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Lunedì 11 Gennaio 2021 17:06

Donne in silenzio nelle assemblee? Ipotesi per una spiegazione In evidenza

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Da: II° Il pensiero di Paolo sulle donne

prof. Dario Vota

Le tensioni e le contraddizioni rilevate impediscono di interpretare 1Cor 14,33b-38 nel senso dell'imposizione del silenzio alle donne nelle assemblee cristiane. Bisogna cercare un'altra spiegazione, che superi:

- in generale, il contrasto con l'affermazione di Gal 3,26-28 e con la prassi apostolica di Paolo;

- in particolare, l'evidente contraddizione con 1Cor 11 (testo incentrato proprio sul prendere la parola nelle assemblee).

Già nell'antichità si ebbe difficoltà con 1Cor 14,33b-38 soprattutto per il contrasto con 1Cor 11: trovando un testo che imponeva alle donne il silenzio nel culto e trovandone un altro dello stesso autore (e nella stessa lettera!) che sosteneva la parità uomo-donna nel profetizzare, bisognava per forza di cose accoglierne uno come basilare e dare per l'altro qualche spiegazione ragionevole che lo armonizzasse con il primo e che impedisse di ritenere Paolo contraddittorio. Anche gli studiosi moderni si sono posti di fronte allo stesso problema e hanno formulato varie ipotesi, che può essere utile sintetizzare per avere un quadro del dibattito e valutare quale spiegazione può essere più motivata e accettabile.

 

1. Paolo chiederebbe alla donna un silenzio parziale o totale.

Rientrano in questo ambito di interpretazione varie ipotesi che, se pure diverse tra loro, sono accomunate dall'accettare come spiegazione corretta l'intenzione di Paolo di imporre alle donne un silenzio più o meno netto o mitigato. In sintesi:

- il contrasto di 1Cor 14 con 1Cor 11 non sarebbe tale, perché Paolo intenderebbe stroncare un abuso (la donna che profetizza) da lui riferito in 1Cor 11 ma non approvato, o revocare ciò che prima aveva concesso a malincuore;

- la concessione alla donna del diritto di profetizzare in 1Cor 11 sarebbe solo una pura ipotesi di Paolo, mentre 1Cor 14 rappresenterebbe la sua vera presa di posizione;

- Paolo chiederebbe alla donna un silenzio parziale: profetizzare a casa sua, non nelle assemblee;

- la donna può profetizzare, ma non a scapito dell'ordine comunitario;

- il diritto di profetizzare sarebbe concesso in 1Cor 11 alle predicatrici, mentre in 1Cor 14 sarebbe chiesto il silenzio alle donne sprovviste di particolari carismi o incarichi;

- Paolo non proibirebbe la profezia ma il dare istruzioni;

- Paolo intenderebbe rimproverare e proibire il fare domande in pubblico e il chiacchiericcio femminile.

Tutte queste ipotesi mostrano, in sostanza, che di fronte ai due testi discordanti – uno che sostiene la profezia femminile (1Cor 11) e l'altro che vieta alle donne di parlare nelle adunanze (1Cor 11) – molti interpreti moderni hanno scelto di accogliere il divieto e di ridimensionare in un modo o in un altro il primo testo, togliendogli di fatto valore; ma lo hanno fatto con ipotesi forzate e in certi casi anche francamente stravaganti.

Ma sono tentativi di spiegazione che si infrangono di fronte a un dato di fatto basilare: in 1Cor 11,5 Paolo parla della donna e di ciò che la donna può fare nell'assemblea con le stesse parole con cui parla dell'uomo, per cui non è possibile negare nulla alla donna che poi non si debba negare anche all'uomo; e non ha senso che in 1Cor 11 Paolo imponga alla profetessa cristiana di acconciarsi in modo appropriato se poi in 1Cor 14 vuole negare alla donna ogni diritto di parlare; non si spiega perché il ragionamento di Paolo dovrebbe essere così contraddittorio da mettere in contrasto due cose dette nello stesso discorso.

Quanto al profetizzare a casa e non nelle assemblee, non c'è neanche una parola nel testo che giustifichi questa ipotesi. Ma che senso avrebbe profetare in casa a solo beneficio di se stesse o al massimo dei famigliari presenti? La profezia esiste solo nella comunità e a favore della comunità, come afferma Paolo in 14,5 (perché l'assemblea ne riceva edificazione). Appare perciò assurdo pensare che Paolo impedisca alla donna di profetizzare in pubblico lasciandole la consolazione di farlo a casa sua in privato.

Profetizzare sì, ma non a scapito dell'ordine comunitario? Secondo alcuni Paolo chiede alle donne di stare in silenzio per evitare confusione e disordine nelle riunioni. Ma perché non far tacere anche gli uomini? Non è pensabile che Paolo anteponga l'ordine a spese delle donne, se prima (1Cor 11,5) ha riconosciuto apertamente il diritto femminile di pregare e profetizzare in pubblico durante le adunanze.

L'ipotesi secondo cui Paolo non proibirebbe la profezia ma il dare istruzioni, appare una spiegazione veramente misogina. La donna potrebbe parlare solamente quando ispirata dall'alto, ma non potrebbe aprire bocca per parlare di suo, ad esempio offrire riflessioni spirituali, spiegazioni e commenti. Non si capisce perché l'energia spirituale di Dio dovrebbe ispirare una persona ritenuta indegna di esprimere cose spirituali con parole sue. Il buon senso e anche il buon gusto fanno respingere decisamente questa incredibile interpretazione.

Quanto poi al chiacchierare, non si capisce perché mai solo le domande o il chiacchiericcio delle donne disturbino l'assemblea, e non anche quelli degli uomini. E poi perché Paolo dovrebbe concedere il più (il profetizzare) e negare il meno (il fare domande per istruirsi)?

Tutte queste interpretazioni tradizionali non sono sostenibili: i tentativi di conciliare l'apparente incongruenza tra due affermazioni (la contemporanea presenza dell'approvazione della profezia femminile in 1Cor 11 e dell'imposizione del silenzio alle donne in 1Cor 14) si rivelano deboli e difettosi.

 

2. Il passo sul silenzio della donna non sarebbe stato scritto da Paolo.

C'è anche il tentativo di spiegare la contrapposizione dei due passi paolini ricorrendo all'ipotesi che il testo genuino di Paolo sia stato corrotto già nell'antichità dagli scribi che lo ricopiarono.

Alcuni studiosi hanno avanzato l'ipotesi dell'interpolazione: già nell'antichità, per avversione al protagonismo femminile, uno scriba dalla mentalità maschilista, nel trascrivere copia della lettera, avrebbe composto di suo il passo sull'imposizione del silenzio alle donne e lo avrebbe inserito nella lettera, e la successiva tradizione manoscritta avrebbe trasmesso al futuro anche questo passo come originario della lettera.

Vicina a questa è l'ipotesi che si sia trattato dapprima di una semplice glossa (un'annotazione), posta da qualche scriba a margine del testo autentico ed entrata poi a fare parte della lettera.

Sono ipotesi – che negano entrambe l'autenticità paolina del passo in questione – che godono di un certo consenso in alcuni ambiti di studiosi. Le ragioni portate a sostegno sono:

- la contraddizione con 1Cor 11,5;

- l'estraneità del tema del silenzio delle donne al contesto di 1Cor 14;

- il linguaggio non paolino (il richiamo alla legge come norma comportamentale è impensabile in Paolo);

- l'incompatibilità con Gal 3,28;

- il contrasto con la prassi di Paolo che dava grande spazio alla collaborazione femminile;

- la rottura dello scorrere del discorso che l'inserimento del passo sembra provocare.

A sfavore dell'ipotesi sta il fatto che il passo che si suppone interpolato non manca in alcun manoscritto, esso è presente fin dal manoscritto più antico che riporta la lettera, il papiro P46.

 

3. Paolo si opporrebbe a dei maschilisti di Corinto.

Un'altra spiegazione è quella secondo cui l'imposizione del silenzio alle donne è da attribuire non a Paolo ma a un gruppo di corinzi di mentalità maschilista, provenienti dal giudaismo, che si sarebbero richiamati alla consuetudine vigente nelle sinagoghe ebraiche, ripresa e prolungata nelle Chiese giudeo-cristiane, e alla Legge mosaica (cui Paolo non si sarebbe certo richiamato, soprattutto in campo disciplinare). Nei vv. 33b-35 Paolo citerebbe le loro parole e nel v. 36 Paolo reagirebbe a quella inaccettabile pretesa.

Questa spiegazione fu introdotto negli anni '20 del Novecento da una traduttrice biblica americana, Helen Barrett Montgomery, che tradusse il controverso passo paolino anteponendovi la frase "voi scrivete", riferendo così il divieto di parlare a degli uomini di Corinto e non a Paolo. In effetti, in 1Cor 7:1 Paolo fa proprio riferimento a uno scritto inviatogli tempo prima da dei corinti: "Riguardo a ciò che mi avete scritto ..."; e già all'inizio della lettera, in 1Cor 1,11 dice: "A vostro riguardo, fratelli, mi è stato riferito ... che tra voi vi sono discordie".

Più di recente, questa proposta è stata accolta, tra anni '80 e '90, da numerosi studiosi e commentatori di 1Cor; tra questi alcuni hanno corretto il "voi scrivete" in "voi dite", sulla base delle dicerie che giunsero agli orecchi di Paolo.

 

I principali argomenti portati a sostegno di quest'ipotesi sono:

- non è l'unica volta che Paolo, in questa stessa lettera, riporta parole di altri. a più riprese risponde a frasi dette da gente di Corinto, talvolta introducendole con una formula (1,12: Qualcuno di voi dice: "Io sono di Paolo", "Io invece sono di Apollo ...") e a volte, come sarebbe qui, senza introduzione (es. in 1Cor 6,12 e 10,23: "Tutto mi è lecito!". Sì ma non tutto giova. "Tutto mi è lecito!". Sì, ma non mi lascerò dominare da nulla);

- nel v. 36 (che, tradotto letteralmente, dice: Da voi è partita la parola di Dio? Voi soli ha raggiunto?) c'è un accusativo maschile plurale (μόνους, mònous = "soli, unici") che rimanda a interlocutori maschi. E' vero che grammaticalmente questo "unici" potrebbe includere tutti i corinti, ma non è così perché la frase di rimprovero non si adatta alle donne: dal contesto, infatti, non risulta che le donne volessero impedire agli uomini di parlare in pubblico; il rimprovero è piuttosto rivolto a qualcuno che ritiene di essere profeta o dotato di doni dello Spirito (v. 37), qualcuno cioè che, considerandosi profeta, voleva decidere chi poteva profetizzare e riteneva che le donne non potessero farlo. In sostanza, il versetto direbbe: «Forse che siete voi i fondatori della fede a Corinto (e non io)? Forse che la parola profetica giunge solo a voi (e non anche alle donne)?». Paolo, cioè, nei vv. 33b-35 citerebbe le parole di quei corinzi e nel v. 36 reagirebbe alla loro inaccettabile pretesa di imporre il silenzio alle donne;

- il v. 36 è tipicamente paolino con la sua doppia domanda retorica che stroncherebbe un argomento non condiviso da Paolo;

- il v. 36comincia con una particella spesso trascurata o non resa adeguatamente nelle traduzioni, ἤ (é), che oltre al significato di "forse che", può anche essere un'esclamazione di stupore o di rimprovero. Si potrebbe tradurre con "Che cosa?" o addirittura, mantenendo il suono greco, con "Eh?!", in cui c'è tutto lo stupore scandalizzato di Paolo. Cioè, dopo aver riportato le parole dei corinzi, Paolo prorompe in un'esclamazione indignata: pieno di sdegno, accusa quei corinzi di arrogarsi l'esclusività della parola di Dio, che appartiene invece a tutti, alle donne come agli uomini. Nella stessa 1Cor Paolo usa più volte la particella greca ἤ (é): "Eh!? Non sapete che gli ingiusti non erediteranno il regno di Dio?" (1Cor 6,9), "Eh?! Non sapete che chi si unisce ad una prostituta forma con essa un solo corpo?" (6,16), "Eh!? Non sapete che il vostro corpo di voi è tempio dello Spirito Santo che è in voi?" (6,19). L'uso sdegnato di questa particella avvalora l'idea che le parole precedenti non siano di Paolo.

Questa spiegazione, che ipotizza una frase maschilista che Paolo contrasterebbe, sembra preferibile alle altre, perché elimina da 1Cor 14 tutte le contraddizioni e riesce a dare ragione dei vv. 36-38.

Chi sarebbero questi maschilisti di Corinto che Paolo rimprovera? Ci sono due indizi nelle parole riferite a loro che possono indicarlo:

- l'espressione "le comunità dei santi" (v. 33), che non è paolina, ma rimanda piuttosto alla chiesa-madre di Gerusalemme e alle chiese della Giudea;

- il richiamo alla legge del v. 34: poiché la Legge come Toràh non presenta alcun comando sul silenzio della donna, il riferimento è evidentemente alla legge orale dei rabbini; tipicamente rabbinica è la formula "non è loro permesso". Infatti nelle sinagoghe le donne assistevano al culto stando in un luogo separato rispetto agli uomini e non era loro consentito di prendere la parola.

Evidentemente c'era a Corinto chi voleva imporre gli usi della sinagoga che concedevano la parola solo ai maschi.

In conclusione, sotto la spinta soprattutto di studiose e di studiosi che non ritengono accettabile l'interpretazione tradizionale di 1Cor 14 in quanto troppo condizionata da pregiudizi maschilisti di un tempo, la spiegazione di questo testo tende oggi a negare che Paolo abbia inteso imporre il silenzio alle donne nelle assemblee cristiane.

Non si tratta di attribuire a Paolo un femminismo che nei suoi testi non c'è, ma non si può attribuirgli un antifemminismo che ha cominciato a imporsi nelle comunità cristiane solo qualche decennio dopo di lui.

 

 

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II° - IL PENSIERO DI PAOLO SULLE DONNE

 

Ultima modifica Martedì 12 Gennaio 2021 10:16
Giorgio De Stefanis

Giorgio De Stefanis

Esperto di comunicazione e di Marketing.
Operatore di pastorale familiare

Responsabile Area Proposte di Esperienze Formative
Rubriche Cammini di esperienze di comunicazione, Storie di donne e di uomini