Lunedì, 17 Maggio 2021
Domenica 10 Gennaio 2021 18:23

C) DONNE IN SILENZIO NELLE ASSEMBLEE? 1 COR 14,33B-38: In evidenza

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Da: II° Il pensiero di Paolo sulle donne

prof. Dario Vota

Come in tutte le comunità dei santi, 34le donne nelle assemblee tacciano perché non è loro permesso parlare; stiano invece sottomesse, come dice anche la Legge. 35Se vogliono imparare qualche cosa, interroghino a casa i loro mariti, perché è sconveniente per una donna parlare in assemblea.

36Da voi, forse, è partita la parola di Dio? O è giunta soltanto a voi? 37Chi ritiene di essere profeta o dotato di doni dello Spirito, deve riconoscere che quanto vi scrivo è comando del Signore. 38Se qualcuno non lo riconosce, neppure lui viene riconosciuto.

A una prima affrettata lettura il testo dei vv. 33b-35 appare chiaro e facile: il silenzio delle donne nelle assemblea è comandato in modo netto e senza equivoci. È imposto con il richiamo a tutte le comunità cristiane, alla Legge e alla vergogna della cosa in sé.

Ma questo stesso testo, apparentemente così chiaro, diventa molto problematico se, invece di isolarlo dal suo contesto, lo si legge in relazione a tutto il capitolo in cui è inserito, ad altre affermazioni di Paolo in questa e in altre lettere, e alla prassi apostolica di Paolo.

Tensioni e contraddizioni del testo

Anzitutto i vv. 33b-35 stridono con il resto del cap. 14:

- in primo luogo perché vi irrompono con uno stile diverso dal resto e turbano l'armonia del discorso che Paolo sta rivolgendo ai destinatari della lettera; se li togliamo, il senso del discorso fila liscio e logico;

- inoltre l'analisi critica del testo rivela che questi versetti sono diversi dal linguaggio paolino: l'espressione le comunità dei santi (v. 34) non è paolina; il riferimento alla Legge è sorprendente sia perché non c'è nella Torah alcun divieto come questo, sia per la posizione di Paolo nei confronti della Legge.

Per questo è necessario esaminare tutto il cap. 14 di 1Cor, evidenziando i punti basilari del pensiero che Paolo vi esprime, costituito da regole e consigli per chi prende la parola nelle assemblee cristiane.

1 Aspirate alla carità. Desiderate intensamente i doni dello Spirito, soprattutto la profezia. 2Chi infatti parla con il dono delle lingue non parla agli uomini ma a Dio poiché, mentre dice per ispirazione cose misteriose, nessuno comprende. 3Chi profetizza, invece, parla agli uomini per loro edificazione, esortazione e conforto. 4Chi parla con il dono delle lingue edifica se stesso, chi profetizza edifica l'assemblea. 5Vorrei vedervi tutti parlare con il dono delle lingue, ma preferisco che abbiate il dono della profezia. In realtà colui che profetizza è più grande di colui che parla con il dono delle lingue, a meno che le interpreti, perché l'assemblea ne riceva edificazione.

Nei due precedenti capitoli (1Cor 12 e 13) Paolo ha illustrato il valore dei carismi nel quadro di uno stile di vita basato sull'amore; ora tocca una questione pratica legata a una particolare situazione di Corinto.

In questa comunità (assai disordinata e problematica, visti i diversi rimproveri che Paolo rivolge nella stessa 1Cor) vi era una certa inclinazione per il fenomeno spirituale della "glossolalia", il dono delle lingue = probabilmente un'intensa emozione spirituale che spingeva chi la sentiva ad esprimersi in modo eccitato, con parole e frasi oscure o poco logiche, dettate da un'esaltazione emotiva, che risultava più un parlare tra sé ad alta voce che la comunicazione di una riflessione agli altri. E pare che i cristiani di Corinto fossero molto impressionati da questa forma di esaltazione religiosa che aveva luogo durante le riunioni della comunità. Paolo invece non era troppo entusiasta di questo aspetto, ma non voleva condannare un'esperienza che esprimeva entusiasmo e vivacità religiosa; perciò detta per i cristiani di Corinto delle istruzioni pastorali.

Premesso che è una cosa bella desiderare i doni dello Spirito, Paolo afferma che anche tra i carismi esiste una priorità, e questa va data alla profezia (che non è la previsione del futuro, ma un discorso ispirato dallo Spirito e comunicato agli altri per istruire e aiutare spiritualmente). Nel confronto tra "dono delle lingue" e "profezia", Paolo dice che il primo, poco comprensibile, è più un carisma per la preghiera personale (v. 2: non parla agli uomini ma a Dio poiché, mentre dice per ispirazione cose misteriose, nessuno comprende), mentre la profezia è un ministero ecclesiale perché aiuta a far crescere la comunità (vv. 3-4: chi profetizza parla agli uomini per loro edificazione, esortazione e conforto ... chi profetizza edifica l'assemblea). Dunque, Paolo raccomanda un vivo senso ecclesiale che deve essere alla base delle proprie qualità o carismi e deve evitare atteggiamenti troppo individualistici nell'assemblea di culto.

Sapendo che il "dono delle lingue" è particolarmente apprezzato da alcuni cristiani di Corinto, Paolo fa notare che esso rischia di essere una qualità sterile per la crescita della comunità. Così si esprime nei vv. 6-12:

6E ora, fratelli, supponiamo che io venga da voi parlando con il dono delle lingue. In che cosa potrei esservi utile, se non vi comunicassi una rivelazione o una conoscenza o una profezia o un insegnamento? 7Ad esempio: se gli oggetti inanimati che emettono un suono, come il flauto o la cetra, non producono i suoni distintamente, in che modo si potrà distinguere ciò che si suona col flauto da ciò che si suona con la cetra? 8E se la tromba emette un suono confuso, chi si preparerà alla battaglia? 9Così anche voi, se non pronunciate parole chiare con la lingua, come si potrà comprendere ciò che andate dicendo? Parlereste al vento! 10Chissà quante varietà di lingue vi sono nel mondo e nulla è senza un proprio linguaggio. 11Ma se non ne conosco il senso, per colui che mi parla sono uno straniero, e chi mi parla è uno straniero per me. 12Così anche voi, poiché desiderate i doni dello Spirito, cercate di averne in abbondanza, per l'edificazione della comunità.

Prendendo ad esempio i suoni degli strumenti musicali, Paolo fa notare che, come un suono confuso non può essere percepito come si deve, così parole confuse o incomprensibili non aiutano la comunicazione (v. 9: se non pronunciate parole chiare con la lingua, come si potrà comprendere ciò che andate dicendo?). Ma nella ricerca dei doni spirituali si deve puntare a quelli che aiutano la comunità a crescere (v. 12: poiché desiderate i doni dello Spirito, cercate di averne in abbondanza, per l'edificazione della comunità). E subito dopo Paolo punta l'attenzione a quei doni che si manifestano nelle assemblee di culto.

13Perciò chi parla con il dono delle lingue, preghi di saperle interpretare [= che le si sappia interpretare]. 14Quando infatti prego con il dono delle lingue, il mio spirito prega, ma la mia intelligenza rimane senza frutto. 15Che fare dunque? Pregherò con lo spirito, ma pregherò anche con l'intelligenza; canterò con lo spirito, ma canterò anche con l'intelligenza. 16Altrimenti, se tu dai lode a Dio soltanto con lo spirito, in che modo colui che sta fra i non iniziati potrebbe dire l'Amen al tuo ringraziamento, dal momento che non capisce quello che dici? 17Tu, certo, fai un bel ringraziamento, ma l'altro non viene edificato. 18Grazie a Dio, io parlo con il dono delle lingue più di tutti voi; 19ma in assemblea preferisco dire cinque parole con la mia intelligenza per istruire anche gli altri, piuttosto che diecimila parole con il dono delle lingue.

Anche in una situazione di preghiera comunitaria si può manifestare il dono delle lingue. Quando si prega insieme, alcuni a voce alta fanno una preghiera di lode o di ringraziamento a Dio e l'assemblea si associa rispondendo "Amen!" Ma nel caso della preghiera ispirata dal dono delle lingue la risposta corale viene meno perché non si riesce a capire cos'ha voluto dire chi ha parlato (v. 16: se tu dai lode a Dio soltanto con lo spirito, in che modo colui che sta fra i non iniziati potrebbe dire l'Amen al tuo ringraziamento, dal momento che non capisce quello che dici?). E' un'esperienza spirituale in cui l'ispirazione non è trasmessa dall'intelletto, non comunica; può essere una bella preghiera, ma resta una preghiera personale (v. 17: Tu, certo, fai un bel ringraziamento, ma l'altro non viene edificato). Invece l'esigenza fondamentale dei carismi è di aiutare la crescita della comunità.

20Fratelli, non comportatevi da bambini nei giudizi. Quanto a malizia, siate bambini, ma quanto a giudizi, comportatevi da uomini maturi. 21Sta scritto nella Legge:"In altre lingue e con labbra di stranieri parlerò a questo popolo,ma neanche così mi ascolteranno", dice il Signore. 22Quindi le lingue non sono un segno per quelli che credono, ma per quelli che non credono, mentre la profezia non è per quelli che non credono, ma per quelli che credono. 23Quando si raduna tutta la comunità nello stesso luogo, se tutti parlano con il dono delle lingue e sopraggiunge qualche non iniziato o non credente, non dirà forse che siete pazzi? 24Se invece tutti profetizzano e sopraggiunge qualche non credente o non iniziato, verrà da tutti convinto del suo errore e da tutti giudicato, 25i segreti del suo cuore saranno manifestati e così, prostrandosi a terra, adorerà Dio, proclamando: Dio è veramente fra voi!

Qui il discorso di Paolo si fa più critico: un attaccamento eccessivo al carisma spettacolare della glossolalia è segno di infantilismo spirituale (v. 20: non comportatevi da bambini); parlare in modo strano e oscuro può colpire e stupire uno che non crede ma non può farlo diventare credente, invece il discorso ispirato che si rivolge in modo comprensibile alla coscienza di chi ascolta aiuta la riflessione spirituale di chi crede e può anche stimolare un ripensamento in chi non crede.

Insomma, in questa prima parte del cap. 14 Paolo ha fornito alcuni criteri pastorali sul valore e sul ruolo della parola nell'assemblea liturgica. Ora fissa alcune regole di comportamento nelle assemblee, anzitutto ribadendo che ogni intervento deve aiutare la comunità a crescere e poi dando indicazioni perché procedano in modo opportuno e ordinato gli interventi sia di chi ha il dono delle lingue che di chi ha il dono del discorso profetico.

26Che fare dunque, fratelli? Quando vi radunate, uno ha un salmo, un altro ha un insegnamento; uno ha una rivelazione, uno ha il dono delle lingue, un altro ha quello di interpretarle: tutto avvenga per l'edificazione.

27Quando si parla con il dono delle lingue, siano in due, o al massimo in tre, a parlare, uno alla volta, e vi sia uno che faccia da interprete. 28Se non vi è chi interpreta, ciascuno di loro taccia nell'assemblea e parli solo a se stesso e a Dio. 29I profeti parlino in due o tre e gli altri giudichino. 30Ma se poi uno dei presenti riceve una rivelazione, il primo taccia: 31uno alla volta, infatti, potete tutti profetare, perché tutti possano imparare ed essere esortati. 32Le ispirazioni dei profeti sono sottomesse ai profeti, 33perché Dio non è un Dio di disordine, ma di pace.

A questo punto si inserisce il testo che impone il silenzio alle donne nell'assemblea. Ma se lo si esamina alla luce di cosa Paolo ha appena detto, entra in contrasto proprio con un'affermazione fatta subito prima: potete tutti profetare, perché tutti possano imparare ed essere esortati (v. 31). Se tutti devono poter imparare ed essere esortati, questi tutti devono essere tutti quelli che partecipano all'assemblea, uomini e donne; e di tutti questi si dice che possono profetare (= parlare in modo ispirato per istruire e aiutare gli altri spiritualmente).

Del resto poco prima (v. 26) Paolo ha detto che nelle assemblee tutti possono avere qualcosa da proporre: la traduzione letterale infatti è ognuno (ἕκαστος = ékastos) ha un salmo, ha un insegnamento, ha una rivelazione, ha il dono delle lingue, ha l'interpretazione; non ha detto "ogni uomo", quindi comprende tutti, uomini e donne. Ma allora, se ha appena detto che tutti possono intervenire e proporre, perché alle donne dovrebbe essere proibito parlare?

Ma l'imposizione del silenzio alle donne è in contrasto anche con un'affermazione fatta da Paolo in un altro capitolo della stessa lettera, proprio in quel cap. 11 che abbiamo già esaminato.

In 11,4-5 Paolo diceva che uomo e donna (a parte la differenza nell'acconciatura che motivatamente Paolo ha richiesto) possono pregare e profetare (Ogni uomo che prega o profetizza ... ogni donna che prega o profetizza ...): evidentemente possono prendere la parola in assemblea su un piano di parità.

E lo ha detto senza fare questioni, dandola come una cosa scontata. E poi non avrebbe perso tutto quel tempo ad argomentare per quali motivi la donna che prega o profetizza deve avere i capelli lunghi, se lei non avesse potuto farlo. Paolo discute sul "come" (acconciatura dei capelli) la donna possa pregare o profetizzare, ma non mette neppure in discussione il "cosa" (il suo pregare o profetizzare): che la donna possa pregare e profetizzare appare del tutto chiaro.

Quindi perché le donne dovrebbero tacere se prima Paolo ha riconosciuto senza problemi che possono profetizzare?

E quest'imposizione del silenzio alle donne non va d'accordo – anzi, è in netto contrasto – con il famoso passo della lettera ai Galati (Gal 3,26-28) in cui Paolo dichiara:

26Tutti voi siete figli di Dio mediante la fede in Cristo Gesù, 27poiché quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo. 28Non c'è Giudeo né Greco; non c'è schiavo né libero; non c'è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù.

Nella nuova realtà di credenti in Cristo non hanno più senso le divisioni che creano barriere: Paolo proclama l'abolizione, in Cristo, di tre barriere che dividono gli esseri umani, sul piano religioso (tra giudeo e greco), sul piano civile (tra schiavo e uomo libero), sul piano sessuale (tra maschio e femmina). E poiché l'eliminazione di queste barriere ha luogo in Cristo Gesù, l'adesione a Cristo comporta conseguenze di ordine comunitario: è proprio nella comunità cristiana, che è corpo di Cristo, che queste distinzioni non trovano più posto. Perché, allora, Paolo dovrebbe contraddirsi in modo così palese facendo una discriminazione tra uomini e donne (e proprio nell'ambito delle assemblee di culto di una comunità cristiana)?

Ma c'è ancora un'altra contraddizione in cui incorre questa proibizione verso le donne, ed è con la prassi apostolica di Paolo: non è possibile pensare che a donne come Lidia, Febe, Prisca, ecc. egli chiedesse di stare in silenzio nelle assemblee e di consultare a casa i loro uomini.

 

Si può pensare che Paolo fosse così clamorosamente in contraddizione con la propria prassi?


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Ipotesi per una spiegazione

(Donne in silenzio nelle assemblee?)

 


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II° IL PENSIERO DI PAOLO SULLE DONNE

 


 



Ultima modifica Lunedì 11 Gennaio 2021 18:05
Giorgio De Stefanis

Giorgio De Stefanis

Esperto di comunicazione e di Marketing.
Operatore di pastorale familiare

Responsabile Area Proposte di Esperienze Formative
Rubriche Cammini di esperienze di comunicazione, Storie di donne e di uomini