APPENDICE II
La chiesa delle origini
Pasqua ebraica
e Pasqua Cristiana
di Don Filippo Morlacchi
Pasqua di Jhwh e Pasqua dei Giudei
Due testi ne parlano. Es 12,1-14 e Dt 16,1-8. Non mancano le differenze. Ad es., in Es si può celebrare in ogni luogo, mentre secondo Dt è possibile solo da parte dei sacerdoti nel tempio di Gerusalemme; la vittima è un agnello in Es, anche bovini e altre bestie in Dt; infine secondo Es la Pasqua è una festa a sé stante, mentre Dt la lega a quella degli Azzimi (di origine agricola). Il motivo è evidente: il testo di Dt fa riferimento alla situazione del popolo ormai insediatosi in Canaan. Le origini della festa vanno dunque trovate nel testo dell’Esodo, anche se pare che la sua redazione finale sua successiva a quella del testo del Dt..
Ne emerge una festa non agricola, ma di pastori: si immola una primizia del gregge prima della transumanza primaverile (vedi il modo di cuocere la vittima, gli ingredienti di contorno, la posizione in piedi e con le vesti tirate su…). Il sangue sulle porte sembra un’aggiunta successiva (porte = ingresso della tenda?). Ciò che più conta è la consumazione del pasto sacro in comune, prima della separazione del clan (solidarietà, comunione di sangue).
Ma poi, tra il 1250 e il 1230 a.C. (pare) a questo rito si aggiunge un nuovo significato: il popolo voleva andare nel deserto a compiere questa cena rituale (cfr Es 5,1); di fronte al ripetuto diniego del Faraone, Dio agisce. Nella notte dell’attesa il popolo compie in anticipo il rito, ma misteriosamente il Signore passa e compie un giudizio, colpendo gli egiziani e risparmiando gli ebrei. Di questo evento, la pasqua diventa memoriale: la pasqua non è più una festa legata al ciclo cosmico, ma alla storia della salvezza.
APPENDICE II
La chiesa delle origini
Pasqua ebraica
e Pasqua Cristiana
di Don Filippo Morlacchi
Le quattro stagioni della Pasqua
Non poche trattazioni distinguono tre Pasque: quella dell’AT, quella di Cristo e quella della Chiesa. Mi in realtà occorre distinguere 4 pasque diverse, due reali e due simbolico-sacramentali:
Questa suddivisione non deve far perdere di vista l’unità del mistero pasquale: unica è la pasqua dell’Antico e del Nuovo Testamento, nella sua dimensione storica (pasqua 1 e 3) e in quella liturgico-simbolica (pasqua 2 e 4). La Pasqua è infatti stesso Cristo (1Cor 5,7), presente in modo diverso in tutta la storia della salvezza e in tutta l’economia sacramentale.
Ne deriva una continuità essenziale e vitale tra pasqua ebraica e pasqua cristiana, secondo una logica di inveramento e non di sostituzione. Dunque è assolutamente impossibile comprendere il valore della Pasqua cristiana se la si espunge dal suo alveo nativo.
Ecco allora uno schema sintetico:
Antico Testamento | Nuovo Testamento | |
Prefigurazione simbolica: la cena | Prefigurazione liturgica: l’ultima cena | |
Storia | la Pasqua di Yhwh | La Pasqua di Cristo |
Liturgia | la Pasqua dei Giudei | la Pasqua della Chiesa |
APPENDICE
La chiesa delle origini
Lettura ebraica e cristiana
dell’Antico Testamento
di Don Filippo Morlacchi
La bibbia ebraica
Torah scritta (TaNaK) | Torah orale | ||
Torah | Neviîm | Ketuvîm | Mishnàh [II sec.] + Ghemaràh = Talmud ("studio") |
I midrashîm (midrash da darash = ricercare) sono commenti alla scrittura (il NT è "un midrash dell’AT").
APPENDICE
La chiesa delle origini
Lettura ebraica e cristiana
dell’Antico Testamento
di Don Filippo Morlacchi
Interpretazione tipologica
La maggiore discrepanza è l’uso della tipologia. Se l’AT acquista il suo pieno significato come "prefigurazione" del NT, come valutare questa esegesi tipologica, tanto importante nei padri? Ecco le indicazioni della Commissione per i rapporti religiosi con l'Ebraismo, che il 24 giugno 1986 ha pubblicato i Sussidi per una corretta presentazione degli Ebrei e dell'Ebraismo nella predicazione e nella catechesi della Chiesa Cattolica. (Il documento è reperibile integralmente su internet all’indirizzo: http://www.nostreradici.it/sussidi.htm, purtroppo con alcuni errori tipografici).
APPENDICE
La chiesa delle origini
Lettura ebraica e cristiana
dell’Antico Testamento
di Don Filippo Morlacchi
Antico Testamento?
Da Gerusalemme a Roma
di Don Filippo Morlacchi
A Roma Paolo annuncia il Vangelo (28,16-30)
Gli Atti si concludono con l’annuncio del vangelo a Roma. Paolo è in custodia militaris molto mite, e annuncia il Vangelo con grande libertà. Ma prima vuol chiarire la faccenda con la comunità giudaica (in fondo è per accuse giudaiche che lui è a Roma): anche a loro annuncia il vangelo. La conclusione è che alcuno credono e altri no: questa è LA scissione nell’ebraismo, tra coloro che credono in Gesù Messia e coloro che non ci credono, e la conseguente apertura ai pagani.
Da Gerusalemme a Roma
di Don Filippo Morlacchi
A Malta e poi Roma (28,1-15)
Ricevono una buona accoglienza (Paolo avrà fatto da interprete con la sua conoscenza dell’aramaico). L’episodio del serpente che non fa del male a Paolo ha richiami evangelici (Mc 16,18), come pure la capacità di imporre le mani e guarire il padre di Publio, che ospitò la comitiva per tre giorni. Ancora d’inverno (primi di febbraio 61 d.C.) salpano per Siracusa; poi Reggio; poi Pozzuoli, dove abbandonano la nave.
Da Gerusalemme a Roma
di Don Filippo Morlacchi
Partenza per Roma, viaggio e naufragio (27,1-44)
Il discorso riprende con il "noi". Luca è stato probabilmente spesso da Paolo nei due anni di prigionia a Cesarea; ora lo accompagna nel viaggio. È in assoluto uno dei documenti di navigazione antica tra i più importanti per le scienze nautiche.
Era ormai estate inoltrata; bisognava partire presto per Roma, perché il mare Mediterraneo era considerato "chiuso" da novembre a marzo, a causa delle possibili tempeste. Settembre era già tardi… Salpano su una nave della Misia (esattamente di Adramitto, poco a sud di Troade) che tornava a casa, per fare un primo tratto di viaggio. Paolo è accompagnato da Luca e Aristarco, ma è consegnato al centurione Giulio, responsabile del suo arrivo a Roma. Breve tappa a Sidone, poi Cipro, poi in Licia (Turchia del sud). Cambio di nave, arrivo a Creta, località Buoni Porti. Paolo suggerisce di non proseguire, temendo la forza del mare (era passata la festa di Yom Kippur – giorno dell’espiazione – ai primi di ottobre). Vogliono raggiungere Fenice, un porto migliore dell’altra parte dell’isola, ove svernare; ma anche nella navigazione costiera li sorprende una tempesta.
Paolo è avvisato da un angelo che tutti si salveranno. Dopo 14 giorni di deriva nell’"Adria" (Mare Adriatico) si avvicina una costa, pur senza vederla. Lo scandaglio rivela 20 braccia (37 m.); poi 15 braccia (28 m.): rischio di incagliarsi contro scogli. La nave viene ancorata. Un tentativo di egoistico salvataggio da parte della ciurma è stroncato dalle guardie su indicazione di Paolo. L’indomani la nave si avvicina alla costa, ma si insabbia; le guardie vogliono uccidere i prigionieri per evitare che possano fuggire, ma il centurione lo impedisce. Pian piano tutti scendono a terra.
Da Gerusalemme a Roma
di Don Filippo Morlacchi
Il giudizio di Agrippa e Berenice e il discorso di Paolo (25,13-26,32)
Agrippa II, figlio di Erode Agrippa I (quello che aveva fatto uccidere Giacomo: At 12) e pronipote di Erode il grande, era amante incestuoso di sua sorella Berenice (quest’ultima, tra l’altro, amante anche di Tito: una donna molto chiacchierata). Due spregevoli figure. Si presentano a Cesarea per salutare il nuovo procuratore. Festo parla loro di Paolo; Agrippa vuol fare l’esperto e chiede di parlarci.
Paolo si racconta; leggiamo la terza narrazione lucana dell’episodio di Damasco. I pagani sono stati l’ultimo obiettivo della sua missione ("infine": 26,20) e lui fino alla fine è fedele a Mosè e ai profeti. Festo lo prende per matto, Agrippa sembra quasi convinto (o forse si fa beffe di Paolo: "ti basterebbe poco per farmi convertire, eh?…"). Il tutto finisce con la faciloneria di una corte orientale.
Da Gerusalemme a Roma
di Don Filippo Morlacchi
Il nuovo prefetto Festo e l’appello a Cesare (25,1-12)
Porcio Festo inizia il suo incarico, svolto con zelo, nel 60 d.C. A Gerusalemme per la presa di possesso, gli vien chiesto di far salire Paolo e poterlo giudicare (in realtà volendo ucciderlo prima dell’arrivo – chissà se i 40 stavano ancora digiunando). Festo invita a fare il contrario, cioè riscendere a Cesarea. Arrivano i giudei, e si tiene il processo; Festo, per ingraziarsi i nuovo sudditi, chiede se Paolo accetta di andare a Gerusalemme. Forse temendo il peggio, egli si appella a Cesare, sfuggendo agli accusatori e ottenendo un viaggio gratis a Roma, secondo i suoi desideri (19,21).