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Rilettura del decalogo: il X comandamento

Oggetto del divieto è la qualità di vita, come espressione della propria identità, come insieme qualificante di beni che nessuno può e deve violare.

Non desidererai la casa del tuo prossimo. Non desidererai la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo né la sua schiava, né il suo bue né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo» (Es 20,17). «Non desidererai la moglie del tuo prossimo. Non bramerai la casa del tuo prossimo né il suo campo, né il suo schiavo né la sua schiava, né il suo bue né il suo asino, né cosa alcuna appartenente al tuo prossimo» (Dt 5,21 ).

Torniamo a riproporre la citazione del testo biblico avviandoci a chiudere la nostra riflessione sul IX-X comandamento. Ovviamente lasceremo cadere l'attenzione alla donna d'altri, tranne che nell'orizzonte di partenza di Es 20,17: «La casa del tuo prossimo». A qualificare la "casa" è certamente la donna, la "propria" donna. Da qui, la già rilevata anomalia dell'accorpare la donna ai beni tutti.

La casa, sinonimo di famiglia


Come già detto, oggetto del divieto è la qualità di vita dell'altro, la sua prosperità, in entrambi i testi affidata alla metafora della "casa" che, poi, più che metafora è concrezione dell'optimum vitale. L'abitazione, si tratti di una "tenda" odi un "palazzo" o delle svariate sue forme intermedie, manifesta lo status sociale di chi vi abita; ne dice il prestigio o l'ordinarietà o la liminarità. Casa poi è sinonimo di famiglia nel senso allargato della cultura patriarcale. Da qui l'evocazione della donna come garanzia di quei figli legittimi che garantiscono l'asse ereditario, e la menzione di quanti cooperano a mantenerlo e a incrementarlo, schiavi e schiave, appunto. La casa, insomma, come biglietto da visita, come espressione della propria identità, come insieme qualificante di beni che nessuno può e deve violare.

Se vogliamo, in questi nostri tempi drammatici, il gesto di darsi fuoco dinanzi all'ingiunzione dello sfratto, alla perdita della propria abitazione per insolvenza, ci riporta a questa valenza radicale della "casa", non luogo funzionale di rifugio ma luogo identitario, senza il quale si passa da una condizione di "dignità" all'emarginazione dei "senza fissa dimora".

Certo, ritornando al comandamento e, più ancora, alla sua proposizione in Dt 5,21, in gioco è anche la distinzione tra "desiderio" e "brama". La "nobiltà" del desiderio è diretta alla "donna d'altri" come vertice dell'ottimizzazione della vita altrui, mentre la "brama" investe casa, campo, schiavi, beni. In verità, come sottolinea Ravasi nel già citato saggio Non desidererai la moglie e la casa del tuo prossimo (cf G. Ravasi - A. Tagliapietra, Non desiderare la donna e la roba d'altri, Bologna 2010): «...il "desiderio"... conserva la sua ambivalenza di brama tempestosa, istintuale, ma ha pure il valore di ispirazione alta, di celebrazione degli aneliti umani» (p. 15). Il turbine del desiderio (thymos), insomma, alla fine evoca le spire del fumo del sacrificare (thyein) in un intreccio semantico nativamente "ambivalente".

Ma veniamo alla "roba", ai beni dell'altro che non è lecito desiderare/bramare. In una situazione stanziale, ai beni ereditari appartiene anche la terra, quella porzione di terra che istituisce ogni membro delle tribù d'Israele nella sua dignità garantendogli i mezzi di sussistenza. Questo dell'assegnare la terra è modulo non solo biblico. Possederla e coltivarla è fondamentale nel mondo antico. Averne assegnata o riceverne in eredità una porzione qualifica gli individui maschi e anche le donne, in assenza di fratelli. Lavorare la terra, da sé o tramite altri, è impegno primario in una cultura non più nomade ma stanziale, lui e lui l'uno con il possederla, l'avere quei mezzi che consentano di ricavarne frutto. L'asino e il bue vanno visti in questa loro funzionalità. Sono mezzi di trasporto, ma anche risorsa energetica.

Ma, più in generale, donde nasce la necessità di porre un freno al desiderio/brama di ciò che appartiene a un altro? Il discorso è sì d'indole morale, ma soprattutto d'indole politica. E il buon vivere tra gli umani a esigere il rispetto reciproco, la tutela vicendevole di ciò che ottimizza l'esistenza. E allora perché desiderare ciò che appartiene a un altro? Cosa induce un soggetto umano, uomo o donna che sia, a rodersi dalla voglia di possedere ciò che non gli appartiene? Certamente alla radice può esservi la disparità. C'è chi ha e c'è chi non ha. Ed è ovvio che lo schiavo aspiri al benessere del padrone, che il povero guardi alla condizione di chi è ricco... Troppo spesso, però, il desiderio/brama cresce proporzionalmente ai beni che si possiedono. Né alla fine sono i beni l'oggetto del desiderio quanto il potere che il possedere comporta.

Lo scenario attuale non lascia dubbi. Il problema diventa allora la sperequazione, l'ingiusta sperequazione sul piano dei beni posseduti che. so da una parte, incentiva disagio e rivolta, dall'altra, paradossalmente, induce chi più ha a far di tutto per accrescere la sua "roba" sulla pelle degli altri, dei nuovi schiavi, senza dimenticare la prevaricazione sulle risorse accessorie: i nuovi asini e i nuovi buoi.

Se, per chi non ha, desiderare i beni altrui, il più delle volte significa emularlo; per chi ha. accumulare sempre più ricchezza, e a suo esclusivo vantaggio, diventa latrocinio, ruberia, intollerabile offesa alla dignità di ogni altro. Senza dimenticare che tutto ciò diventa merito, successo, riconoscimento di capacità straordinarie. Più semplicemente è latrocinio.

Mi si obietterà che riporto il discorso al "non rubare". Sinceramente, non saprei fare diversamente. Il problema dell'ingiustizia sociale, del doversi ripartire il 95-98% dell'umanità il 5% (?) delle risorse, mentre la ricchezza globale del pianeta sta nelle mani del 2-5% della popolazione mondiale è davvero intollerabile. Restare in silenzio è farsene complici.

Il problema dell'ingiustizia sociale

Non si può assecondare il desiderio/brama onnivoro che genera una povertà crescente e con essa guerra, destabilizzazione, malattie, fame. Tanto più che, lo abbiamo detto, l'oggetto vero del desiderio è la dissennata bramosia del potere. Sì, è il potere l'oscura macchina del desiderio depravato e bastardo. Potere che umilia: appropriarsi di ciò che dà dignità all'altro; potere che affama: ridurlo in condizione miserabile; potere che offende: rottamazione dell'altro, dei suoi diritti inalienabili; potere omicida: armi e guerra e rivalsa e oppressione.

L'ethos giudeo-cristiano ha veicolato le dieci parole e tra di esse quest'ultima. Ma il conservarne memoria non e divenuta pratica esistenziale compartita. Piuttosto a essere osservato è stata una sorta di controdecalogo. E questa resta la gravissima colpa nostra di Chiese e di comunità, di popoli e nazioni che, ciò malgrado, hanno rivendicato la radice ebraico-cristiana come costitutiva del proprio assetto culturale.

Si è elaborato un controcanto terrificante. Si è teorizzata una totale e radicale legittimità del desiderio/brama tacendone la domanda di prevaricazione e di potere. Oggi di fronte a un mondo in rivolta si seguita a non prendere atto d'aver proposto un modello unilateralmente veicolante il tornaconto di pochi. Ci si meraviglia della violenza, si insorge prendendo atto del pericolo oggettivo che altri realizzino un modello diverso che in apparenza contraddice comuni diritti acquisiti. Non ci si vuol rendere conto che si è incentivata una marcia diabolica per acquisire, a livello mondiale, quello stesso potere di cui l'Occidente è stato solerte custode nelle sue élites di industriali, finanzieri, magnati, oligarchi... il timore, ora, è che tanta creatività passi in altre mani.

Eppure sarebbe stato possibile un modello diverso. Ne avevamo gli strumenti. Li si è calpestati e ignorati in un delirio di onnipotenza. E ci si scandalizza ipocritamente di chi mette in scena l'irrilevanza della vita umana, magari - ma non lo abbiamo fatto anche noi? - facendo appello a istanze "religiose". Dinanzi all'orrore di attentati, decapitazioni, gabbie e roghi non ci si chiede neppure se tutto questo non lo si sia favorito nella smania di dare al mondo la forma ritenuta a torto ottimale - forma ingiusta, offensiva, disgiuntiva che ha accresciuto sempre più il numero dei poveri e ridotto, implementandone però le ricchezze, il numero dei ricchi; che ha sottratto alle comunità l'esercizio del potere per assecondare il monopolio di pochi. Una politica diversa nel segno della pace, una decisione forte come quella di dismettere la fabbricazione delle armi, una sincera revisione delle dinamiche perverse del potere come prevaricazione e personale vantaggio, una denuncia della sopraffazione a ogni costo, una pratica della politica come acquisizione, impegno per il bene comune, forse avrebbero potuto produrre un mondo diverso, solidale e cordiale, attento al reticolo delle differenze, alle voci variegate e molteplici degli altri.

Sia chiaro, non stigmatizzo il desiderio di una vita buona e bella, una estetica dell'esistenza che abbia quale molla, appunto, il desiderio. Esprimo piuttosto l'orrore verso il fraintendimento dell'ottimizzazione della vita che è oppressione, misconoscimento dell'altro/altra, svilimento della sua dignità, disprezzo delle sue potenzialità, ruberia di quanto di buono e di bello lo appassiona e seduce. Stigmatizzo la perversione del potere, demone oscuro che arma le nostre mani, anche quando ci piacerebbe pensare che gli assassini siano gli altri.

Stigmatizzo che da cristiani abbiamo taciuto e ignorato il comandamento dell'amore, prescindendo dal quale le dieci parole restano lettera morta e facilmente imboccano vie che le svuotano di senso. Solo il comandamento dell'amore restituisce le dieci parole a provocazione, palestra, tensione, utopia progettuale di alterità e comunione.

Cettina Mititello


(Tratto da Vita Pastorale, n. 4, 2015, pp. 64-65)

 

 

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Venerdì, 17 Maggio 2024 11:01

Rispettare i beni altrui (Cettina Militello)

Rilettura del decalogo: il settimo comandamento

Dietro colui che è sorpreso a rubare c'è uno società che non l'ha garantito nei bisogni primari. In carcere non stanno i ladri sopraffini, quelli che hanno fatto della speculazione un'arte, dell'uso dei beni sociali un fatto privato dovuto.

Introducendo al VII comandamento, abbiamo fatto spazio all'utopia, anzi alla radicalità cristiana, che guarda ai beni tutti come dono e dunque li custodisce, ne ha cura, senza la prevaricazione del possesso. In verità, la radicalità di cui parliamo appartiene anche a certa tradizione ebraica che, poiché le cose tutte appartengono al creatore, legge il furto come profanazione del nome di Dio e perciò come bestemmia. Di fatto, però, cristiani e non, siamo addivenuti a un'accezione privata e/o pubblica del possesso, perciò dell'opporre gli uni agli altri diritti acquisiti circa le persone e le cose. Ci è giocoforza avventurarci nelle maglie di quest'ordinario nostro vivere e declinare il furto nella scala di peccaminosità (e reato) che esso comporta.

Rispetto delle persone e dei beni

Il Catechismo della Chiesa cattolica sotto il titolo "il rispetto delle persone e dei loro beni" distingue il rispetto dei beni altrui e a seguire il rispetto dell'integrità della creazione. Nella prima prospettiva il furto è considerato «usurpazione del bene altrui contro la ragionevole volontà del proprietario» (CCC, 2408). Non c'è furto se il consenso è "presunto", ovvero se il possesso è contrario «alla ragione e alla destinazione universale dei beni».

Dunque, dinanzi a una necessità urgente relativa a bisogni immediati ed essenziali non c'è furto che tenga. Ovvero, non si può parlare di furto. E come beni essenziali vengono indicati: nutrimento, rifugio, indumenti... Proprio i puntini di sospensione fanno capire che l'elenco non è esaustivo e che, a ben riflettere, è, all'opposto, un furto negare a qualcuno il diritto nativo a nutrirsi, ad avere un tetto, ad avere vesti adeguate a difendere il proprio pudore e la propria dignità.

Ebbene, nel mondo in cui viviamo milioni (miliardi?) di persone sono prive di questi diritti inalienabili. Il che ci apre al delitto immane collettivamente consumato verso chi non ha casa, nutrimento, vestito. Le cronache del nostro tempo di crisi, anche nell'opulento Occidente, anche a casa nostra, ci mettono dinanzi a chi per bisogno sottrae cibo dagli scaffali dei supermercati, a chi occupa immobili, disabitati vuoi per iniquità vuoi per incuria. Diventa più sottile la questione del vestirsi. Ma se ne allarghiamo la valenza, anche al riguardo la responsabilità collettiva è enorme.

Una perla del CCC al paragrafo 2409 riguarda la discrepanza tra le disposizioni della legge civile e il VII comandamento. Il furto resta tale anche quando l'azione del sottrarre a qualcuno un bene proprio non si configura come reato. E, bisogna pur dire che, nella dissoluzione dell'ethos pubblico e nell'iniquità di un legiferare a favore del privilegio, tantissime azioni riprovevoli e riconducibili al furto, alla sottrazione indebita a singoli o alla comunità, di fatto non vengono più perseguite come tali, anzi è diventato obbligato vantarsene come azione virtuosa - meglio "fruttuosa" - di chi se ne avvantaggia.

Società all'insegna della frode

L'elencazione del paragrafo citato accosta l'appropriarsi di cose avute in prestito al mantenere come proprie le cose smarrite, il commettere frode nel commercio al pagare salari ingiusti e ancora all'alzare i prezzi speculando sull'ignoranza o sul bisogno altrui. Speculazione, corruzione, uso privato dei beni sociali di un'impresa, lavori eseguiti male, frode fiscale, contraffazione di assegni e di fatture, spese eccessive, sperpero, danno arrecato alle proprietà private e pubbliche. Sembra quasi di scorrere le colonne dei nostri quotidiani. La nostra società è nel segno della frode, della speculazione, della corruzione, dello sperpero, della contraffazione.

È chiaro che a fare la differenza è il peso del bene sottratto. Personalmente trovo che l'ingiuria più grave, purtroppo impunita, è quella relativa alla bellezza. Basta entrare in una stazione, salire su un treno ordinario, entrare in un ospedale, in una scuola, in una Asl per capire come non contano nulla le persone e i loro bisogni e come ci si accanisca a rendere invivibili mezzi, ambienti, risorse di altissimo valore sociale.

Una cosa esige la morale cattolica e anche questa ce la siamo dimenticata: il risarcimento. Non basta mettere in carcere chi ha rubato. Il più delle volte non serve, anche perché i ladri che popolano le carceri, quelli che del furto hanno fatto un "mestiere", il più delle volte sono tali per "bisogno". Dietro colui che è sorpreso a rubare - quale che sia l'entità del furto - c'è una società che non l'ha garantito nei bisogni primari. In carcere non stanno i ladri sopraffini, i "colletti bianchi", quelli che della speculazione hanno fatto un'arte, della corruzione uno stile di vita, dell'uso dei beni sociali un fatto privato dovuto.

In carcere non vanno quelli che allungano e incrementano il costo delle opere pubbliche, che frodano sulla qualità dei materiali, che "ungono" per ottenere autorizzazioni poi disastrose. In carcere non vanno quelli che hanno a disposizione congrui rimborsi spese e che se ne servono, oltre la legittimità della loro funzione, per gratificare e corrompere. Ebbene tutti costoro dovrebbero restituire il mal tolto, risarcire l'offesa arrecata ai singoli e alla collettività. Il più delle volte - nel nostro ordinamento – proprio questi reati vanno in prescrizione.

Il tragico è ancora che soggetti siffatti passano pure per buoni cristiani; li si assolve senza che abbiano restituito il mal tolto. Discorso questo che tocca tutti, laici e chierici. Per questi ultimi, poi, c'è spesso, purtroppo, la pretesa di collocarsi al di sopra della legge. Risarcire, restituire il bene sottratto, riparare all'ingiustizia compiuta. Sono cose praticamente impossibili nella misura in cui la frode, la speculazione, l'appropriazione crescono qualitativamente.

Una finanza creativa, che calpesta le persone

Nella babele dell'infinito numero di leggi è facile trovare vie d'uscita. Quelle che non ha chi non ha mezzi, non ha cultura, non ha santi protettori, non ha la possibilità di farsi valere e perciò paga anche quello che altri dovrebbero pagare al suo posto. Penso alla cosiddetta finanza creativa, all'andare in fumo di miliardi e miliardi così come all'incrementarsi di miliardi e miliardi, senza che ciò abbia un corrispondente riscontro di beni, mentre reale e concreto, è l'impoverimento di chi s'è fidato, di chi, magari, ha provato pure lui a rischiare e si ritrova alla fine privo di risorse. Penso allo scandalo dei "derivati", al debito gestito come denaro contante e pagato, tragicamente, non dalle banche, ma da singoli e incauti loro clienti.

Forse, però, l'aspetto più inquietante è quello relativo non alle cose, ma alle persone. E, ancora sulla scia del CCC 2014, lo dico non genericamente, visto che il furto nel sottrarre un bene tocca sempre comunque la persona. Lo dico delle persone ridotte in schiavitù, asservite per ragioni egoistiche, ideologiche, mercantili, totalitarie, negando loro la dignità personale. Persone acquistate, vendute e scambiate come merci. E il discorso si fa pesante relativamente all'appoggio offerto, direttamente e indirettamente, anche con una legislazione ingiusta, ai «mercanti di carne umana» - come li ha chiamati Papa Francesco. Offende il VII comandamento il mercato dell'immigrazione, lo sfruttamento dei lavoratori, clandestini e non o comunque irregolari. E di nuovo è mercato di carne umana il racket della prostituzione, del gioco d'azzardo, o anche quello che accende le guerre e recluta addirittura bambini-soldati. È mercato di carne umana quello che incrementa nuove e vecchie schiavitù, la più odiosa delle quali è quella legata all'idolatria dell'utile, con disprezzo di chi vi contribuisce e ne resta escluso.

Offende il VII comandamento la pretestuosa delocalizzazione delle imprese; la vergognosa rottamazione dei lavoratori; lo sfruttamento dell'ingegno, della creatività, dell'immaginazione; lo sfruttamento nei Paesi poveri (ma anche da noi) di quanti sono costretti a incrementare le ricchezze di pochi, avendo negati regole e diritti. Offende il VII comandamento il furto della dignità, della speranza, l'orizzonte buio di un presunto do ut des comunque utilitaristico e mercantile; l'imposizione disperante di una vita senza ideali, senza utopie, senza la bellezza e l'armonia del vivere e dell'operare "insieme". Detto altrimenti, è offesa contro il VII comandamento tutto ciò che viola l'essere umano, la sua dignità di persona fatta a immagine di Dio. Il che offende anzitutto Dio stesso, la sua signoria, il suo progetto di affidare a tutte le sue creature la "culturazione" del vivere e la "coltivazione" del creato.

Cettina Militello


(Vita Pastorale, n. 3, 2014, pp. 46-47)

 

 

 

 

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Non rispettare l'integrità della creazione è offendere sì aria, acqua, terra, ma soprattutto è offendere le persone, ostentare disprezzo verso di esse, derubarle del bene più vero.

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L’evento della morte fa parte dell’esperienza del vivere. E’ perciò molto significativo recuperare l’evento del morire dentro il processo del vivere: l’uomo che sta morendo in realtà sta vivendo, è lui il protagonista. Ciò vuol dire che ciascuno può intervenire sulla propria morte. Come?

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Mercoledì, 07 Marzo 2018 10:23

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Sabato, 16 Maggio 2015 17:48

Il nome di Dio è sacro (Cettina Militello)

Il secondo comandamento, "Non nominare il nome di Dio invano", ci mette dinanzi al paradosso di un Dio che invece bisogna evocare/invocare. Paradosso che chiede di essere interpretato e sciolto con molta accortezza e leggerezza.

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Sabato, 18 Aprile 2015 10:48

Il kamikaze un martire? (Mario Bizzotto)

Nel kamikaze la vita si autodistrugge e con la vita se ne va ogni speranza. Quando poi questa scompare, non resta che la mera soddisfazione della vendetta, l'amaro sapore dell'odio. Non si dica che Dio assicura felicità e compensi nell'altra vita a chi uccide. Chi alza la mano contro il suo simile è come Caino.

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