Mercoledì, 17 Agosto 2022
Mondo Oggi - Ecclesiale
Mondo Oggi - Ecclesiale

Mondo Oggi - Ecclesiale (248)

Domenica 27 Aprile 2008 17:05

Analisi zoppa

Pubblicato da Stefano Blasi
Verso il Sinodo / I Lineamenta e la società africana

Nel documento mancano un’approfondita valutazione dell’impatto che il primo sinodo ha avuto sulla vita delle chiese e un serio esame della situazione presente. Il pericolo è che da valutazioni generiche scaturiscano visioni e proposte altrettanto generiche e inefficaci

Il primo capitolo dei Lineamenta del 2° Sinodo africano – “L’Africa all’alba del 21° secolo” – è forse il più debole dell’intero documento. L’analisi della situazione dell’Africa odierna elenca “alcune evoluzioni positive” (6-7) e “alcuni sviluppi negativi” (8) avvenuti dopo la pubblicazione dell’esortazione apostolica Ecclesia in Africa (1995), identifica “alcune priorità a livello socio-politico, socio-economico e socio-culturale” (10-23), esamina il ruolo che le religioni tradizionali africane, l’islam e le altre denominazioni cristiane possono dare “al servizio della riconciliazione, della pace e della giustizia in Africa” (24-29), e conclude con alcune impegnative domande e un primo abbozzo di risposta.
Nel capitolo ci sono 20 note di riferimento: 6 a discorsi e documenti papali, 11 ai Lineamenta, all’Instrumentum laboris e al documento finale del primo sinodo, 1 al sito Internet del Symposium delle conferenze episcopali di Africa e Madagascar, 1 all’annuario statistico della chiesa e 1 alla beata Elisabetta della Trinità, mistica francese morta all’inizio del secolo scorso.
Tutto il capitolo è una enumerazione ragionata di fatti e di grandi tendenze, senza, però, un vero tentativo d’interpretazione. Un mero elenco – neppure esaustivo – che potrebbe essere fatto senza difficoltà da un giornalista mediamente competente sui fatti africani. Sorprende la totale assenza di voci che non siano strettamente ecclesiastiche. Ed è su questo elenco di fatti e autocitazioni che sono sviluppate le prospettive teologiche dei capitoli successivi.
Se si vuole fare teologia e suggerire proposte di programmi pastorali che incidano, è necessaria un’attenta analisi della società africana odierna. Un sinodo, del resto, intende essere un momento di autocomprensione e di presa di coscienza delle situazioni di un dato momento in vista di un maggiore impegno nel futuro. In caso contrario, si rischia – come è successo con il primo sinodo – di produrre un documento finale che non sa provocare veri cambiamenti.
Un’approfondita valutazione dell’impatto che il primo sinodo ha avuto sulla vita delle chiesa e una seria analisi della situazione presente non sembrano essere state fra le priorità degli estensori dei nuovi Lineamenta. Forse questi hanno voluto lasciare il compito al sinodo stesso. Ma l’esperienza di simili precedenti assisi induce a dubitare che un lavoro del genere possa essere fatto in aula. Sta di fatto che da analisi generiche non potranno che scaturire visioni e proposte generiche e inefficaci.
Il successo della teologia della liberazione in America Latina è dovuto al fatto che essa è nata e fiorita da un’analisi della società ampiamente condivisa da comunità cristiane, congregazioni religiose e vescovi. Insomma, una riflessione con profonde radici nel popolo cristiano.
In Africa, invece, un’analisi della società e dei problemi odierni non è stata ancora proposta, tanto meno condivisa. Se si parla con i cristiani del Sud Sudan – da poco usciti da una guerra civile, ma tuttora a rischio di ricaderci – sorprende notare come la loro analisi socio-politica si rifà esclusivamente alle posizioni dell’Esercito di liberazione del popolo sudanese o di altri partiti. Non sono ancora capaci di formulare una propria visione della società che sia influenzata dalla fede cristiana: il messaggio evangelico viene “tirato in ballo” come cappello finale, senza alcuna efficacia storica.
 
La stessa cosa è balzata agli occhi durante la recente crisi del Kenya. In interviste alla radio si sono udite allucinanti dichiarazioni di cristiani: ammettevano di aver preso parte all’uccisione di persone o di aver bruciato le case di vicini per costringerli ad andarsene, affermavano di essere pentiti, ma s’affrettavano ad aggiungere che avrebbero rifatto le stesse cose se i vicini fossero tornati. La maggioranza dei cristiani kenyani è stata vittima di una esasperata interpretazione tribalistica dei fatti: non ha capito che tale interpretazione nascondeva una sporca guerra per il potere economico delle due parti in causa, né la presenza di forze esterne, guidate da interessi particolaristici. Un tragico scollamento fra vita e fede, questa seconda intesa solo come guida per opzioni morali personali.
Il nodo sta proprio nella mancanza di un’analisi sociale e di un “giudizio” cristiano condiviso sulla storia presente. Gli stessi leader religiosi spesso sembrano incapaci di vedere al di là del proprio angolino di mondo, troppo coinvolti nella loro piccola realtà tribale: avere una nipote che ha sposato un certo uomo politico può significare la possibilità di scorciatoie nelle pratiche burocratiche, non ricusando forme di corruzione (magari non a livello di mazzette, ma di scambi di favori e di silenzi colpevoli).
Se riteniamo indispensabile una presenza cristiana nel campo sociale, è necessario far crescere la consapevolezza dei problemi, delle ingiustizie, delle forze che sfruttano l’Africa solo come campo di battaglia.
In un recentissimo saggio, che ha il pregio di tentare di capire le ragioni delle guerre africane (L’Africa in guerra – I conflitti africani e la globalizzazione, Baldini Castoldi Dalai Ed., Milano, 2008), Alberto Sciortino scrive: «Le guerre africane, se non ci si vuole fermare agli aspetti apparenti e superficiali, sono interpretabili a tre livelli. Un primo livello è quello della lotta per la conquista del potere all’interno del ceto politico continentale: in questo senso la grande diffusione della conflittualità e la corruzione tra le classi dirigenti sono due aspetti degli stessi processi. Un secondo livello è quello del controllo dello sfruttamento delle risorse, spesso illegale anche se praticato dai governi: questo sistema economico implica la guerra come suo elemento costitutivo (...), modifica a proprio vantaggio l’intera struttura produttiva delle aree interessate e crea nuovi equilibri sociali che tendono a perpetuare i conflitti. Il terzo livello è quello degli interessi strategici delle potenze nel quadro dell’economia globalizzata, a cominciare dalla contesa per le risorse energetiche».
È un esempio – più o meno condivisibile – di un tentativo di capire. Sarebbe importante che il prossimo sinodo, dedicato non solo alla riconciliazione, ma anche alla giustizia e alla pace, ci regalasse una visione condivisa di quello che avviene in Africa e di come potremmo reagire come cristiani. Se è troppo chiedere questo, si potrebbe almeno cominciare a muoversi in quella direzione, avviando un processo che renda i cristiani africani attori più informati e consapevoli della storia odierna

di Renato Kizito Sesana
Nigrizia – Aprile 2008
Domenica 20 Aprile 2008 19:52

FEDELI AGLI OPPRESSI

Pubblicato da Stefano Blasi
Teologia della liberazione: ancora anima e cuore della chiesa latino-americana

L’opzione della chiesa per i poveri non perde la sua attualità in un subcontinente con oltre 200 milioni di diseredati. Il Vaticano “corregge” il documento finale dei vescovi riuniti nella conferenza di aparecida lo scorso maggio. Ma il destino delle cose non dipende dal destino delle parole. Molto prima che esistesse la teologia della liberazione, esisteva un Dio dell’esodo, che ascolta il grido degli oppressi e scende a liberarli.

José Comblin continua ostinatamente a inseguire il sogno di una chiesa povera fra i poveri. Il popolo di Dio nasce e cammina negli anfratti polverosi della storia, nelle aree metropolitane più sudice, caotiche e violente, dove vivono, lottano e sperano i dannati della terra. E qui che la Parola si è rivestita di un compito fondamentale: aiutare il povero a liberarsi dal giogo del potere che l’ha condannato a essere schiavo e non pienamente uomo. È qui che ha preso corpo la teologia della liberazione quarant’anni fa, quando il Concilio Vaticano II parlò di una chiesa che fosse talmente coraggiosa da fare la scelta preferenziale per i poveri, ossia mettesse davanti a tutto il “discorso della montagna” (Matteo 5-7) o il “sermone della pianura” (Luca 6, 17-49) di Gesù.
Non è un caso che la traduzione italiana dell’ultimo libro di Comblin, Il popolo di Dio (Servitium/Città aperta), sia uscita nei giorni in cui ad Aparecida do Norte, in Brasile, si riunivano i vescovi dell’America Latina per la 5a Assemblea dell’episcopato latino-americano e dei Caraibi (Celam) dal 13 al 31 maggio (2007, ndr). Il libro, pubblicato in Brasile nel 2002, è un manifesto corposo di una chiesa della speranza in America Latina. Il teologo si rivolgeva al Papa che sarebbe succeduto a Giovanni Paolo II (ancora non si poteva immaginare che sarebbe stato Joseph Ratzinger), perché tornasse ai principi che avevano reso importante il Concilio Vaticano II: «Non ci può essere un Vaticano III senza prima tornare al Vaticano II», scrive in avvio il teologo. Di qui, una lunga e corposa analisi sulla chiesa dei poveri, sulla fatica che molti teologi, vescovi, sacerdoti latino-americani hanno fatto per dare impulso a una teologia che potesse dare speranza agli sventurati, e sulle resistenze a questo cammino che, nel corso degli anni, sono venute dalle gerarchie, dagli ambienti più conservatori, dalle élite aristocratiche e dai poteri che hanno segnato la storia del continente.
Nonostante tutto, comunque, annotava Comblin, «la chiesa dei poveri sopravvive. È minoritaria, ma resiste. Non ha più posto tra le preoccupazioni della maggioranza del clero e dei movimenti. Ma essa è presente. La storia dimostra che la chiesa non può essere popolo di Dio, se non è chiesa dei poveri. I due termini sono assolutamente uniti»

LUCI E OMBRE
La stessa cosa vale per la teologia della liberazione, anima e cuore della chiesa dei poveri. Anche se ci sono sempre voci allarmanti che parlano di una sua lenta agonia, i sacerdoti che lavorano nelle comunità di base in Brasile, Argentina, Venezuela, Bolivia e Guatemala parlano di una situazione propizia per il “cristianesimo di liberazione” (come preferiscono dire), che s’inserisce in un clima culturale e politico che segna uno dei momenti di massimo splendore per l’America Latina. In un recente viaggio in Italia, il filosofo argentino Enrique Dussel ha affermato: «La teologia della liberazione è la trasposizione più fedele del Vangelo che sia stata mai pensata, perché la più vicina al popolo, non elaborata dall’alto, ma scaturita dal basso, perfettamente in linea con l’insegnamento di Gesù. La teologia della liberazione sarà sempre più il cuore del cristianesimo e il futuro della chiesa».
Pochi giorni prima della visita di Benedetto XVI in Brasile, mons. Pedro Casaldaliga, vescovo emerito di Sào Félix, Mato Grosso, Brasile, aveva dichiarato: «Credo fermamente che la teologia della liberazione continui a essere viva in molte menti, in molti testi e in molte comunità. Sono convinto che si stia rinnovando con nuovi apporti. Adesso, oltre ai poveri, la chiesa ha fatto propria anche la causa del nero, dell’indio, della donna».
Dall’assemblea del Celam i contenuti della teologia della liberazione sono stati espressi in maniera abbastanza chiara. Alcuni teologi hanno perfino esultato, perché il documento di Aparecida è molto più solido di quello dell’assemblea precedente di Santo Domingo (Repubblica Dominicana) del 1992. Clodovis Boff ha commentato: «Il documento di Aparecida è uno dei punti più alti del magistero della chiesa latino-americana e caraibica. Il testo ricupera quello che di meglio è stato elaborato dal Celam nelle assemblee precedenti. Il testo tocca il suo vertice quando parla di una fede viva in Cristo, affermando che l’amore di Dio si sperimenta, si annuncia e si progetta nella vita».
Più misurato il commento del biblista Marcelo Barros, che vi scorge luci e ombre. Secondo lui, il documento rispecchia una visione ecclesiocentrica e fortemente condizionata dalla gerarchia. Pur tuttavia, il testo sorprende positivamente. «Si torna al metodo di Medellfn (1968) - la prima assemblea che lanciò la teologia della liberazione in America Latina -, cioè al metodo del “vedere, giudicare, agire”; si parla espressamente di “scelta preferenziale per i poveri”; si hanno parole amiche per le comunità indie e nere. Il documento apre a questioni sociali, critica gli effetti perversi della globalizzazione, e fa chiare allusioni al debito estero, alla riforma agraria, alle migrazioni. Insiste, infine, sulla necessità di proteggere la biodiversità e si preoccupa del problema dell’acqua». Secondo Barros, le intenzioni positive del testo - che vanno comunque alimentate - sono succubi di una concezione ancora poco ecumenica e poco aperta al dialogo interreligioso.
João Batista Libânio, gesuita brasiliano, accoglie con entusiasmo il forte riferimento che il documento fa all’«incontro personale con Cristo all’interno della comunità e della chiesa», ma è stupito del fatto che, nonostante i temi teologici siano stati affrontati, il testo evita di parlare espressamente della teologia della liberazione, «come se essa non fosse esistita e non avesse portato un contributo originale all’interno del consesso teologico mondiale».
La teologa brasiliana Maria Clara Bingemer, invece, solleva il problema del laicato a cui non si darebbero prospettive concrete: «Il testo riproduce ancora un vecchio schema che vede la contrapposizione fra il clero e il laicato. Dunque, è chiaro in questo punto la distanza dalla teologia della liberazione che basava la sua visione sul concetto di popolo di Dio dove laicato e clero fossero uniti per cooperare alla realizzazione del Regno di Dio qui sulla terra».

NUOVI STILI DI VITA
Ermanno Allegri, missionario altoatesino, impegnato in Brasile e direttore dell’agenzia di stampa Adital, riassume così l’iter del documento finale di Aparecida: «Il testo è stato approvato con 134 voti a favore, due contrari e un’astensione. Si potrebbe parlare di grande consenso. Ma, rispetto all’originale, il testo presentato al Papa contiene ben duecento correzioni. La parte più manomessa e impoverita è proprio la parte che riguarda il lavoro delle comunità di base. È lecito chiedersi come mai la versione originale sia stata così ristrutturata, soprattutto nel capitolo che riguarda maggiormente la teologia della liberazione. Per fortuna, non di documenti vive l’uomo. E se è vero che il documento finale di Aparecida sarà per noi tutti la base e l’orientamento per il prossimo decennio, credo che il senso del nostro impegno, così come si è profilato in questi anni e come l’hanno contraddistinto molti sacerdoti e anche qualche vescovo, non verrà certamente inquinato. Anzi, sono convinto che prenderà ancora più vigore e forza, perché in America Latina o la teologia parte dalla base - ossia dalla condivisione delle miserie e aspettative della povera gente - o non parte affatto».
Tornando a Comblin, il commento che fa della conferenza è sostanzialmente positivo: «Essa rinnova l’opzione per i poveri. Non si tratta di una formula convenzionale. Il testo è preciso. Afferma, senza ombra di dubbio, che “si assume con nuova forza l’opzione per i poveri” (399), e usa per ben due volte la parola “liberazione”, che pareva ormai un termine proibito. Il documento conclusivo parla esplicitamente delle comunità ecclesiali di base (178-179). È vero che questa parte del documento è quella che ha subito maggiori correzioni da parte di Roma: il testo sottoposto dai vescovi era molto più incisivo. Ciononostante, il documento enuncia i frutti positivi delle comunità di base, riconoscendole come segno dell’opzione per i poveri. I vescovi avevano scritto: “Vogliamo decisamente riaffermare e dare nuovo impulso alla vita e alla missione profetica e santificatrice delle comunità di base, nella sequela missionaria di Gesù”. E ancora: “Sono state una delle grandi manifestazioni dello Spirito nella chiesa dell’America Latina dopo il Vaticano II” (194). Queste frasi sono state censurate e ora il testo risulta più debole. Anche altre correzioni vanno nello stesso senso. Ma il testo preparato dai vescovi esiste e può essere consultato. Dalla coscienza latino-americana esso è avvertito come più significativo di quello censurato».
Fortemente segnata dal dubbio, tuttavia, è la domanda che Comblin si pone circa il difficile passaggio dalla elaborazione teorica del documento di Aparecida alla vita pratica della chiesa nel suo diretto rapporto con il mondo: «Il progetto di Aparecida è talmente radicale che sorge un dubbio: chi realizzerà questo programma nella pratica? La storia mostra che tutti i cambiamenti profondi all’interno della chiesa sono stati realizzati da persone nuove, capaci di animare gruppi nuovi e di inventare nuovi stili di vita, sempre a partire da una scelta di vita caratterizzata dalla povertà. Nessun cambio significativo è mai stato attuato da coloro che occupano posti di comando e dalle strutture già instaurate, perché difficilmente riescono a uscire dai propri ruoli tradizionali». Pertanto, «chi sarà il traghettatore verso uno stile nuovo, sobrio, totalmente compromesso con le sorti del povero? Dove trovare i nuovi san Francesco? E dove sono i nuovi Domenico di Guzman?».

di Francesco Comina
Nigrizia/Novembre2007
L’appoggio logistico dati dai curdi agli americani nella guerra contro Saddam Hussein ha fatto del Nord dell’Iraq un’oasi di pace rispetto al resto del paese. Migliaia di profughi provenienti da Baghdad e da altre zone colpite dal conflitto cercano rifugio nel territorio amministrato dal Governi regionale curdo. Tra di essi molti cristiani. Problemi attuali e prospettive future nelle parola del vescovo di Amadhiya.
Monsignor Rabban Al Qas è dal 2001 vescovo della diocesi caldea di Amadhiya. Dal 2005 è anche amministratore della sede vescovile di Erbil, rimasta vacante dopo la morte del precedente titolare, mons. Yacoub Scher. Entrambe le diocesi che mons. Al Qas guida in Kurdistan, la zona settentrionale dell’Iraq, un’area a maggioranza curda, di fatto semindipendente dal governo centrale di Baghdad, e controllata dal Governo regionale curdo (Grc).
Il Kurdistan è anche la zona dove, specialmente negli ultimi tempi, si stanno rifugiando i cristiani iracheni che fuggono dalle violenze settarie che li vedono vittime prescelte di chi vorrebbe islamizzare il paese cancellando le minoranze non musulmane. I cristiani rifugiati in Kurdistan sono ormai decine di migliaia. Disperati, costretti a lasciare le proprie case senza portare via nulla, disoccupati e terrorizzati arrivano al nord e cercano nella chiesa l’aiuto morale e materiale di cui hanno bisogno.
Approfittando di una sua breve visita in Italia, abbiamo rivolto a proposito alcune domande a mons. Al Qas.


Che difficoltà pratiche affronta un vescovo che da tempo gestisce due diocesi, una delle quali – Erbil - accoglie la maggioranza dei cristiani che fuggono dai centro e dai sud dell’Iraq?
Difficoltà legate non solo all’ingente flusso migratorio, ma soprattutto al fatto che la maggior parte di chi cerca rifugio nel nord è in condizione di estrema povertà, non ha nulla, neanche una casa. In questo senso l’aiuto ci è arrivato dal Crc attraverso il suo ministro delle finanze, Sarkis Aghajan. Ogni famiglia riceve dai 100 ai 150 dollari al mese e sono in costruzione molte case per ospitarle. I cristiani sono benvenuti e per quanto riguarda Ankawa, cittadina  vicino a Erbil, ad esempio, è volontà del governo che essa mantenga la sua caratteristica di essere un centro della cristianità. Il Grc vuoli fare di Ankawa una città moderna e sa molto bene che i cristiani, grazie alla loro professionalità, possono tornare molto utili.

In genere le migrazioni di massa, specialmente se concentrate in un lasso di tempo breve, sono causa di tensioni sociali tra i vecchi abitanti della zona e i nuovi arrivati. Succede così anche in Kurdistan tra antichi abitanti e nuovi arrivati dal centro e dal sud del paese?
Non parlerei di tensioni sociali, ma sempre e solo di difficoltà economiche. Le persone che scappano nel nord sanno che si tratta di una situazione temporanea e non potrebbe essere altrimenti, visto che non si può provvedere a tutti. Così, ad esempio, un medico, che magari a Baghdad poteva arrivare a guadagnare 500 dollari al mese, qui ne guadagnerà 150 a fronte di prezzi molto alti. La povertà è un problema che riguarda i cristiani ed anche gli arabi musulmani, specialmente d’inverno quando il prezzo di un barile di petrolio da 200 litri sale a 150/170 dollari quando prima costava un solo dollaro. L’embargo che c’era sotto Saddam è ora diventato l’embargo attuato dalla Turchia, che raffina il nostro petrolio e poi ce lo rivende a prezzo altissimo.

Perché questa emigrazione verso il Kurdistan?
Il problema è la mancanza di sicurezza nel resto dell’Iraq. Agli inizi degli anni ’60 molti abitanti del nord si trasferirono nelle grandi città, a Baghdad o Mosul, e a metà degli anni ‘70 altri iniziarono a emigrare verso l’estero; ora molte di quelle famiglie sono costrette a lasciare i luoghi dove hanno vissuto per decenni per sfuggire alla morte. Molti sono fuggiti anche in Siria, Giordania e Turchia, ma la maggior parte arriva nel Kurdistan, dove il Crc sta facendo costruire per loro dei nuovi villaggi. Nella diocesi di Amadhiya, ad esempio, sono state costruite più di 800 case per accogliere i profughi. Le abitazioni vengono consegnate «chiavi in mano».Questa è la soluzione giusta perché i cristiani rimangano in Kurdistan, in Iraq.

Il Grc nell’ultimo anno ha iniziato ad appoggiare l’idea di una regione amministrativa cristiana sotto il suo controllo, può spiegare di che cosa si tratta?
I cristiani non vogliono l’autonomia per lasciare l’Iraq o il Kurdistan. Ciò che vogliono è un’autonomia amministrativa e non politica. La regione di Ninive, per la quale si chiede tale tipo di autonomia e che ospita villaggi cristiani, curdi e a maggioranza yazida, non fa geograficamente parte dei Kurdistan, anche se a mio parere dovrebbe esserlo. In questi tempi difficili i cristiani sono più vicini ai curdi che agli arabi. Prendiamo ad esempio la città di Mosul: le chiese bruciate, i sacerdoti uccisi, le violenze compiute contro i cristiani. Come potrebbero questi desiderare di tornare a viverci?
Molti cristiani vorrebbero vivere nella regione di Ninive, dove godrebbero della libertà che è ora loro negata, ma non hanno un esercito per difendersi e per questa ragione hanno bisogno della protezione dei curdi. Essi non vorrebbero lasciare le proprie case e desidererebbero essere cittadini come tutti gli altri; ma sanno che nella nuova costituzione irachena sono invece considerati come cittadini di seconda categoria.
In Kurdistan è diverso; ora che si sta stilando la costituzione regionale io stesso ho chiesto che dai documenti sparisca l’indicazione della religione del titolare e che si cancelli la legge dell’epoca di Saddam, per la quale i figli di un cristiano o di una cristiana convertito/a all’Islam vengono automaticamente e immediatamente considerati e registrati come musulmani.
Nel maggio 2006 il presidente del Kurdistan, Masoud Balzani, ha promesso al nostro patriarca di cancellare ogni punto della costituzione contro i cristiani. La situazione del Kurdistan è molto diversa da quella di Baghdad, noi siamo liberi di parlare, la stampa è libera; a natale ben tre canali televisivi, due curdi e uno cristiano, hanno diffuso in diretta le sante messe. Durante la mia omelia di natale ho detto che Gesù non è venuto solo per i cristiani, ma per tutto il mondo, una cosa che prima non era possibile dire e che purtroppo non lo è ancora nelle altre zone del paese.

Che contatti ci sono tra Kurdistan, chiesa e resto del mondo?
La collaborazione tra l’estero e i kurdistani – è così che si chiamano gli abitanti del Kurdistan – è ottima dal punto di vista economico. Il Grc è libero di stilare contratti e fare affari, e anche le infrastrutture lo permettono, visto che ci sono due aeroporti che collegano il Kurdistan con l’estero: quello di Sulemainiya e quello di Erbil che è in fase di ampliamento.
Come ha detto il primo ministro, Nechirvan Balzani, il Kurdistan può diventare un nuovo Dubai, dove sviluppare gli affari e l’economia.
Le relazioni con la chiesa esterna all’Iraq avvengono tramite la nunziatura apostolica di Baghdad, attraverso la quale ci arrivano, ad esempio, le notizie da Roma, i messaggi del santo padre e l’Osservatore Romano, ma non ci sono contatti diretti. Personalmente, continuo a esprimere, anche a nome di altri vescovi del nord Iraq, il desiderio che tali legami si intensifichino e diventino diretti, ma solo epistolari.
Oggi come oggi la situazione della comunità cristiana irachena è molto confusa. A gennaio il Babel College, la facoltà di teologia cristiana, e il seminario maggiore caldeo sono stati trasferiti da Baghdad ad Ankawa per ragioni di sicurezza.

Questo potrebbe portare a uno spostamento del patriarcato da Baghdad a una sede più sicura?
Personalmente, credo che la collaborazione geografica della sede patriarcale non sia così importante. Essa deve essere dove sono i fedeli. Per ora sono state spostate queste due istituzioni, e il Grc ha anche concesso una vasta area dove costruire una casa per i religiosi. Se i cristiani dovessero sparire da Baghdad converrebbe spostare la sede patriarcale, ma per ora molti di essi vivono ancora nella capitale e dobbiamo essere ottimisti.

Come giudica la presenza della chiesa in Kurdistan?
Oltre al clero delle varie diocesi, si contano religiosi di vari ordini: i padri redentoristi belgi che vivono in Iraq da almeno 35 anni, domenicani e un gesuita americano che vive in Giordania e che viene ad Ankawa per insegnare. Cerchiamo di essere sensibili alle varie esigenze dei fedeli delle nostre comunità. Per esempio, molti cristiani che ora vivono in Kurdistan hanno vissuto per decenni lontano e, per questa ragione, non conoscono l’aramaico, che è la lingua ancestrale della maggioranza dei cristiani in Iraq ed è pure la lingua liturgica della chiesa caldea. Per questa ragione il venerdì c’è una messa in arabo per chi non capisce l’aramaico.
Pare strano che sia di venerdì e non di domenica, ma il venerdì è il giorno festivo islamico e siccome a questa messa partecipano anche fedeli che provengono da Mosul o da altre zone, cerchiamo di agevolarli facendo sì che possano approfittare del giorno festivo.

Se le forze internazionali se ne andassero dall’Iraq, ci sarebbero conseguenze per la popolazione cristiana e quali?
Questa è una domanda che bisogna rivolgere a George Bush e non a me che sono un vescovo. Per quanto riguarda il Kurdistan la zona è stata affidata alle truppe coreane, con le quali la collaborazione è stata ottima. Il Kurdistan ha il proprio esercito – i peshmerga – e non ha bisogno di essere difeso da altri.
Dai coreani quindi abbiamo avuto modo di imparare molte cose che senza dubbio saranno utili in futuro. Oggi la presenza americana in Kurdistan è minima e i soldati USA che vi risiedono dicono che per loro è come “essere in vacanza”. Hanno ragione, chiunque abbia vissuto a Baghdad sa che è così: là la guerra, in Kurdistan la pace.

di Luigia Storti
MC  Luglio-Agosto 2007


Laboratorio Kurdistan: un paese in formazione

Il Kurdistan iracheno, formato dai tre governatorati di Dohuk, Erbil e Sulaymaniyah, occupa la parte nord e nord-orientale del paese. Oltre ad essere un’entità geografica, il Kurdistan è anche, nella sua visione più ampia, un «sogno» politico del popolo curdo. Con il dissolvimento dell’impero ottomano, i curdi avevano creduto di poter ottenere un proprio stato, come era stato promesso loro con il «Trattato di Sèvres» del 1920. Gli interessi delle potenze europee e dei nascenti stati nazionali arabi, però, misero fine a quel sogno e il «Trattato di Losanna» del 1923 ne sancì l’appartenenza a quattro stati: Turchia, Iraq, Iran e Siria. Solo con la guerra all’Iraq del 2003 ha potuto assaporare per la prima volta una sorta di autogoverno riconosciuto, anche se non, per ora, indipendente.
Per quanto riguarda i curdi iracheni la loro storia è stata segnata da diverse lotte che li hanno opposti ai vari governi che si sono succeduti nel paese. Particolarmente aspra, è stata l’opposizione curda al regime baathista di Saddam Hussein, culminata con la «Campagna di Anfal» che, dal 1986 al 1988, portò alla morte di migliaia di curdi.
Nel 1991,dopo la sconfitta dell’Iraq nella prima guerra del Golfo, i curdi tentarono di ribellarsi al regime baathista, che reagì con una feroce repressione. A loro protezione venne varata l’operazione «Provide Comfort» che portò all’istituzione di una zona di interdizione al volo (no-fly zone) per gli aerei iracheni, a nord del 36° parallelo.
Grazie a questo ombrello protettivo, i curdi elessero, nel 1992, il primo parlamento regionale, i cui 105 seggi furono così assegnati: 5 ai cristiani, 50 al Partito democratico curdo (Pdk), guidato da Massoud Barzani, e 50 all’unione patriottica del Kurdistan (Puk), guidato da Jalai Talabani, attuale presidente dell’Iraq.
il governo curdo, però, durò solo due anni e da allora, per tutti gli anni Novanta, si succedettero varie lotte intestine, in cui si fronteggiarono militarmente i due maggiori partiti. Tali lotte causarono migliaia di morti e portarono la regione a una situazione di stallo, con il Kurdistan diviso in due zone di influenza: a ovest il Pdk e a est il Puk.
Al momento dell’invasione dell’Iraq del 2003 i curdi si rivelarono alleati preziosi degli usa e delle forze alleate, specialmente dopo il rifiuto dei governo turco di far transitare le truppe statunitensi per il proprio territorio. Nel gennaio del 2006 le due entità politiche curde si riunirono e, nel maggio dello stesso anno, diedero vita al Governo regionale curdo, con capitale Erbil (Hewlèr in curdo). Il governo ha come presidente Massoud Barzani e come primo ministro Nechirvan Barzani, e un parlamento regionale con i propri ministeri.
Per ora il Kurdistan, sebbene di fatto indipendente, fa parte della Repubblica irachena, anche se i suoi dirigenti continuano a invocarne la totale autonomia. Questa richiesta è però avversata sia dal governo centrale di Baghdad, sia dalla confinante Turchia. Quest’ultima, infatti, teme che anche i cittadini curdi che risiedono nei suoi confini siano tentati di richiedere autonomia e indipendenza; cosa che il governo di Ankara non è assolutamente disposto a concedere.
La relativa calma di cui il Kurdistan gode, e che ne ha fatto la terra di elezione per coloro che sfuggono alle violenze del centro e sud dell’Iraq, corre però il rischio di infrangersi. Alla fine del 2007, infatti, si dovrebbe tenere un referendum per decidere la sorte della città di Kirkuk, il capoluogo del governatorato di At-Ta’mim, attualmente facente parte della Repubblica irachena. Negli anni ‘90, questa città venne sottoposta dal regime di Saddam Hussein a una politica di «arabizzazione», che ne limitò la presenza curda e che di fatto ne mutò la composizione demografica. A partire dal 2003, invece, si è potuto assistere a un’opposta politica in favore della popolazione curda. Il referendum dovrebbe dare la possibilità ai suoi abitanti di scegliere se rimanere a far parte del governo centrale o essere ammessi a quello curdo, che ne vorrebbe addirittura fare la propria capitale. Il motivo di questo interesse speciale per Kirkuk è presto spiegato. Ai di là delle varie ragioni di ordine etnico, culturale, religioso o morale, bisogna ricondurre il discorso al cuore di tutti i problemi del paese: il petrolio, sui quale la città di Kirkuk letteralmente galleggia.
Lu.Sto.
Domenica 20 Aprile 2008 19:31

ASSIRI, SPERANZA DI DIALOGO

Pubblicato da Stefano Blasi
«Spero che potrà essere dato un nuovo impulso ai rapporti con la Chiesa assira d’Oriente». E’ quanto ha auspicato il cardinale Walter Kasper, presidente del Pontificio consiglio per l’unità dei cristiani, in occasione della visita del patriarca Mar Dinkha IV, leader di una tra le più piccole Chiese orientali «precalcedonesi», a Benedetto XVI lo scorso 21 giugno. Secondo il cardinale, infatti, «il dialogo è decisivo nella risoluzione della crisi in Medio Oriente». La Chiesa assira d’Oriente, che oggi conta circa 400 mila fedeli tra l’Iraq e la diaspora, risale ai tempi della prima espansione missionaria della Chiesa primitiva oltre i confini dell’Impero romano, verso la Mesopotamia.

Jesus / Agosto 2007
“In Guatemala abbiamo una situazione paradossale: il 95% dei guatemaltechi si considerano cattolici (o cristiani), ma abbiamo anche l’indice più alto di disuguaglianze nella ripartizione dei beni. Se cristianesimo significa condividere, come mai c’è questo altissimo divario tra  ricchi e poveri?”. Non usa mezzi termini monsignor Alvaro Leonel Ramazzini Imeri, vescovo di San Marcos, presidente della Conferenza episcopale del Guatemala, per descrivere la difficile situazione sociale del suo paese. Che si aggiunge a un dopoguerra che fatica a trovare un equilibrio tra esigenze della giustizia e della riconciliazione. E a una forte diffusione di violenza criminale e urbana.

Monsignor Ramazzini il Guatemala è un paese inquieto. Ancora tanta violenza, forti squilibri sociali. Perché?

Perché la vita non viene rispettata. Inoltre abbiamo una società molto conflittuale. La guerra vissuta per 36 anni ci ha condizionato in modo tale che non siamo più capaci di usare il dialogo e il ragionamento pacato per risolvere i nostri problemi. Ricorriamo alla forza, alla repressione, ai linciaggi. Io mi chiedo cosa facciamo, noi cristiani, per rispondere a questa violenza. Sul fronte sociale, c’è una disintegrazione molto forte della famiglia, a causa delle migrazioni in America del nord. Gli emigrati si creano nuove famiglie e credono di risolvere i problemi inviando soldi. Invece i bambini crescono da noi senza la presenza e la protezione dei padri. Questi segnali ci dicono che qualcosa non funziona a livello di pratica religiosa: molte persone cercano nella religione solo una sorta di guarigione alle malattie, ai loro problemi psicologici.

Un tema scottante è l’impunità dei protagonisti della guerra civile, La Chiesa può fare qualcosa?

Cerchiamo di fare qualcosa. Abbiamo uffici per i diritti umani che informano, formano, organizzano incontri per giustizia inefficiente, con giudici che si lasciano corrompere o che sono indifferenti, con processi che durano anni. È un problema serio: sappiamo che nelle istituzioni ci sono persone che hanno fatto cose molto gravi, ma continuano a vivere in tutta tranquillità. E le iniziative giudiziarie avviate in altri stati (Spagna, ndr) non funzionano perché si invoca il principio di sovranità del paese: li si ferma tutto, nonostante il Guatemala abbia ratificato accordi internazionali in materia. Non sono fiducioso in proposito.

Il 9 settembre (2007 ndr) in Guatemala si vota per le presidenziali. Tra i candidati c’è anche il premio nobel per la pace, Rigoberta Menchù, leader del movimento Indigeno. Che valore ha la sua candidatura?
È un buon segno, vuoI dire che c’è una maturazione politica all’interno dei popoli indigeni. Purtroppo in questo momento in Guatemala il movimento indigeno è molto disarticolato: le comunità non riescono ad agire insieme per raggiungere obiettivi comuni. Però temo che la candidatura della Menchù sia stata avanzata troppo in fretta. Avrebbe dovuto aspettare: negli ultimi anni è stata spesso fuori dal paese, di conseguenza la popolazione non la conosce abbastanza, soprattutto i giovani. In più non partecipa alle elezioni con un proprio partito, che sarebbe stato un fattore importante. Doveva cominciare a organizzare un partito a base indigena non esclusiva, ossia integrando altri settori sociali, e presentarsi alle prossime elezioni con una sua proposta. Spero di sbagliarmi, perché abbiamo bisogno di alternative, e un’alternativa dal mondo indigeno sarebbe interessante. Ma esercitare il potere è un lavoro di grandissima responsabilità, che richiede notevole preparazione, soprattutto in un mondo globalizzato, in cui la nostra economia dipende dagli altri e soggiace a pesanti condizionamenti esterni, soprattutto degli Stati Uniti.

Lei ha partecipato alla quinta Conferenza dell’episcopato latino-americano ad Aparecida, in Brasile, Quali frutti principali ha prodotto?
È andata molto bene. Abbiamo cercato di essere sinceri e obiettivi sui problemi più importanti della Chiesa e della società in America Latina. E’ stato molto importante riprendere il tema delle comunità ecclesiali di base e della scelta preferenziale ed evangelica per i poveri come esigenza da rivolgere all’intero popolo cristiano, compresi noi vescovi, per vivere davvero in atteggiamento di povertà, non rimanendo nella teoria. Abbiamo parlato anche della necessità di dichiararci in uno stato permanente di missione e pensare alla missione ad gentes, al di fuori delle nostre diocesi e paesi. In questo senso ci sono ottime aspettative. Ma saremo capaci di portare avanti questo impegno, o rimarranno parole sulla carta? E’ una sfida, credo ci sia la volontà di essere coerenti con gli impegni presi.

Di cosa ha bisogno oggi il cristianesimo in America Latina?
Bisogna tornare a ciò che è essenziale nella vita cristiana: essere discepolo e missionario. In molte occasioni siamo molto più attenti all’elemento istituzionale della Chiesa, ossia a non perdere fedeli e ad aumentare il numero dei battezzati, e dimentichiamo l’essenziale del cristianesimo. In America Latina e America del nord non è in crisi solo l’aspetto istituzionale della Chiesa, ma il cristianesimo stesso. Bisogna chiedersi quale pratica del cristianesimo conduciamo e proponiamo. Anche perché, se non ci fosse questa crisi, avremmo un continente con più pace, più giustizia, maggiore rispetto verso i migranti, e non contrasti e disuguaglianze tanto gravi.


di Patrizia Caiffa
Italia Caritas /Settembre 2007


Problemi sociali gravissimi dopo 36 anni di guerra civile
Il Guatemala, piccolo paese dell’America centrale, ha vissuto per 36 anni una guerra civile, finita con gli Accordi di pace del 1996, che ha lasciato dietro di sé 200 mila morti, soprattutto Indigeni discendenti dai maya, e un milione.e mezzo tra profughi, vedove, orfani e desaparecidos. Il  90% dei massacri sono stati compiuti dall’esercito, il resto dalla guerriglia. Rimane oggi un’eredità pesante di ingiustizie economiche e sociali a tutti i livelli, aggravata da una totale mancanza di giustizia nei confronti del responsabili dei crimini contro l’umanità, primo fra tutti l’ex generale dell’esercito Rios Montt, ancora coinvolto nella vita politica e in cariche istituzionali che gli assicurano l’impunità.
Anche la Chiesa ha avuto i suoi martiri, tra cui i 77 catechisti del Quiché, per i quali è in corso a livello diocesano la causa di canonizzazione. Il più famoso è stato però il vescovo monsignor Juan Gerardi Conedera, ausiliare di Città del Guatemala, ucciso il 26 aprile 1998, due giorni dopo aver presentato un rapporto della Chiesa sulle responsabilità e i crimini commessi durante il conflitto.
Il paese centramericano, che sarà chiamato alle urne a settembre per eleggere il nuovo presidente della repubblica, è un concentrato di gravi problemi sociali. Su 13 milioni di abitanti, l’80% vive al di sotto della soglia della povertà, il 13,5% con meno di 1 dollaro al giorno, mentre una ristretta oligarchia bianca detiene il potere economico e politico, il 22% della popolazione è malnutrito (il Guatemala è settimo tra i paesi con il più alto indice di denutrizione), la mortalità infantile è una delle più alte al mondo (43 ogni 1000 nati prima dei 5 anni), la sanità è troppo onerosa per i poveri, il tasso di analfabetismo è alto, migliaia sono i bambini di strada vittime di soprusi a Città del Guatemala, Violenza e criminalità continuano a fare registrare tassi elevatissimi: dal 2004 al 2006 sono stati commessi 2.400 omicidi.

L’impegno Caritas
La Chiesa in Guatemala ha svolto un ruolo significativo nel processo di pace. Oggi è molto impegnata nel settore sociale, negli ambiti dell’educazione, dello sviluppo e dei diritti umani appoggiando le comunità indigene e lavorando con i movimenti sociali .
Caritas Italiana sostiene alcuni progetti di Caritas Guatemala e di altri soggetti. La rete Caritas è anzitutto ancora impegnata nel programma di ricostruzione e riabilitazione, elaborato dopo le rovinose alluvioni causate, nell’ottobre 2005, dall’uragano Stan. Sostiene inoltre due progetti di recupero della memoria storica relativi a quanto accaduto durante la guerra civile, nella diocesi di San Marcos (progetto Remhi, in 29 municipi) e nella regione del Peten (progetto “Nuestra historia ldentidad futuro”, teso a ricostruire il tessuto comunitario dei popoli che convivono nella regione).
Insieme alla Pastorale sociale Caritas della diocesi di Verapaz, si lavora per il rafforzamento dell’azione sociale a favore delle comunità indigene, mentre a Cobàn viene sostenuto un centro di orientamento per donne.
Caritas Italiana infine, è presente in Guatemala con alcuni caschi bianchi e finanzia alcuni microprogetti.
Lunedì 10 Marzo 2008 15:38

RIPARTIAMO DAL BENE CHE C’È

Pubblicato da Stefano Blasi

Per quanto riguarda lo spettro degli
argomenti scelti e l’accuratezza con cui sono trattati, penso che i Lineamenta
per la Seconda assemblea speciale per l’Africa del sinodo dei vescovi siano
sufficientemente ampi e adeguatamente dettagliati, benché strutturati attorno a
tre sole aree principali: riconciliazione, giustizia e pace. Anche
l’intelaiatura teologica che sottostà ai tre temi è ugualmente comprensiva e
tale da offrire solide e profonde basi alla discussione: precisi sono i
parametri in fatto di cristologia, ecclesiologia, teologia dei sacramenti,
pastorale missionaria e spiritualità. In altre parole: ci è stato messo nelle
mani un documento ben fatto.

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I temi della giustizia e della pace sono
appropriati all’Africa odierna. E per le più svariate ragioni: storiche,
economiche, socio-politiche e culturali. I problemi più pressanti del
continente riguardano proprio questi due fondamentali valori. Onestà vuole,
però, che si ammetta che la storia mondiale è sempre stata crudele nei
confronti dell’Africa, anche se gli africani sono stati spesso la causa
strumentale delle loro sventure. Penso alla schiavitù, al colonialismo, al
neo-colonialismo (sotto forma di strutture economiche ingiuste che tendono a
perpetuare il circolo vizioso della povertà), al debito estero, ecc.

I Lineamenta descrivono l’odierna
situazione sociale, economica e politica dell’Africa con taglienti pennellate.
«Una delle sfide maggiori è il fallimento dello stato post-coloniale. Sarebbe
troppo semplicistico attribuire le ragioni di un tale insuccesso della politica
in Africa alla composizione plurietnica degli stati o ancora alle frontiere
artificiali ereditate dalla colonizzazione.

Al di là delle differenze e rivalità
etniche, esiste in effetti presso gli africani un’idea nazionale. Non sarebbe
altrimenti possibile spiegare l’attaccamento di ogni africano al proprio paese
e alla propria storia. La questione è sapere come trasformare la pluralità in
fattore positivo, costruttivo e non distruttivo (...) La sfida è quella del
buon governo e della formazione di una classe politica capace di recuperare il
meglio delle tradizioni ancestrali ed integrarlo ai principi di “efficienza di
governo” delle società moderne» (11).

Ancora: «In alcuni paesi africani
esistono tensioni sociali durature che bloccano il progresso, dando vita a
disordini politici e a conflitti armati. Il tribalismo, le dispute per le
frontiere e i tentativi di espansione conducono alle lotte armate, con un
pesante tributo in termini di vite umane, e all’esaurimento delle risorse
finanziarie. In alcune nazioni si assiste alla continua violazione dei diritti
fondamentali dell’uomo, con tutte le conseguenze che ne possono derivare. (...)
Fino a che non si arriverà alla creazione di stati di diritto, governati da
africani veramente democratici, c’è l’alto rischio che una tale situazione
possa ancora perdurare» (12).

Tutti gli africani sono consapevoli della
fondamentale “delinquenza” delle loro leadership politiche, della tendenza dei
loro presidenti e capi di governo ad atteggiarsi a semi-dei, della politica
discriminatoria messa in atto nei confronti di numerosi gruppi etnici, degli
innumerevoli colpi di stato... Tuttavia, ritengo di dover fare alcune
osservazioni riguardo al modo in cui i Lineamenta riassumono quanto è avvenuto
dal 1994 a oggi.

 

Analisi
economica da migliorare

Al termine della lettura del documento,
l’immagine che emerge dell’Africa e della sua chiesa appare alquanto negativa,
quasi che, a tredici anni dal primo sinodo, ad eccezione dell’aumento del
numero delle vocazioni sacerdotali e dei cattolici, non ci sia molto da
riportare come “passi positivi compiuti” dal continente, soprattutto dal punto
di vista socio-politico. È vero che il documento riconosce che «anche dal punto
di vista sociale, possiamo rilevare alcuni nuovi sviluppi» (7). Ma mi sarei
aspettato un’analisi più approfondita e più realista della situazione.

Non ci si può limitare a scrivere che
«nutriamo la speranza di vedere l’Unione africana diventare più effettiva e più
efficace nella risoluzione dei conflitti tra nazioni africane e tra gruppi
etnici» (ib.). In verità, ci sono stati autentici sviluppi positivi nel campo
socio-politico, soprattutto in termini di democratizzazione in molte nazioni.
Anche il semplice menzionarli avrebbe aiutato a presentare un’immagine più vera
dell’Africa contemporanea.

Il nuovo documento riconosce che, «di
fronte a situazioni così diverse, risulta difficile pronunciare una parola
unica e prevedere una soluzione che abbia valore universale. (...)

L’intento dei Lineamenta non è dire
tutto, ma elencare alcune priorità che emergono dallo studio e dall’azione nel
campo della riconciliazione, della giustizia e della pace». Cosa più che
comprensibile. Tuttavia, nel periodo preso in esame, i leader africani hanno
deciso alcune mosse politiche importanti e sarebbe stato bene riconoscerle. Dal
1994 a oggi, molte nazioni africane hanno fatto decisivi passi in avanti in
termini sia di democratizzazione e di primato della legge, sia di buon governo
e di trasparenza amministrativa.

Come dimenticare la disponibilità
espressa da vari capi di stato a sottostare al Meccanismo africano di
valutazione inter pares (Aprm), destinato a favorire la stabilità politica, la
crescita economica e lo sviluppo sostenibile, in virtù del quale i governi
accettano di sottoporsi a periodiche revisioni sulla base di criteri quali trasparenza,
“buon governo”, rispetto dei diritti umani e primato della legge?

Inoltre, a livello regionale, alcune
comunità economiche – come la Comunità economica degli stati dell’Africa
Occidentale (un accordo economico stipulato da 16 stati nel 1975 e tuttora in
vigore) – hanno portato la pace (e la mantengono) in varie ragioni e prevengono
la guerra in altre.

Sono chiari segni che l’africano sta
sempre più assumendo le proprie responsabilità, e spero che saranno debitamente
notati nel documento che guiderà i lavori del futuro sinodo.

In materia economica, il documento mi
sembra troppo cauto e diplomatico. Uno dei concetti meglio sviscerati e
spiegati nel corso del primo sinodo africano fu quello dell’autosostentamento,
nel contesto di una diminuzione degli aiuti esteri.

Eppure, quasi nulla è detto al riguardo
nel nuovo documento. Mi domando se ci sia una ragione per tale lacuna. Forse
non si è voluto dare l’impressione che gli africani stiano ancora incolpando il
mondo esterno dei propri problemi, invece che accettarne, almeno in parte, la
responsabilità?

Sta di fatto che i Lineamenta dicono
molto poco sulle ingiuste strutture internazionali che rafforzano e perpetuano
il vizioso circolo della povertà nel continente (vedi il debito estero). Penso,
ad esempio, all’Organizzazione mondiale del commercio (Omc/Wto) e ai suoi molti
fattori limitanti (“colli di bottiglia”) che portano a sussidiare gli
agricoltori occidentali per consentire loro di esportare i propri prodotti sui
mercati africani, uccidendo le nostre industrie locali.

Come possiamo parlare di giustizia, se
poi non si dice nulla sulle alte tariffe imposte dalle nazioni ricche ai
prodotti africani di esportazione? E come è possibile parlare di pace, senza
tenere in considerazione i fattori esterni che contribuiscono alla mancanza di
questo bene nel continente?

Giustizia e pace presuppongono rispetto
reciproco, e questo rispetto dipende in gran parte dalla possibilità che uno ha
di gestire la sua vita con le risorse che ha a propria disposizione, senza
dover ridursi a elemosinare aiuti da altri. C’è sempre poca stima per un
mendicante! Negli scorsi tredici anni, si sono tenuti simposi e seminari su
questo tema a livello regionale, nazionale, diocesano, parrocchiale...
Paradossalmente, anche di questo lavorio niente è detto nei Lineamenta.

Spero che nella discussione che avrà
luogo nelle chiese locali si abbia il coraggio di approfondire questi e altri
punti non del tutto sviscerati dai Lineamenta. Se è vero che, sotto molti
aspetti, gli africani hanno mostrato di essere “irresponsabili”, è altrettanto
vero che fattori esterni hanno giocato – e continuano a giocare – un pesante
ruolo nel decadimento, specie economico, del continente.

Globalizzazione

La globalizzazione è un fenomeno sociale
che ha importanti effetti nel continente e penso che avrebbe meritato una
valutazione più ampia e precisa nei Lineamenta, anche solo per aiutare una
discussione pure nella sfera socio-economica, non solo in quella
socio-politica.

Considero i temi della riconciliazione, della
giustizia e della pace strettamente connessi con quello dell’odierna
infatuazione per la globalizzazione.

Questo fenomeno è ambivalente a livello
economico: una vera e propria spada a doppio taglio. Da una parte, potrebbe
alleviare la povertà globale (ammesso che le culture dominanti oggi nel mondo
acconsentano alla giustizia e alla pace di regnare); dall’altra, specie se
giustizia e pace non vengono fondate su una riconciliazione a livello mondiale,
potrebbe infliggere ferite ancora più profonde alle fragili economie africane.

È mia opinione che, anche se il tema è
stato menzionato al paragrafo 20 dei Lineamenta nel contesto socio-politico,
esso merita maggiore spazio e approfondimento nel contesto socio-economico.
Pertanto, nell’eventuale Instumentum laboris da mettere nelle mani dei padri
sinodali, la globalizzazione dovrebbe essere affrontata in maniera dettagliata,
sopratutto nelle sue ricadute sull’economia. Mi permetto di suggerire alcuni
punti: la globalizzazione nel contesto di uno scontro di culture; i suoi forti
interessi economici; il suo lascito di sofferenze e lagnanze; la possibilità
che le culture meno forti ne siano vittime, più che beneficiarie; l’onnipotenza
e l’onnipresenza delle forze del mercato globale; le politiche economiche delle
nazioni ricche; la disuguaglianza nelle forze di potere...

In altre parole, ci si dovrebbe domandare
se e in quale misura, dal primo sinodo a oggi, l’Africa è stata oggetto di una
massiccia manipolazione economica. E se il problema non fa che acutizzarsi,
allora il continente può fare ben poco per risollevarsi, senza una genuina
cooperazione internazionale. Ecco il contesto vero nel quale i Lineamenta
avrebbero dovuto affrontare la discussione sulla globalizzazione. Non l’ha
fatto. C’è solo da sperare che il documento di lavoro ripari a questa mancanza.

Guarigione
e armi

Trattando del problema della
riconciliazione, i Lineamenta osservano – e giustamente – che «qui tocchiamo la
questione della guarigione, che ha una grande importanza nell’Africa nera» (70).
Dopo aver presentato “la guarigione nella sua dimensione socio-religiosa e
spirituale” (72-73), il testo affronta l’argomento della “guarigione in
rapporto alla politica, all’economia e alla cultura” (74-76), notando che
«nell’Africa nera... questa problematica non si limita alla sola sfera
religiosa, ma comprende e presuppone le sfere politica, economica e culturale».

Pertanto, «nell’impegno per la politica,
e in ogni impegno per migliorare le nostre condizioni di vita e di salute, così
come per migliorare la cultura dei nostri popoli, noi facciamo sì che questa
sia per loro una sorta di guarigione». Poi, ancora una volta, il linguaggio si
fa pesante: «Cristo può essere percepito come guaritore soltanto se i cristiani
si impegnano nei diversi campi per liberare l’Africa moderna da tutti i mali
che stanno per soffocare il continente, e in particolare il male della guerra»
(corsivi miei).

Due osservazioni. La prima: è vero che
oggi si registrano ancora tracce di conflitti etnici, tensioni e contrasti
civili, ma sarebbe stato doveroso notare che, dal primo sinodo a oggi, ci sono
stati positivi sviluppi proprio nel campo della riconciliazione e della
guarigione, e non solo in Sudafrica, con la creazione della Commisione “Verità
e riconciliazione”, presieduta dall’arcivescovo Desmond Tutu, ma anche nella
regione dei Grandi Laghi (vedi i tribunali tradizionali in Ruanda), in Liberia,
in Sierra Leone... Per molti africani questi risultati – seppur modesti –
riflettono sia l’impatto che Ecclesia in Africa ha avuto sul continente, sia la
loro volontà di fare meglio che in passato.

In secondo luogo, ritengo che i
Lineamenta avrebbero dovuto almeno spiegare che, dietro le guerre e i conflitti
etnici, ci sono spesso subdole forme di neo-colonialismo. La cosiddetta “propensione
africana alla guerra” è (anche) il risultato del fatto che alcune potenze
mondiali continuano a considerare l’Africa come una loro “proprietà”. La loro
logica è nota: mantenere gli africani in un continuo stato di guerra rende più
facile derubarli delle loro risorse naturali (diamanti, petrolio, minerali
strategici...).

Il testo accenna alle “guerre per
procura”, ma soltanto di passaggio, citando un precedente testo dei vescovi
africani. Perché non dare più spazio a questa odiosa realtà, descrivendola con
maggiori dettagli, per suscitare più consapevolezza nella gente circa il fatto
che «gli africani distruggono i propri paesi e si uccidono tra di loro per gli
interessi e i profitti “di altri”» (17)?

Strettamente legato alle “guerre per
procura” è il commercio delle armi. I Lineamenta ne parlano – «Il commercio
internazionale delle armi continua a mantenere l’Africa in perpetuo stato di
guerra. Non c’è dubbio che, in gran parte, a seminare la morte in Africa siano
interessi potenti che dominano il mondo, e i cui attori principali sono
altrove» (17) – ma non con la necessaria enfasi. Al paragrafo 78, il testo
ritorna sull’argomento: «Esigere la pace significa esigere la fine del
commercio delle armi nelle zone di guerra. Tutti sanno in che modo le parti in
conflitto si procurano le armi. C’è in questo una grande ingiustizia e un
furto: le risorse dei paesi poveri sono sistematicamente saccheggiate per
alimentare tale commercio». Quindi, si aggiunge: «Dobbiamo pretendere che alla
forza delle armi si sostituisca la forza morale del diritto».

Convengo pienamente con quel
“pretendere”. Il prossimo sinodo dovrebbe concretizzare questa sacrosanta
pretesa, facendo un forte appello alla comunità mondiale perché sia approvata,
una volta per tutte, una legge internazionale contro il traffico delle armi.

 

Di Peter K. Sarpong

Nigrizia – Giugno 2007

 

 

Incongruenze

Dopo oltre un decennio dalla pubblicazione di Ecclesia in Africa,
cioè l’esortazione apostolica che riassumeva i frutti del primo sinodo
africano, i nuovi Lineamenta invitano l’Africa «a fare un inventario e un esame
di coscienza» (1). Tre gli interrogativi: «Cosa ha fatto Ecclesia in Africa?
Cosa abbiamo fatto di Ecclesia in Africa? Cosa resta da fare, nella sua linea,
in funzione del nuovo contesto africano?» (ib.).

Penso che non si possa rispondere alle prime due domande in modo
del tutto lusinghiero. (Del resto, l’esortazione fu presentata come “piano
d’azione a lungo termine”, e, come tale, è tuttora in progresso). Ma non sono
d’accordo con il senso di pessimismo che scorgo qua e là nella valutazione che
i Lineamenta danno del periodo preso in esame. C’è una stridente contraddizione
tra la positività della Prefazione e il quadro alquanto nero dell’intero
documento.

Apprezzo l’approccio adottato ai paragrafi 38 e 39, in cui si
riconosce, dapprima, la presenza nel continente di valori profondamente
radicati nelle culture, e, solo in seconda battuta, si enumerano le
“negatività” da correggere. «Il senso della fraternità (...) è un valore
realmente radicato negli ambienti africani. Esso è fonte di ispirazione dei
comportamenti di solidarietà che hanno condotto molta gente fino alla morte,
perché hanno rifiutato di partecipare alla violenza esercitata dai loro gruppi
contro gli altri, o perché hanno protetto e difeso gente votata allo sterminio
da parte dei loro stessi gruppi» (38). «È in questa tradizione (...) che si
iscrive la definizione della Chiesa come Famiglia di Dio (...) È lo stesso
Sangue di Cristo che circola in ciascuno di noi… Versare il sangue del proprio
fratello vuol dire versare il Sangue di Cristo, vuol dire uccidere la sua vita
in noi» (39).

Come si nota, mentre si riconoscono “gravi peccati” contro la
vita, si registrano anche testimonianze di eroismo cristiano, spesso fino al
martirio. (Personalmente, avrei elencato anche i numerosi “buoni sforzi”
compiuti nella sfera socio-politica in termini di consolidamento della
democrazia, di rispetto della legge e di buon governo).

Rimango alquanto confuso, invece, quando confronto ciò che viene
affermato nei paragrafi 6 e 7 dei Lineamenta con certe affermazioni riscontrate
al numero 30. Da una parte, si afferma che «si devono discernere segni di
speranza per la rinascita di un cristianesimo fecondo e dinamico e per
l’avvento di società nuove» (6).

E ancora: «Anche dal punto di vista sociale, possiamo rilevare
alcuni nuovi sviluppi: l’avvento della pace in alcuni paesi africani, l’ardente
desiderio di pace largamente diffuso nel continente, in particolare nella
regione dei Grandi Laghi, la crescente opposizione alla corruzione, la forte
presa di coscienza della necessità di promuovere la donna africana e la dignità
di ogni persona umana, l’impegno dei laici nelle “società civili” per la
promozione e la difesa dei “diritti dell’uomo”, il numero sempre maggiore di
uomini politici africani consapevoli e determinati a trovare soluzioni africane
ai problemi» (7).

Poi, invece, queste “positività” sembrano passare nel
dimenticatoio, per dare ampio spazio a “negatività” sconcertanti. Dopo aver
parlato di «tanti odi e tante divisioni», ci si chiede: «Come annunciare il
Vangelo, in un’Africa segnata da odi, guerre e ingiustizie?». La risposta
offerta pare dimenticare la presenza di «segni di speranza per la rinascita di
un cristianesimo fecondo e dinamico e per l’avvento di società nuove»
menzionati all’inizio del documento. Di fatto, s’invita la chiesa «a cominciare
da capo, partendo da Cristo» (30).

Dopo 13 anni dal primo sinodo africano, l’Africa è certamente
ancora ai margini del mondo, specie in termini economici. Ma la situazione è
davvero tanto nera da avvertire il bisogno di dover “cominciare da capo”, come
se non ci fosse nulla di buono e come se il periodo post-sinodale sia stato del
tutto inutile?






























































































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Il panorama multireligioso italiano sembra ormai
avere trovato una propria stabilità: i cristiani sono circa la metà del totale
degli immigrati e i musulmani circa un terzo. Tutto lascia pensare che, se
continueranno a prevalere i flussi migratori dall’Europa dell’est, questa
situazione permarrà per diversi anni. La metodologia di stima del Dossier
statistico immigrazione Caritas-Migrantes
si basa sulle statistiche relative ai gruppi religiosi nei singoli paesi
di origine, che vengono poi applicate alle rispettive comunità presenti in
Italia.

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Gli ultimi dati sono aggiornati a inizio 2006. Su una
presenza di 3.035.000 cittadini stranieri, i cristiani sono 1.491.000:
cattolici (668.048) e ortodossi (659.162) hanno quasi la stessa consistenza
(22% e 21,7%), mentre i protestanti si attestano al 3,9%. Nel 2006 i cristiani,
pur aumentati di 112mila unità in termini assoluti, sono lievemente diminuiti
in percentuale: i protestanti dal 4,7% al 3,9%, i cattolici dal 22,6% al 22%,
mentre gli ortodossi sono aumentati dell’1,4%.

I musulmani sono passati da 912.492(33%) a
1.009.023(33,2%): per capire questo dato, bisogna tenere conto del fatto che il
2005 ha fatto registrare il più elevato numero di ingressi per ricongiungimenti
familiari. di cui si sono avvantaggiati in particolare Albania e Marocco.
Sostanzialmente invariato è invece rimasto il peso di induisti (2,5% e 75.125
persone, con un aumento di 8 mila unità), buddisti (1,9% e 57.688 unità, quasi
5 mila unità in più) e seguaci di religioni tradizionali (1,2% e 36.202, quasi
3 mila in più), mentre gli ebrei (0,2%) sono diminuiti di un decimale e di un
centinaio di unità in termini
assoluti. I restanti 358 mila immigrati sono stati considerati non credenti o
appartenenti ad altri gruppi religiosi.

Ultima istanza di mediazione

Questi sono i numeri della differenza religiosa in
Italia. Da essa bisogna ricavare un messaggio di vita. Per il cristiano è
Cristo il perno (o sacramento) della salvezza universale. Questo è il nucleo
centrale della sua fede, che non pregiudica affatto il rispetto delle diverse
credenze: la coscienza di ogni persona rimane l’ultima definitiva istanza di
mediazione con la realtà divina, pertanto va sempre rispettata, almeno fino a
quando essa non travalichi i diritti altrui.

La chiesa cattolica italiana ha considerato l’immigrazione
un “segno dei tempi” nel quale coinvolgersi per proporre il proprio messaggio
spirituale e promuovere il dialogo interreligioso, oltre che per assicurare un
apporto sul piano culturale e sociale. Senza venir meno a un’apertura
rispettosa agli altri credenti, l’ispirazione all’annuncio di Cristo consente
di non relativizzare la propria fede e dimenticare la propria tradizione, e
neppure minimizzare gli aspetti problematici che possono insorgere, ad esempio nel
caso dei matrimoni misti.

Non bisogna dimenticare poi la presenza di movimenti
religiosi alternativi (il termine “sette” ormai è in disuso), in particolare
tra i sub-sahariani e gli zingari. Questi movimenti sono numerosi, ma
prevalgono quelli che si denominano evangelisti-pentecostali: pur prendendo
atto di tutte le difficoltà, non si vuole rinunciare ai tentativi di dialogo
anche con essi, soprattutto per individuare le istanze profonde di realtà che
spesso sembrano animate da autentici sentimenti religiosi. Ma prima di ogni
altra considerazione, la presenza di tante persone di altre fedi ci deve
interrogare, in quanto cattolici, sui motivi per i quali tanti si sono
disaffezionati alla chiesa in cui sono stati battezzati e hanno trascorso parte
della propria vita.

di Bruno Mioli Fondazione Migrantes 










Ci sono tanti modi per affrontare la questione
femminile” e il radicale mutamento dell’immagine e ruolo delle donne nella
società. Paola Gaiotti de Biase, già parlamentare europea, esponente della
Margherita e che da molti anni vive e analizza questi temi in maniera
approfondita e originale, offre ora uno studio che è forse la cosa più
interessante e persuasiva che sia apparsa in argomento. Il volume di Paola
Gaiotti, recentemente edito dall’editrice Studium, che ricostruisce il ruolo
delle donne credenti di fronte alla modernità, è collocato, significativamente,
nella collana di Spiritualità cristiana contemporanea”, diretta dal professor
Massimo Marcocchi e dall’arcivescovo Cado Ghidelli.

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La tesi del libro è che il mondo di matrice cristiana
ha vissuto la modernizzazione (e la secolarizzazione) in un modo positivo,
scoprendo valori evangelici di libertà, uguaglianza, dignità personale.
Sappiamo tutti che si tratta di parole (ed espressioni) dal significato non
univoco e spesso ambivalente.

E tuttavia il nodo del problema appare ben chiaro
nelle pagine della Gaiotti: ci sono dei cattolici che pensano che il mondo
moderno, dall’illuminismo in poi, è tutto un cammino di allontanamento dal
cristianesimo, un cammino che trova oggi nella secolarizzazione il suo apice. E
secondo questi teo-con la nequizia dei tempi moderni, che hanno cancellato Dio
e la morale, si manifesta nella rivoluzione femminista: le donne rifiutano la
loro vocazione “naturale” di mogli e madri e vogliono imitare gli uomini: studiare,
lavorare, essere libere di decidere. Votano e persino fanno politica. Vogliono
parlare in chiesa e avere una responsabilità nel popolo di Dio anziché fare le
“perpetue” Con toni diversi e varia gradualità questo punto di vista è diffuso
nella società e anche nella comunità ecclesiale.

Questo libro affronta proprio la questione decisiva,
almeno dal punto di vista cattolico, perché dimostra che le donne hanno vissuto
il processo di secolarizzazione in maniera diversa e molto più positiva
rispetto agli uomini. Come hanno rilevato Pietro Scoppola, Renato Moro e lo
stesso Giuliano Amato, attuale ministro degli Interni, costituisce un passo
avanti anche nella storia della spiritualità e della vita cristiana.

Nelle note e in bibliografia, si ritrovano le intuizioni
e le analisi che hanno fatto maturare ed emergere questa nuova consapevolezza:
si pensi agli studi di Emma Fattorini, Cettina Militello, Maria Cristina
Giuntella, Adriana Valerio, Maria Cristina Bartolomei, Rosemade Goldie, Maria
Pia Bruzzichelli...

Ma nelle pagine di Paola Gaiotti accanto alle
studiose si incontrano anche le protagoniste che hanno segnato una strada
nuova. Non sempre capite e apprezzate all’inizio, esse hanno dimostrato coi
fatti che uscendo da un ruolo soltanto “domestico” le donne potevano portare
alla vita sociale ed ecclesiale idee, energie e valori in maniera nuova e
incisiva.

Basti pensare a riformatrici della vita religiosa
come la Vincenza Gerosa e Bartolomea Capitanio, fondatrici delle Suore di Maria
Bambina, la Verzieri e la Guerra; a innovatrici del costume e della cultura
come la Costanza d’Azeglio, la Da Persico, la Barelli, laTincani, la Piotti, la
Vittoria De Toni Trebeschi. Per non dire della vita politica, che sarebbe stata
certo più povera senza la Badaloni, la Gotelli, la Bianchini, la Cinciari
Rodano, la Martini, l’Anselmi (e la Bindi). E sarebbe certo migliore e più
ricca se le donne fossero molte di più...

Un capitolo particolarmente importante è quello che
riguarda il ruolo del grande associazionismo cattolico. Esso ha aiutato
tantissime donne a uscire dall’isolamento e dalla dedizione esclusiva ai
fornelli. Ha insegnato che si può integrare la vita familiare e quella sociale,
con vantaggio per ambedue, E attraverso l’associazionismo, come spiega Maria
Teresa Bellenzier nel suo saggio conclusivo, le donne hanno potuto dare alla
Chiesa e alla società un contributo di cultura e spiritualità che sarebbe stato
altrimenti impossibile.

 

Di Angelo Bertani

Jesus /Dicembre 2006

Lunedì 10 Marzo 2008 15:26

Spiritualità ecologica

Pubblicato da Stefano Blasi
La spiritualità africana affonda le proprie radici
nella convinzione di una mutua interdipendenza - in verità, di una unicità - di
tutto il creato, nelle sue origini, nella sua permanente esistenza e nel suo
destino finale. Ogni creatura - in particolare quella umana - esiste come
risultato della forza divina, è pregna di tale forza e tende verso il divino.
L’ordine che sostiene ogni esistenza è espressione di questa forza, e spetta
alla società umana salvaguardare tale ordine, in modo da poter vivere sempre in
armonia sia con l’energia divina, sia con tutte le forze soprannaturali che da
essa emanano. Offendere l’ordine, che fa del mondo un cosmo, significa, in
ultima analisi, mettere a repentaglio l’umanità e l’intero creato.
L’Occidente sta solo oggi scoprendo la cura per la
salvaguardia del creato come parte costitutiva di una nuova spiritualità
mondiale. L’Africa, invece, è sempre stata consapevole degli obblighi che gli
esseri umani devono avere nei confronti della Madre Terra, grazie soprattutto
alla loro fede nella costante presenza “spirituale” (che non vuol dire  “fantasiosa” o “non reale”) degli
antenati. Le tombe dei padri che fanno del luogo in cui una persona vive non
solo la “dimora ancestrale”, ma anche la sua patria e quella dei suoi figli meritano
un grande onore ed un trattamento speciale. Alcuni boschi, fiumi, laghi e
monti, come pure alcuni animali e alberi, sono considerati “sacri”(e, quindi,
da non “manomettere” o “corrompere”), perché strettamente legati al culto e più
direttamente connessi con la vita umana. Anche al sole, alla luna e alle
stelle, che illuminano la terra e rendono possibile una vita ordinata, sono
attribuite caratteristiche proprie della divinità; una corretta relazione tra
il cosmo e la comunità è giudicata non solo auspicabile, ma anche
indispensabile.
L’africano possiede una dettagliata conoscenza del
proprio ambiente. I confini tra il mondo umano e l’habitat naturale sono
interscambiabili. Nel suo stile di vita (o spiritualità) è implicita la
coscienza che la mutualità e la reciprocità tra il mondo antropologico e il
cosmo fisico sono necessarie e desiderabili.
La moderna visione del cosmo, che l’Occidente cerca
d’imporre al resto del mondo attraverso la globalizzazione, ha già causato
gravi danni all’umanità. In un certo senso, è riuscita ad intaccare anche la
tradizionale spiritualità africana. Ma l’africano, nel profondo del suo animo,
sa che le cose più importanti della vita non possono essere spiegate con la
sola ragione, ma sono “percepite” attraverso l’intuizione, il cuore e il rito.
In
quanto cristiani africani odierni, dobbiamo imparare di nuovo a bere dai pozzi
della nostra spiritualità più vera. Dobbiamo reclamare il nostro spazio
spirituale nelle dimensioni “affettive” della vita,non meno importanti di
quelle razionali. Questo recupero si tradurrà per l’Africa in “redenzione”
dall’ormai dominante cultura occidentale, la cui inerente “ostilità” nei
confronti del mondo non ha più bisogno di dimostrazioni. E si rivelerà anche un
catalizzatore per il cambiamento dell’intera umanità: questa si sentirà
invitata a tornare a essere amministratrice della terra e responsabile della
sua sopravvivenza. L’esistenza di tutti sarà più felice e sana.
 
di Laurenti Magesa
Teologo Tanzaniano
Nigrizia/ marzo 2007
Pagina 20 di 28

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