Lunedì, 26 Luglio 2021
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Spiritualità Marista

   

di Padre Franco Gioannetti


Tredicesima parte


Quanti i punti di confronto e di incontro tra questa tendenza spirituale e la spiritualità trasmessa da P. Colin?


I maristi, come emerge dai due volumi maristi "Quelques souvenirs" e "Entretiens Spirituels", debbono essere umili, obbedienti, nascosti come Gesù negli anni oscuri di Nazareth ed attraverso la via dell’umiltà, cercare la santificazione perché è dalla confidenza in Dio, dall’umiltà, dall’abnegazione che i maristi traggono la loro forza.


In spirito di semplicità, senza pensare troppo a se stessi, essendo "piccoli" e "nascosti", debbono cercare non i favori e la protezione umana ma, come Maria, la volontà di Dio, e ciò solo ed innanzitutto; agendo come uomini liberi perché non hanno nulla da perdere.


E poiché un essere povero ed umile si distacca da ciò che è contingente per riempirsi di ciò che è eterno e divino, occorre: vivere una vita di fede sapendo abbandonarsi, come Gesù nel suo abbassamento (=Kenosis).


Questi concetti sono ricorrenti nelle parole che P. Colin rivolgeva frequentemente ai suoi confratelli:


"... Non vedere che Dio solo, ...non agire che per Dio solo..."


"Non ricerchiamo noi stessi... ma avere una grande fede, una grande confidenza in Dio..."


"... Il mezzo di fare molto per Dio e... abbandonarsi..."


"... Bisogna andare verso Dio con abbandono, con la semplicità di un bambino..."


"... Secondo l’esempio di Gesù Cristo che ha abbandonato il seno del Padre per venire incontro agli uomini..."


Naturalmente - raccomanda P. Colin - sempre con grande confidenza in Dio. Infatti più ci si riconosce deboli più si è vicini a Lui, e più si ripone effettivamente la propria fiducia in Dio e in Maria, più si farà del bene. Senza far parlare di sé, in silenzio, nel nascondimento come Gesù e sua madre a Nazareth, sapendo vivere coerentemente anche nella notte della fede; seguendo Gesù Cristo, con abnegazione ed un cuore indiviso, senza lasciarsi influenzare da tendenze mondane o dal desiderio di potere, con un cuore semplice e povero, come fanciulli.

Spiritualità Marista

   

di Padre Franco Gioannetti


Dodicesima parte


Fin dai tempi apostolici la trasmissione del messaggio di Cristo è avvenuta attraverso la Parola, la predicazione, la testimonianza di una vita povera ed umile.


Povertà, umiltà, nascondimento hanno caratterizzato infatti la vita di tanti ordini religiosi e di vari movimenti spirituali, sia che fossero fedeli alla Chiesa, sia che vivessero ai margini o fuori di essa.


In tempi più recenti, lo vedremo meglio più avanti, la spiritualità francese, ancora viva al tempo di P. Colin, poneva in stretta relazione "vita nascosta" e "abbassamento" o "kenosis del verbo", per essere "ignoti et occulti", tipica espressione coliniana, nell’atteggiamento della creatura che "abbassandosi" si rimette a Dio, deve continuamente guidare l’esistenza sia dei maristi, sia di coloro che aderiscono alla spiritualità marista, verso un ideale di nascondimento collegato con l’abbassamento o Kenosis del Verbo nell’incarnazione ed a Nazareth; deve renderli, o per meglio dire renderci, sempre pronti a lasciare che Dio disponga delle loro esistenze nel senso voluto da lui.


Vivere come "ignoti et occulti" sarà dunque per i discepoli di P. Colin un "modo spirituale" di imitare, interiormente e nello stile di vita, le disposizioni di Cristo negli anni oscuri.


Svilupperemo in un capitolo successivo il carisma della Società, ma già fin d’ora possiamo dire che esso coinvolge chi le appartiene:



  • Sia in una somiglianza a Maria;


  • Sia in una imitazione, il più da vicino possibile, del Signore;


  • Sia nel lasciarsi guidare dalla grazia di Colui che "si è fatto obbediente fino alla morte".

E’ un carisma che getta le sue radici in una profonda visione di fede e genera nei maristi:



La volontà di avere Maria come modello, e quindi l’impegno a fare proprio lo spirito di Maria come suggeriscono l’art. X, al n° 49 le Costituzioni del P. Colin.


Inoltre genera ancora:



  • Un amore appassionato e totale a Gesù Cristo e perciò la tensione a configurarsi a Lui fino a mettere, come Gesù, il compimento della volontà del Padre al centro della propria vita;


  • Ed infine il conseguente "lasciar disporre di se stessi" nel senso voluto da Dio come il "sì" di Maria ed il "la tua volontà sia fatta" di Gesù.

Diceva in proposito P. Colin nel libro "Parole di un fondatore":



"Bisogna ben che vi rivestiate di Nostro Signore…rivestendovi di lui voi sarete in pace"



"Noi dobbiamo amare tutto ciò che Gesù Cristo ha amato, aborrire tutto ciò che ha aborrito. Questa conformità con i sentimenti e la vita di Gesù Cristo deve essere il soggetto delle meditazioni di tutta la nostra vita"


e raccomandava durante un ritiro generale:



"Non uscite da questo cenacolo che morti a voi stessi, vivendo della vita di Gesù".


Tutto questo facendosi plasmare dallo Spirito "piccoli e nascosti" come Maria e come Gesù a Nazareth.

Spiritualità Marista

   

di Padre Franco Gioannetti


Undicesima parte


Colui che infatti realizza il tipo di povero per eccellenza, colui che costituisce il vertice degli "anawim" è Cristo, il "servo di Jahvè", nel quale tutti i cristiani si riconoscono dipendenti da Colui che li ha creati.

Non più dunque un messia guerriero, dominatore, regale, ma un servo, di cui parla il salmo 22, salmo nel quale gli evangelisti hanno visto descritti in anticipo parecchi episodi della Passione:

"Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?

Mi scherniscono quelli che mi vedono,
storcono le labbra, scuotono il capo:
Si è affidato al Signore, lui lo scampi;

come acqua sono versato,
sono slogate tutte le mie ossa

essi mi guardano, mi osservano:
si dividono le mie vesti,
sul mio vestito gettano la sorte

I poveri mangeranno e saranno saziati,
loderanno il Signore quanti lo cercano"
(Sal. 22)

Sarà il Messia sofferente quale ci viene presentato anche dal profeta Isaia (vedi 1/b):

"Ecco il mio servo che io sostengo,
il mio eletto in cui mi delizio.
Ho posto il mio spirito su di lui;
egli porterà il diritto alle nazioni.
Non griderà né alzerà il tono,
non farà udire in piazza la sua voce,
non spezzerà una canna incrinata,
non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta" (Is. 42, 1-3).

"Ho presentato il dorso ai flagellatori,
la guancia a coloro che mi strappavano la barba;
non ho sottratto la faccia
agli insulti ed agli sputi" (Is. 50, 6).

Qui non si parla più di armi imbattibili, ma di sofferenza e di povertà volontarie, di abbassamento o, per usare un termine classico, di "Kenosis".

Servo sofferente, umile, povero, il Messia porterà il Vangelo ai poveri, consolerà gli afflitti, aprirà gli occhi ai ciechi.
Lui stesso dirà di sé leggendo il libro del profeta Isaia:

"Lo Spirito del Signore è sopra di me;
per questo mi ha consacrato con l’unzione,
e mi ha mandato per portare ai poveri un lieto messaggio" (Lc. 4, 18-19).

ed in un secondo momento inizierà il Discorso della Montagna con le parole: "Beati coloro che hanno un’anima di povero…".

Venuto ad annunziare ai poveri la Buona Novella, la sua condizione umana fu un abbassamento come dice S. Paolo nella lettera ai Filippesi:

"pur essendo di natura divina,
non considerò un tesoro geloso
la sua uguaglianza con Dio;
ma spogliò se stesso,
assumendo la condizione di servo
e divenendo simile agli uomini;
apparso in forma umana,
umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
ed alla morte di croce.
Per questo Dio l’ha esaltato
E gli ha dato il nome
Che è al di sopra di ogni altro nome" (Fil. 2, 5-9).

Per esplicitare meglio l’idea riportiamo il testo del Dizionario di Spiritualità alla parola "kenosis"

"Cioè Cristo si è privato della gloria che gli competeva come uguale a Dio e si è umiliato; in questa ‘privazione di gloria – umiliazione’ entra la povertà. Cristo povero vive in obbedienza a Dio, in accettazione libera della povertà (Fil. 2, 7-9). Ma, per l’intervento di Dio si ha un rovesciamento di posizioni: la kenosis (abbassamento) – tapeinosis (povertà) conduce alla doxa-gloria (2 Cor. 8/9).

Prendendo così una natura inferiore, quella di schiavo, il Salvatore non solo abbandona la maestà divina e gli onori divini ai quali ha diritto come Dio, ma accetta di condurre una vita veramente umana, di essere riconosciuto esteriormente come uomo attraverso l’intero corso di una vita di obbedienza , di umiliazione e di dolori. Così lo spogliamento, di cui l’apostolo fa un esempio di abnegazione per i Filippesi, avvolge di sé non solo il fatto dell’incarnazione, ma tutte le conseguenze della vita di umiliazione e di obbedienza accettate da Cristo in vista della salvezza
".

Avevamo scoperto la profondità della povertà-umiltà di Maria, ora l’abbiamo compresa meglio conoscendo la povertà di Gesù:

"Gesù, vita, luce e maestro, ci ha indicato, ponendosi come modello ed aiuto vitale, la via che il discepolo deve seguire.
Il "povero", infatti, spoglio di se stesso e di interessi personali, sa abbandonarsi, anche nella notte della fede; sa rinunziare alle proprie idee, sa mettere da parte i propri progetti per ricercare ed accettare il progetto di Dio, facendo del restante "tabula rasa" per essere veramente un umile strumento nelle mani di Dio.
Il fatto che Cristo si sia "umiliato" accettando la forma di "schiavo", diventando obbediente fino alla morte, ha spiritualmente ritmato, con vicende alterne, attraverso i secoli, la vita della Chiesa"
.

Spiritualità Marista

   

di Padre Franco Gioannetti


Decima parte


Maria ha scelto lo spogliamento radicale della persona, una condizione di vuoto che deve divenire disponibilità, abbandono confidente in Dio


Tra gli "anawim" o "poveri di Jahvè" risalta Maria ed è sulle sue labbra che Luca pone, in modo significativo, il canto del "Magnificat" nel quale risuona la sintesi delle attese dei "poveri" di Israele e che è un riecheggiare delle ancora più antiche speranze espresse dagli "anawim" nel cantico di Anna (1Sam. 2,1-10).


I normali progetti di una giovane donna sono stati sostituiti, nella vita di Maria, dal progetto di Dio; lei infatti ha accettato di abbandonarsi in tutto alla volontà di Dio.


E così di giorno in giorno Maria, degna rappresentante degli "anawim", ha espresso, nello spogliamento, la totalità della sua fede rispondendo "eccomi" alle esigenze di Colui che l’aveva chiamata.


Ecco dunque Maria, la prima discepola, donna di fede, la cui vita fu segnata dalla durezza delle difficoltà che accompagnarono la sua esistenza di Madre di Dio.


Ecco Maria senza le alterazioni del "meraviglioso" attribuitole dagli uomini, ma sempre arricchita dalle "meraviglie di Dio", nella sua esistenza umana, vissuta nello spogliamento radicale che la caratterizza.


E proprio per questo l’evangelista le pone sulle labbra il Cantico che è il grido di gioia di quel popolo povero ed umile, capace di attendere, sperare, cercare ed accogliere, nel quale Jahvè aveva promesso di riversare la gioia messianica:


"udranno in quel giorno
i sordi le parole di un libro;
Gli umili si rallegreranno di nuovo nel Signore,
i più poveri gioiranno nel Santo di Israele.
Perché il tiranno non sarà più…
Saranno eliminati quanti tramano iniquità,
Quanti…rovinano il giusto per un nulla"
(Is. 29, 18-21)


Ecco dunque Maria "vera povera" con i "veri poveri", coloro cioè che "pii, giusti, fedeli, puri di cuore, hanno saputo, attraverso il tempo, tenere deste le speranze.


In Maria, quasi in una visione ecclesiastica cara a P. Colin, si incontrano e formano un solo popolo gli antichi "anawim" di Israele ed i "piccoli" del Regno di Dio, reso presente dal Messia; perciò il suo cantico raccoglie le voci del passato ed anticipa quello delle genti che verranno.


Maria riassume i salmi dei "poveri di Israele ed inaugura le beatitudini di coloro che sono miti ed umili di cuore a somiglianza del Figlio di Dio che, come dice S. Paolo nella lettera ai Filippesi, ‘annientò’ se stesso, prendendo la condizione di servo".

Spiritualità Marista

   

di Padre Franco Gioannetti


Nona parte


Povertà è dunque mettersi nelle mani di Jahvè pienamente e fiduciosamente, con la speranza, anzi con la certezza, che Dio salverà.


La "povertà" è allora un atteggiamento religioso in cui l’uomo pone tutta la sua speranza nelle mani di Dio.


Scrive Giavini nel suo libro: "Tra la folla al Discorso della Montagna":


«Essi (i poveri di Jahvè) pone nelle molteplici avversità dell’esistenza loro e del loro popolo e pur sentendo la drammaticità di una speranza nell’invisibile, mantengono ben salda la loro fede nel Dio delle promesse, nel suo promesso Messia e nel Regno futuro.
Essi dunque si tengono ben a distanza dalla disperazione, dal fatalismo rassegnato, dall’orgoglio di chi confida solo ed innanzitutto nell’uomo e nella storia umana. San Paolo li chiamerebbe ‘giusti per la fede’
».


Il "povero" è dunque colui che dà fiducia all’agire di Dio.


Spogli di tutto, in primo luogo di se stessi, i "poveri" si trovano nella condizione ideale per accostarsi a Dio e per collaborare al suo progetto.


Tutta la tendenza spirituale inaugurata dalla predicazione profetica e concretizzatasi, nel giudaismo, nei poveri di Jahvè, sarà la migliore preparazione al Vangelo il cui segno distintivo sarà la "povertà" (Mt 5/3; Lc1/52).


Con questo atteggiamento anche Maria fa la sua apparizione nella storia della salvezza, infatti fin dal primo momento ci appare profondamente spoglia di sé di fronte alla grandezza di Dio.


"Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto" (Lc 1/38).


E’ povera ed umile, la sua stessa patria la "Galilea delle genti" (Mt 4/15: la Galilea dei pagani"), è disprezzata come lo è Nazareth:


"Da Nazareth può mai venire qualcosa di buono?" chiederà Natanaele (Gv 1/46).


Povera per la sua condizione sociale, per la sua patria, nata e cresciuta in un oscuro villaggio della Galilea, si riteneva una creatura senza importanza e tale doveva apparire agli occhi di tutti.


Povera per la sua condizione sociale, Maria è "povera" essenzialmente per la sua umiltà interiore, per il suo atteggiamento di assoluta dipendenza da Dio, per la sua verginità.


Una scelta questa insolita e sorprendente per il suo ambiente, considerando che per gli ebrei la verginità era come una sterilità temporanea, quindi una realtà che non dava né prestigio né onore.

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