Possiamo accettare, naturalmente, queste chiese vuote e silenziose come una semplice misura temporanea che presto sarà dimenticata. Ma possiamo anche dargli il benvenuto come kairos - un momento opportuno «per andare in acque più profonde»...
Queste messe sine populo sembrano riportarci ad una situazione preconciliare, ove il prete torna ad essere l'unico protagonista, mentre il popolo è relegato al ruolo di spettatore di lontane celebrazioni.
La diffusione dell'epidemia del coronavirus ci ha imposto l'uso delle mascherine. A nostra protezione, ma soprattutto a protezione di quanti ci sono prossimi. Si profila una lunga stagione ove la nostra vita sociale sarà tutta giocata dietro questi scudi facciali. Non si tratta soltanto di una misura profilattica.
E celebreremo la pasqua, ma non nelle nostre chiese. Quest'anno non ci sarà il braciere con il fuoco né il bacile dell'acqua benedetta. Non accenderemo i nostri lumi al cero pasquale. Non scenderà l'acquasanta sul nostro capo...
Il silenzio è ambivalente – ambiguo. Esperienza, al pari della solitudine, amata o odiata – leggera o grave, ardua o liberante. Esperienza che era stata sempre più ridotta, quasi vanificata, dal nostro vivere quotidiano, fatto di fretta e di rumori.
Se ci lasciamo sollecitare dalle molte domande suscitate in noi dall'eredità di Bonhoeffer anche i giorni del nostro attuale isolamento domestico potranno essere fecondi.
La paura dell'epidemia, in realtà, non era assente dalla nostra vita quotidiana. Faceva parte di un vasto bagaglio di paure che continuiamo a considerare incerte e che incombono su di noi, ma che per la loro indefinitività tendiamo a confinarle nel sottofondo.
L'avere tempo rappresenta un elogio della lentezza. Quella lentezza che ci permette di poter sperimentare il gusto per ogni momento dell'esistenza. A coltivare ciò che facciamo, momento per momento...
Nel sentire comune è difficile pensare che la preghiera possa essere altro dal domandare. Abbiamo un lungo vissuto culturale e religioso che rinsalda in modo quasi indissolubile questo asse.
La normalità della vita è fatta dallo stupore e dal gusto per le mille, piccole cose quotidiane che la compongono. Il vivere richiede un'attenzione al particolare.
La speranza non nega le fatiche e le lacrime, la prostrazione e le debolezze, non volge altrove lo sguardo, ma sorprende. Essa aiuta a comprendere che domani andrà meglio, eppure soltanto se non si dimentica tutto ciò che oggi si sta vivendo.
La solitudine è un'esperienza soggettiva un po' strana. Non si ha bisogno soltanto di luoghi solitari o di deserti per sperimentarla. Si vive anche nel mezzo di una folla, abitando in una popolosa metropoli...
L'attuale stato d'eccezione imposto dall'epidemia evidenzia ancora con più forza ed attualità la necessità di un altro tipo di livella, causata non dalla condizione della morte, ma resa indispensabile dallo stato della vita sul pianeta.
Mentre il toccare i corpi (compreso il nostro – o, almeno, una parte di esso) sta diventando un tabù, si è significativamente accentuato il nostro toccare gli oggetti. Possiamo anche toccare gli animali, ma non gli esseri umani...
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