Martedì, 28 Settembre 2021
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Domenica 20 Febbraio 2005 18:05

La bellezza di ciò che continua

La bellezza di ciò che continua

 

Secondo i dati forniti da
un'indagine Iard, la famiglia e l'amore sono i valori fondamentali dei
giovani italiani, rispettivamente per l'86% e il 78% del campione.
Questi picchi valoriali, in ogni modo, non hanno nessuna influenza
nella reale vita familiar-matrimoniale, visto che la permanenza nella
famiglia d'origine aumenta, che i matrimoni diminuiscono e che di
conseguenza la natalità si posticipa oltre i 30 anni. La considerazione
che si può trarre è che c'è resistenza ad instaurare relazioni stabili,
a prescindere dal matrimonio, e che convivere è una decisione troppo
impegnativa e che prevede troppi oneri e rinunce; inoltre è
considerevole le difficoltà poste dal fattore tempo, causa la difficile
conciliazione tra tempo familiare e quello lavorativo. La convivenza
con i genitori è vista come difesa da una società minacciosa e
difficile da affrontare, da cui si può scappare rifugiandosi tra le
rassicuranti mura domestiche.

I CONTESTATORI E GLI EDONISTI

Le diversità generazionali tra giovani del
Novecento si possono racchiudere nello slogan delle tre emme e delle
tre esse. Le tre emme simboleggiano i valori dei giovani degli anni
Cinquanta e più in generale della precontestazione: gli ideali della
moto (o macchina), del mestiere, di una moglie (o marito); sono questi
gli obiettivi di chi voleva crescere in fretta e diventare presto
adulto. Le esse rappresentano i giovani degli anni Ottanta, che
puntavano ai soldi, al successo e al sesso. Mentre negli anni Cinquanta
il matrimonio e la famiglia sono i due principali traguardi d'ogni
ragazza e ragazzo, la rivoluzione, sociale e sessuale, scoppiata nel
decennio successivo, porta il tasso dei matrimoni ad abbassarsi
notevolmente negli anni Sessanta e Settanta. Alla fine degli anni
Novanta il matrimonio non è né un istinto né un bisogno, come
all'inizio del secolo, ma una nicchia di felicità e il luogo del
dialogo. Si è passati cosi' dal matrimonio senza amore (combinato per
interessi prevalentemente economici) a quello per amore e, oggi, ad un
amore che vive anche senza matrimonio.

LA CULTURA DELL'AMORE

I giovani vivono ormai in situazione
culturale contraddistinta dal soggettivismo, dalla reversibilità delle
scelte, dalla differenziazione tra ambiti privati e pubblici e anche il
matrimonio è visto come una sovrastruttura ingombrante, perché per i
giovani quello che conta veramente è l'amore, i sentimenti, l'intimità.
Si può parlare di "relazione pura", in cui nel rapporto di coppia il
legame non è sancito da criteri esterni o sociali, ma da criteri
interni al rapporto. In questa visione manca la progettualità comune
della coppia e il senso profondo della relazione; il rapporto amoroso è
oggi autonomo a causa della mancanza di riferimenti sociali esterni che
sostenevano e incanalavano la coppia fino a qualche decennio fa.
L'amore diventa cosi' "caotico" perché è sganciato dalla morale, dalla
religione, dalla famiglia e da ogni supporto esterno: i tempi di
fidanzamento diventano lunghi e indefiniti, l'intesa sulla religione e
anche sugli aspetti economici diventa contenuta, la lontananza psichica
dai parenti è ampia e sono assenti coppie modelli cui ispirarsi. Il
matrimonio appare cosi' sempre più sullo sfondo, posticipato perché
visto troppo faticoso e impegnativo, ma anche privo di una trama
precisa da poter seguire. Questo rappresenta un paradosso, perché oggi
la coppia è un nucleo fondamentale per l'individuo, ma non è
necessariamente visibile né istituzionalizzata nella società attraverso
il matrimonio.

Osservando anche ciò che succede negli altri paesi,
la scelta di stare insieme si potrebbe articolare nel futuro in tre
livelli diversi: la convivenza more uxorio, il Pacs, che norma alcuni
aspetti della vita di coppia non coniugata che permette di ricevere un
sussidio materiale, e il matrimonio rinforzato, che rinforza l'impegno
matrimoniale con una formazione a monte.

Il contesto culturale odierno è quindi "neutro" nei
confronti del matrimonio: per rilanciare e rafforzare il vincolo
matrimoniale occorre partire dalla trasformazione dei giovani, che
hanno piena libertà e autonomia sebbene ancora dentro la famiglia
d'origine e le loro tappe verso l'età adulta sono sempre meno visibili
e significative. La coppia oggi non è vista in una progettualità ma è
solo fonte di riduzione e di sfogo dalle tensioni esterne e sociali. I
percorsi che portano al matrimonio sono privati, non supportati in
alcun modo dall'esterno: c'è bisogno quindi di una politica pubblica
per la tutela della famiglia, che aiuti le giovani coppie a diventare
delle vere famiglie.

Come scriveva il poeta Rilke, "c'è tanta bellezza in
tutto ciò che comincia", ma forse c'è una bellezza maggiore in ciò che
sa continuare rinnovandosi.

Vittorio Filippi - Sociologo

Tratto da "Famiglia Oggi"-11

Riduzione e adattamento a cura di Simona Internullo

Domenica 20 Febbraio 2005 18:04

LA CRESCITA PERSONALE A RAGGIERA

LA CRESCITA PERSONALE A RAGGIERA

Il dilagante individualismo, che
caratterizza la nostra società, è una minaccia per una sana vita
familiare, che sfocia nel disgregarsi della coppia, nella rinuncia a
procreare, nel rifiuto della convivenza; insomma, una progettualità di
coppia ridotta al minimo. L’individualismo è anche narcisismo, la
dedizione al culto di sé, specialmente nei trentenni e quarantenni.
Queste persone, quando decidono di mettere al mondo un figlio, lo
vedono come il rispecchiarsi del proprio io, e quindi perfetto o quasi.
I figli sono quindi concepiti come oggetto proprio, fino al caso in cui
diventano oggetto di ricatto nei confronti del coniuge: anche i figli
di conseguenza, diventano individualisti e affetti da protagonismo.

ANDARE OLTRE LA CASISTICA

Cosa s’intende in realtà per
individualismo? Nella definizione del dizionario Zingarelli è descritto
come "dottrina che riconosce all’individualità un valore autonomo
irriducibile all’ordine naturale, politico e morale di cui fa parte;
tendenza a considerare prevalenti diritti, i fini, le iniziative e le
azioni dell’individuo su quelli collettivi e dello stato; egoismo,
eccessiva o esclusiva considerazione di Sé". L’individualismo non è
solo un atteggiamento negativo, ma è l’elemento portante della visione
del mondo, dei rapporti sociali che è costitutiva della modernità e
dell’idea di liberismo.

Quest’accostamento fra individualismo e liberalismo
implica competitività, concorrenza, aggressività e conflittualità ma
anche conoscenza del limite e delle regole del gioco.

L’individualismo è accompagnato anche
dall’affermazione di sé: è negativo quando è simbolo di una personalità
basata sulle apparenze, portando al fallimento dell’individuo, ma nel
caso in cui l’autoaffermazione è una crescita personale a raggiera e su
più piani, con una reale autonomia, che non è isolamento ma capacità di
vivere, progettare e operare insieme agli altri, l’individualismo è
senz’altro positivo.

TRE DIMENSIONI DETERMINANTI

Tutto ruota intorno al proprio io e
alla propria individualità, ma, paradossalmente, la piena realizzazione
di sé c’è solo quando ci si rapporta con gli altri. Sul piano
dell’autorealizzazione la famiglia, quindi, ha un ruolo fondamentale
perché è il luogo in cui la fiducia nell’altro raggiunge il massimo
livello; la famiglia contribuisce in maniera decisiva a mostrare le
nostre potenzialità lungo tre dimensioni:


  • La prima è quell’affettiva e sessuale,
    perché l’incontro sessuale diventa un reciproco donarsi, accettarsi e
    comprendersi, al di là del puro scambio sessuale, con una
    compenetrazione fisica e psichica che valorizza al massimo le
    rispettive individualità.
  • La nascita e la crescita di un figlio
    permettono di prolungare il proprio io nello spazio e nel tempo, oltre
    la stessa morte. L’esperienza della maternità/paternità è dunque il
    primo fattore di autorealizzazione; porta anche numerosi dispiaceri e
    sacrifici, ma è più grande la soddisfazione di aver dato vita ad un
    essere umano e di averlo aiutato a crescere.


  • La terza dimensione della vita familiare è
    la progettualità, la prospettiva a lunga scadenza, perché sono gli
    obiettivi a lungo termine che consentono di tracciare un bilancio
    positivo della propria vita: la persona non può vivere senza progetti.

La famiglia moderna si deve basare sulle
responsabilità individuali dei componenti, su scelte che non derivino
da conformismo sociale né da convenienze economiche ma dall’intento di
dare piena espressione al patrimonio di umanità che è nell’individuo.

Gregorio Piaia,

ordinario di storia della filosofia, univ. di Padova

Riduzione e adattamento a cura di Simona Internullo

Domenica 20 Febbraio 2005 18:03

VECCHIE E NUOVE DINAMICHE

VECCHIE E NUOVE DINAMICHE

Fino al 1975, anno in cui fu abrogata la
legge 316 sul diritto di famiglia, la patria potestà era esercitata dal
padre, designando la supremazia paterna rispetto alla figura della
madre. Il figlio non poteva prendere decisioni, ma solo esservi
soggetto; la figura istituzionale della madre era completamente
assente.

L’art.134, che sostituisce quello citato, diventa
"esercizio della potestà dei genitori": al padre è sostituita la coppia
di genitori, con una distribuzione del potere decisionale. La crescita
dei figli è ora un progetto comune, fatto di condivisione di
responsabilità e di valori. Nel caso di conflitto fra i genitori, il
potere decisionale viene collocato al di fuori della famiglia e
affidato ad un giudice, che usa come valori di riferimento l’interesse
del figlio e dell’unità familiare.

DECLINO DEL PADRE SEVERO

La legge rispecchia la situazione che
si verifica nella realtà: negli anni Settanta inizia l’eclissi della
figura paterna con una contemporanea crescita e rilevanza dei valori
materni, più attenti ai bisogni e ai desideri dei figli e regista delle
scelte quotidiane. In questo nuovo ritratto cambia anche il modo di
educare i figli: prima il sistema educativo era basato su paura,
mortificazione e vergogna e per conquistarsi la fiducia dei genitori
erano necessari molti sforzi e i figli avevano troppo poco spazio
all’interno del nucleo familiare. Con lo sviluppo economico degli anni
Sessanta, il quadro culturale e sociale cambia, con l’importanza sempre
maggiore delle donne, lavoratrici e responsabili all’interno della
famiglia; la mobilità sociale permette di disegnarsi il proprio
progetto di vita.

LA COPPIA MADRE-BAMBINO

La rilevanza sociale del padre e
capofamiglia lascia sempre più spazio alla coppia madre – bambino,
perché i valori di riferimento per una buon’educazione sono quelli
materni e infantili, con l’idea del figlio felice, da crescere senza
frustrazioni e da proteggere, in un clima pieno d’affetto; la scuola
materna diventa luogo in cui crescere i bambini in allegria. L’ambiente
sociale, colpevole di stress e tensioni, diventa l’orco da cui
proteggere proprio figlio.

Quando i bambini felici diventano adolescenti, però,
sorgono i primi problemi, perché la felicità non può essere un modello
educativo realistico: nella società l’attenzione e le relazioni devono
essere guadagnate, non sono dovute come all’interno della famiglia; la
risposta tempestiva al bisogno del bambino impedisce il formarsi del
valore del sacrificio e dell’autonomia, rendendo gli adolescenti
fragili e disarmati davanti alle sfide lanciate dalla società.

LO SCENARIO INTEGRATO DI OGGI

Nella famiglia di oggi la decisione
di avere un figlio è presa dalla coppia, nata per amore e non per
necessità sociale, come in passato; in questa coppia è di solito la
donna a sentire la necessità di una nuova vita, e coinvolge il partner
in questa decisione, nominandolo padre.Il padre è dunque coinvolto fin
dall’inizio, anche perché spesso la madre ha bisogno di aiuto, negato
sovente dalla società e a volte anche dalla famiglia di origine.

Per quanto riguarda i fratelli, essi devono crescere
in un clima di democrazia, fatta di competizione ma anche di
collaborazione. Tutti sono diversi ma uguali, perché nessuno è
superiore all’altro; la famiglia di oggi, che preferisce la
contrattazione al conflitto, è caratterizzata dalla povertà di regole e
dalla tendenza dei genitori di mantenere bassa la conflittualità
piuttosto che gestirla.

L’infanzia è dunque felice e difficile da
abbandonare, sia per i ragazzi sia per i genitori, che ricoprono un
ruolo faticoso ma gratificante. È il padre a dover sostenere
l’adolescente, con l’ascolto e la valorizzazione delle risorse del
figlio, facendosi carico anche della depressione materna dovuto
all’abbandono del nido da parte del figlio.

La nuova famiglia integra notevolmente competenze
materne e paterne per sostenere la crescita dei figli; ma è spesso
isolata, non supportata da una rete sociale che permetterebbe il
confronto e il dialogo con altre famiglie.

Corinna Cristiani,

docente di psicodinamica dello sviluppo, univ. di Milano

Tratto da "Famiglia Oggi – 11"

Costruzione della identità: segnali di rischio

Il termine identità è di quelli così densi
di implicazioni che richiedono subito di essere definiti, e quindi
ristretti, resi affrontabili, grazie ad un aggettivo: identità sociale,
culturale, etnica, religiosa, personale…

Prima parte

Parlerò qui di alcuni aspetti che hanno a che fare
con la costruzione dell’identità personale da un punto di vista
psicologico. Da un punto di vista generale voglio sottolineare
l'importanza che riveste la conquista di una matura identità: si può
innanzitutto ricordare, in proposito, come la xenofobia e il razzismo
sono sempre stati buoni rifugi per chi, scoprendosi incerto sulla
propria identità personale o sociale ha bisogno di demonizzare e
aggredire chi è diverso per negare e aggredire le proprie debolezze.

Il titolo invita a chiedersi quali sono almeno
alcune delle condizioni in cui si manifesta nei bambini e negli
adolescenti le difficoltà di costruzioni dell’identità da un punto di
vista psicologico. Questione difficile perché infanzia e adolescenza
sono i periodi della vita in cui l’identità viene a costruirsi e quindi
le difficoltà nella sua costruzione sono fisiologiche e vanno pertanto
rispettate. Da questo punto di vista un pericolo per un sano sviluppo
può essere rappresentato proprio dalle ansie degli adulti riguardo alla
normalità o meno del percorso di maturazione che il bambino segue. È
questo il fenomeno ben noto a tutti dell'apprensione dei genitori
riguardo ai figli e che, quando supera limiti per così dire
fisiologici, diventa una ingombrante interferenza o addirittura un
fattore di deformazione patologica dello sviluppo. Questo accade perché
quando l’apprensione si trasforma nel genitore in una persistente
incertezza sulle capacità del bambino o dell'adolescente di "sapersela
cavare" davanti ai compiti di sviluppo, questo sentimento si traduce
nel bambino in un profondo senso di insicurezza che ne mina 1'autostima
e ne indebolisce davvero le sue capacità affondare i diversi passaggi
evolutivi.

Un po' schematicamente, ma fondatamente, potremmo
dire che posto in una condizione psicologica come quella descritta, il
bambino può reagire in tre modi; sottomettendosi, isolandosi, opponendosi.In tutti i casi pagherà un prezzo in termini di alienazione della
costruzione della propria identità. Se si sottomette e fa proprio il
messaggio di sfiducia nei suoi confronti contenuto nell'atteggiamento
apprensivo dei genitori, non potrà che dare conferma a tale aspettativa
negativa comportandosi in modo da poter dire anche a se stesso "visto
che non sei capace?"; ad ogni piccolo insuccesso ad ogni piccola
dimostrazione di incapacità si rinforzerà la valutazione negativa in un
perverso circolo vizioso. Sono quelli i bambini timorosi di non
riuscire, che si ritraggono davanti alle proposte di gioco o si
bloccano al primo risultato non positivo: ogni occasione, ogni
relazione con gli altri assume infatti di per loro il valore di un
giudizio.

 Giancarlo Rigon

Psichiatra, Psicoanalista, Neuropsichiatria infantile,

Primario di NPI, AUSL Città di Bologna,

docente di psicoterapia all’Università di Bologna

Domenica 20 Febbraio 2005 17:31

Il disturbo da attacchi di panico

Il disturbo da attacchi di panico

"Vita umana e cristiana si intersecano
continuamente; il presente articolo, vuole semplicemente dare delle
indicazioni nei confronti di una sofferenza specifica ed offrire un
contributo per la comprensione delle persone che ne sono affette".


Quando si parla di attacchi di panico ci si
riferisce ad un caso clinico in cui l’ansia si manifesta in modo
particolarmente violento, coinvolgendo sia la sfera fisica che psichica
dell’individuo.

La caratteristica principale dei disturbi da
attacchi di panico è un’intensa sensazione di disagio mista a paura,
che arriva al terrore vero e proprio; improvvisamente, la persona
inizia a sentirsi inquieta, cerca vie di uscita se si trova in posti
affollati, arriva a fermarsi se si trova alla guida di una macchina.

Di solito non ci sono prodromi – cioè segni
premonitori – di un inizio della crisi; tutto si manifesta
improvvisamente in modo del tutto incontrollabile ed imprevedibile.

All’intenso stato di disagio e paura, si uniscono
poi sintomi che coinvolgono l’intero organismo producendo dei malesseri
che, sebbene temporanei, aumentano notevolmente il terrore di morire,
di perdere il controllo della situazione, di trovarsi a dover svenire
da un momento all’altro in condizioni sfavorevoli (ad esempio in
autobus).

Gli psichiatri sono concordi nel ritenere che, per
parlare di disturbo da attacchi di panico, è necessario che siano
presenti almeno quattro dei tredici sintomi che lo caratterizzano;
questi tredici sintomi sono: una sensazione di soffocamento con
relativa fame d’aria, sensazioni di svenimento, tachicardia o
palpitazioni, tremori fino a grandi scosse, sudorazione abbondante,
nausea o disturbi addominali, senso di perdere il contatto con la
realtà, formicolii, improvvisi vampate di calore o senso di freddo,
dolore o fastidio al torace, paura di morire, paura di impazzire o di
fare qualcosa di incontrollato.

Ad un attacco di panico, di solito, può essere
associata la cosiddetta agorafobia (letteralmente fobia degli spazi
aperti) ossia la paura di trovarsi in posti o situazioni dalle quali
sarebbe difficile (o imbarazzante) allontanarsi, o nelle quali potrebbe
non essere disponibile aiuto in caso dell’improvviso insorgere di un
sintomo (o di più sintomi) che potrebbe essere inabilitante o
estremamente imbarazzante.

Risulta evidente come le persone che sono costrette
a vivere con un disturbo da attacchi di panico sono esposte ad un vero
e proprio limite nel vivere la quotidianità, sovente condizionata
dall’improvviso insorgere di un attacco.

Nella popolazione generale è stata evidenziata una
prevalenza annuale del disturbo di attacchi di panico compresa tra lo
0,4% e l’1,5%, senza che siano state rilevate differenze per quanto
riguarda il livello socioeconomico.

Il disturbo tipicamente insorge in età giovanile con
esordio compreso tra i 15 e i 35 anni ed è più frequente nelle donne
rispetto agli uomini con un rapporto di tre a uno.

…una sofferenza improvvisa ed incontrollabile

parlando con un paziente che soffriva
di attacchi di panico, ho notato come la parola "infarto" ricorreva
spesso nei suoi discorsi. In effetti, l’accelerazione del battito
cardiaco unita la dolore al petto e alla sensazione di svenimento, con
relativa mancanza d’aria, può far pensare ad un attacco cardiaco e non
ad una crisi d’ansia.

Si entra così in un circolo vizioso in cui i sintomi
producono sempre più paura e la paura alimenta sempre più la crisi
d’ansia. Ad ogni modo è sempre opportuno ricorrere ad una diagnosi
precisa circa gli attacchi di panico; la cosiddetta diagnosi
differenziale può scongiurare il pericolo di patologie nascoste (come
ad esempio un prolasso della valvola mitralica cardiaca) che, di
solito, produce gli stessi sintomi di un attacco di panico.

La cura

Spesso, nei casi di disturbo da
attacchi di panico, è necessario ricorrere a dei farmaci specifici in
grado di contrastare e, possibilmente, limitare l’insorgere delle crisi.

Accanto alla terapia farmacologia sarebbe opportuno
affiancare una psicoterapia al fine di comprendere i reali motivi che
producono reazioni ansiose così violente; è importante sottolineare
che, non di rado, è presente anche la depressione come substrato su cui
possono svilupparsi le crisi di panico che, sebbene necessitino di
tempo per poter essere debellate, possono tuttavia arrivare ad una
remissione completa.

Felice Di Giandomenico

Da "L’Ancora" 1/2 2003

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