Sabato, 25 Settembre 2021
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ABSTRACT tratti da "FAMIGLIA OGGI" n° 3 / 2003

L’ESPERIENZA DELL’ "ATTESA" NEL PADRE

La ricerca, che s'inserisce in un
articolato filone di studi sul tema della genitorialità, focalizza le
modalità rappresentative e narrative di un gruppo di futuri padri,
analizzando l'esperienza dell'attesa del primo figlio nel confronto tra
il prima e il dopo la nascita. L'indagine ha esplorato soprattutto le
fantasie, i vissuti emotivi della dimensione paterna specificatamente
alla sfera individuale, di sé come figlio e di sé nella coppia. I
risultati hanno evidenziato osservazioni legate alle differenze di
genere, al diverso livello di complessità emotiva, riconoscendo anche
la "fragilità maschile", ai legami trigenerazionali con i propri
genitori.

Angela Maria Di Vita e Alette Merenda

 

ESSERE GENITORE, QUANDO…?

Il panorama demografico europeo è
caratterizzato da un progressivo calo delle nascite e un generale
innalzamento dell'età alla maternità/paternità, che proprio in Italia
hanno trovato le manifestazioni più evidenti. Le donne finiscono gli
studi più tardi, entrano nel mercato del lavoro in età più avanzata,
posticipano il matrimonio e, di conseguenza, affrontano la nascita del
primo figli o in età più matura rispetto alle generazioni delle loro
madri, o anche delle loro sorelle maggiori. Pure la prima paternità
subisce un salto in avanti e nel profilo medio delle biografie maschili
l'immagine del neopadre ultratrentenne va sempre più con figurandosi
come una realtà.

Marta Blangiardo

 

COSTRUIRE SPAZI COERENTI

Il grande mutamento del concetto di
paternità avviene nel ventennio 1965-1985. Prima, al padre erano
assegnate le funzioni legate all'autorità e al procacciamento delle
risorse. Ma la denatalità, il divorzio, la contestazione giovanile, il
femminismo e l'entrata della donna nel mondo occupazionale mettono in
discussione il vecchio ruolo paterno. Tuttavia quello nuovo non è
ancora chiaro dato che oscilla tra lo stereotipo ottimista dei "nuovi
padri", giocosi e accudenti, e la realtà di padri che poco condividono
la gestione dei figli se non decisamente assenti. A tale incertezza di
ruolo spingono il ridisegno dell'identità maschile nonché i processi
che valorizzano la relazione "certa", quella madre-figlio.

Vittorio Filippi

 

PADRI PER FORZA IN FUGA

Anche il ruolo del padre è in
trasformazione. È un percorso difficile e complesso, nel quale trovano
spazio carenze e fughe dalla responsabilità, che per essere comprese,
vanno riportate sia alle storie e alle sofferenze personali e
familiari, sia alla pressione dell'ecosistema culturale e agli
stereotipi diffusi. Le aspettative sociali nei confronti di una
presenza paterna forte e protettiva appaiono oggi elevate, come il
ruolo del padre nella crescita psicologica dei figli, che si può
rilevare dall'orientamento degli studi di psicologia dello sviluppo
sulle relazioni triadiche precoci e sul sistema famiglia. Richiedono
perciò risposte collettive di impegno e di educazione.

Emanuela Bittanti

 

PORTARE MOGLIE E FIGLIO NELLA MENTE

Per molti secoli il padre è stato escluso dalla
gravidanza e dall'accudimento dei figli, perché ritenuti un affare di
donne. Oggi invece si sta riscoprendo la sua importanza nelle diverse
fasi della crescita del bambino. Il coinvolgimento attivo dei padri
nell'accudimento del bambino passa attraverso le madri, che
rappresentano il tramite tra padre e figlio. In particolare, la
partecipazione paterna nell'esperienza della gestazione si articola a
tre livelli: accudimento, sostegno della partner, legame con il figlio.
Il padre durante la gravidanza comunica con il bambino attraverso il
canale sonoro, psicotattile, empatico.

Gino Soldera e Mara Frare

NON BASTA NASCERE PER VIVERE

Il cambiamento culturale degli ultimi
decenni ha messo in crisi le figure di padre e di madre che, irrigidite
nei ruoli precostituiti da un ordine sociale, sono finite in ruoli
incerti e confusi. Ampi quesiti nascono sulle possibilità di una nuova
immagine della coppia e della famiglia. Quale padre oggi in relazione a
una madre che ha già attuato un suo percorso trasformativo per
riconoscersi in una sua identità personale e collettiva? Le riflessioni
propongono un itinerario a due che passi dal ruolo dell'interdipendenza
operativa passata al recupero di una soggettività che evidenzi un
abbraccio di reciproco rispetto e di una più serrata collaborazione
educativa per sé e per i figli.

Franco Cecchin

Domenica 20 Febbraio 2005 18:10

ABSTRACT tratti da "FAMIGLIA OGGI" n° 2/2003

ABSTRACT tratti da "FAMIGLIA OGGI" n° 2/2003

DI MAMMA NON CE N’È UNA SOLA

Una neo-mamma non può stare contigua al
suo neonato ventiquattro ore su ventiquattro! Prendiamo le distanze
dall’idillio che ci porta a pensare che mamma e neonato costituiscano
una sorta di simbiosi autocentrata e autosufficiente. Per dare
consistenza al loro assunto, gli autori conducono l’analisi in due
momenti: con riferimento agli studi sull'attaccamento che guidano alla
costruzione della "madre responsiva" e con riferimento alla
rivisitazione e ricostruzione della "comunità delle madri".

Mariateresa Zattoni e Gilberto Gillini

GLI ERRORI DI UNA MADRE DELUSA

Il passaggio da figlia a madre rappresenta per la
donna un momento cruciale della sua esistenza, che prevede cambiamenti,
l'assunzione di responsabilità e ruoli inediti. A tutto ciò si
aggiungono le molte aspettative che accompagnano questo evento tanto
desiderato e temuto. Il bambino, e il rapporto che la futura madre
instaurerà con lui, finisce per avere caratteristiche per lo più
dettate da messaggi falsamente ottimistici provenienti dai mezzi di
comunicazione. Ma, ovviamente, la realtà è sempre diversa e quando lo è
in senso peggiorativo insorgono delusioni, frustrazioni e incapacità di
affrontare le difficoltà.

Anna Oliviero Ferrarsi

L’AMORE CHE FA CRESCERE IL FIGLIO

Non basta un amore umano per educare il
figlio. Il bambino è persona già dal concepimento e ciò significa che
ha tratto il suo essere da Dio e può relazionarsi con Lui. Il figlio,
dunque, non dipende dalla madre come comunemente si crede perché prima
d'essere figlio suo è figlio di Dio. È un dato di fatto. Ma la
concezione culturale materialista ha tutt'altra considerazione e
rischia di ridurre il figlio a solo corpo.

Gioia Viola Bartolo

INCORAGGIARE IL BENESSERE DI CONTATTO

Il rapporto di coppia tra due futuri
genitori dev'essere saldo ed equilibrato ancora prima della nascita del
bambino. In caso contrario, spesso, questo evento scatena il
peggioramento di una crisi già esistente. Alla serenità di una famiglia
contribuisce un più sollecito comportamento paterno, che tuttavia, non
va letto come risposta all'emancipazione femminile. L'etologia e
l'antropologia, infatti, hanno ampiamente dimostrato che da sempre il
maschio si è occupato della prole attraverso quei gesti che
ingiustamente vengono ritenuti tipicamente materni.

Fulvio Scarparro

IL BAMBINO PROGIONIERO

L'articolo sottolinea l'efferatezza del
figlicidio e l'incredulità che suscita nella pubblica opinione. E
ricorda che esistono segni e sintomi come campanelli di allarme. C'è
sempre un motivo che scuote la base sicura rappresentata dal rapporto
madre-bambino. Ma va ribadito che "fare del male" a un bambino resta un
caso raro perché la regola è la vita e la vita si riproduce e chiama
altra vita.

Franca Do

NOVE MESI DI UTILE COMUNICAZIONE

La tecnologia sviluppata negli ultimi
decenni ha consentito alle numerose ricerche scientifiche di esplorare
la vita prenatale e permesso di scoprire che il nascituro ha una vita
intrauterina ricca e complessa. Egli è dotato di una specifica
individualità, in cui le precoci abilità sensoriali trovano il loro
naturale sviluppo in un rapporto di continua interazione con l'ambiente
esterno. L'educazione prenatale ottiene molteplici vantaggi nel
processo di crescita della famiglia.

Oriana Franceschin

MANTENERE ALTO IL VALORE DELLA VITA

Negli ultimi anni sta emergendo sempre
più il bisogno di promuovere una psicologia che si occupi non solo
delle patologie, ma anche della qualità della vita della persona, sia
essa malata o non. Nell'ottica della psicologia applicata alla
ostetricia ciò assume un ruolo molto importante. Come affrontare i
problemi psicologici che la gestante vive quando entra in una struttura
ospedaliera è oggetto vari studi e i ricerche ma è solo di recente che
si sta attivando l'interdisciplinarietà per un miglioramento della
qualità dell'assistenza.

Dario Casadei

L’OSSERVAZIONE PSICOANALITICA DEL NEONATO

L’Associazione italiana di psicoterapia
psicoanalitica infantile (Aippi) ha organizzato a Milano (30 novembre
2002) un convegno dal titolo "L'osservazione psicoanalitica del neonato
e del bambino". Le diverse relazioni che si sono succedute hanno preso
in esame l'Infant Observation nella sua caratteristica di fondamentale strumento formativo per tutti gli operatori che lavorano con bambini.

In questa particolare situazione l'osservatore
diventa testimone del divenire della relazione di una madre col suo
bambino e allo stesso tempo, questa esperienza emotiva significativa,
lo porta a fare un incontro inaspettato con un altro bambino, il
proprio bambino interno, e con le correlate esperienze precoci nella
relazione madre-bambino.

Le due funzioni principali che deve essere in grado di gestire durante l'Infant Observationsono contenere e differenziare. Deve infatti, da una parte, essere in
grado di accogliere, conservare ed elaborare, senza agire, stati
emotivi primitivi intensi proiettati dalla famiglia osservata,
tollerandone il loro carattere confuso. Dall'altra è fondamentale che
sviluppi la capacità di trovare la giusta distanza emotiva,
distinguendo tra stati mentali proiettati in lui dall'esterno e le
reazioni emotive suscitate dal riattivarsi di stati mentali primitivi
propri, mantenendo così il senso della propria integrità e separatezza.

L'Infant Observation è quindi una modalità di
apprendimento particolare, durante la quale l'osservatore entra in
contatto con emozioni intense e primitive che gli consentono
d'incontrare anche le proprie emozioni.

Emanuela Di Gesù

Domenica 20 Febbraio 2005 18:09

Non trasferire i propri sogni nei figli

Un pericolo in agguato.

L’emozione che la paternità porta con sé è sempre grande. Ma il genitore saggio comprende che non tocca a lui
tracciare la strada a colui al quale ha dato la vita, pena trovarselo nemico, malgrado tutto.

Un mio giovane collaboratore è preciso, attento, scrupoloso. È moderno, ma nello stesso tempo buon cattolico, osservante, politicamente corretto, molto innamorato della moglie. L'altra settimana è diventato padre per la prima volta. Per due giorni
non lo si è visto, ma tutti sapevamo perché. Quando è venuto in ufficio tutti gli hanno subito chiesto notizie della bambina. Ma lui voleva parlare d'altro.

"È stato bellissimo", raccontava. "Assistere al parto è stata davvero una cosa bellissima, emozionante, fantastica". I colleghi più anziani, due o tre volte padri, lo guardavano stupiti. Uno che è già più volte nonno disse: "Ai miei tempi non ci facevano assistere al parto. Aspettavamo fuori, fin quando non arrivava un'infermiera con quel bambolotto in braccio. Potevamo solo guardarlo, accarezzarlo con un dito".

Adesso assistere al parto è oggi cosa normale, magari davvero bellissima. Di sicuro rende più partecipi, fin
dall’inizio, di che cosa significa mettere al mondo un bambino: il dolore fisico, la gioia del primo vagito, la stanchezza di quel corpo di donna che ha ancora una volta donato amore, ma in modo diverso. A un
essere nuovo, che d'ora in poi...

Ecco, "d'ora in poi" è il primo pensiero che viene in mente dopo l'ubriacatura di gioia, dopo l'emozione, dopo l'attimo di
orgoglio (sono padre). D'ora in poi tutto, ma proprio tutto, sarà diverso. Che tu lo voglia, o non lo voglia, illudendo te stesso. Che tu lo sappia o che non te ne renda conto, nel tuo egoismo natura e di uomo giovane, al quale fino a ieri nessuno poteva imporre qualcosa non essendo in grado di chiedere niente, esattamente come quel grumo di carne rosea. Che tu ci pensi o no, sarà probabilmente quel grumo di carne rosea che un giorno ti chiuderà gli occhi, dopo che a lui (e ai
suoi fratelli, se gliene darai) tu avrai dedicato la tua vita.

Tante cose la banalità del vivere fa dire e scrivere, nella società della fitness, sui neopapà. Siccome la legge consente oggi anche ai padri assenze dal lavoro per la cura dei neonati, siccome l'eguaglianza dei sessi ha reso normali per entrambi operazioni un tempo riservate alle sole donne (preparare e reggere il biberon durante la poppata, cambiare i
pannolini, lavare quel corpicino, tenerlo in braccio quando piange la notte), i giornali specializzati si diffondono in consigli, come se non bastassero pediatri e mamme, e suocere, e zie e amici che ci sono già
passati.

In realtà niente è più facile che imparare rapidamente e praticare con sufficiente abilità quegli incarichi di genitore. Un po' più difficile è accettare altrettanto rapidamente che la propria vita è cambiata, si è capovolta, le antiche abitudini sono sconvolte. Se prima si andava a ballare ogni sabato sera, adesso non si può più; per questo inverno lasciamo gli sci in cantina; non si va al mare a luglio, fa troppo caldo; le Maldive possono aspettare; e fumare in casa, stop; e la tv all'improvviso ci si accorge che fa troppo rumore; e in macchina la prudenza non è mai troppa; forse bisognerà cambiarla, non è comoda, dove mettere il passeggino?

Ma la cosa più difficile sarà entrare in sintonia con quel bambino, e questo vuol dire capirlo fin da quando, a sei mesi, le smorfie indecifrabili del suo viso si rivelano sorrisi, riesce a star seduto nel lettino, e poi un giorno ti tende le braccia e ti dice in quel modo che ti riconosce, sei suo padre, ha fiducia in te come ne ha nella mamma. Solo a quel punto cominci a pensare a lui come a una persona altra, non un tuo clone.

Che cosa dice la narrativa

In quel romanzo che è forse il più bello di tutto il Novecento, I Buddenbrook, Thomas Mann (che lo scrisse a vent'anni, e per quanto abbia scritto poi, non ha mai più raggiunto quell'altezza vertiginosa) descrive in una scena il rapporto nuovo che si instaura poco per volta, ma insidiosamente, fra un padre - il senatore Thomas Buddenbrook - e il suo bambino ormai cresciuto, il quale rivela man mano doti e tendenze naturali della madre e ben poco, o nulla, del padre. "In cuor suo Thomas Buddenbrook non era contento del carattere e delle tendenze del piccolo Johann. Egli aveva sposato Gerda Arnoldsen, a dispetto dei filistei che scuotevano il capo e si scandalizzavano di tutto, perché si sentiva abbastanza forte e libero da poter manifestare un gusto più fine del comune senza far danno alla sua rispettabilità borghese. Ma il figlio, l'erede tanto a lungo invocato, che pure portava nel fisico tante caratteristiche della famiglia paterna, doveva proprio appartenere completamente alla madre? (...) Finora, la musica di Gerda (...) aveva costituito per Thomas un fascino di più da aggiungere alla sua personalità singolare; ma ora, vedendo che la passione per la musica, a lui incomprensibile, s'impadroniva già, così presto e così profondamente, anche di suo figlio, cominciò a considerarla come una forza ostile che s'ergeva tra lui e il ragazzo, di cui sperava di fare un vero Buddenbrook, un uomo forte e pratico, con un gagliardo istinto di potere e di conquista. E nello stato contabile in cui si trovava gli parve che quella forza ostile minacciasse di far di lui un estraneo alla propria casa". Ecco, il pericolo che i neopapà non vedono, nella gioia della nuova vita che stringono fra le braccia, ma di cui bisogna caritatevolmente avvertirli: il pericolo di trasferire sé stessi e i propri sogni nei figli, di volerli come loro, di tracciargli la strada che dovranno percorrere. È così che tante volte i figli diventano nemici dei padri, senza che lo vogliano, né gli uni né gli altri.

Beppe Del Colle

Da "Famiglia Oggi" 3/2003

Domenica 20 Febbraio 2005 18:08

La vera famiglia tipica italiana

La vera famiglia tipica italiana

Si
torna a parlare di famiglia. Eterno ritorno. La scusa è un film di
successo dell'italiano Gabriele Muccino. Dice cose che si sentono da
tempo anche alla televisione o si leggono sui giornali. Le dice con
bravura, riuscendo a far identificare tanta gente.

Quella madre? Sembra proprio me. E la figlia che vuol fare la velina? La tipica ragazza italiana.

Cose che sanno tutti: la famiglia vive la crisi di
genitori impreparati, di padri che sembrano più fratelli, di madri che
faticano a tirare avanti e spesso non si realizzano affatto, tra vita
personale e vita familiare. I figli vanno via di casa sempre più tardi,
solo il Sud conserva un po' del vecchio sentimento patriarcale che
caratterizzò l'Italia. Si sa. Come si sa che la criminalità è in
aumento o che i Governi centrali sono corrotti e quelli locali più
pragmatici e onesti. Il fatto è che, se qualcuno avesse la pazienza di
dare un occhiata ai dati statistici e sociologici, saprebbe che la
criminalità in Italia, non è mai stata tanto bassa. Sono diminuiti in
modo costante le rapine e gli scippi, i sequestri, e il numero degli
omicidi è il più basso dal 1860 (prima non si può dire: non c'era
l'Italia). La corruzione? Roma ladrona? Un altro luogo comune. Tutti
gli studi dei sociologi più avvertiti spiegano che il tasso di
corruzione cresce man mano che ci si sposta dal centro alla periferia.
Basta citare i casi estremi dell'autonoma Sicilia e dell'autonoma Val
d'Aosta, le più libere di fare in proprio, le meno influenzate da Roma.
Con quale risultato? Rari esempi di malcostume, privilegi e spreco di
denaro pubblico. Dunque, attenti al federalismo (ma chi lo dice,
questo?), e non solo per le nuove differenze ed ingiustizie che potrà
creare.

Ed eccoci alla famiglia. Un sociologo serio, Marzio
Barbagli, che sulla famiglia ha scritto una decina di libri (per
l'editrice "Il Mulino" di Bologna), che per abitudine parla dopo aver
guardato e riguardato i dati che la realtà ci fornisce, mi ha spiegato
cortesemente: non è affatto vero che i figli vanno via di casa sempre
più tardi. Se si escludono i 15 anni tra la fine degli anni Sessanta e
i Settanta, i figli italiani sono andati via di casa anche dopo. Anzi,
spesso non andavano via di casa affatto, sostituendosi, dopo una
convivenza tra famiglie, ai genitori che li lasciavano (per ragioni
naturali). Solo dice Barbagli che molti osservatori, commentatori o
giornalisti si sono formati proprio in quei quindici anni anomali e,
inevitabilmente, fanno della loro esperienza la regola. Ma non è vero.
E non è vero neppure che la nostra famiglia meridionale fosse unita e
patriarcale. Proprio al Sud, anzi, c'era il tasso più alto di
separazione obbligata tra parenti, dovuto ad un'economia che richiedeva
braccianti e garzoni, spesso lontano da casa. E mancando la proprietà
piccola o media, difficilmente i campi potevano sfamare intere
famiglie. La famiglia patriarcale c'è stata eccome, ma piuttosto a
Nord-Est, nel centro più civile e ricco d'Italia, dove era imposta
dall'economia del podere. Ancora oggi i figli stanno più vicini ai
genitori (anche emotivamente) in quel Centro-Nord piuttosto che nel
Sud. Lo dicono i dati dell'ISTAT, è un fatto.

Quanti fatti sono ignorati dai mass-media e formano
opinioni false che poi producono risultati reali? Quanta intolleranza,
quanti giudizi infondati e superficiali? È il frutto dì un Paese che
disprezza le statistiche e la ricerca, lo studio. E, anche per questo,
parla sempre più, spesso di nulla.

Attilio Giordano

da "L'Ancora" - aprile 2003

Domenica 20 Febbraio 2005 18:07

DARE GUSTO ALLA VITA

DARE GUSTO ALLA VITA

· Si può vivere senza pensare e senza riflettere, ma è come mangiare cibo senza sale e senza sapori. · Si può vivere ugualmente, ma qual è il senso della vita? ·
Ponendoci le classiche domande: Chi? Come? Dove? Quando? Perché?
vogliamo capire come cucinare una Ricetta-Vita personale, ricca,
corposa e capace di donare felicità e realizzazione.

Prima parte

Perché dare gusto alla vita?

Una
vita spenta e senza luce è sicuramente una strada piana e senza scosse,
i problemi ci sfiorano, ma non ci coinvolgono, la sofferenza è lontana
e ce ne sentiamo protetti. Possiamo vivere così e sentirci al sicuro,
senza paure ed incertezze, ma corriamo il rischio di perderci la parte
migliore, quella fatta di gioie intense, soddisfazioni personali,
capacità di andare oltre i propri limiti. Ci si nega la possibilità di
scoprirsi capaci di cose grandi. Dare gusto alla vita ha senso nella
misura in cui si desidera vivere in pienezza, godendo e gustando le
meraviglie che il Signore ha seminato sul nostro cammino.

I bambini vanno stimolati a scoprire la bellezza
del ricercare la gioia, l'amicizia, l'impegno per camminare e costruire
senza quella terribile noia, quel vuoto che spesso sembra
caratterizzare le giornate.

Quando si arriva a capire perché dare gusto alla
propria vita, si è pronti a fare un ulteriore salto di qualità e
scoprire che la vita ha ancora più gusto quando condividiamo queste
grandi scoperte con gli altri che ci stanno accanto. Da buongustai
della vita si diventa così "cuochi" capaci di cucinare per gli altri,
piatti di vita saporiti e abbondanti.

Si può scoprire così che ci sono cose belle nella
vita che ci realizzano, ma anche che ci sono cose più belle, anche se
più faticose, che ci permettono di vivere bene e di aiutare gli altri a
vivere bene.

Come dare gusto alla vita?

Non esiste una ricetta da seguire
uguale per tutti, esiste la ricetta che ognuno deve scoprire vera per
sé. Vivere veramente significa scoprire la strada che maggiormente dona
gioia e felicità, senso di pienezza e completezza.

I bambini devono essere aiutati a riflettere su
cosa davvero desiderano e su cosa sono disposti a sacrificare per
raggiungere ciò che desiderano.

Si può proprio cercare di far costruire loro la Ricetta della Vita Gustosa con:


· ingredienti,

· modalità di esecuzione,

· tempi di cottura,

· grado di difficoltà,



  • presentazione del piatto,

ricordando che le ricette migliori richiedono tempi lunghi e
difficoltà maggiori, ingredienti numerosi e capacità di progettare le
modalità di esecuzione. Si possono anche cercare quali sono gli
ingredienti che non si amalgamano con gli altri, e che alterano i
sapori fino a rendere immangiabile il cibo.

Quando dare gusto alla vita?

Ci
sono ricette che si tengono da parte per le feste e le ricorrenze
particolari, ce ne sono altre che vengono preparate ogni giorno. Così è
anche nella vita: ci sono momenti forti in cui siamo chiamati a fare
scelte importanti (quale scuola frequentare, quale cammino
intraprendere), e altri in cui siamo chiamati a vivere la quotidianità
con un impegno continuo a realizzare i progetti che ci siamo proposti.
L'impegno di rendere saporita la vita è quotidiano, perché ogni giorno
dobbiamo essere attivi, attenti, propositivi e generosi. Ogni giorno
incontriamo altre persone e possiamo scegliere di diventare per loro la
spezia che dà colore e gusto alla loro vita.

Roberta Guastamacchia

Giovanna Bettiol

da "L'Ancora" - marzo 2003

 

DARE GUSTO ALLA VITA

Seconda parte

Chi dà gusto alla vita?

Sicuramente
ognuno è chiamato a scoprire il gusto della propria vita e può decidere
come aumentarne il gusto e come amalgamare gli ingredienti.

Dobbiamo anche ricordare che non siamo i padroni e
gli arbitri assoluti della nostra vita. Questa è un dono che riceviamo
abbondante dal Signore e dobbiamo esserne responsabili. Dio vuole che
noi viviamo in pienezza perché possiamo essere felici, contenti di noi,
esprimendoci al massimo delle nostre possibilità, avendo a cuore la
nostra vita e quella degli altri.

Sa che abbiamo limiti e difetti, che spesso non
riusciamo ad andare oltre il nostro egoismo e a donarci agli altri. Per
questo ci ha insegnato come sì fa a cucinare una vita perfetta
nell'amore e nell'amicizia: Gesù è venuto sulla terra ed ha vissuto
pienamente.

Si possono fare dei paralleli tra la vita di Gesù
e quella dei bambini per far scoprire quali sono i valori che Gesù ci
vuole trasmettere e come è soprattutto nell'amore che realizziamo la
nostra umanità.

Quando impariamo a usare gli ingredienti: fede,
amore, speranza, amicizia, allora sì che la nostra Ricetta-Vita assume
un aspetto gradevolissimo e un gusto delicato e corposo insieme.

Come noi dobbiamo essere cuochi per la vita degli
altri, così dobbiamo accogliere i doni che gli altri ci fanno con la
loro presenza, con la disponibilità, con l'ascolto l'amicizia e l'amore
che ci dimostrano. Quando si organizza una festa e ognuno porta
qualcosa allora la tavola è completa.

Dove dare gusto alla vita?

Se ogni momento della vita siamo
chiamati a cucinare, questo significa che la nostra cucina è ovunque
noi ci troviamo. E un'attività mai finita e mai conclusa, che ci
accompagna e ci impegna in ogni luogo. Impariamo anche che gli
ingredienti non buoni, che talvolta ci portiamo dentro, possiamo
deporli nelle mani di Dio nel sacramento della Riconciliazione e lui è
capace di trasformarli e riutilizzarli rendendoli ingredienti buoni per
la nostra vita.

Nel CVS si può anche scoprire come utilizzare un
ingrediente che può sembrare spiacevole ed in contrasto col gusto che
vogliamo dare alla vita: il dolore. Si può comprendere che è un sapore
che fa parte della vita di ognuno e che, se vissuto con Gesù e
trasformato, dona un sapore speciale perché diventa semplicemente amore
donato. Questo è il gusto più bello, quello che fa brillare gli occhi,
che dona gioia a chi lo offre e a chi lo riceve.

In conclusione, possiamo dire che alla scuola di Dio ognuno è chiamato a diventare un grande "chef" e un grande uomo.

Sicuramente sarà venuta una gran fame a tutti... Sì
può pensare di organizzare un momento di festa, invitando i bambini a
dare anche un nome alle ricette-vita che hanno preparato e finalmente
mangiare e gustare tante cose buone

Roberta Guastamacchia

Giovanna Bettiol

da "L'Ancora" - marzo 2003

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