Venerdì, 28 Gennaio 2022
Mondo Oggi - Geopolitico
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Mondo Oggi - Geopolitico (266)

Venerdì 16 Maggio 2008 11:29

VINCERE SENZA PARTECIPARE

Pubblicato da Marco Galloni

VINCERE SENZA PARTECIPARE

Emanuel Richter*, “Die Zeit”, Germania

da Internazionale 743, 9 maggio 2008

(abstract)

L’Italia ha votato e i buoni democratici di tutta Europa si disperano. Il nuovo Berlusconi stile 2008 sembra più moderato di quello del passato, ma la situazione di fondo è la stessa. Il popolo è stanco e si sveglia per votare e per mandare al potere un leader populista che governerà in modo autocratico un paese in profonda crisi. Così i cittadini evitano di doversi impegnare in prima persona: mandare Berlusconi al potere è come rinunciare plebiscitariamente ai diritti e ai doveri della partecipazione.
In nome della postdemocrazia alcuni politici ed esperti salutano in Berlusconi una svolta epocale della politica, cioè la fine della democrazia occidentale, un modello ormai logoro e non più al passo con i tempi. Altri invece temono il declino o quanto meno lo svuotamento del sistema democratico.
Effettivamente l’Italia di Berlusconi sembra rappresentare queste tendenze in modo esemplare. Già nella precedente campagna elettorale, Romano Prodi aveva esplicitamente evidenziato il nesso tra Berlusconi e la postdemocrazia. E il comico Beppe Grillo aveva ammesso che davanti a Berlusconi preferiva andare a pesca che andare a votare. In questo modo aveva segnalato che perfino gli intellettuali critici, scontenti della democrazia, si stanno ritirando in una sorda apatia.
Ma sarebbe un errore liquidare come “rottura postdemocratica” i sintomi di crisi in senso autocratico emersi con la rielezione di Berlusconi. A un’analisi più attenta, infatti, non si vedono istituzioni logore e una democrazia stanca, ma al contrario un uso insufficiente delle possibilità offerte dalla democrazia.
In Italia ci si incaglia di continuo in un costituzionalismo che soffoca qualsiasi dibattito giuridico o politico sulla costituzione. Anziché una divisione stabile dei poteri con un parlamento forte, governare in Italia si esaurisce nelle pretese di poteri “presidenziali” del primo ministro. Neanche gli elementi di federalismo, pur presenti nelle istituzioni statali italiane, sono stati ancora formalizzati in misura sufficiente, e questo provoca una polarizzazione indecente tra regioni povere e regioni ricche.
Inoltre bisogna aggiungere il dominio premoderno della mafia e della camorra, che ostacola la creazione di strutture amministrative trasparenti e stabili a livello locale e regionale. Per giunta, la corruzione politica determina rapporti di dipendenza di tipo feudale. In mancanza di un sistema di partiti con programmi chiari, attraverso i quali costruire ed esprimere la propria volontà politica in modo strutturato, la sola possibilità che rimane agli italiani è acclamare figure di leader che si presentano con alleanze elettorali puramente tattiche e di mera convenienza.
L’indipendenza dell’informazione, infine, soffre per la presenza di un autocrate – Silvio Berlusconi, appunto – che gestisce le tv e i governi ispirandosi allo stesso modello: l’imprenditore-patriarca dell’ottocento.

Arretratezza e senso di inferiorità
Solo quando tanta arretratezza si coniuga con un senso di inferiorità politica da parte dei cittadini, e genera disperate nostalgie di leadership, la volontà di potere di Berlusconi può apparire come il superamento di una democrazia ormai eccessivamente indebolita. Ma in realtà gli attacchi da tarda pubertà del Cavaliere contro tutto ciò che è moderato, equilibrato, ordinato e sistematico, i suoi atteggiamenti eccentrici e maschilisti sono solo un cattivo sostituto della scarsa fiducia in sé dei cittadini italiani, e al tempo stesso il segno del loro timore di fronte all’idea di un autogoverno radicalmente democratico.
Insomma Berlusconi, furfante machiavellico al potere, compensa l’impotenza di cui soffrono i cittadini. Paradossalmente, rappresenta la rinuncia alla cittadinanza a proporsi come attore collettivo e la proiezione di ogni voglia di partecipazione in un patriarca giovanile e colmo di energia, ma al tempo stesso rozzo e collerico. (...) Berlusconi incarna solo un vincitore triste, perché con la sua ascesa porta a compimento il ritorno regressivo a una condizione predemocratica. Solo un’offensiva capace di ricordare a tutti il senso della politica può aiutare a evitare queste derive.
La partecipazione alla vita pubblica rimane un punto di riferimento indispensabile della nostra esistenza politica. La democrazia è un progetto a cui si aspira incessantemente e che non si raggiunge mai del tutto.
Ironia della sorte: nelle recenti elezioni questo messaggio sembra sia stato recepito soprattutto dagli italiani residenti in Svizzera, che hanno fatto proprio il progetto democratico votando in maggioranza per Veltroni. Questo significa che dove la democrazia, coltivata da secoli, ha prodotto forme raffinate di partecipazione, cresce anche una sensibilità critica verso il populismo e aumenta la fiducia dei cittadini in se stessi.
Le probabilità di regressione predemocratica, quindi, sono minori quando si rafforzano i presupposti di una democrazia viva e vitale.

*
Emanuel Richter insegna scienze politiche al politecnico della Renania-Westfalia ad Aquisgrana, in Germania. Sta per pubblicare un saggio intitolato “Die Wurzein der Demokratie” (“Le radici della democrazia”).

NOI, GLI OPPRESSORI DEI POPOLI DI TUTTO IL MONDO. PARLA UN DISERTORE USA

da Adista
di Luca Kocci

Obiettori di ieri, che hanno avuto il coraggio di dire no a Hitler e a Mussolini, spesso finendo i loro giorni nei lager nazisti o sui vagoni piombati che li conducevano nei vari campi della morte. Come Josef Mayr-Nusser, alto atesino che rifiutò l'arruolamento nelle SS e morì sul treno che lo stava portando da Buchenwald, dove era recluso, a Dachau (la sua storia è raccontata nel libro di uno degli organizzatori del convegno Francesco Comina, Non giuro a Hitler, San Paolo edizioni). O come l'austriaco Franz Jägerstätter che, dopo essersi opposto al nazismo, fece obiezione di coscienza al servizio militare nella Wehrmacht e per questo motivo venne condannato a morte e decapitato il 9 agosto del 1943 (su Jägerstätter è appena uscito il volumetto curato da uno dei relatori del convegno Giampiero Girardi, Il contadino contro Hitler. Una testimonizanza per l'oggi, Editrice Berti, con contributi, fra gli altri, di Enrico Peyretti e Sergio Tanzarella). Per Mayr-Nusser è stata avviata la causa di beatificazione, mentre Jägerstätter è da pochi mesi salito agli onori degli altari (v. Adista n. 69/07). Si tratta di beatificazioni importanti - dice Albert Mayr-Nusser, figlio di Josef - ma la Chiesa non compie un'operazione del tutto corretta: li celebra come "martiri della fede" e li "depoliticizza, depotenziandone la carica di opposizione politica al sistema totalitario nazista. Sicuramente sono stati martiri della fede - prosegue - ma è riduttivo esaurire la loro testimonianza a questo aspetto". Obiettore al nazismo è stato anche Franz Thaler, presente al convegno - un contadino altoatesino tuttora vivente che rifiutò la chiamata alle armi -, sopravvissuto a Dachau e poi, una volta tornato nella sua valle, emarginato dai concittadini perché la sua testimonianza li obbligava a confrontarsi con la loro connivenza con il nazismo che aveva incantato molti altoatesini con la promessa della "Grande Germania".

Ci sono poi gli obiettori di oggi: giovani statunitensi arruolati si per tentare di risolvere i loro problemi economici oppure perché convinti dell'importanza della "guerra al terrorismo" di George Bush ma presto accortisi che la loro guerra più che contro i terroristi veniva combattuta contro le popolazioni inermi di Afghanistan e Iraq. Come Russel Hoitt, il primo dei cinque disertori della caserma statunitense Ederle di Vicenza, dove è tutto pronto per l'inizio dei lavori per la costruzione della nuova base militare Usa presso l'aeroporto civile Dal Molin.

"'A scuola mi era stato insegnato che tutte le guerre degli Stati Uniti sono state combattute in nome della democrazia e della libertà e che le nostre Forze armate si battono per il bene del Paese e per portare i diritti nel mondo", racconta Hoitt. "E così in un momento di difficoltà economiche, mi sono arruolato". Nel 2006 Russel finisce a Vicenza, nella caserma Ederle, e scopre un'altra realtà: obbedienza assoluta nei confronti dei superiori, disprezzo per la vita degli altri popoli, esaltazione della guerra e della morte ("marciavamo e ci facevano cantare degli inni che proclamavano quanto era bello uccidere"). "Ho parlato con molti miei commilitoni che mi raccontavano delle uccisioni di donne e bambini afghani e iracheni - prosegue -, ho visto le manifestazioni dei movimenti pacifisti che venivano a Vicenza per protestare contro la nuova base e miei dubbi sono diventati certezza: il nostro compito non era quello di liberare i popoli oppressi, ma eravamo noi stessi fonte di quell'oppressione". E così, nell'aprile del 2007, Russel abbandona la caserma Ederle e diserta. Ora, al termine di un complesso iter, ha evitato il carcere ma risulta congedato con disonore. Come anche James Circello, pure lui disertore della Ederle: "Sembravo un ingenuo di 23 anni quando mi sono arruolato - scrive Circello in una lettera aperta ai cittadini di Vicenza -, ma mi sono ben presto reso conto che qualcosa non andava negli Usa e nella costante necessità di costringere altri popoli a piegarsi al nostro volere e alle nostre esigenze". Il petrolio "è il motivo per cui gli americani continuano ad occupare le terre dei poveri del Medio Oriente, instaurando governi fantoccio e emanando Costituzioni prefabbricate. Gli Usa non sono il Paese per cui voglio dare la mia vita. I pochi al potere si arricchiscono sulle spalle di tanti. E quei tanti sono i poveri". Altri tre disertori, invece, che hanno gestito male le procedure post-diserzione, sono attualmente sotto processo, come Criss Capps, che racconta la sua storia in una intervista video realizzata e distribuita dal mensile "Mosaico di Pace". Ma sono migliaia, dice Circello, "i soldati statunitensi che si stanno rifiutando di combattere" o che "si allontanano senza permesso" fuggendo all'estero, in Canada e in Europa, sostenuti dalle associazioni Usa (Veterani per la pace, Military Familiary Speak Qut e i neonati Veterani contro la guerra in Iraq) o europee, come la tedesca Mcn (Military Counseling Network) che ha messo in piedi un servizio di assistenza per i disertori. E ci si sta iniziando ad organizzare anche in Italia: il Comitato Vicenza est - aderente al movimento No Dal Molin - settimanalmente promuove volantinaggi di fronte alla caserma Ederle e sta cercando di far par partire un vero e proprio centro di consulenza per informare e aiutare coloro che vogliono disertare.

OPPOSIZIONE ALLA GUERRA E NONVIOLENZA: "DOPO LA DELUSIONE DI PRODI SERVE UN RILANCIO"

da Adista
di Luca Kocci

"L'esperienza di governo ha prodotto magri risultati - ammette il ministro della Solidarietà Sociale Paolo Ferrero -: l'aumento dei fondi per il servizio civile volontario da 200 a 300 milioni di euro, significativo ma sempre inferiore alle reali esigenze; la costituzione, sebbene piuttosto farraginosa, del Comitato per la difesa civile nonviolenta presso il ministero della Solidarietà, che dovrebbe resistere alla caduta del governo Prodi; la creazione di un tavolo permanente presso il ministero degli Esteri per il servizio civile internazionale, che però molto probabilmente decadrà insieme al governo". Fra i risultati particolarmente negativi, Ferrero annovera il forte aumento delle spese militari (v. Adista nn. 83/06,2 e 77 /07), spiegato con la stretta interconnessione fra produzione militare e civile: la presenza e la produzione militare serve purtroppo - dice il ministro - a rilanciare anche la produzione civile, soprattutto nelle relazioni commerciali con alcuni Paesi. "Usciamo quindi sconfitti dall'esperienza di governo - aggiunge Ferrero -. Pensavamo di poter incidere in maniera significativa sul governo, ma questo non è stato possibile. Temo quindi, anche per il futuro, che non ci siano più le condizioni per governare insieme alla sinistra moderata, pesantemente condizionata da un blocco di potere che orienta molte scelte, comprese quelle del complesso militare-industriale".

Un argomento ripreso da p. Alex Zanotelli, secondo il quale "oggi la politica è incapace di governare perché deve obbedire ai potentati economico-finanziari. Non bisogna quindi illuderci che quando andiamo a votare eleggiamo dei rappresentanti in grado di prendere delle decisioni", conclude Zanotelli, che vede l'unica soluzione nei movimenti della società civile che si autorganizzano dal basso e fanno pressioni per ottenere qualcosa dall'alto e che rilancia l'appello "La politica che vogliamo", sottoscritto da numerose personalità dell'associazionismo (v. Adista n. 18/08). Una proposta che però non convince Raniero La Valle, secondo cui quello che è mancato a sinistra e che ha determinato la crisi di governo non è stato tanto Mastella quanto "una proposta politica che potesse assumere e superare le ragioni e le posizioni degli avversari". Non è sufficiente dire "obiettiamo al sistema" - come fa Zanotelli - ma è necessario "porre la questione in termini politici e di progettazione politica". Altrimenti, prosegue La Valle, il rischio è quello che paventa Ferrero o che suggerisce il comboniano: rimanere sempre all'opposizione. "Forse risolveremo il nostro problema, tranquillizzeremo la nostra coscienza, ma non affronteremo mai i problemi del mondo. E il nostro obiettivo - conclude - deve invece essere il mondo".

Proprio in un'ottica di progettualità politica, sono emerse dalla tre giorni di Bolzano una serie di proposte per rilanciare l'obiezione al sistema militare e la difesa popolare nonviolenta. A partire dalla riproposizione dell'obiezione di coscienza all'interno delle Forze Armate professioniste, che al momento non è prevista dalla normativa vigente, nemmeno in forme sfumate, come precisa Diego Cipriani, per anni responsabile degli obiettori della Caritas Italiana e da poco - nominato da Ferrero - direttore dell'Ufficio nazionale per il servizio civile. A tal proposito Lidia Menapace, senatrice di Rifondazione comunista, segnala la proposta presentata al Senato da Silvana Pisa (Sd) e Fosco Giannini (Rc) e ora ripresa dalla Cgil che sta raccogliendo le firme per trasformarla in legge di iniziativa popolare - di portare il sindacato nelle Forze armate. "Un sindacato vero - spiega - non come i Cocer, guidati dagli ufficiali, che si configurano quindi come un vero e proprio 'sindacato giallo' stile Fiat anni '50 e '60". La sindacalizzazione delle Forze armate, aggiunge, potrebbe essere "un grimaldello per inserire elementi di antimilitarismo nella struttura militare" e "rompere il meccanismo assoluto del signorsì". Puntare invece sui "corpi civili di pace" (cioè l'interposizione nonviolenta in zone di conflitto praticata dai civili con i "caschi bianchi") "perché abbiano un riconoscimento politico-istituzionale" è l'obiettivo suggerito da Mao Valpiana, direttore del mensile Azione Nonviolenta. "I caschi bianchi - spiega - fanno emergere l'idea del superamento dello strumento militare dal momento che contengono in sé le istanze di difesa e di sicurezza - parole di cui dovremmo riappropriarci per non lasciarle del tutto in mano alla destra - ma anche dell'antimilitarismo", che rimane sempre e comunque "la radice ideale di tutto il movimento per l'obiezione di coscienza".

Una proposta di riforma viene lanciata anche alla Chiesa cattolica, che ha avuto - dice La Valle - grandi responsabilità "nell'affermazione del principio di autorità e dell'obbedienza dovuta alla stessa autorità" sia civile che religiosa, mentre - ricorda Zanotelli - "fra i cristiani dei primi secoli il battesimo era addirittura inconciliabile con il militare": la rinuncia ai cappellani militari graduati e pagati dallo Stato. "Non si vuole negare l'assistenza spirituale ai soldati - dice don Luigi Ciotti - ma va detto con chiarezza che quelle stellette sono antievangeliche, e quindi non devono appartenere alla Chiesa".

Mercoledì 26 Marzo 2008 09:36

DIO E CESARE

Pubblicato da Marco Galloni

DIO E CESARE

di Manuel Castells – da Internazionale 734, 7 marzo 2008

(abstract)

Gesù, oltre a essere Dio, era anche molto intelligente. E sapeva che il suo regno era nei cieli, cioè nella mente delle persone, dove ognuno fa vivere i suoi dèi. Per questo disse di dare a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio. E decise così di stabilire, senza ambiguità, la separazione tra la chiesa e lo stato. Ma, proprio come è accaduto ad altri rivoluzionari, i suoi insegnamenti, ancora vivi per chi legge i Vangeli nel loro contesto e senza atteggiamenti settari, sono stati traditi nel corso della storia da chi si è eretto a rappresentante del potere divino sui corpi attraverso l’imposizione di un monopolio sulle anime. Perché la chiesa, secondo il cristianesimo doc, non sono loro (i vescovi), ma siamo noi (i credenti, ognuno a modo suo). Ecco perché ci sono miliardi di cattolici e altre centinaia di milioni di cristiani nel mondo per cui la spiritualità e la ricerca del senso della vita non dipendono dai proclami della gerarchia ecclesiastica ma dal dialogo intimo che la loro mente intesse con il dolore dell’esistenza e il mistero della speranza. È per questo che il cristianesimo è sopravvissuto duemila anni, superando anche la più grave minaccia dei suoi peggiori nemici (...).

Ma anche le radici più profonde si piegano quando l’esperienza interiore delle pecorelle contrasta con le grida dei suoi pastori. Per questo la struttura della chiesa cattolica sta perdendo la sua influenza sulla vita della gente, mentre in tutto il mondo Dio è più vivo che mai e la religiosità nelle sue diverse espressioni è in ripresa.

Studi come quelli di Inglehart e Norris, condotti sui dati del World values survey dell’università del Michigan, mostrano la forza della religione nel mondo, con una grande eccezione: l’Europa occidentale, la culla del cattolicesimo. Altre analisi indicano che in America Latina, il paese con il maggior numero di cattolici al mondo, le diverse confessioni evangeliche cristiane stanno sostituendo l’influenza della chiesa nei settori più popolari della società. Il fatto è che, nonostante la testimonianza e l’eroismo di tanti sacerdoti che aiutano il loro prossimo, l’eterna collusione della gerarchia con i poteri costituiti e l’ipocrisia di chi difende la famiglia e copre i prelati pedofili stanno minacciando poco a poco l’influenza di quelli che interpretano Dio secondo i loro interessi economici, politici e personali, rendendo la chiesa una struttura di potere.

Questo non significa che la chiesa debba smettere di difendere dei principi morali e religiosi fondamentali, come la famiglia o la vita del feto o la condanna della manipolazione genetica, anche se questi principi devono essere adattati a ogni situazione. I leader religiosi hanno tutto il diritto (un diritto che in Spagna è protetto dalla costituzione) di prendere posizione su argomenti etici della massima rilevanza e diventare un punto di riferimento per i fedeli.

Potrà sembrare un paradosso, ma quando il cardinale conservatore Joseph Ratzinger è diventato Benedetto XVI ho scritto un articolo pieno di speranza perché mi sembrava che potesse rappresentare un papato basato sui valori, per quanto discutibili questi valori potessero apparire a molti, soprattutto ai giovani. Perché questo è il terreno proprio di Dio. E per fare in modo che questi valori possano arginare l’individualismo competitivo e il consumismo distruttivo che caratterizzano la nostra cultura è necessario ricorrere all’autorità morale, all’esempio, alla testimonianza.

Ma se questi valori si mescolano con gli slogan politici, l’intervento diretto nella vita politica, la benedizione delle guerre sporche e il silenzio di fronte all’oppressione, tutto finisce in una bolla di sapone, soprattutto per i giovani (...). Entrando senza ritegno nella battaglia politica su argomenti che non spettano all’apostolato, i vescovi spagnoli si allontanano ancora di più dalla società del ventunesimo secolo e allontanano la gente da un Dio di cui c’è ancora un estremo bisogno in un’epoca di incertezza. Per questo alle elezioni spagnole del 9 marzo io voterò per Gesù Cristo, nonostante quello che ci dicono di fare i vanitosi farisei che pronunciano il suo nome invano.

Stop alla «rivoluzione bolivariana»: Chávez accusa il colpo

di Alessandro Armato
da Mondo e Missione – gennaio 2008

«Non ci siamo riusciti, per ora». Ha ammesso la sconfitta il presidente venezuelano Hugo Chávez, all'indomani del referendum che doveva trasformare il Venezuela in una repubblica socialista. Anche se per stretto margine (poco più del 50 per cento), il 2 dicembre la maggioranza dei venezuelani ha detto no alla proposta di riforma di 69 dei 350 articoli della Costituzione del 1999. Per il momento, quindi, niente rielezione indefinita del presidente, niente ridefinizione della proprietà privata, niente divieto di privatizzare le aziende statali, niente riforma della Banca centrale, niente riduzione della giornata lavorativa da otto a sei ore, niente copertura sociale per i lavoratori informali, niente ratifica della «solidarietà tra i popoli nella loro lotta per l'emancipazione», niente promozione della «Confederazione e Unione dell' America Latina e del Caribe», eccetera.

La rivoluzione bolivariana subisce una battuta d'arresto. È la prima volta in nove anni che il governo viene sconfitto. Ciò però non significa che Chavez getterà la spugna. TI presidente ammette di avere perso, ma solo «per ora».

Tempo e potere per ribaltare il risultato non gli mancano, visto che rimarrà in carica fino al 2012, gode di un parlamento al 100 per cento in camicia rossa, dispone di una ley ha

bilitante che gli concede poteri speciali e può contare su un prezzo del petrolio alle stelle. Un primo passo per capitalizzare la sconfitta Chávez lo ha già fatto, accettandola serenamente, mostrandosi il più democratico possibile agli occhi di un' opinione pubblica che iniziava a guardarlo con sospetto.

E l'opposizione, comunque, ad uscire rafforzata. Un'opposizione che ha trovato nel movimento studentesco nuova linfa vitale. Cresciuto all'ombra delle istituzioni educative più prestigiose, tradizionalmente frequentate dalle classi sociali medio-alte («riccaccioni» e «figli di papà», nel colorito linguaggio di Chávez), gli studenti antichavisti si sono imposti all'attenzione pubblica quando sono scesi in piazza per protestare contro il mancato rinnovo della concessione al canale televisivo Rctv. Uno dei suoi leader è Yon Goicoechea, studente di diritto all'Universidad Catolica Andrés Bello, ateneo gesuita.

La Chiesa ha pesato nella sconfitta del «sì». Le alte gerarchie – che Chávez ha minacciato di incarcerare, definendole «il demonio» - sono state sostanzialmente compatte nel rifiutare la proposta di riforma costituzionale. Ma anche settori della Chiesa tradizionalmente non del tutto osti li al chavismo, come i gesuiti del Centro Gumilla e della rivista Sic, sono stati molto critici. Solo una base di «preti chavisti» l'ha sostenuta apertamente e acriticamente.

Adesso si intravedono due possibili scenari: l'inizio di un processo di dialogo e riconciliazione, che potrebbe sfociare in una collaborazione tra chavisti e oppositori nella trasformazione del Paese; oppure un radicaIizzarsi delle posizioni. Chávez potrebbe tentare di imporre ugualmente molte delle riforme costituzionali, utilizzando i poteri speciali che gli concede la ley habilitante. E non è escluso che l'opposizione, rinvigorita dal referendum, possa premere perché Chávez abbandoni il potere prima del tempo.

Il risultato del referendum apre nuovi scenari anche sul piano politico continentale. In particolare sorgono una serie di interrogativi sul futuro dei processi costituenti in corso in Bolivia ed Ecuador, due Paesi allineati politicamente con Chávez.

Negli ultimi vent'anni - sia detto di passaggio - convocare assemblee costituenti è diventata una moda in America Latina. Nel 1984 è accaduto in Nicaragua, dopo la vittoria elettorale dei sandinisti; nel 1991 in Colombia, per suggellare la pace con la guerriglia dell'M19, nel 1992 in Perù, con Fujimori; nel 1994 in Argentina, con Menem; nel 1997 in Ecuador, dopo la rinuncia di Abdahi Bucaran; nel 1999 in Venezuela, in seguito all'arrivo al potere di Hugo Chávez. I casi della Bolivia, nel 2006, dopo l'arrivo al potere di Evo Morales, e nel 2007 dell'Ecuador, dopo l'elezione di Rafael Correa, sono soltanto gli ultimi di una lunga lista.

In Ecuador, Alianza Pais, il movimento politico del presidente Correa, ha la maggioranza assoluta nell' Assemblea costituente e può cambiare radicalmente il modo di governare il Paese. I lavori della nuova Assemblea sono iniziati lo scorso 29 novembre nella città di Montecristi. I deputati hanno 180 giorni di tempo, con una proroga massima di 60, per redigere una bozza di Costituzione che dovrà poi essere sottoposta a referendum nel 2008 (cfr.M.M., dicembre 2005, pp. 70-73; M.M., agosto-settembre 2007, pp. 65-67).

Come annunciato, dato che Alianza Pais non ha rappresentanti in parlamento, la prima mossa dell' Assemblea costituente è stata quella di sospendere l'attività del parlamento unicamerale, definito «corrotto e incompetente», le cui funzioni sono state assunte dall'Assemblea stessa. Il passo successivo dovrebbe essere aumentare il controllo dello Stato sull'economia. Correa concepisce le sue proposte come un modo per restituire potere al popolo - quella che lui chiama revolución ciudadana -, mentre l'opposizione vede in tutto questo un disegno del presidente per concentrare ulteriore potere nelle sue mani.

Più complicata e drammatica, invece, appare la situazione boliviana. Il presidente Morales voleva un'Assemblea costituente che «rifondasse» il Paese. Ma l'anelito al cambiamento, duramente contrastato da un'opposizione razzista e separatista, ha portato la Bolivia sull'orlo di una guerra civile.

L'Assemblea costituente boliviana, dopo mesi di paralisi dovuta alla disputa tra Sucre e La Paz su quale città dovesse essere la capitale, lo scorso 24 novembre ha approvato «in grande» - solo con la lettura dell' indice - la nuova Carta magna, in una sessione in cui l'opposizione non si è presentata. I membri della Costituente hanno lavorato asserragliati dentro il liceo militare di Sucre, mentre fuori echeggiavano vibranti proteste che hanno causato quattro morti e centinaia di feriti.

L'opposizione ritiene il testo illegale e ha iniziato la «resistenza civile». «Un' Assemblea costituente in una caserma e senza la presenza dell'opposizione non sarà mai accettata dal popolo», ha avvertito Branco Marinkovic, presidente del Comitato civico di Santa Cruz, la capitale dell'opposizione. Restano comunque da approvare i singoli articoli della nuova Costituzione, che contempla una riforma della terra e la nazionalizzazione delle risorse naturali. Perché il testo venga approvato, servono i due terzi dell'Assemblea costituente. MoraIes non li ha ed è obbligato cercare accordi con l'opposizione. Ma cosa accadrà se l'opposizione si rifiuta di dialogare?

Venerdì 14 Marzo 2008 19:38

Torino, terzo mondo

Pubblicato da Luca Marcucci

Torino, terzo mondo

di Gad Lerner
da Nigrizia gennaio 2008

Scrivo sotto l'impressione del mio incontro con gli operai dell'acciaieria ThyssenKrupp di Torino, colpiti da un incidente sul lavoro che gli ha portato via quattro colleghi (e altri tre stanno lottando per sopravvivere). Un incidente che nessuno potrà mai addebitare a fatalità, dopo le loro testimonianze sull'incuria, il lassismo e la rinuncia a una seria attività di manutenzione e prevenzione. Già, perché lo stabilimento torinese di corso Regina Margherita era destinato a prossima chiusura, essendo stato raggiunto un accordo che concentra a Terni le attività italiane della multinazionale.

Voi mi potreste chiedere: «E cosa c'entra la nostra rivista Nigrizia con la tragedia degli operai di Torino?». Vi risponderei: c'entra, eccome, perché quella che fu la capitale della classe operaia italiana ha percepito sulla sua pelle nel dicembre 2007 cosa voglia dire essere trattati da Terzo mondo.

Lo stabilimento sta per essere smantellato? E allora, perché .bisognerebbe dedicare soldi e lavoro alla sua manutenzione? Tanto gli operai che ci lavorano non sono mica i "nostri", si trovano all'estero rispetto alla casa madre della multinazionale (Dusseldorf, Germania). Un trattamento "asiatico", mi viene da dire. Occhio non vede, cuore non duole. Man mano che ci si allontana dalla sede centrale, viene considerato naturale che si allenti la vigilanza sulle condizioni di lavoro e la correttezza delle relazioni sindacali.

Solo che, di solito, questo lo tolleriamo perché riguarda lavoratori africani, cinesi, indiani, vietnamiti... Stavolta è toccato ai torinesi, facendoci piangere al fianco delle loro famiglie. Gente di una dignità straordinaria. Volti e storie di un'Italia retrocessa e umiliata dalla falsa idea di una società luccicante in cui l'acciaio, certo, serve. Ma tanto lo facciamo produrre a debita distanza.

Naturalmente, la dignità e la rabbia degli operai italiani della ThyssenKrupp non sono diverse da quelle dei loro omologhi dagli occhi a mandorla o dalla pelle scura che lavorano per stipendi nettamente inferiori e senza uno straccio di protezione antinfortunistica. Ma, si sa, il relativismo lo si combatte solo quando ci fa comodo.

Con il risultato che ora succede l'esatto contrario: anche gli operai italiani tendenzialmente diventano Terzo mondo. Le loro buste paga non crescono da anni. Gli infortuni sul lavoro aumentano. La fatica fisica viene accettata come destino d'infelicità.

Giovedì 06 Marzo 2008 20:00

FRONTIERE SENZA PACE KIVU, LA PROVINCIA INSTABILE

Pubblicato da Luca Marcucci

FRONTIERE SENZA PACE KIVU, LA PROVINCIA INSTABILE

di Francesco Meneghetti
da Italia Caritas dicembre 2007/gennaio 2008

Le guerre nella Repubblica democratica del Congo hanno causato, nell'ultimo decennio, 4 milioni di morti. Ma la lunga transizione e le elezioni della seconda metà 2006 hanno diffuso la pace in quasi tutto il paese. Anche il golpe tentato a marzo dall' ex capo ribelle Jean-Pierre Bemba è un ricordo lontano. Democrazia e sviluppo del paese guidato dal presidente Joseph Kabila sono sostenuti a livello internazionale dai governi dei paesi avanzati (accordi per investimenti economici e commerciali) e dall'Onu (la missione cui Monuc contribuisce alla transazione verso l'unità nazionale, monitorando la restituzione delle armi da parte della popolazione e dei gruppi ribelli, l'inserimento sociale degli ex bambini e adulti soldato, l'integrazione dei miliziani nell'esercito regolare).

L'unica delle undici province congolesi in cui si vivono ancora forti tensioni è il Nord-Kivu, anticamente indipendente, ricchissima di risorse minerarie e molto fertile, con una composizione etnica e un'organizzazione socio-economica molto simile a quella del piccolo e limitrofo Ruanda, col quale le relazioni politiche e commerciali sono forti. Nel Nord - Kivu da qualche mese si assiste nuovamente a combattimenti pesanti tra i circa 5 mila miliziani fedeli al generale dissidente e filo ruandese Laurent Nkunda e l'esercito regolare (Fardc), che ha dispiegato circa 30 mila militari con il sostegno logistico dell'Onu. Indipendentemente dalle ragioni politiche, la presenza di militari nei villaggi provoca insicurezza tra la popolazione: abbandono dei campi, estorsioni di alimentari e animali, violenze sessuali su ragazze e arruolamento forzato di ragazzini. Circa quest'ultimo tema - prioritario per l'azione di Caritas Italiana in Africa - il rappresentante speciale per i conflitti armati dell'Onu, signora Radhika Coomaraswamy, riferisce che sono già centinaia i bambini arruolati e presto potrebbero diventare migliaia. Intanto i campi profughi di Mugugna, Rutshuru e Kiwanga e quelli in Uganda contano decine di migliaia di nuovi sfollati interni, assistiti anche da Caritas.

Omicidi di carattere etnico

Il quadro del conflitto è complesso e mutevole. Difficile fare previsioni, a causa delle controverse alleanze internazionali e locali. Per esempio si registra nuovamente l'attivismo militare di gruppi armati stranieri (tra essi il Fdlr, Forze democratiche di liberazione del Ruanda), mentre il 27 ottobre si è arreso ai caschi blu Onu Kibamba Kasereka, capo delle forze patriottiche Mayi Mayi (partigiani filo-Kinshasa, tornati protagonisti dei combattimenti contro le milizie di Nkunda). I segnali positivi e negativi si alternano: oggi fonti ufficiali segnalano la deposizione delle armi e il processo di integrazione di centinaia di ribelli di Nkunda, domani l'arruolamento di altrettanti uomini e bambini.

Intanto i fatti di cronaca locale a Goma, capoluogo del Kivu, fanno registrare un' escalation di omicidi di carattere etnico ai danni di persone con ruoli sociali ed economici di rilievo (compreso, sembra, il tentato omicidio ai danni del vescovo, monsignor Faustin Ngabu, a fine ottobre) e il diffuso brigantaggio notturno, che impone ogni sera il coprifuoco alle 18. Si teme inoltre che l'ingente ingresso di armi pesanti, via terra e via aerea, contribuisca a inasprire il conflitto. Non va dimenticato che il Nord-Kivu rappresenta una zona cuscinetto di fondamentale importanza per il vicino e popolatissimo Ruanda, che guarda al Kivu per le sue risorse minerarie e alimentari, oltre che come sbocco residenziale per la sua popolazione. La pace, in Congo, rimane una missione impossibile?

Le esistenze che si perdono nel "mare asciutto" della Libia

di Francesco Spagnolo
da Italia Caritas – dicembre 2007/gennaio 2008

Per l'Italia, la Libia è generalmente intesa come l'altra sponda di uno stesso mare, il "casello d'ingresso" di un flusso immigratorio costante e incontrollabile, che ha nelle nostre coste il punto di arrivo. Nelle parole di monsignor Giovanni Martinelli, vescovo di Tripoli, la Libia torna invece ad essere descritta con una luce diversa. Forse perché il vescovo in quella terra c'è pure nato...

Monsignor Martinelli descrive una Libia che è molto di più di quello che normalmente si conosce. A partire dal suo ruolo di importante partner commerciale per l'Italia, tramite la presenza della compagnia petrolifera Eni. Ma apre uno squarcio anche sui fenomeni di oggi: immigrazione incontrollata da altri paesi e droga tra i giovani, problemi simili a quelli che deve affrontare un paese sviluppato.

La Chiesa cattolica libica, anche tramite la sua Caritas, è impegnata in questi due ambiti con altrettanti progetti. Lavora sul problema della tossicodipendenza tra i giovani, in crescita negli ultimi armi per via di una certa agiatezza delle ultime generazioni, che spesso sconfina nella noia. L’obiettivo, in questo caso, è far prendere coscienza alla società libica di questa realtà, per poterla prevenire.

L’altro progetto riguarda la questione dell'accoglienza dei tanti immigrati che, provenienti dall'Africa subsahariana, passano le frontiere libiche. Frontiere, a dire il vero, invisibili, ben marcate solo sulle carte geografiche, ma che nella realtà del deserto del Sahara hanno la definitezza che possono avere le dune di sabbia. Un "mare asciutto", in cui non si sa bene quanti congolesi, eritrei o nigeriani sono morti, nel tentativo di arrivare nelle città o sulle coste libiche, per cercare un lavoro o una sistemazione, oppure (ma non necessariamente) per proseguire il viaggio verso l'Europa.

Statistiche precise purtroppo non esistono, anche a causa dell' atteggiamento del governo libico, che su questo argomento tende a essere elusivo. Si sa comunque che in Libia molti immigrati (principalmente pakistani e filippini) arrivano come regolari per lavorare. Altri invece rimangono clandestini, più o meno tollerati dalle autorità locali, che chiudono un occhio se la presenza rimane discreta e non pone problemi di ordine pubblico.

Convertirsi a un amore

È con questi, soprattutto, che la Chiesa cattolica lavora, insieme agli operatori di altre confessioni religiose, soprattutto delle chiese protestanti, nell'offrire accoglienza e uno sbocco regolare. Si opera innanzitutto cercando di insegnare un lavoro ai clandestini, che in alcuni casi tendono o a stabilirsi in tibia o a tornare nei paesi d'origine, se le condizioni lo permettono. «L’immigrazione è una preoccupazione che sta nel mio cuore e desidero che anche la Chiesa Italiana sia attenta a questa realtà, per la quale comunque fa già tanto - dichiara monsignore Martinelli -. Mi auguro che dall'Italia si guardi alla Libia in positivo, perché quello che già c'è di buono possa crescere, attraverso le cooperazioni economiche, ma anche tramite piccoli segni di amicizia e solidarietà».

Ma tutto questo come si intreccia con il tema del dialogo tra le religioni, che in un paese arabo e musulmano come la tibia è all' ordine del giorno? Monsignor Martinelli spiega di una presenza cristiana, e cattolica in particolare, assolutamente minoritaria nel paese nordafricano, il quale tuttavia è anche esente da forme religiose integraIiste. Anzi, a livello di istituzioni pubbliche e spirituali il dialogo con le piccole chiese cristiane è cercato e incentivato, soprattutto per quanto riguarda un certo confronto dottrinale e la collaborazione concreta su alcuni problemi comuni. «Guardo con una certa positività - conclude il vescovo - il popolo libico. Nello spiegare la mia presenza in quel territorio a maggioranza musulmana, richiamo sempre l'immagine dell'incontro di San Francesco con il sultano. Vorrei sempre vivere questa dimensione di apertura, di amicizia, di convivialità con il mondo arabo, perché più che il convertirci a una fede, conta il convertirci tutti a un amore. Ecco, dovremmo essere capaci di aiutare anche la Libia a crescere in questa testimonianza dell'amore».

Giovedì 06 Marzo 2008 19:53

L’Africa che non arriva al miraggio d’oltremare

Pubblicato da Luca Marcucci

L’Africa che non arriva al miraggio d’oltremare

di Umberto Fabris
da Italia Caritas – dicembre 2007/gennaio 2008

     Tamanrasset è una città di recente costruzione, dominata dal massiccio dell'Hoggar, che incombe su di essa con i suoi fiabeschi paesaggi lunari di deserto di pietra. Nel 1966 contava meno di tremila abitanti, oggi ne ha quasi centomila. È città commerciale e meta irresistibile per i turisti. È soprattutto un punto di incontro, nel sud dell'Algeria, delle piste che arrivano da Mali e Niger: qui si dà appuntamento l'Africa del Sahel, nell'attesa e nella speranza che si apra una porta verso il nord. Poco visibili, migliaia di camerunesi e malesi, congolesi e ivoriani, sopravvivono trovando rifugio nelle rocce vicino alla città algerina. Il deserto è attraversato e vinto, l'Europa sembra più vicina e a portata di mano.

Molti dei migranti sperano in un lavoro che permetta poi di proseguire il viaggio verso la frontiera marocchina seguendo l'asse sud-nord (cioè passando per Algeri, via In Salah e Ghardaia) o il meno frequentato sud-nord-ovest (attraverso Orano, passando per Adrar e Béchar). Poi, una volta in Marocco, non resta che attraversare lo stretto di Gibilterra.

     Questi sventurati cominciano a esistere per i governi e l'opinione pubblica europei quando sbarcano sulle coste italiane o spagnole, o quando i loro "barconi della morte" spariscono nel mare; prima, però, uomini e donne e bambini affrontano autentici itinerari della disperazione, percorsi irti di ostacoli e di difficoltà inenarrabili, in cui il sogno si trasforma spesso in fallimento, in incubo, in tragedia.

Una trentina di nazionalità

     Quando giungono in Algeria, hanno già percorso migliaia e migliaia di chilometri e attraversato fino a otto paesi diversi via terra, utilizzando vari mezzi di trasporto: barca o piroga, autobus, taxi, camion. Gli itinerari variano a seconda del paese di provenienza, ma tutte le strade, prima di entrare nel grande paese del Maghreb, convergono verso due città: Gao in Mali e Arlit in Niger. Da qui il passaggio verso Tamanrasset.

I viaggi durano da un minimo di quindici giorni a più anni, e non è solo la distanza a determinarne la durata: l'elemento decisivo è quello economico. Sono rari i casi di chi parte con i mezzi sufficienti per coprire la distanza in una sola volta, e quando si viaggia in famiglia le cose si complicano ancora di più. Il popolo dei migranti subsahariani convoglia in Algeria una trentina di nazionalità: i più numerosi sono nigerini, maliani, camerunesi, nigeriani. Ma quanti sono? Difficile dirlo: le stime ufficiali sono approssimative e di accesso pressoché impossibile, anche se il fenomeno è sempre più oggetto di studio. Secondo il Cisp (Comitato internazionale per lo sviluppo dei popoli), ong che lavora in Algeria dal 1996 a un progetto in questo settore, sarebbero più di centomila all'anno le persone che arrivano nel Maghreb dai paesi a sud del Sahara. Il vecchio continente rimane l'eldorado, ma le frontiere europee sono sempre più invalicabili e tanti emigrati finiscono per scegliere di rimanere in Algeria, che non è più soltanto uno scalo (così come a est Libia e Tunisia e a ovest le Isole Canarie) in direzione Marocco e poi Spagna. Sono i giovani sotto i 30 anni che non rinunciano alla traversata del Mediterraneo, mentre le incognite e i rischi del viaggio dissuadono i più adulti, che spesso hanno con sé moglie e figli.

Nei confronti dei migranti, poco a poco si è operato un cambiamento di attitudine da parte delle autorità algerine, passate da una sorta di passività poco amica a una repressione poliziesca più o meno dura a seconda del periodo. Il cambiamento non è estraneo alle ferme sollecitazioni dell'Unione europea, che sembra decisa a fare dei paesi del Maghreb il terreno di repressione di ogni tentativo di passaggio dall'altra parte del Mediterraneo. Così il flusso migratorio risulta ulteriormente rallentato, a causa dei controlli più severi, e ciò spinge a cercare sempre nuove piste clandestine, meno esposte, ma più pericolose e costose. Anche rastrellamenti e rimpatri forzati sono sempre più frequenti: per i migranti che raggiungono Algeri, spesso dopo diversi mesi dal loro arrivo nel paese, è aumentato sensibilmente il rischio di essere rimandati al punto di partenza.

Il rallentamento del flusso migratorio, inoltre, lo rende più visibile e concorre a dare l'impressione di un aumento del numero dei migranti clandestini subsahariani in transito. Tale quadro può essere applicato, con qualche distinzione, anche agli altri paesi del Maghreb, che si sono poco a poco trasformati in paesi di immigrazione. Tutto ciò aggrava le difficoltà della popolazione migrante: sfruttamento dei pochi uomini che trovano un lavoro per sopravvivere; precario stato di salute fisico e molte volte psichico; ricorso a espedienti e illeciti per garantirsi la sopravvivenza (traffici e falsificazioni di documenti e biglietti, prostituzione, spaccio e consumo di droghe, ecc); gravi difficoltà di integrazione con la popolazione locale a causa di relazioni spesso conflittuali e atteggiamenti razzisti.

Il desiderio di rientrare

    Tra coloro che si occupano dei migranti, ci sono anche la chiesa protestante e la chiesa cattolica (in essa la Caritas) algerine, che hanno dato vita all'associazione ecumenica Rencontre et Developpement ("Incontro e sviluppo"), presieduta da un Padre bianco olandese, Jan Heuft, con presidenti onorari monsignor Henri Teissier, arcivescovo di Algeri, e il reverendo Hugh Johnson, pastore delle Chiese protestanti d'Algeria. L’obiettivo dell'associazione è aiutare i molti clandestini che arrivano con mille bisogni, talvolta in condizioni fisiche o con situazioni familiari compromesse, che richiedono interventi tempestivi. Un giovane padre bianco italiano, Paolo Maccario, per conto dell'associazione ha realizzato nel 2003 un rapporto-inchiesta sulle migrazioni clandestine subsahariane attraverso l'Algeria. Si è trattato di una prima base di studio di un fenomeno la cui evoluzione va verso l'aggravamento. “All'origine - vi si legge - ci sono fattori di ordine economico, legati alla povertà, e di ordine politico, legati ai conflitti armati interetnici, alle persecuzioni etniche e religiose. (..) Il sistema dei visti per accedere in Europa e la creazione dello spazio Schengen hanno contribuito allo sviluppo di organizzazioni migratorie clandestine, soprattutto in Algeria e Marocco. Esse rappresentano ormai, per i candidati all' emigrazione, la sola possibilità di realizzare il loro progetto”.

    A Tamanrasset molti migranti incrociano i Piccoli Fratelli di Gesù, minuscola presenza cristiana stabile, composta da una comunità di religiose e una manciata di laici, che vegliano sui luoghi dove visse e morì Charles de Foucauld. Martine, Piccola Sorella del Sacro Cuore, racconta di incontri quotidiani, in un clima che sembra di permanente emergenza: «Continuiamo a incontrare persone che arrivano dal sud: alcuni prendono coscienza di essere stati truffati da reti di "passatori" nei loro paesi di origine, arrivano da noi perché non sanno più come andare avanti. Soprattutto, continuiamo a incrociare quelli che sono rispediti indietro. Magari dopo essere stati in prigione per anni in Marocco o in Algeria, o essere stati abbandonati al confine con il Mali, alla frontiera di Tinzaouaten, che ha reputazione di inferno: alcuni, che non sanno dove andare e non hanno i soldi per tornare a Tamanrasset, disperati saltano sui camion, a volte a prezzo della vita. Quelli che hanno i soldi viaggiano in 25 in media su una jeep, sfidando le piste clandestine e gli imbrogli dell'autista. A volte cadono dalle macchine e devono farsi a piedi fino a trenta chilometri, prima di arrivare qui.. .».

     A Tamanrasset, l'incubo dei migranti continua. Le condizioni di vita sono di estrema insicurezza. La prima, grande paura è farsi prendere dalla polizia: così ci si rende sempre più invisibili. «Basta che nei rifugi sul limitare del deserto uno di loro gridi nella notte, per paura di un animale - prosegue Sorella Martine -, che tutti fuggono allarmati, credendo che arrivi la polizia, e molti si feriscono sulle pietre. A piccoli gruppi alcuni vengono a pregare con noi, se la messa è celebrata in pieno giorno, ma la sera non rischiano. Oppure li vediamo vicino a un muretto, dove si radunano sperando che qualcuno li ingaggi per un nuovo lavoro, ma di colpo si sparpagliano, quando passa la macchina della polizia.. .». Da affrontare, poi, c'è una realtà quotidiana ai limiti della sopravvivenza. Per mesi, talvolta per anni: «Una volta in pieno inverno, nel corso di un'uscita nel deserto, ho scoperto una dozzina di senegalesi. Ero sconvolta: uomini persi come su un'isola, che da un anno si trovavano in quel posto, senza potere né proseguire né tornare indietro. Qualche tempo dopo la polizia è passata a distruggere e a bruciare il loro accampamento di miseria».

     Di fronte a tante immani difficoltà, alcuni migranti manifestano il desiderio di rientrare in patria. Rencontre e Développement favorisce questi ritorni (176 nel 2006). Tamanrasset è l'ultima tappa in terra d'Algeria. Nel dicembre 2006 l'associazione vi ha organizzato un incontro, invitando diversi gruppi che operano a favore dei migranti. È stata un' occasione di dialogo, in vista di una migliore collaborazione, con realtà associative e missionarie operanti anche nei paesi di provenienza dei migranti. Così Rencontre et Développement ha cominciato a progettare l'erogazione di piccoli finanziamenti, a cui possono accedere i rimpatriati in Congo, Ciad, Togo e Camerun, per realizzare microprogetti di sviluppo. La strada che conduceva verso il miraggio Europa può concludersi dove era partita. E non è detto, dopo tanto soffrire, che sia una sconfitta.

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