Il fatto che il Vangelo di Matteo occupi il primo posto nell'ordine canonico dei Vangeli riflette sia l'idea - risalente al sec. II - che fosse il più antico, sia il valore intrinseco attribuitogli nei secoli dalla Chiesa. Mentre è opinione ormai diffusa che non sia stato scritto prima degli altri, la grande importanza assegnata a questo Vangelo resta inalterata, come conferma anche la sua frequente utilizzazione sul piano liturgico e catechetico.
Anche l'antica tradizione secondo cui l'autore del Vangelo è da identificarsi con il discepolo di Gesù chiamato Matteo o Levi (Mc 2,14; Lc 5,27) - uno dei dodici (Mt 10,2-4; Mc 3,16-19; Lc 6,14-16) o degli undici (At 1,13) - è considerata oggi senza reale fondamento. Essendo infatti il Vangelo di Mc in larga parte la fonte ispiratrice di Mt (si calcola che dei 661 versetti che compongono Mc, 630 presentano oltre 650 paralleli con Mt), è difficile sostenere che un compagno di Gesù abbia potuto limitarsi a ricalcare pedissequamente il racconto steso da un altro che non può contare sui suoi ricordi di testimone diretto. Ma, oltreché attingere in abbondanza a Mc, Mt si riferisce anche al materiale (principalmente i detti di Gesù) proveniente dalla cosiddetta fonte "Q", che non si trova in Mc e che a volte corrisponde quasi esattamente a quanto figura in Lc (circa 200 versetti sono infatti comuni a Mt e Lc). Sembra così da escludere una paternità diretta dell'apostolo Matteo nella composizione di quello che, per comodità, viene comunque chiamato "il Vangelo di Matteo”.
Dal Vangelo stesso si può arguire che l'autore deve essere un maestro cristiano, molto versato nelle Scritture, e che occupa un ruolo importante nella sua Chiesa. Egli compie una sintesi matura, sapientemente costruita nell'architettura d'insieme, composita ma ben dosata nei suoi equilibri interni, sempre attenta ai dettagli e alle parole che concorrono a definire la natura dei fatti e rivelano l'occhio con cui l'evangelista li coglie per ricavare un generale o specifico insegnamento.
Comunemente oggi si ritiene che il Vangelo di Mt sia scritto dopo il 70, probabilmente intorno all'85-90. Un'ipotesi plausibile circa il luogo di composizione è Antiochia, capitale della provincia romana di Siria. Questa grande città ha una popolazione mista di gentili ed ebrei, che in larga parte parlano il greco, e vive in quel tempo un periodo di forte tensione religiosa e sociale, analoga a quella presente nella Chiesa di Mt, in origine composta soprattutto di giudeo-cristiani e poi di cristiano-pagani, che sono osteggiati, perseguitati e perfino messi a morte sia dalle autorità pagane (10,18.22; 13,21; 24,9) sia da quelle ebraiche (5,11;10,17,23.28; 23,34-35). Per effetto delle persecuzioni, alcuni cristiani abbandonano la fede (13,21; 24,10); altri tradiscono i compagni (24,10); altri ancora cedono alla "preoccupazione del mondo" e all’“inganno della ricchezza (13,22). Si viene a creare una situazione di conflitti e tensione; alcuni "falsi profeti" fanno deviare i fedeli (7,15; 24,11) e l'infedeltà diventa tale da raffreddare "l'amore di molti" (24,12).
É proprio per venir incontro alle esigenze religiose e morali di questa Chiesa multirazziale e agiata, ma al tempo stesso perseguitata e divisa, che Mt compone il suo Vangelo.
STRUTTURA E SVOLGIMENTO
Nelle varie suddivisioni proposte del Vangelo di Mt la più tradizionale - e anche la più probabile - è quella che organizza il racconto in cinque sezioni principali, ciascuna delle quali costituita da una narrazione e da un discorso. Questi discorsi rappresentano una struttura portante del Vangelo, sono armonicamente inseriti nelle parti narrative - di cui riprendono i temi - e si distinguono da altri discorsi "minori" contenuti in esse, sia per la loro lunghezza sia per il fatto che sono rivolti esclusivamente o principalmente ai discepoli. Mt trae gran parte del materiale di questi discorsi dalla sua stessa tradizione, ma risulta evidente il lavoro redazionale fatto ti si modificare e integrare ciò che ha ricevuto, nel tentativo riuscito di dare maggior risalto, ordine e armonia all'insegnamento di Gesù.
Il Vangelo si apre con un prologo (1,1-2,23), la cui prima parte è costituita dalla genealogia di Gesù, a partire da Abramo, capostipite d'Israele (1,1-17). Gesù, all'inizio, viene indicato come "figlio di Davide, figlio di Abramo (1,1), figlio di Davide perché Giuseppe adottandolo, lo inserisce nella discendenza di Davide (1 16 1825) e perché egli adempie le attese escatologiche associate a Davide (9,27-31; 12,22-23; 15,21-28; 20,29; 21,17) figlio di Abramo perché in lui l'intera storia di Israele riceve il suo compimento e anche i pagani trovano grazia (1,17; 8,11). La storia della salvezza inaugurata da Abramo, che si estende fino alla fine dei tempi e al ritorno di Gesù per il giudizio (1,17; 25,31-46), è divisa infatti in due epoche: il tempo d'Israele, che è il tempo delle profezie, e il tempo di Cristo - il Messia, il re d Israele lungamente atteso (1,17; 2,24; 11,2.3) - che è il tempo del loro compimento. Nel mistero 'della' persona di Gesù - concepito da Maria Vergine per opera dello Spirito (1,18-25) - si adempie la prima profezia: il figlio cli Davide e di Abramo sarà chiamato l’Emmanuele perché in lui "Dio è con noi” (1,23).
La prima sezione (3,1-7,29) . Introdotta dalla predicazione di Giovanni Battista precursore di Gesù, contiene il primo grande insegnamento: il discorso della montagna (5,1-7,29) dove è dominante il tema della giustizia.
La seconda sezione (8,1-10,42), dedicata principalmente ad illustrare le azioni misericordiose di Gesù - include il discorso missionario (10,5-42), con il mandato ai discepoli a proclamare che "il regno dei cieli è vicino” (10,7), a guarire gli ammalati e a liberare dai demoni (10,8).
La terza sezione (11,2-13,52) presenta nella parte narrativa l'ostilità crescente nei con fronti di Gesù, mentre nel discorso che segue (13,3-52) Gesù parla in parabole.
Nella quarta sezione (13,53-18,35) Gesù denuncia la guida cieca dei farisei (15,13-14), e nel discorso ecclesiologico o comunitario (18,1-35) prepara i discepoli sia all'accoglienza reciproca sia responsabilità nei confronti delle "pecore smarrite" e al perdono (14,36.44).
La passione e la risurrezione di Gesù rappresentano il culmine del Vangelo (26,1-28,20). Da lì si apre un’epoca nuova per quanto li riguarda e continuerà fino alla manifestazione di Gesù nella parusia: l'era finale è cominciata. Di questo sono consapevoli coloro che hanno incontrato Gesù risorto e coloro - ebrei e gentili - che hanno creduto al vangelo e si sono fatti discepoli (28,19). In quanto ad essi Gesù è costantemente presente, per quanto invisibile, fino alla fine dei tempi (28,20).
TEMI ESSENZIALI
Al centro del Vangelo di Mt c'è la storia di Gesù che si manifesta come Figlio di Dio e Figlio dell'uomo, e la storia del regno di Dio che egli viene ad annunciare. Fra i vari titoli che vengono dati a Gesù, Figlio di Dio e Figlio dell'uomo sono indubbiamente i principali, richiamando le sua natura divina e il suo ruolo centrale nella storia delle salvezza. Gesù e il regno costituiscono due unità inscindibili e come tali sono accostate. Gesù, fin dall'inizio, viene presentato come il Figlio di Dio, e alla fine, come Figlio dell'uomo, riceve l'autorità sul regno di Dio, in cielo e in terra (28,18-20). Il titolo di Figlio dell'uomo ha il triplice significato che Mt eredita dalle sue fonti. È il servo di Dio, umile e potente insieme, un servo che soffre, muore e risorge dando la vita in remissione dei peccati. Infine è il giudice e/o liberatore che appare nell'ultimo giorno. Questo è sottolineato anche del fatto che il titolo Figlio dell'uomo ricorre in vari momenti-chiave: al battesimo (3,17), alla professione di fede di Pietro (16,16) - che rappresenta quelle dell'intera Chiesa -, alla trasfigurazione (17,5), nel processo e nel momento della morte (26,63; 27,40.43.54).
Il regno di Dio è il grande tema della speranza, delle preghiera e dell'annuncio che unifica l'intero Vangelo, specialmente nei cinque grandi discorsi. Esso fornisce l'orizzonte e il fine escatologico, che consiste nelle promesse di salvezza di Dio date all'umanità redenta. «Regno di Dio» o, più frequentemente, «regno dei cieli» è una realtà trascendente e dinamica, non riferita a un luogo o a uno spazio particolari. Se il regno di Dio esiste già nell'AT, perché in qualche modo affidato ad Israele (21,43), la nascita di Gesù segna l'inizio di una nuova presenza del regno di Dio. Sia Gesù che il Battista iniziano la loro vita pubblica con l'annuncio che il regno dei cieli è vicino (3,2; 4,17). Il regno è presente già negli esorcismi compiuti da Gesù (12,28); ciò nonostante, egli invita i suoi discepoli a pregare per la sua venuta finale (6,10) e a cercarlo (6,33). Gli eventi apocalittici della morte-risurrezione indicano un nuovo stadio del regno, poiché per la prime volta viene esaltato il potere di Gesù sull'intero cosmo (28,16-20). Gesù già ora regna come Figlio dell'uomo (13,37-38.41), ma la sua venuta come giudice nell'ultimo giorno attua l'avvento definitivo del suo regno (16,27-28), che sarà il regno del Padre (13,43).
Strettamente intrecciata alla storia di Gesù e del regno è la chiamata dei discepoli - all'inizio del ministero pubblico di Gesù - e la loro missione. Subito dopo aver ordinato e Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni di seguirlo (4,18-22), Gesù si sofferma sulla natura e il fine del discepolato, che consiste nell'impegno di evangelizzare il mondo (4,19). La dedizione che comporta l'essere discepoli si rivela nel fatto che, quando Gesù chiama i quattro pescatori, essi abbandonano reti, barca e padre (professione, beni, famiglie, ecc.) e gli assicurano una fedeltà totale. Stando "con lui" (12,30), vivono nella sfera del regno finale di Dio, sono resi fratelli (23,8; 28,10), perché «figli di Dio» (5,9-45). Poiché sono tra coloro che vivono in attesa del regno di Dio, la loro religiosità dovrà equivalere alla giustizia più grande (5,20). La "giustizia" è un tema che assume in Mt un rilievo particolare (3,15; 5,6.10.20; 6,1.33; 21,32). Essa è l'attuazione fedele della volontà del Padre, secondo l'insegnamento di Gesù. Per adempiere la giustizie, i discepoli devono essere "perfetti" come il Padre celeste (5,48), cioè amare Dio con tutto il cuore, l'anima e la mente e il prossimo come se stessi (5,44-48; 7,12.21; cfr. 22,34-40).
I discepoli costituiscono il primo nucleo della comunità che è la Chiesa. Questo è un tema caratteristico di Mt, che è l'unico evangelista ad usare il termine ekklesìa per tre volte (in 16,18 e, due volte, in 18,17). Egli cerca di dare ai fedeli delle linee guida da seguire, sotto l'autorità di Pietro, fondamento della Chiesa (16,1.8-19); mette in guardia contro le insidie del potere e invita chi occupa posti di comando ad essere umile (18,1-9; 20,24-28; 23.8-12). Sa bene che l'appartenenza alla Chiesa non preserva i suoi membri dalle debolezze e dai tradimenti, perché chiunque può cedere, anche Pietro (26,69-75), e che queste condizione accompagnerà la Chiesa nella sua missione, finché non giungerà il regno del Padre (13,36-43; 22,11-14.25).