Martedì, 28 Settembre 2021
Mercoledì 30 Dicembre 2020 10:43

Quella mors turpissima crucis che il Padre non voleva. Capitolo 1 §4 (Marco Galloni) In evidenza

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La teoria della soddisfazione di Anselmo d’Aosta è spesso considerata un po’ come la madre di tutti gli equivoci in materia di soteriologia cristiana, la causa principale, se non addirittura l’unica, di ogni errore e fraintendimento.

§4. Il Padre assolto con formula piena?

Tra gli aspetti rimarchevoli del Cur Deus homo c’è senz’altro il tentativo di assolvere il Padre dalla responsabilità diretta nella morte del Figlio, il che – vista la nomea del trattato – è per certi versi sorprendente. In realtà il tentativo non manca di ambiguità, come vedremo. Anselmo emette la sentenza di assoluzione nei capitoli VIII, IX e X del libro I, quando spiega a Bosone come interpretare alcuni passi del Nuovo Testamento che, se letti superficialmente, possono generare il sospetto che la morte di Gesù sia voluta e pianificata da Dio. Ecco alcuni momenti salienti del dialogo tra Anselmo e Bosone:

 

«Bosone. [...] Accetto che non si attribuisca alla natura divina quello che si dice di Cristo secondo la debolezza dell’uomo. Ma come si potrà trovare giusto e ragionevole che Dio abbia trattato così, o permesso che fosse trattato così, quell’uomo che come Padre ha chiamato suo “Figlio diletto” in cui “si è compiaciuto” (cfr. Mt 3,17), e che come Figlio ha unito a se stesso? Quale giustizia è quella per cui si consegna alla morte per un peccatore l’uomo più giusto di tutti? Se un uomo condannasse un innocente per liberare un colpevole, non lo si giudicherebbe degno di condanna? La cosa sembra rinviare allo stesso inconveniente di prima. Difatti, se non ha potuto salvare i peccatori altrimenti che condannando un giusto, dov’è la sua misericordia? Se, al contrario, poteva ma non ha voluto, come difenderemo la sua sapienza e la sua giustizia?

 

Anselmo. Dio Padre non ha trattato quell’uomo nel modo in cui tu sembri intendere, e non ha consegnato alla morte un innocente per un colpevole. Egli infatti non lo ha costretto a morire controvoglia, e non ha permesso che fosse ucciso, ma lui stesso, di sua spontanea volontà, ha sopportato la morte per salvare gli uomini.

 

Bosone. Anche se non controvoglia, visto che ha acconsentito alla volontà del Padre, sembra tuttavia che in un certo modo lo abbia costretto, dandogli l’ordine [di morire]. Si dice infatti che il Cristo “umiliò se stesso, facendosi obbediente al Padre fino alla morte, e alla morte di croce; e per questo Dio lo ha esaltato” (Fil 2,8 – 9); e altrove: “Apprese l’obbedienza da ciò che patì” (Eb 5,8); e ancora: “il Padre non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi” (Rm 8,32). E il Figlio stesso dice: “Non sono venuto per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato” (Gv 6,38). E sul punto di andare alla passione dice: “Come mi ha comandato il Padre, così io faccio” (Gv 14,31). E similmente: “Non berrò il calice che il Padre mi ha dato?” (Gv 18,11). E altrove: “Padre, se è possibile, passi da me questo calice; tuttavia, non come voglio io, ma come vuoi tu” (Mt 26,39). E infine: “Padre, se questo calice non può passare senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà” (Mt 26,42). In tutti questi testi sembra che il Cristo abbia sofferto la morte più sotto la costrizione dell’obbedienza che per la disposizione di una libera volontà»[64].

 

Il dialogo prosegue nel capitolo IX, dove Anselmo fa notare a un perplesso Bosone la differenza tra le esigenze dell’obbedienza e le conseguenze, non volute dal Padre, che questa comporta:

 

«Anselmo. A quanto mi sembra, tu non distingui bene tra ciò che egli ha fatto per esigenza di obbedienza e ciò che gli è capitato di sopportare perché ha osservato l’obbedienza, senza che questa lo esigesse.


Bosone. Ho bisogno che tu lo esponga più chiaramente.


Anselmo. Perché i giudei lo hanno perseguitato fino alla morte?


Bosone. Per null’altro se non per il fatto che, vivendo e parlando, egli osservava fermamente l’obbedienza.


Anselmo. Questo, io penso, Dio esige da ogni creatura razionale, e questo essa deve a Dio per obbedienza.


Bosone. Occorre che noi lo riconosciamo.


Anselmo. Questa dunque è l’obbedienza che quell’uomo doveva a Dio Padre, l’umanità alla divinità, e questa il Padre esigeva da Lui.

 

Bosone. Nessuno ne dubita.

 

Anselmo. Ecco allora ciò che egli ha fatto per esigenza d’obbedienza.

 

Bosone. È vero. Vedo ormai ciò che gli è stato inflitto e che egli ha sopportato in quanto ha perseverato nell’obbedienza. Difatti gli è stata inflitta la morte, perché ha perseverato nella obbedienza, ed egli l’ha sopportata. Ma non capisco in che senso l’obbedienza non lo esiga.

 

Anselmo. Se l’uomo non avesse mai peccato, avrebbe dovuto subire la morte, o Dio avrebbe dovuto esigerla da lui?

 

Bosone. A quanto crediamo, né l’uomo sarebbe morto, né si sarebbe preteso da lui di morire, ma desidero ascoltarne da te la ragione.

 

Anselmo. Non neghi che la creatura razionale è stata creata giusta al fine di essere beata, godendo di Dio.

 

Bosone. No.

 

Anselmo. Allora non penserai mai che si addica a Dio di costringerla, dopo averla creata giusta in vista della beatitudine, ad essere infelice senza sua colpa. È infelicità, infatti, per l’uomo morire proprio malgrado.

 

Bosone. È chiaro che, se l’uomo non avesse peccato, Dio non avrebbe dovuto esigere da lui la morte.

 

Anselmo. Dio infatti non ha costretto il Cristo a morire, lui in cui non ci fu peccato. Ma egli stesso subì spontaneamente la morte, non per una obbedienza che gli imponesse di abbandonare la vita, ma per una obbedienza che richiedeva di custodire la giustizia, nella quale perseverò con tanta determinatezza da incorrere nella morte.

Si può anche dire che il Padre gli ha ordinato di morire, quando gli ha ordinato ciò per cui è andato incontro alla morte. Egli fa dunque “come il Padre” gli ha “comandato” (cfr. Gv 14,31), e ha bevuto “il calice che gli ha dato” (cfr. Gv 18,11), e si è fatto obbediente al Padre “fino alla morte” (cfr. Fil 2,8); così pure, “ha appreso l’obbedienza dalle cose che patì” (cfr. Eb 5,8), cioè ha appreso fin dove deve essere osservata l’obbedienza. Ora, l’espressione “ha appreso” può essere intesa in due modi. Essa è detta infatti o nel senso che egli ha fatto sì che altri apprendessero, o che ha appreso con l’esperienza quanto non ignorava per [propria] scienza. Quanto all’Apostolo, dopo aver detto “Ha umiliato se stesso, divenendo obbediente fino alla morte, e alla morte di croce” (Fil 2,8), ha aggiunto: “Per questo Dio lo ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni nome” (Fil 2,9), e ciò è simile a quanto detto da Davide: “Per via egli beve al torrente, perché ha innalzato la testa” (Sal 109,7).

Non è stato detto come se [il Cristo] non fosse mai stato in grado di giungere a tale esaltazione se non per questa obbedienza spinta fino alla morte, e come se simile esaltazione non gli fosse stata conferita se non come retribuzione di tale obbedienza, dato che anche prima di soffrire egli ha detto che “tutte le cose gli erano state date dal Padre” (cfr. Gv 16,15), e tutte le cose del Padre erano sue; ma perché egli stesso aveva disposto con il Padre e con lo Spirito Santo che avrebbe mostrato al mondo la sublimità della sua onnipotenza solo attraverso la morte. E, se era stato disposto che tale manifestazione avvenisse solo per mezzo di quella morte, quando si verifica per mezzo di essa, si dice senza inconvenienti che si verifica a causa di essa.

Supponiamo infatti di avere l’intenzione di fare qualcosa, ma ci proponiamo di fare prima un’altra cosa, per mezzo della quale essa viene compiuta. Una volta fatta quella che volevamo far precedere, se si verifica l’altra che avevamo l’intenzione di fare, giustamente noi diciamo: essa è stata fatta “per il motivo” che è stato fatto ciò per cui era stata differita, in quanto era stato deciso che si sarebbe verificata solo “per mezzo” dell’altra cosa. [...] Similmente [diciamo], è stato esaltato dopo la morte, come se questo avvenisse a causa di essa. Quanto poi a ciò che egli dice: “Non sono venuto a fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato” (Gv 6,38), l’espressione è simile a quest’altra: “La mia dottrina non è mia” (Gv 7,16). Difatti, ciò che uno non ha da sé ma da Dio, deve dirlo tanto suo quanto di Dio. [...] Il Cristo quindi non è venuto a fare la volontà propria, ma quella del Padre, perché la volontà giusta che aveva non veniva dall’umanità, ma dalla divinità. Che poi Dio non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per noi (cfr. Rm 8,32), altro non è che: non lo ha liberato. Nella Sacra Scrittura infatti si trovano molte espressioni simili. Lì dove si dice: “Padre, se è possibile passi da me questo calice; tuttavia non come voglio io, ma come vuoi tu” (Mt 26,39); e: “Se questo calice non può passare senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà” (Mt 26,42), con “la sua volontà” [il Cristo] indica il desiderio naturale di avere salva la vita, in virtù del quale la carne dell’uomo fuggiva il dolore della morte. Con “la volontà del Padre” poi non dice che il Padre avrebbe preferito nel Figlio la morte alla vita, ma che il Padre non voleva restaurare il genere umano, se un uomo non avesse compiuto un atto così grande com’era quella morte. E poiché la ragione non poteva chiedere ciò che nessun altro poteva dare, il Figlio dice che il Padre vuole la sua morte, per il motivo stesso che egli preferisce soffrire, piuttosto che lasciare l’umanità senza salvezza. Come se dicesse: poiché tu non vuoi che la riconciliazione del mondo avvenga diversamente, io dico che in questo modo tu vuoi la mia morte. [...] Il Padre dunque ha voluto la morte del Figlio in questo senso: non ha voluto che il mondo fosse salvato altrimenti che per questa morte con cui l’uomo avrebbe compiuto qualcosa di tanto grande, come ho detto. E, per il Figlio che voleva la salvezza degli uomini, questa offerta ebbe un valore tale – un altro non sarebbe stato in grado di farla – quale avrebbe avuto se il Padre gli avesso ordinato di morire. Di qui segue che “egli ha fatto come il Padre gli ha ordinato”, e ha bevuto “il calice” che “gli ha dato il Padre, obbedendo fino alla morte”»[65].

 

I dubbi e le domande di Bosone esprimono in particolare la posizione apologetica dei musulmani contro l’economia cristiana della croce: se Dio non ha potuto salvare i peccatori che condannando un giusto, come viene fatta salva la sua misericordia? Se invece poteva ma non ha voluto, come si potrà parlare di giustizia? Anselmo risponde, impegnandosi nell’ermeneutica di diversi testi biblici, che gli interlocutori musulmani sembrano ritenere che il Cristo abbia affrontato la passione perché costretto dall’obbedienza, più che per spontanea volontà. In realtà i capitoli IX e X mettono in luce il fatto che il Cristo ha scelto di morire in modo sovranamente libero. Servendosi anche di un’accurata analisi linguistica, Anselmo spiega a Bosone che il Dio-uomo non è stato obbligato a obbedire a un ordine del Padre che gli imponesse di morire, ma ha inteso osservare la giustizia con tanta perseveranza e determinatezza da affrontare persino la morte, e la morte di croce. Quest’ultima, inflittagli dagli uomini, è stata perciò la conseguenza della decisione libera di custodire la giustizia (serbare iustitiam), cioè di mantenersi in comunione con la volontà del Padre[66].

Il ragionamento di Anselmo sembrerebbe dunque scagionare completamente Dio Padre: non è sua volontà che il Figlio muoia sulla croce, ma quella morte arriva come conseguenza della scelta di Gesù di rimanere fedele fino in fondo alla volontà del Padre e alle esigenze di questa, che si chiamano amore, verità, giustizia... Tuttavia nelle argomentazioni di Anselmo restano delle ambiguità. Nel capitolo IX del I libro, per esempio, scrive: «[...] Perché egli stesso [Cristo] aveva disposto con il Padre e con lo Spirito Santo che avrebbe mostrato al mondo la sublimità della sua onnipotenza solo attraverso la morte. E, se era stato disposto che tale manifestazione avvenisse solo per mezzo di quella morte, quando si verifica per mezzo di essa, si dice senza inconvenienti che si verifica a causa di essa. [...] Il Padre dunque ha voluto la morte del Figlio in questo senso: non ha voluto che il mondo fosse salvato altrimenti che per questa morte con cui l’uomo avrebbe compiuto qualcosa di tanto grande, come ho detto»[67]. Prima Anselmo dice che la morte del Figlio non è voluta/richiesta da Dio ma è una conseguenza della scelta del Figlio di rimanere fino in fondo obbediente al Padre. Poi però afferma che la Trinità tutta intera ha deciso di mostrare al mondo la sublimità della propria onnipotenza attraverso la morte: anzi, attraverso quella morte. Occorre riconoscere che le accuse di contraddittorietà mosse alla teoria della soddisfazione da alcuni suoi critici non sono del tutto infondate.  L’arcivescovo di Canterbury sembra non tenere in alcuna considerazione la possibilità di alternative alla passione del Figlio, possibilità che si intravede invece nella parabola dei vignaioli omicidi (Mt 21,33 – 46; Mc 12,1 – 12; Lc 20,9 – 19), nel discorso sulla sapienza divina di 1 Cor 2,6ss e nel discorso di Pietro alla folla (At 2,14 – 36). Il Cristo, per Anselmo, doveva necessariamente morire, perché solo la morte di un Dio-uomo poteva riparare la gravità del peccato: questo è il nucleo, lo zoccolo duro della teoria della soddisfazione, e nello stesso tempo il suo punto più debole. Anselmo riprende la categoria della satisfactio dal diritto romano, ma le conferisce un significato infinitamente più esigente. Per il diritto romano «soddisfare» significava «fare abbastanza» (satis-facere), fare del proprio meglio per estinguere un debito: il creditore liberava il debitore dopo che questi aveva fatto tutto il possibile per restituire il dovuto, anche se magari non era riuscito nell’impresa. L’attenzione, insomma, era puntata sul debitore, non sul creditore. Per Anselmo è esattamente il contrario: la soddisfazione dev’essere adeguata al creditore, al quale occorre dare più di quanto ha perso; di qui la necessità che sia un Dio-uomo, e non semplicemente un uomo, a morire[68].    


[64] Anselmo D’Aosta, Perché un Dio uomo?Lettera sull’incarnazione del Verbo, introduzione, traduzione e note a cura di A. Orazzo, Città Nuova Editrice, Roma 2007, libro I, capitolo VIII, pp. 93 – 94.

[65] Ivi, pp. 94 - 98.

[66] Cfr. A. Orazzo, op. cit., note 22 e 23, pp. 93 e 98.

[67] Anselmo D’Aosta, Perché un Dio uomo?Lettera sull’incarnazione del Verbo, introduzione, traduzione e note a cura di A. Orazzo, Città Nuova Editrice, Roma 2007, libro I, capitolo IX, pp. 96 e 98.

[68] Cfr. N. Albanesi, op. cit., pp. 124 – 125.

 

Ultima modifica Mercoledì 30 Dicembre 2020 11:01
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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