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Domenica, 22 Febbraio 2026 10:19

I Domenica di Quaresima - Anno A In evidenza

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I Domenica di Quaresima - Anno A

Omelia di Paolo Scquizzato

Prima Lettura Gen 2,7-9; 3,1-7

Dal libro della Genesi
 

Il Signore Dio plasmò l'uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l'uomo divenne un essere vivente.
Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l'uomo che aveva plasmato. Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, e l'albero della vita in mezzo al giardino e l'albero della conoscenza del bene e del male.
Il serpente era il più astuto di tutti gli animali selvatici che Dio aveva fatto e disse alla donna: «È vero che Dio ha detto: "Non dovete mangiare di alcun albero del giardino"?». Rispose la donna al serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell'albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: "Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete"». Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male».
Allora la donna vide che l'albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch'egli ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture.


Salmo Responsoriale Sal 50 (51)

Perdonaci, Signore: abbiamo peccato.

Pietà di me, o Dio, nel tuo amore;
nella tua grande misericordia
cancella la mia iniquità.
Lavami tutto dalla mia colpa,
dal mio peccato rendimi puro.

Sì, le mie iniquità io le riconosco,
il mio peccato mi sta sempre dinanzi.
Contro di te, contro te solo ho peccato,
quello che è male ai tuoi occhi, io l'ho fatto.

Crea in me, o Dio, un cuore puro,
rinnova in me uno spirito saldo.
Non scacciarmi dalla tua presenza
e non privarmi del tuo santo spirito.

Rendimi la gioia della tua salvezza,
sostienimi con uno spirito generoso.
Signore, apri le mie labbra
e la mia bocca proclami la tua lode.

 
Seconda Lettura  Rom 5,12-19
 
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani
 
Fratelli, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e, con il peccato, la morte, così in tutti gli uomini si è propagata la morte, poiché tutti hanno peccato.
Fino alla Legge infatti c'era il peccato nel mondo e, anche se il peccato non può essere imputato quando manca la Legge, la morte regnò da Adamo fino a Mosè anche su quelli che non avevano peccato a somiglianza della trasgressione di Adamo, il quale è figura di colui che doveva venire.
Ma il dono di grazia non è come la caduta: se infatti per la caduta di uno solo tutti morirono, molto di più la grazia di Dio, e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti. E nel caso del dono non è come nel caso di quel solo che ha peccato: il giudizio infatti viene da uno solo, ed è per la condanna, il dono di grazia invece da molte cadute, ed è per la giustificazione. Infatti se per la caduta di uno solo la morte ha regnato a causa di quel solo uomo, molto di più quelli che ricevono l'abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo del solo Gesù Cristo.
Come dunque per la caduta di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l'opera giusta di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione, che dà vita. Infatti, come per la disobbedienza di un solo uomo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l'obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti.
 
Canto al Vangelo (Mt 4,4b)


Lode a te, o Cristo, re di eterna gloria!
 
Non di solo pane vivrà l'uomo,
ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. 
 
Lode a te, o Cristo, re di eterna gloria!

 

Vangelo Mt 4,1-11

Dal Vangelo secondo Matteo
 

In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di' che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: "Non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio"».
Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: "Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra"». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: "Non metterai alla prova il Signore Dio tuo"».
Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vàttene, satana! Sta scritto infatti: "Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto"».
Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.

OMELIA
 
Gesù nel deserto ci viene sospinto nientemeno che dallo Spirito. E lì vi rimane come una necessità. Di certo avrebbe preferito – come ciascuno di noi – un giardino, che è l’altra faccia del deserto: ordine, ombra, acqua, riparo. Invece qui tutto è nudo, essenziale, spietatamente vero.
Ed è qui che Gesù incontra ciò che siamo soliti chiamare male, negatività, ombra. Fuori e dentro di sé. Non perché il male nasca nel deserto, ma perché lì non ha più dove nascondersi.
Nei giardini quotidiani il male resta come sullo sfondo, coperto dal rumore, dalle occupazioni, dalle parole inutili. Invisibile, ma operante. Nel deserto, invece, nel silenzio e nella quiete, il male si manifesta. Non può più mimetizzarsi. Si fa esperienza diretta.
Per questo abbiamo bisogno di tempi di deserti. Di tempi sottratti, di silenzio, di spazi non produttivi. Abbiamo bisogno di incontrare la nostra ombra, di chiamarla per nome, di smettere di far finta che non esista. Stare faccia a faccia con ciò che in noi è storto, fragile, contraddittorio. E – passo decisivo – imparare a sorridere al nostro peggio.
Altrimenti restiamo prigionieri di una tensione sterile: voler diventare sempre migliori, più buoni, più giusti. E alla fine solo più frustrati. Perché ciò che non viene accolto ritorna. Ciò che non viene guardato comanda.
Vivere nel caos, nel rumore, nella fretta significa restare in superficie. È fare surf sulla vita illudendosi di abitare un giardino, quando in realtà si sta solo evitando la profondità. Occorre ritirarsi. Silenziare l’“io” e il “mio”. Silenziare la mente, cioè il commento incessante, il giudizio continuo su ciò che è stato, su ciò che accade, su ciò che potrebbe accadere. Quel brusio che ci impedisce di essere presenti.
Ma come si fa?
Tutte le tradizioni spirituali concordano su un punto essenziale: bisogna imparare a stare nel vuoto. Non riempirlo, non scappare. Starci. E così sperimentare che lo si può abitare: ‘Fai un passo sul vuoto ed esso ti sosterrà’ (Dogen).
Fare esperienza del vuoto alimentare attraverso il digiuno, del vuoto mentale nella meditazione, del vuoto affettivo quando gli appigli emotivi vengono meno. Stare senza compensazioni. Stare senza. Sì, il silenzio ti insegna che puoi vivere anche ‘stando senza’.
Perché vuoto di sé, quando cadono gli appoggi e si sgretolano le identità di fortuna, emerge l’unica cosa necessaria: il vero Sé. La matrice originaria. Ciò che siamo prima dei ruoli, prima delle maschere, prima delle prestazioni. Ciò che siamo prima di diventare.
Ed è qui che si gioca la vera lotta. Perché dentro di noi abita un “diavolo”, nel senso più radicale del termine: ‘colui che separa’, separarci da noi stessi. Facendoci credere di essere altro rispetto a ciò che siamo. Convincendoci che siamo i nomi che ci hanno dato, i titoli conquistati, il denaro accumulato, le relazioni selezionate, le prestazioni offerte. Abbiamo smarrito il nostro vero nome. Non sappiamo più chi siamo. E allora sì: non sappiamo più chi diavolo siamo!
Questa è l’unica grande tentazione del ‘maligno’: farti credere di essere ciò che non sei.
Come dice Pablo d’Ors, «una tentazione non è altro che una distrazione biografica, così come una distrazione non è che una tentazione mentale». Il deserto smaschera entrambe.
Amare il deserto, allora, non come ideale spirituale, ma come luogo di verità. Amarlo soprattutto quando non lo scegliamo noi, quando ci viene imposto dalle circostanze della vita – dallo Spirito appunto. Perché se potessimo sceglierlo, molto probabilmente opteremmo per un deserto a cinque stelle, con vista mare. Ma quello non trasforma. Quello consola. Il deserto vero, invece, ci restituisce a noi stessi. E questo basta.

 
Paolo Scquizzato
 
Letto 4 volte Ultima modifica il Domenica, 22 Febbraio 2026 10:27
Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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