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Domenica, 30 Novembre 2025 10:05

Vangelo secondo Matteo. Caratteristiche generali

Il fatto che il Vangelo di Matteo occupi il primo posto nell'ordine ca­nonico dei Vangeli riflette sia l'idea - risalente al sec. II - che fosse il più antico, sia il valore intrinseco attribuitogli nei secoli dalla Chie­sa. Mentre è opinione ormai diffusa che non sia stato scritto prima degli altri, la grande importanza assegnata a questo Vangelo resta inalterata, come conferma anche la sua frequente utilizzazione sul piano liturgico e catechetico.

Anche l'antica tradizione secondo cui l'autore del Vangelo è da identificarsi con il discepolo di Gesù chiamato Matteo o Levi (Mc 2,14; Lc 5,27) - uno dei dodici (Mt 10,2-4; Mc 3,16-19; Lc 6,14-16) o degli undici (At 1,13) - è considerata oggi senza reale fondamen­to. Essendo infatti il Vangelo di Mc in larga parte la fonte ispiratrice di Mt (si calcola che dei 661 versetti che compongono Mc, 630 pre­sentano oltre 650 paralleli con Mt), è difficile sostenere che un compagno di Gesù abbia potuto limitarsi a ricalcare pedissequa­mente il racconto steso da un altro che non può contare sui suoi ri­cordi di testimone diretto. Ma, oltreché attingere in abbondanza a Mc, Mt si riferisce anche al materiale (principalmente i detti di Ge­sù) proveniente dalla cosiddetta fonte "Q", che non si trova in Mc e che a volte corrisponde quasi esattamente a quanto figura in Lc (circa 200 versetti sono infatti comuni a Mt e Lc). Sembra così da escludere una paternità diretta dell'apostolo Matteo nella composi­zione di quello che, per comodità, viene comunque chiamato "il Vangelo di Matteo”.

Dal Vangelo stesso si può arguire che l'autore deve essere un maestro cristiano, molto versato nelle Scritture, e che occupa un ruolo importante nella sua Chiesa. Egli compie una sintesi matura, sapientemente costruita nell'architettura d'insieme, composita ma ben dosata nei suoi equilibri interni, sempre attenta ai dettagli e alle parole che concorrono a definire la natura dei fatti e rivelano l'oc­chio con cui l'evangelista li coglie per ricavare un generale o speci­fico insegnamento.

Comunemente oggi si ritiene che il Vangelo di Mt sia scritto do­po il 70, probabilmente intorno all'85-90. Un'ipotesi plausibile circa il luogo di composizione è Antiochia, capitale della provincia roma­na di Siria. Questa grande città ha una popolazione mista di gentili ed ebrei, che in larga parte parlano il greco, e vive in quel tempo un periodo di forte tensione religiosa e sociale, analoga a quella pre­sente nella Chiesa di Mt, in origine composta soprattutto di giudeo-cristiani e poi di cristiano-pagani, che sono osteggiati, perseguitati e perfino messi a morte sia dalle autorità pagane (10,18.22; 13,21; 24,9) sia da quelle ebraiche (5,11;10,17,23.28; 23,34-35). Per ef­fetto delle persecuzioni, alcuni cristiani abbandonano la fede (13,21; 24,10); altri tradiscono i compagni (24,10); altri ancora ce­dono alla "preoccupazione del mondo" e all’“inganno della ricchezza (13,22). Si viene a creare una situazione di conflitti e tensione; alcuni "falsi profeti" fanno deviare i fedeli (7,15; 24,11) e l'infedeltà diventa tale da raffreddare "l'amore di molti" (24,12).

É proprio per venir incontro alle esigenze religiose e morali di questa Chiesa multirazziale e agiata, ma al tempo stesso persegui­tata e divisa, che Mt compone il suo Vangelo.

STRUTTURA E SVOLGIMENTO

Nelle varie suddivisioni proposte del Vangelo di Mt la più tradizionale - e anche la più probabile - è quella che organizza il rac­conto in cinque sezioni principali, ciascuna delle quali costituita da una narrazione e da un discorso. Questi discorsi rappresentano una struttura portante del Vangelo, sono armonicamente inseriti nelle parti narrative - di cui riprendono i temi - e si distinguono da altri discorsi "minori" contenuti in esse, sia per la loro lunghezza sia per il fatto che sono rivolti esclusivamente o principalmente ai discepoli. Mt trae gran parte del materiale di questi discorsi dalla sua stessa tradizione, ma risulta evidente il lavoro redazionale fatto ti si modificare e integrare ciò che ha ricevuto, nel tentativo riuscito di dare maggior risalto, ordine e armonia all'insegnamento di Gesù.

Il Vangelo si apre con un prologo (1,1-2,23), la cui prima parte è costituita dalla genealogia di Gesù, a partire da Abramo, capostipite d'Israele (1,1-17). Gesù, all'inizio, viene indicato come "figlio di Davide, figlio di Abramo (1,1), figlio di Davide perché Giuseppe adottandolo, lo inserisce nella discendenza di Davide (1 16 1825) e perché egli adempie le attese escatologiche associate a Davide (9,27-31; 12,22-23; 15,21-28; 20,29; 21,17) figlio di Abramo perché in lui l'intera storia di Israele riceve il suo compimento e anche i pagani trovano grazia (1,17; 8,11). La storia della salvezza inaugurata da Abramo, che si estende fino alla fine dei tempi e al ritorno di Gesù per il giudizio (1,17; 25,31-46), è divisa infatti in due epoche: il tempo d'Israele, che è il tempo delle profezie, e il tempo di Cristo - il Messia, il re d Israele lungamente atteso (1,17; 2,24; 11,2.3) - che è il tempo del loro compimento. Nel mistero 'della' persona di Gesù - concepito da Maria Vergine per opera dello Spirito (1,18-25) - si adempie la prima profezia: il figlio cli Davide e di Abramo sarà chiamato l’Emmanuele perché in lui "Dio è con noi” (1,23).

La prima sezione (3,1-7,29) .  Introdotta dalla predicazione di Giovanni Battista precursore di Gesù,  contiene il primo grande insegnamento: il discorso della montagna (5,1-7,29) dove è dominante il tema della giustizia.

La seconda sezione (8,1-10,42),  dedicata principalmente ad illustrare le azioni misericordiose di Gesù - include il discorso missionario (10,5-42), con il mandato ai discepoli a proclamare che "il regno dei cieli è vicino” (10,7), a guarire gli ammalati e a liberare dai demoni (10,8).

La terza sezione (11,2-13,52) presenta nella parte narrativa l'ostilità crescente nei con fronti di Gesù, mentre nel discorso che segue (13,3-52) Gesù parla in parabole.

Nella quarta sezione (13,53-18,35) Gesù denuncia la guida cieca dei farisei (15,13-14), e nel discorso ecclesiologico o comunitario (18,1-35) prepara i discepoli sia all'accoglienza reciproca sia responsabilità nei confronti delle "pecore smarrite" e al perdono (14,36.44).

La passione e la risurrezione di Gesù rappresentano il culmine del Vangelo (26,1-28,20). Da lì si apre un’epoca nuova per quanto li riguarda e continuerà fino alla manifestazione di Gesù nella parusia: l'era finale è cominciata. Di questo sono consapevoli coloro che hanno incontrato Gesù risorto e coloro  -  ebrei e gentili - che hanno creduto al vangelo e si sono fatti discepoli (28,19). In quanto ad essi Gesù è costantemente presente, per quanto invisibile, fino alla fine dei tempi (28,20). 

TEMI ESSENZIALI

Al centro del Vangelo di Mt c'è la storia di Gesù che si manife­sta come Figlio di Dio e Figlio dell'uomo, e la storia del regno di Dio che egli viene ad annunciare. Fra i vari titoli che vengono dati a Ge­sù, Figlio di Dio e Figlio dell'uomo sono indubbiamente i principali, richiamando le sua natura divina e il suo ruolo centrale nella storia delle salvezza. Gesù e il regno costituiscono due unità inscindibili e come tali sono accostate. Gesù, fin dall'inizio, viene presentato co­me il Figlio di Dio, e alla fine, come Figlio dell'uomo, riceve l'auto­rità sul regno di Dio, in cielo e in terra (28,18-20). Il titolo di Figlio dell'uomo ha il triplice significato che Mt eredita dalle sue fonti. È il servo di Dio, umile e potente insieme, un servo che soffre, muore e risorge dando la vita in remissione dei peccati. Infine è il giudice e/o liberatore che appare nell'ultimo giorno. Questo è sottolineato an­che del fatto che il titolo Figlio dell'uomo ricorre in vari momenti-chiave: al battesimo (3,17), alla professione di fede di Pietro (16,16) - che rappresenta quelle dell'intera Chiesa -, alla trasfigurazione (17,5), nel processo e nel momento della morte (26,63; 27,40.43.54).

Il regno di Dio è il grande tema della speranza, delle preghiera e dell'annuncio che unifica l'intero Vangelo, specialmente nei cin­que grandi discorsi. Esso fornisce l'orizzonte e il fine escatologico, che consiste nelle promesse di salvezza di Dio date all'umanità re­denta. «Regno di Dio» o, più frequentemente, «regno dei cieli» è una realtà trascendente e dinamica, non riferita a un luogo o a uno spa­zio particolari. Se il regno di Dio esiste già nell'AT, perché in qual­che modo affidato ad Israele (21,43), la nascita di Gesù segna l'ini­zio di una nuova presenza del regno di Dio. Sia Gesù che il Battista iniziano la loro vita pubblica con l'annuncio che il regno dei cieli è vicino (3,2; 4,17). Il regno è presente già negli esorcismi compiuti da Gesù (12,28); ciò nonostante, egli invita i suoi discepoli a pre­gare per la sua venuta finale (6,10) e a cercarlo (6,33). Gli eventi apocalittici della morte-risurrezione indicano un nuovo stadio del regno, poiché per la prime volta viene esaltato il potere di Gesù sull'intero cosmo (28,16-20). Gesù già ora regna come Figlio dell'uo­mo (13,37-38.41), ma la sua venuta come giudice nell'ultimo giorno attua l'avvento definitivo del suo regno (16,27-28), che sarà il regno del Padre (13,43).

Strettamente intrecciata alla storia di Gesù e del regno è la chia­mata dei discepoli - all'inizio del ministero pubblico di Gesù - e la loro missione. Subito dopo aver ordinato e Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni di seguirlo (4,18-22), Gesù si sofferma sulla natura e il fine del discepolato, che consiste nell'impegno di evangelizzare il mondo (4,19). La dedizione che comporta l'essere discepoli si rive­la nel fatto che, quando Gesù chiama i quattro pescatori, essi ab­bandonano reti, barca e padre (professione, beni, famiglie, ecc.) e gli assicurano una fedeltà totale. Stando "con lui" (12,30), vivono nella sfera del regno finale di Dio, sono resi fratelli (23,8; 28,10), perché «figli di Dio» (5,9-45). Poiché sono tra coloro che vivono in attesa del regno di Dio, la loro religiosità dovrà equivalere alla giu­stizia più grande (5,20). La "giustizia" è un tema che assume in Mt un rilievo particolare (3,15; 5,6.10.20; 6,1.33; 21,32). Essa è l'at­tuazione fedele della volontà del Padre, secondo l'insegnamento di Gesù. Per adempiere la giustizie, i discepoli devono essere "perfet­ti" come il Padre celeste (5,48), cioè amare Dio con tutto il cuore, l'anima e la mente e il prossimo come se stessi (5,44-48; 7,12.21; cfr. 22,34-40).

I discepoli costituiscono il primo nucleo della comunità che è la Chiesa. Questo è un tema caratteristico di Mt, che è l'unico evan­gelista ad usare il termine ekklesìa per tre volte (in 16,18 e, due vol­te, in 18,17). Egli cerca di dare ai fedeli delle linee guida da segui­re, sotto l'autorità di Pietro, fondamento della Chiesa (16,1.8-19); mette in guardia contro le insidie del potere e invita chi occupa po­sti di comando ad essere umile (18,1-9; 20,24-28; 23.8-12). Sa be­ne che l'appartenenza alla Chiesa non preserva i suoi membri dal­le debolezze e dai tradimenti, perché chiunque può cedere, anche Pietro (26,69-75), e che queste condizione accompagnerà la Chie­sa nella sua missione, finché non giungerà il regno del Padre (13,36-43; 22,11-14.25).

 

 

 

Pubblicato in Teologia

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