In quel luogo il Signore impose al popolo una legge e un diritto; in quel luogo lo mise alla prova. Disse: «Se tu ascolterai la voce del Signore tuo Dio e farai ciò che è retto ai suoi occhi, se tu presterai orecchio ai suoi ordini e osserverai tutte le sue leggi, io non t'infliggerò nessuna delle infermità che ho inflitte agli Egiziani, perché io sono il Signore, colui che ti guarisce!». Poi arrivarono a Elim, dove sono dodici sorgenti di acqua e settanta palme.
Qui si accamparono presso l’acqua.
Le acque amare lungo il cammino dell’Esodo
Questo brano è posto in un punto strategico dell'esperienza che Israele fa nell'Esodo. L’uscita dall'Egitto e l'attraverso mento del Mar Rosso concludono l'epopea dello liberazione che ho trovato nel cantico di Mosè (Es 15, 1-21) un'espressione lirica. Ora Israele si ritrova alle porte del deserto e si imbatte nel primo problema fondamentale: l'acqua.
Il lungo cammino sarà d'ora innanzi scandito dalla presenza delle sorgenti, la prima delle quali è Maràh - in ebraico «amaro» - che, come suggerisce il nome, dà solo acque malsane.
Tale difficoltà offre il pretesto alla prima della lunga serie di mormorazioni contro Dio.
Lectio
Le prime tappe nel deserto: Maràh ed Elim
Man mano che Israele si addentra nel deserto, questo si configurerà come il luogo privilegiato della mormorazione e della prova, ma anche lo spazio della pedagogia della fede e della speranza: è nel deserto della prova che si impara a confidare in Dio e a non disperare mai. Una delle caratteristiche paradossali delle mormorazioni d'Israele è il motivo del rimpianto: Israele ha nostalgia dell'Egitto e rimpiange la prosperità della terra della sua schiavitù (cfr. Es 16,3). Il rimpianto del passato, l'attaccarsi ad esperienze ormai
consumate, costituisce spesso un elemento di freno per ogni progresso spirituale e per ogni cammino di crescita. Altro tratto ricorrente, che si trova nell'evento di Maràh, è la mediazione di Mosè: spesso le mormorazioni sono rivolte indifferentemente contro Mosè e contro Dio (cfr. Es 14,10-11) e, d'altro canto, Dio stesso non agisce mai senza servirsi di Mosè. La mediazione umana si mostra come il ponte di comunicazione tra noi e Dio, per cui non può esserci posto per atteggiamenti solitari e per scelte soggettivistiche: Dio mi salva sempre per mezzo dell'altro.
A Maràh il Signore risana le acque e provvede alla sete d'Israele mediante un gesto divinatorio compiuto da Mosè: egli è invitato a gettare nella sorgente un pezzo di legno. Tutta l'esegesi cristiana antica, a partire da Origene, ha voluto vedere in questo gesto la prefigurazione del legno della Croce di Cristo, che risana le acque malsane del cuore dell'umanità.
Con i vv. 25b-26, la narrazione subisce una brusca interruzione ed il narratore
introduce un suo commento (v. 25b) ed una promessa divina (v. 26). Si tratta del programma narrativo di tutta la seconda parte del libro dell'Esodo, che ci fornisce una sintesi anticipata, un riassunto previo di quello che si sta per raccontare. L'espressione «in quel luogo» non indica la sorgente di Maràh ma tutt'intero il deserto che sarà percorso, che viene presentato come il luogo in cui Israele, tra le tante prove, riceverà dal Signore la legge e il diritto.
In questo momento Israele non è ancora un popolo perché non ha un sovrano e non ha una legge: con questi due versetti il narratore ci anticipa che sta per arrivare il momento in cui una folla anonima e sbandata riceverà il dono della legge e farà esperienza della vicinanza di Dio. Anche Israele avrà un sovrano che si prende cura del suo popolo, cura premurosa che si manifesta con il dono della salute: «il Signore Dio è colui che ti guarisce». Tutte le prove e le mormorazioni successive offriranno l'occasione di verificare il modo concreto attraverso il quale il Signore provvede alle necessità di un popolo indifeso e vulnerabile, che vaga senza patria in un luogo inospitale.
Il dono della guarigione è sempre condizionato dall'osservanza della legge: «Se tu presterai orecchio ai suoi ordini ... io non t'infliggerò nessuna infermità». La tradizione deuteronomistica e profetica insisteranno molto sull'idea della retribuzione, al punto da interpretare tutta la storia d'Israele in questa chiave. Questo insegnamento, dopo la Croce di Gesù, non può essere semplicisticamente utilizzato per spiegare il dramma della sofferenza umana, facendo scadere l'agire di Dio in una logica mercantilistica: «io mi comporto bene così Dio mi ripaga col bene». Non si può ridurre la vita morale ad uno strumento di ricatto col quale piegare Dio alla nostra volontà. Resta, tuttavia, vero che la felicità è subordinata e conseguente all'obbedienza filiale alla volontà di Dio.
Il deserto si configura, così, come la fucina dell'identità d'Israele come popolo, il luogo in cui si prende coscienza di ciò che si è nel progetto di Dio e si fa esperienza che le acque amare e malsane diventano buone. La tappa successiva, presso l'oasi di Elim, offre un istante di provvisoria serenità. L'abbondanza di acqua e di vegetazione (12 sorgenti e 70 palme: si tratta di numeri stereotipi che indicano abbondanza) toglie ogni pretesto per la mormorazione e lo scoraggiamento, che ritorneranno puntualmente di lì a poco.
Ciò che colpisce nell'una come nell' altra tappa è l'assoluta assenza di gratitudine. Israele, oggetto continuo della premura di Dio, sembra essere un popolo smemorato, incapace di trarre insegnamenti validi dalle esperienze che fa della prossimità del Signore. La lunga esperienza del deserto insegnerà anche questo: fare memoria grata del proprio passato dona slancio e vitalità nelle scelte future. .
Meditatio
Ora rileggi il testo con calma ed applicalo a te stesso.
Nel tuo deserto, o tempo di prova, cerchi di capire ciò che Dio sta cercando di dirti?
Gliene sei grato?
Ne consenti la memoria?
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