori dell’ambito ecclesiale (la sua popolarità gli ha procurato il titolo scherzoso e ironico di diacono di tutte le Russie) come apologeta e missionario. Oltre a libri teologici e polemici, Kuraev ha scritto anche un manuale della fede ortodossa per i bambini, che è stato adottato come testo ufficiale per la scuola elementare. Appare spesso in programmi televisivi, gira in tutto il paese per conferenze ed incontri con i giovani. In pratica, non c‘è alcun avvenimento ecclesiale importante che potrebbe passare senza la sua partecipazione, il suo commento o il suo intervento. La radice e lo stimolo di questa presenza massiccia nello spazio dei media è sempre apologetico, fatto con solide erudizioni, ma con uno stile popolare, a volte anche un po’ aggressivo.


Nel campo dell’apologetica un ruolo importante lo svolge anche Aleksej Ossipov (1938), professore di teologia fondamentale dell’Accademia teologica di Mosca, dove vi lavora da più di 40 anni. Sono popolari i suoi libri “La teologia fondamentale”, “Il cammino della ragione nella ricerca della verità”, “Il concetto ortodosso del senso della vita”, “La vita dell’anima dopo la morte”. Quest’ultimo libro ha suscitato una grande polemica, perché Ossipov è stato accusato di eresia origenista, della cosiddetta “salvezza universale” che abbraccia anche coloro che rimanendo fuori della Chiesa ortodossa vivono secondo la legge della coscienza.


Uno dei suoi oppositori è stato p. Daniil Syssoev (1974-2009), polemista dallo stile urtante e davvero combattivo contro tutte le religioni e in difesa della fede ortodossa. Autore di molti piccoli libri nel genere della teologia polemica, Syssoev ha acquistato la fama di nemico dell’islam per le sue accuse nei confronti dei musulmani, ciò che gli è costato la vita. Il suo libro “Il matrimonio con un musulmano” ha provocato una reazione particolarmente negativa. Nel 2009 all’età di 35 anni Syssoev è stato ucciso nella sua chiesa da uno sconosciuto. Un gruppuscolo islamista clandestino ha rivendicato la responsabilità della sua esecuzione.


Se facciamo una classifica, per forza schematica, dei teologi russi attuali, vediamo con chiarezza almeno tre campi: quello conservatore, quello ufficiale e quello liberale. Da una parte vediamo una corrente di pensiero per la quale qualsiasi novità, non sola dogmatica o rituale, ma anche per lo stile del pensiero, è percepita come un tentativo criminoso di distruggere la purezza dell’Ortodossia. Esiste, per esempio, un sito internet abbastanza popolare “Antimodernism.ru” che contiene una critica assai aspra nei confronti di tutti teologi ed i pensatori ortodossi, dalla fine del XIX secolo fino ad oggi, cominciando da Dostoevskij e concludendo – chiedo scusa per il contesto poco modesto – con l’autore di queste righe. Questo sito che svolge un ruolo di “Inquisitore virtuale” si trova in aperta opposizione con la “linea generale” del Patriarcato di Mosca. Dall’altra parte c’era radio “Sofia” che, prima della sua chiusura per mancanza di finanziamenti, qualche anno fa poteva offrire la possibilità di predicare a pubblicisti e a teologi di stampo liberale, come p. Vladimir Lapšin, p. Ivan Sviridov, p. A.Borissov ed altri. Il termine “liberale” non ha lo stesso significato in Russia e in Occidente. “Liberale” nel contesto ecclesiastico russo significa, spesso, semplicemente “evangelico”.

Un autore di questo orientamento e spirito che si è distinto è stato, senza dubbio, p. Georguj Cistiakov (1953-2007), conosciuto in Italia grazie alle sue pubblicazioni e ai suoi interventi, ma anche per la sua amicizia con Giovanni Paolo II. All’Italia p. Cistiakov ha dedicato un bellissimo libro, “All’ombra di Roma” che esprime l’amore, anche un po’ romantico, così tipico dei russi per “la città eterna”. P. Cistiakov era e rimane ancora oggi, 5 anni dopo la sua morte, una figura di spicco nel panorama teologico russo, conosciuto come autore di meditazioni spirituali sul Vangelo e sulla preghiera. Padre spirituale di moltissimi cristiani convertiti, a lui faceva capo un gruppo di volontari che lavorava presso l’Ospedale Pediatrico di Mosca. Questo gruppo fu ispirato e organizzato da un grande missionario, lo storico delle religioni e scrittore p. Alexandr Men’ (1935-1990), poco prima di subire la sua morte da martire.


Come apologeta e filosofo della religione è diventato noto p. Pavel Velikanov (1971), vice-rettore dell’Accademia Teologica di Mosca, autore dei libri “Assiomi della fede” e “Scuola della fede”. Questo ultimo libro ha avuto una tiratura di massa. Velikanov è conosciuto soprattutto come caporedattore del portale Bogoslov.ru (che significa Teologo), un sito molto aperto, serio ed ecumenico. È da poco che ha organizzato anche la radio teologica “Bogoslov”.

Nell’ambito della teologia apologetica al confine con la filosofia lavora p. Georghij Zaverscinskij (1961), che si occupa di teologia del dialogo – vista come immagine dell’essere dell’uomo e fondamento della fede.

Una nuova strada della teologia eucaristica è proposta dal filosofo ucraino russofono A. Filonenko (1968), che ha pubblicato qualche articolo interessante sulla teologia della comunione L’esistenza umana porta dentro di sé un grande deposito della gratitudine – che può diventare il fondamento della nuova antropologia eucaristica.

Sul crocevia della fisica e della teologia ha lavorato p. Leonid Tsypin (1945-2008) che nei libri “Che cosa sono i giorni della creazione?” e “Universo, Cosmo, Vita» (2007) – “i tre primi giorni della creazione”, espone un commento teologico e scientifico del racconto biblico della creazione del mondo. Sulla base dei commenti patristici e dei dati della fisica contemporanea l’autore, scienziato secondo la sua formazione iniziale, offre la propria visione dei primi giorni del mondo, come gradini nell’ascensione al Regno di Dio dell’ottavo giorno.

Se torniamo ai problemi sociali ed ecclesiologici dobbiamo segnalare il nome di Pietr Mescerinov (1962), igumeno nel monastero Danilov a Mosca (musicologo di formazione) che da un articolo all’altro, da un libro all’altro insiste sul rinnovamento dell’ecclesiologia ortodossa alla luce del proprio cristocentrismo, nel concetto dell’ecclesia come vita in Cristo e come risposta alla sfida del tempo. Il problema si pone perché nella Chiesa russa, secondo Mescerinov, esiste una tentazione pericolosa della confusione della mitica “Santa Rus’” con il Regno di Dio, della vita del popolo nella sua dimensione terrena con il mistero dell’essere ecclesiale e la vita in Cristo, che si trova sopra le categorie di questo mondo. Per questa riflessione del ritorno permanente allo spirito evangelico Mescerinov ha una reputazione un po’ modernista.


Accanto al suo nome bisogna ricordare un altro, quello del p. Georguj Mitrofanov (1957), professore di storia della Chiesa Russa nell’Accademia Teologica di S. Pietroburgo. Il suo campo di ricerca è concentrato su problemi storici, ma attualissimi per i giorni di oggi. La storia della Chiesa è vista da lui come problema teologico perché esprime ciò che la Chiesa pensa di se stessa. Mitrofanov ha acquistato una notorietà un po’ scandalosa dopo la pubblicazione di alcuni suoi libri dove egli parla del periodo sovietico, soprattutto quello staliniano, come della più grande “Tragedia della Russia” (titolo di uno di suoi libri) e che la resistenza, anche armata, a questo regime potrebbe essere capita e giustificata. Questo punto di vista, naturalmente, non corrisponde a quello ufficialmente riconosciuto dalla Chiesa poiché pur condannando a parole questo regime, la Chiesa, umanamente, ma anche ideologicamente, rimane legata a quel periodo della sua storia.


Fra gli storici più conosciuti e fecondi bisogna nominare il professore dell’Università Umanistica di S. Pietroburgo M. Šcarovskij (1961), autore di più di 30 libri sulla storia della Chiesa Russa nel XX secolo, nei sui vari aspetti e conosciuto anche in Italia, grazie alle traduzioni delle sue pubblicazioni.


Come teologo che lavora anche nel campo della storia bisogna nominare inoltre Michail Babkin (1967) autore del voluminoso libro di ricerca “Il sacerdozio e il regno. La Russia all’inizio del XX secolo fino al 1918, che parla della crisi della sinfonia bizantina, fra regno sacro e Chiesa, avvenuta alle soglie della Rivoluzione Russa. Ciò che produce questa ricerca sulla storia recente è la nostalgia per questa sinfonia che vive ancora nella memoria di tanti ortodossi russi.


Dobbiamo anche segnalare altri teologi. Prima di tutto p. Vladislav Svešnikov (1937) e p. Platon Igumnov (1946), professori dell’Accademia teologica di Mosca, che lavorano nel campo dell’etica ortodossa e che hanno pubblicato dei corsi sistematici per questa materia.


In questi ultimi anni sono uscite molte pubblicazioni dedicate all’arte dell’icona. Le più originale tra esse appartengono a Irina Yazykova (1957), docente dell’Istituto Biblico-Teologico Sant’Andrea di Mosca, che è riuscita a formulare una teologia dell’icona come creazione comune di Dio e dell’uomo. Yazykova studia non soltanto le icone create nei secoli passati, ma anche quelle contemporanee, del XXI secolo.


Torniamo ancora una volta all’esperienza del martirio che ha colpito nel XX secolo tanti milioni di esseri umani. Sono pochissimi tra di loro (non nella cifra assoluta che conta decine di migliaia, ma nei confronti del numero totale delle vittime dell’Olocausto e dei Gulag) coloro che erano cristiani e che possono essere chiamati martiri nel senso classico del significato (che hanno sacrificato la propria vita per la fede). Questo sacrificio anonimo ha dato origine all’originale teologia del martirio innocente, condiviso nell’umanità di Cristo e che include tutto il genere umano. Questa teologia è sviluppata dalla biblista Anna Šmaina-Velicanova (1955). Se i martiri classici portavano e portano anche oggi la testimonianza della divinità di Cristo, i nuovi martiri anonimi, per il fatto della loro sofferenza senza resistenza, partecipano al mistero dell’umanità di Cristo.

Concludiamo la nostra brevissima digressione nel campo teologico russo con il campo biblico. Un anno fa è uscita la nuova traduzione della Bibbia in russo, effettuata da un’equipe dei biblisti professionali, tra cui vorrei nominare Andrei Desnitskij (1968), autore di molti libri esegetici e pubblicistici, ma anche p. Leonid Guirliches (1955), professore di Vecchio Testamento nell’Accademia Teologica di Mosca, traduttore e anche originale poeta-salmodista.

Naturalmente, questo nostro sguardo non può abbracciare tutti ed il nostro elenco non è completo. La vita va avanti, ed il pensiero teologico nasce non nel vuoto, ma nel suo ambiente nutritivo, nella sua “esistenza teologica”, che le comunica la vita e la forza. In Russia, dopo tanti anni di forzato intervallo, quest’ambiente, secondo me, si trova in una feconda fase di formazione.

Vladimir Zelinskij

 

Ultima modifica Sabato 06 Ottobre 2012 10:40
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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