Lunedì, 27 Settembre 2021
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Visione e formazione dell'uomo
nel capitolo VII della Regola di S. Benedetto

 

Come San Benedetto,
nel capitolo VII della sua Regola,
concepisce l’uomo e lo forma

 

Riflessioni di Dom Denis Huerre abbate emerito Pierre-qui-vivre e preside emerito della Congregazione Benedettina Sublacense




 

(prima parte)

 

Per me la Regola di San Benedetto è un libro modernissimo. Quando si fa un’edizione della RB con una scelta delle pagine più spirituali o più attuali, per me è un po’ uno scandalo, perché questo testo costituisce una unità e tutto è importante, per comprendere la mentalità e lo spirito di San Benedetto. Con le scoperte che faccio ancora, di anno in anno, amo la Regola sempre di più.

Eucarestia e comunità monastica
di p. Sebastiano Paciolla, o. cist.


Ci possono essere vari motivi per visitare un monastero che vive secondo la Regola di San Benedetto Abate (= RB) e diversi modi per farlo. Il monastero può essere infatti una tappa o la destinazione finale del pellegrinaggio ad un luogo di fede, può essere la sosta in un percorso turistico, un luogo scelto per un ritiro o la meta di una vacanza alternativa, può suscitare interesse per i tesori di arte che racchiude, per la storia di cui è carico, per la tradizione del canto gregoriano o la solennità della liturgia. In ogni caso entrare in contatto con la realtà del monastero è sempre un’esperienza di comunione e di condivisione, almeno parziale, con la vita della comunità di consacrati che in esso dimora.

I veri e più pericolosi ostacoli

Benedettine di S. Maria di Rosano

“È inevitabile che avvengano scandali, ma guai all'uomo per colpa del quale avviene lo scandalo” (Mt 18,7).

Il prolungato discorso di Gesù riguardo all'accoglienza dei bambini, con l'esortazione ad acquistare il loro spirito di semplicità e d'innocenza per entrare nel regno dei cieli, prosegue severo sfociando su un tema particolarmente grave e purtroppo oggi più che mai attuale: lo scandalo.

La parola del Signore risuona con piena autorità, ma non nasconde l'accorata, profonda apprensione del Maestro, che sembra avvertire e prevedere il ripetersi senza fine, nella storia umana, di situazioni incresciose e spesso irreparabili, che, invece di favorire e sostenere la crescita della famiglia di Dio, creano difficoltà, fomentano angosce, dividono i cuori, disgregano le piccole e grandi comunità.

Scandalo equivale ad un pericolo, ad un ostacolo frapposto lungo il cammino dei fratelli e questo troppe volte per soddisfare il proprio piacere e soprattutto il proprio egoismo.

Il castigo stesso che Gesù propone per l'autore di uno scandalo – “Sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare" (Mt 18,6) non lascia dubbi sull'immane colpevolezza di chi osasse essere di scandalo ed esserlo soprattutto nei confronti di chi non ha sufficiente luce per intuire il male e la forza per superarlo. Infatti, un ostacolo diviene tanto più pericoloso se chi lo incontra è in condizione di limitate possibilità fisiche o morali per affrontarlo.

San Beda, volendo restare aderente al contesto del discorso di Gesù, sottolinea proprio questo aspetto e, dopo aver notato che l'avvertimento del Signore può riguardare tutti coloro che scandalizzano qualcuno, non esita a ritenere che tali parole possano essere state dette contro gli stessi apostoli, i quali discutendo tra loro su chi fosse il più grande, sembravano litigare per una questione di primato. "Se avessero insistito in questo errore, dice il santo, avrebbero potuto dare scandalo e perdere coloro che essi conducevano alla fede, poiché questi avrebbero visto gli apostoli troppo spesso in litigio per questioni di primato".

Poi il grande monaco offre anche una splendida precisazione, affermando che giustamente viene chiamato “piccolo" chi non può e non sa rifiutare e affrontare lo scandalo: “Chi è grande non viene mai meno nella fede, qualunque cosa abbia visto e qualunque violenza abbia subito. Per questo dobbiamo soprattutto aiutare coloro che sono piccoli nella fede, affinché non rimangano offesi per colpa nostra, non si allontanino dalla fede e non smarriscano così la salvezza". San Beda avverte in modo acutissimo l'incidenza, positiva o negativa, dell'esempio che spesso si dà a chi vive accanto a noi. La vita comunitaria è una scuola specializzata per affinare gli animi alle delicatezze, alla sollecitudine della carità, fino a prevenire ogni motivo di disagio ed a gareggiare nel rendersi onore, realtà di cui il capitolo 72 della Regola di S. Benedetto può considerarsi lo specchio luminoso.

Il Crisostomo invece, più che sul male fatto, porta la riflessione sullo squili­brio interiore che si crea in chi dà scandalo e provoca turbamenti o disagi nelle comuni relazioni. Egli cerca di convincere questo malato che può guarire, anche se. come afferma il Signore stesso, è inevitabile che gli scandali avvengano. 'E come se un medico dicesse: È inevitabile che tu sia colpito da questa malattia,ma non è affatto inevitabile che tu muoia, se ti curi'. Gli scandali risvegliano gli uomini, li rendono più circospetti e vigilanti, e non solo servono a chi vegli dili­gentemente su se stesso, ma anche a colui che è già caduto, in quanto lo spingono a rialzarsi prontamente, lo rendono più cauto e più difficilmente attaccabile". Nello stesso commento insiste: "Non darti pena di sapere e discutere qual è l'origine del male, ma, riconoscendo che proviene solo dalla tua negligenza, evitalo e fuggilo".

Riflettendo sull'amarissima parola del Signore, che sembra agghiacciare i no­stri cuori, poveri ma desiderosi di bontà, il grande vescovo aggiunge: "Il Maestro preannunzia che gli scandali purtroppo avverranno inevitabilmente, affinché non sorprendano nessun uomo tiepido e negligente. E accresce il nostro timore con l'aggiunta di paragoni e indica la via per cui possiamo fuggire gli scandali. Che via, che modo? Tronca ogni amicizia con i malvagi, anche se ti sono molto cari. Se noi spesso tagliamo le nostre membra quando sono ammalate incurabilmente e potrebbero recare danno anche alle altre, tanto più dovremmo fare ciò con gli amici, se essi ci corrompono".

(da Il sacro speco di S. Benedetto, 5, 2005, pp.98-99)
Il dono di Dio,
mistero di inesauribile gratuità

di Sr. Germana Strola o.c.s.o.

"...Tutto mi sa di miracolo..."'

Sono piuttosto rari, anche nella vita contemplativa i momenti in cui emerge chiaramente alla coscienza la gratuità e la sovrabbondanza con cui il Signore ricolma il mondo, la storia, la vita di qualsiasi uomo. Nella società di oggi, la cultura dominante fortemente determinata dai media, rende maggiormente difficile a tutti i cristiani guardare alla propria esperienza con un profondo sguardo di fede: le difficoltà quotidiane, le notizie prevalentemente angustianti dei molti conflitti che imperversano nei paesi più poveri del pianeta - da quelli più noti in Medio Oriente o in Iraq, a quelli più ignorati nell'Africa subsahariana - oltre agli interessi economici di una globalizzazione che ritorna sempre a scapito delle fasce più deboli, si aggiungono ai travagli personali o familiari che non risparmiano nessuno (infortuni, malattie, incomprensioni di coppia o generazionali, ecc.) : tutto questo costituisce un peso greve, spesso non facile da portare o da attraversare con la forza della speranza.

Lo stesso clima oscuro, tuttavia, e lo stesso cupo orizzonte può infiltrarsi talora anche nelle mura del monastero e minacciare l'atmosfera luminosa del cosiddetto «paradiso claustrale». Conservare alto lo sguardo, rivolgendolo là dove le nostre vite sono nascoste con Cristo in Dio (Col 3, 1-3), esige - nell'esperienza quotidiana di tutti - una paziente e amorosa ascesi rispetto alla tendenza che porta a ripiegarsi su di sé e sui propri moti istintivi: quante volte la sensibilità o l'emotività è tentata di lasciarsi imprigionare dalle mille invisibili reti dei conflitti interni ed esterni, delle difficoltà o dei contrattempi che intrecciano il tessuto esistenziale e relazionale di ogni uomo.

Non è quindi scontato sapersi fermare, e guardare; e nemmeno fare realmente silenzio, per sentire il palpito della vita, oppure affinare lo sguardo e vedere realmente l'alterità di quanto esiste fuori di se: cioè accorgersi, per grazia, come risplende la luce e la bellezza del dono di Dio in ciò che l'opacità quotidiana tenta di mascherare con il suo grigiore. A volte, tuttavia, alla povertà interiore, al cuore contrito o umiliato si aprono degli orizzonti inattesi, percepiti come attraverso sensi spirituali donati dall'alto e affinati dalla prova: la creazione in quanto tale (iniziale e continua), le persone, e gli eventi vissuti appaiono allora nel loro aspetto di gratuità, nel loro carattere di miracolo, di eccedenza.

Sono pochi coloro che, senza essere passati per una lunga educazione o per il crogiolo della prova, hanno il dono di percepire immediatamente l'ampiezza, l'altezza, la profondità del mistero di grazia in cui siamo immersi (cf. Ef 3,18): il dono della Vita - verità lapalissiana, ma che non si può mai dare per scontato - non è un prodotto delle mani dell'uomo, nonostante tutte le provette dei suoi laboratori (dove egli usa comunque cellule non create dal nulla) o le sue tecniche eugenetiche. Nulla si crea e nulla si distrugge, dice la fisica: la trasformazione dell'energia, non il suo annientamento, è uno dei principi fondamentali della scienza sperimentale. La creazione dal nulla invece, in quanto tale, è uno degli argomenti dell'esistenza di Dio (cf. Ef 3,9; Col 1,16; Ap 4,11: Perché tu hai creato tutte le cose, e per la tua volontà esse sussistono): non abbiamo nulla che non sia stato gratuitamente ricevuto (1Cor 4,7). E nessuno di noi ha mai pensato, desiderato, chiesto o voluto venire al mondo, né aveva diritto a nulla: anche colui che si ritiene il più sventurato e il più infelice tra gli esseri umani, è stato ed è oggetto di un gesto - di un amore - totalmente gratuito.

Assorbiti dalle urgenze, dalle esigenze e dalle sollecitazioni del sussistere quotidiano, rischiamo, come dei robots, di vivere (o di correre) un po' sempre alla superficie, e di perdere la qualità squisitamente umana della consapevolezza, dell'interiorità, delle dimensioni dello Spirito. Dio, il Padre del Signore nostro Gesù Cristo, non aveva nessuna necessità di condividere con noi il dono di se stesso e del proprio Figlio, nello Spirito dell'Amore: ogni necessità è preclusa in Dio, in quanto Dio. Ma per potersene accorgere, bisogna innalzare lo sguardo oltre se stessi e il condizionamento immediato, al di là delle proprie limitazioni, insoddisfazioni o sconfitte, profonde o superficiali che siano, finché si aprano e divengano - quali ferite gloriose - orizzonti aperti sul mistero che ci è dato di vivere.

La creazione

La bellezza dell'infinito cosmico-stellare e la perfezione insondabile delle leggi della natura sono così superiori alla mente umana e alle sue pur alte capacità sia conoscitive, sia creative. Solo la terra, in tutto l'universo in espansione, mirabilmente retto da leggi che ancora non si conoscono pienamente - affermano gli studiosi di astronomia - offre le condizioni per l'esistenza: frutto di una attività cosmica di miliardi di anni luce. Miriadi e miriadi di grandezze spaziali e temporali si concentrano nell'attimo presente in cui è dato a noi di respirare, di guardare, di vivere, ora.

Colmano di stupore non solo gli orizzonti maestosi, gli spettacoli crepuscolari che illuminano al sorgere e al calare del sole le distese boreali e non, ma la sovrabbondanza d perfezione, di fascino trasparente e verginale bellezza delle creature più piccole, apparentemente - o realmente - del tutto inutili: chi di noi ha mai potuto contemplare (e contare...) tutti i ciclamini che in primavera e in autunno fioriscono fin sotto gli sterpi dei nostri boschi - oppure i fiorellini minuscoli e multicolori che ammantano senza numero le superfici dei campi... Ma chi si ferma a contemplare la bellezza degli alberi, grandi e piccoli, sempreverdi e no (non solo i cedri... né i colori delle foglie d'autunno, le viti vergini, ma anche il ciclo stagionale dei tigli, dei pioppi, dei faggi, per menzionarne solo alcuni). Francesco, forse, con il suo spirito poetico, lo stupore e il senso del miracolo scavato nel suo cuore, nel suo corpo crocifisso dalla sequela di Cristo, in compagnia di Madonna Povertà (cf Gb 36,15: «Egli libera il povero con l'afflizione, gli apre l'udito con la sventura»).

Chi ha mai perlustrato il fondo degli oceani, o le segrete profondità dei recessi più remoti che l'occhio umano probabilmente non visiterà mai? Chi si ferma a contemplare la perfezione dei piccoli licheni, dei muschi, della minuta e variegata flora abbarbicata alla roccia, dalla più piccola alla più maestosa? Per non parlare dei fenomeni atmosferici che, pur nell'aspetto terrificante che assumono talora, fecondano la terra... Tutto questo, insieme alla descrizione della creazione del cosmo e della bellezza, della forza degli animali diventa nel libro di Giobbe (36,27-37,16; 38-41; cf. Sal 104)) argomento di consolazione, risposta di Dio che nella teofania addita all'incalzare del questionamento umano un'altra sapienza, un altro livello di coscienza.

Rare volte, probabilmente, qualcuno si è fermato a guardare lo svolazzare delle farfalle nel mese di settembre, o il gioco in cui si librano gli uccelli, quasi sempre in coppia. Ma anche la tenerezza dei mammiferi (soltanto?) per i loro piccoli... Perché una tale sovrabbondanza di fecondità, in tutte le specie vegetali e animali, conosciuta o no dall'occhio umano? E per quale mai motivo proliferano le infinite specie di insetti, ecc.? La mente piccola, calcolatrice, egocentrica dell'uomo si sarebbe abbandonata a questo grande spreco di vitalità? Una potenza vitale diffusiva, prorompente, anima la creazione, senza altro fine, si direbbe, che il suo moltiplicarsi, sempre nuovo, inatteso, semplicemente bello.

L'essere umano

Noi non ne abbiamo coscienza, ma la contemplazione del formarsi del piccolo uomo, il suo crescere in corpo e in persona adulta. permette di ammirare tutto un dispiegarsi di eccedenza e di miracolo, non solo in dimensione fisica, ma anche e soprattutto psichica, fino alla completa costituzione della sua mente, del suo spirito. Le capacità intellettuali, artistiche, morali dell'uomo hanno lasciato una traccia mirabile nei fastigi di civiltà millenarie, mentre non cessano di progredire le realizzazioni tecnico-scientifiche contemporanee... Nessuno si è fatto da sé, né da sé solo trae la possibilità di perseguire obiettivi tanto alti. Gli esseri viventi che conta attualmente il nostro «villaggio globale» sono circa 6,7 miliardi: e tutti sono per Dio come il Figlio unico, amati, chiamati alla conoscenza della verità, alla perfezione dell’amore trinitario.

L'universo intero è ben lungi dall'essere stato esplorato, e nessuna mente umana può abbracciare in sé la conoscenza, la visione, la contemplazione di tutte le sue bellezze. Allo stesso modo, Dio eccede l'uomo da tutti i punti di vista. Di tutto, Egli è più grande. Bellezza e finalità costruttiva, positiva, nella creazione e nella storia, nonostante tutte le apparenze contrarie, si coniugano: il tutto è per un bene, perseguito da una insondabile sapienza. Movimento ciclico (stagionale, epocale) e lineare (teleologico) si coniugano, al di là della presa dell'uomo. Il fine eccede l'uomo, che non ne penetra pienamente il senso, se non contemplando l'Altro attraverso il tutto, in ogni suo frammento.

La Parola della Scrittura

Ma soffermiamoci solo un istante sulla Parola di Dio, che più direttamente ci introduce nel Suo mistero. La redenzione dell' uomo e segnata da una dinamica di sovrabbondanza: lo ripete l'apostolo Paolo, che non si stanca di moltiplicare nelle sue lettere i termini composti con hyper. Con alcuni esempi, tratti dai testi più noti, si potrebbe perfino tracciare una linea di continuità tra la sovrabbondanza di Dio («laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia», Rm 5,20) e la sovrabbondanza del cristiano («in tutte queste cose - anche nelle prove più, dure, interne ed esterne - noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati», Rm 8,37). È questo il sigillo di Dio nella storia: «Sta scritto infatti: Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, ne mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano» (1Cor 2.9).

Ogni dono di grazia (a partire dalle prime pagine dell'Antico Testamento: creazione, elezione, alleanza, attraverso tutto lo svolgersi della storia sacra) se «già era glorioso, non lo è più a confronto della sovraeminente gloria della Nuova Alleanza» (2Cor 3,10). È Cristo Gesù, Uomo-Dio, la manifestazione somma della gratuità e sovrabbondanza del Padre, donato a noi perché in Lui possiamo realmente vivere, come dice Gesù stesso nel Vangelo di Giovanni: «io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,10). Egli è il principio dell'umanità nuova, ricostituita nella sua autentica dimensione filiale, nella sua vocazione e immagine divina: «Infatti se per la caduta di uno solo la morte ha regnato a causa di quel solo uomo, molto di più quelli che ricevono l'abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo del solo Gesù Cristo» (Rm 5,17).

La moltiplicazione sovrabbondante dei pani e dei pesci - simbolo del Pane Vivo, del cibo eucaristico - esemplificava già nei Vangeli Sinottici l'inesauribile gratuità del dono che Dio, nel Cristo Gesù, fa di se stesso: «Tutti mangiarono e furono saziati; e portarono via dodici ceste piene di pezzi avanzati. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini» (Mt 14,20-21; cf 15,37; Lc 9,17; 12,15; Gv 6,12).

Il mistero di Cristo, l'Eterno Vivente, continua misteriosamente nelle sua Chiesa, cioè in noi, membra del Suo Corpo vivo: «con lui ci ha anche risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli, in Cristo Gesù, per mostrare nei secoli futuri la straordinaria ricchezza della sua grazia mediante la sua bontà verso di noi in Cristo Gesù» (Ef 2,7). La sua presenza in noi, è il perno centrale su cui poggia, per la fede, il nostro esistere nel tempo, come esortava Paolo: «il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l'ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e conoscere l'amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio» (Ef 3,19).

La vitalità divina che la Sua umanità gloriosa infonde nel nostro essere mortale è tale che l'Apostolo delle genti non trova parole e quasi forza i limiti del linguaggio umano per poter comunicare l'inesprimibile: «Possa egli davvero illuminare gli occhi della vostra mente per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi e qual è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi credenti secondo l'efficacia della sua forza» (Fi1,19).

Se da un lato Paolo insiste sulla debolezza creaturale del nostro essere umano - «noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi» (2Cor 4,7) - proprio per questo essa diviene l'ambito privilegiato in cui si dispiega la partecipazione già attuale alla vittoria di Cristo: «il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria» (2Cor 4,17). Calcando anche le tinte della sua confessione personale, egli si pone come esempio per il cammino dei cristiani, perché la fiducia e la speranza non vengano mai meno: «Rendo grazie a colui che mi ha dato la forza, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia chiamandomi al mistero: io che per l'innanzi ero stato un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo senza saperlo, lontano dalla fide; così la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fide e alla carità che è in Cristo Gesù» (1Tm 1,13-14).

Nel travaglio di una esistenza apostolica interamente segnata dalla contraddizione, dalla persecuzione e dalla minaccia dei falsi fratelli (2Cor 11,23-33), egli quindi può dire, in tutta verità: «Sono pieno di consolazione, pervaso di gioia in ogni nostra tribolazione» (2Cor 7,4). È sempre lo stesso vocabolario che sottolinea l'eccedenza di Dio nella esistenza umana: «Infatti, come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione» (2Cor 1,5). Per questo l'azione di grazie accompagna ogni supplica, anche nella prova: «A colui che in tutto ha potere di fare molto più di quanto possiamo domandare o pensare, secondo la potenza che già opera in noi, a lui la gloria nella Chiesa e in Cristo Gesù per tutte le generazioni, nei secoli dei secoli! Amen» (Ef 3,20).

L'intensità della sua paternità spirituale gli ispira formule sempre nuove di esortazione e ammonimento, perché le comunità da lui fondate possano crescere nelle vie dello Spirito: «Camminate dunque nel Signore Gesù Cristo, come l'avete ricevuto, ben radicati e fondati in lui, saldi nella fede come vi è stato insegnato, abbondando nell'azione di grazie» (Col 2,7). E ancora: «Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti; e la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù» (Fil 4.7). E di nuovo: «Perciò, fratelli miei carissimi, rimanete saldi e irremovibili, prodigandovi sempre nell'opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore» (1Cor 15,58). Le attestazioni della forza di Dio che agisce in Lui, ispirando ogni sua parola e muovendo ogni sua scelta pastorale si potrebbero moltiplicare:

«Il Dio della speranza vi riempia di ogni gioia e pace nella fede, perché abbondiate nella speranza per la virtù dello Spirito Santo» (Rm 15,13).

La parenesi dell'Apostolo Paolo non si stanca inoltre di richiamare i fratelli al comandamento dell'amore, perché sia vissuto, con uguale e sovrabbondante gratuità, ad immagine di Colui che ci ha chiamati, nell'umile e gioiosa fedeltà i discepoli di Cristo: «Il Signore poi vi faccia crescere e abbondare nell'amore vicendevole e verso tutti, per rendere saldi e irreprensibili i vostri cuori nella santità, davanti a Dio Padre nostro, al momento della venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi» (1T 3,12). Esso è la pietra di paragone di una novità di vita tutta segnata dal dono che Dio non cessa di riversare nell'uomo:

«Tutto infatti è per voi, perché la grazia, ancora più abbondante ad opera di un maggior numero, moltiplichi l'inno di lode alla gloria di Dio» (2Cor 4,15).

(da Vita nostra, n.3, 2004, pp. 5-10)

Bilancio e prospettive a 40 anni dalla «Sacrosanctum Concilium»

Monachesimo e riforma liturgica

Monastero Trappista di Valserena

La comunità monastica di Monte Oliveto Maggiore ha ospitato un evento significativo e bello accogliendo il convegno che si proponeva di fare un bilancio della attuazione della Riforma Liturgica a 40 anni dalla costituzione SC, la prima votata al concilio Vaticano II.

Il lavoro del Convegno è stato scandito come ogni giornata monastica dal canto dei salmi in gregoriano, la Messa all’inizio della giornata, celebrata con pacatezza e solennità, cantata con arte rara, pregata dal coro e dagli ospiti, e al termine della giornata raccolti in una cripta laterale il canto del Salve Regina, tradizionale chiusura della giornata per ogni monaco o monaca.

Attualmente la Congregazione benedettina di Monte Oliveto ha monasteri in Italia, Francia, Inghilterra, Brasile, Guatemala, Stati Uniti, Israele e nella Corea del Sud. Tutti questi monasteri sono talmente uniti all’Archicenobio di Monteoliveto in modo da formare una sola famiglia, un «unico corpo», sotto la guida dell’Abate di Monte Oliveto, che perciò è anche Abate Generale della Congregazione e che è ora Dom MICHELANGELO RICCARDO TIRIBILLI1.

Egli ha presieduto sia la celebrazione dell’ufficio Liturgico, sia lo svolgimento del convegno, la cui segreteria scientifica era affidata a Dom Roberto Nardin.

Padre Roberto Nardin OSB, docente di teologia dogmatica alla Pontificia Universitas Lateranensis, e docente a S. Anselmo, in un’intervista rilasciata al Sir, dice: «Il convegno è stato una grossa opportunità per approfondire e riconfermare l’importanza della liturgia per la vita spirituale in genere oper la vita monastica in particolare... Ha permesso di spaziare all’interno delle tre fasi che hanno contraddistinto la liturgia negli ultimi decenni. La prima fase èstata quella del movimento liturgico, con la crescente consapevolezza da parte dei credenti dell’importanza di una liturgia più vissuta e partecipata. La seconda fase ha coinciso con il Concilio Vaticano II e con le novità introdotte. La terza fase, quella attuale, consiste invece - continua p. Nardin - nella necessità di formazione alla riforma».

In tutto questo percorso storico, che abbraccia vari decenni, durante il convegno si è riflettuto — in particolare — sul ruolo avuto dal monachesimo. «Dai lavori del convegno è emersa chiaramente aggiunge p. Nardin la disponibilità del mondo monastico, maschile e femminile, a rendere partecipe il popolo di Dio alla liturgia, collaborando all’animazione e formazione liturgica e cercando di agire come il lievito nella pasta».

Tra le notazioni emerse durante i lavori, i rappresentanti delle comunità monastiche francesi hanno mostrato una particolare «unità di intenti» per quanto riguarda l’adozione di forme e preghiere liturgiche. Lo ha testimoniato Dom Marie Gèrard Dubois, per più di vent’anni abate della Grande Trappe e presidente della commissione di Liturgia dell’o.c.s.o. raccontando il lavoro della Commissione Francofona cistercense, che ha come suo strumento di diffusione la rivista Liturgie e che offre sempre una ampia scelta di studi, documenti del magistero, proposte di testi per la liturgia a servizio del mondo monastico. Da parte italiana sono intervenuti, tra gli altri, i rappresentanti delle comunità di Valserena, Praglia, Camaldoli e Bose.

Il mondo monastico italiano è più vario, e non esiste in esso uno strumento di coordinamento come la CFC.

Ogni comunità si muove un po’ all’interno dell’ordine cui appartiene senza troppo collegamento con altre realtà... Il convegno è stato anche un buon tentativo in questo senso di conoscenza e di confronto.

«L’aspetto visibile, concreto della religione, il rito e il simbolo, viene compreso sempre meno, non è più colto e vissuto in modo immediato — ha detto uno dei relatori, il prof. Andrea Grillo, coordinatore della specializzazione in teologia dogmatico — sacramentaria presso il Pontificio Ateneo S. Anselmo di Roma. Grillo ha sottolineato che trattare oggi di liturgia significa «l’approfondire quelli che appaiono ancora come luoghi comuni: il primo è la formazione liturgica intesa come istruzione circa i riti, il secondo è il rafforzamento della separazione tra formazione e spiritualità e il terzo riguarda la soggezione della formazione liturgica ad una lettura sostanzialmente clericale della Chiesa».

Tra i relatori oltre il Prof Grillo e il prof. GIORGIO BONACCORSO, Preside dell’istituto di Liturgia pastorale Abbazia di santa Giustina di Padova. Goffredo Boselli, monaco di Bose ha parlato de prima e dopo la riforma liturgica. PAUL DE CLERKDirettore della rivista La Maison Dieu, membro del Comitè national de Pastorale liturgique (CNPL) già direttore dell’lnstitut Supérieur de Liturgie (ISL) di Parigi ha descritto la ricezione teologica, applicazione pratica e tentazioni di ripiego rispetto alla Sacrosanctum Concilium oggi, mentre DANIEL SAULNIERDirettore dell’istituto di Paleografia musicale dell’Abbazia Saint Pierre di Solesmes e docente presso il Pontificio Istituto di Musica Sacra di Roma, ha parlato del canto gregoriano, del suo recupero e del compito che lascia oggi alle generazioni in cerca di una formula musicale altrettanto duratura e valida.

Le relazioni erano seguite da testimonianze delle varie comunità rispetto al lavoro fatto da ciascuna per applicare al proprio interno gli esiti della riforma liturgica, e ora per dare una adeguata formazione liturgica. Una sorpresa per chi ha partecipato al Convegno è stata la presenza viva e numerosa di molta parte del mondo benedettino italiano, comunità giovani e in piena evoluzione, numerica e vitale, ad esempio la comunità di Santa Marta di Firenze, o la Comunità di Poffabro, così come, da parte francese, la Comunità del Bec. Ci si può augurare che si sviluppi ancora meglio l’apporto della dimensione sapienziale femminile così che ad incontri simili ci si possa rallegrare di vedere coniugati insieme relazioni dotte e testimonianze di esperienza, comunità maschili e comunità femminili, nella edificazione di un mondo monastico che proprio nella nostra Europa pare chiamato a ritrovare la sua funzione positiva e profetica, e ha necessità dunque di ogni apporto e di ogni voce. A Monte Oliveto il doppio apporto di testimonianze e relazioni dottrinali ha dato al convegno l’aspetto non solo di un incontro puramente accademico ad alto livello ma di un reale incontro di comunità monastiche in ricerca all’interno di una chiesa desiderosa di riscoprire e riappropriarsi delle fonti della preghiera.

Quali luoghi più appropriati a questo se non i monasteri benedettini, olivetani, cistercensi e trappisti?

(1) Abate ordinario di Monte Oliveto Maggiore, OSB. Nato a Firenze, il 18 marzo 1937, Ordinato presbitero il 2 luglio 1961, nominato abate ordinario di Monte Oliveto Maggiore il 3 ottobre 1992; confermato il 16 ottobre 1992. Membro della Conferenza Episcopale Toscana.

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