Un aspetto centrale dell’ordinazione è l’incorporazione nella comunità di coloro che hanno responsabilità e autorità ministeriale nella Chiesa. Il ministero non è un dono affidato ad un individuo isolato, ma piuttosto una partecipazione alla responsabilità collegiale portata avanti da un gruppo.
di Aloysius Pieris
Questo articolo cerca di decifrare la possibile risposta del cristianesimo asiatico, minoritario, sì, ma seriamente impegnato nella sua riflessione cristiana sulla domanda che dà il titolo a questo contributo.
Naturalmente, bisognerà dividere in due la domanda: quale Cristo e perché? Per prima cosa si dovranno specificare i differenti "Cristo" che rivendicano la fedeltà del mondo asiatico. Concretamente: il Cristo euro-ecclesiastico della Chiesa ufficiale, il Cristo non occidentale dei ricercatori e degli intellettuali e il Cristo asiatico.
L’unzione dei malati è una celebrazione dell’amore e della premura di Cristo per un membro della Chiesa afflitto dalla malattia. Non è semplicemente un’offerta di sollievo e di conforto, ma il conferimento di una grazia che guarisce al livello più profondo delle nostre afflizioni fisiche.
Nel corso dei secoli si è sempre inteso che questo sacramento di perdono e di riconciliazione abbia avuto origine la sera della prima Pasqua.
Di solito la cresima viene conferita durante la celebrazione della Messa, per dimostrare chiaramente che essa rappresenta un’ulteriore fase, oltre a quella del battesimo, dell’unico processo di incorporazione, o di iniziazione di un nuovo membro nella pienezza di vita e di culto del popolo di Dio.
Il significato dell’atto battesimale, attraverso il quale il convertito inizia la nuova vita nella fede cristiana, è oggetto di un’analisi incredibilmente varia e ricca negli scritti della Chiesa apostolica.
Nell’ambito del cristianesimo “sacramenti” sono le azioni liturgico-ecclesiali che rivestono un’importanza fondamentale, che in modo simbolico conferiscono una partecipazione reale alla salvezza che Dio accorda in Gesù Cristo.
don Marino Qualizza
Il discorso ci porterebbe lontano, perciò vogliamo solo accennare alle implicazioni più importanti. Non bisogna dimenticare che le affermazioni di Paolo nascono quasi sempre dalla sua straordinaria esperienza personale e dalla trasformazione formidabile che visse quando incontrò personalmente Cristo. Si può dire che il suo fanatismo anticristiano, altro non era se non la valutazione razionalistica di Cristo e dei cristiani. La follia di cui parla è in primo luogo la sua. Ne può parlare dunque con cognizione di causa. Infatti, il contenuto del Vangelo e la rivelazione di Dio nella croce di Cristo è autentica follia secondo la visione umana. Ne consegue il rifiuto del Vangelo e di Cristo. Paolo ne aveva parlato nel capitolo primo in termini sublimi e con evidente accentuazione polemica. Qualità che non gli faceva difetto.
4. IL DONO E I SUOI DONI
Rom 5,5; 1Cor 12,4-11; 12,31
don Marino Qualizza

4. Il Dono e i suoi doni . Rom 5,5; 1Cor 12,4-11; 12,31
Nella riflessione teologica il titolo che più frequentemente viene dato allo Spirito Santo è quello di dono. E ciò è più che giustificato, se si mettono assieme le diverse testimonianze neotestamentarie, dove si parla di un Paraclito che verrà dato, donato, inviato e addirittura riversato nei nostri cuori come leggiamo in Rom 5,5: <<La speranza, poi, non delude, poiché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo datoci in dono>>.
Lo Spirito ci è stato dato in dono, ma è dono egli stesso, anzi il dono per eccellenza, perché consiste nell’amore. A questo riguardo non è fuori luogo una annotazione di teologia trinitaria, nella quale appunto, si parla dello Spirito come dono dal Padre al Figlio. Come stiano in verità le cose, non lo sappiamo; ci basti pensare che il mistero di Dio è mistero di amore mutuo e scambievole. Lo Spirito ne è come il sigillo e, secondo la teologia orientale, anche la comunicazione al nostro mondo. Per cui, tra il mondo di Dio ed il nostro scorre uno stesso vincolo di amore, dato dallo Spirito Santo. In forza di ciò tutta l’esistenza umana potrà essere debitamente valutata solo tenendo saldo il rapporto con il mistero della vita trinitaria. Ci si guarderà inoltre dal non confondere le cose, pensando ad una identificazione tra Dio e mondo, come qualche volta è successo in qualche esagerazione mistica.
4.a. La gratuità di Dio e della fede
Ma parlando dello Spirito come del dono che Dio ci fa, è facile la conclusione che la nostra vita si qualifica per la gratuità. Con essa è bandito ogni determinismo, ogni necessità, ogni costrizione ed anche ogni tentativo di dedurre a priori le condizioni di questa esistenza. Questo modo di vedere le cose si avvicina molto alla sensibilità moderna, che non ama costrizioni e steccati. Solo che deve essere intesa in modo corretto: qui non abbiamo anarchia, ma ordine ed armonia, anch’essi collegati all’azione dello Spirito. Si vuole solo mettere in luce che lo Spirito è il segno ed anche la realtà di una libertà infinita, perché collegata con l’infinito di Dio. Nulla nella fede è costrizione, perché fondato sull’amore, che non ci può essere senza libertà. Bisognerà insistere in modo particolare su questo punto anche in sede di evangelizzazione.
4.b. La diversità dei doni
Dopo questo inizio nella lettera ai Romani, san Paolo continua la sua testimonianza sull’azione dello Spirito nella prima lettera ai cristiani di Corinto. In essa, trattando della composizione unitaria e diversificata del corpo ecclesiale, nota che le diverse attività che sono necessarie alla Chiesa vengono dallo stesso Dio, uno e trino e si esprimono come manifestazione della ricchezza della vita divina comunicata anche al corpo ecclesiale.
<<C’è poi varietà di doni, ma un solo Spirito; c’è varietà di ministeri, ma un solo Signore; c’è varietà di operazioni, ma un solo Dio che opera tutto in tutti. Ed a ciascuno è data la manifestazione dello spirito per l’utilità comune: a uno viene data, dallo Spirito, parola di scienza; a uno la fede, per lo stesso Spirito; a un altro il dono delle guarigioni nell’identico Spirito; a uno il potere dei prodigi; a un altro il dono della profezia; a un altro il discernimento degli spiriti; a un altro la varietà delle lingue; a un altro l’interpretazione delle lingue. Ma tutte queste cose le opera il medesimo e identico Spirito, distribuendole a ciascuno come vuole>> 1Cor 12,4-11.
4.c. La ricchezza della vita ecclesiale in prospettiva trinitaria
Questa lunga citazione getta una luce sulla nostra realtà ecclesiale, sollevandola in un’atmosfera più respirabile; soprattutto liberandola da una concezione poveramente giuridica, come troppo spesso è avvenuto nella Chiesa occidentale. La Chiesa è opera e dono della Santa Trinità, che opera in quanto Trinità e quindi secondo la specificità delle divine Persone. Ecclesia de Trinitate dice il concilio Vaticano II. Una Chiesa dunque ricca della stessa ricchezza di Dio e aperta alle prospettive che solo una dimensione così straordinaria può offrire. Sia chiaro, non l’abbiamo inventata noi oggi questa prospettiva. Esiste nel progetto di Dio, ma non sempre i nostri tempi collimano con quelli di Dio, perché la nostra attenzione è attratta da obiettivi più modesti e transeunti.
Qui dunque ci è data la visione e la realtà di una Chiesa che si comprende a partire dalla Trinità, ma che poi sottolinea quasi esclusivamente l’azione dello Spirito. A dire il vero è già oltremodo significativo ciò che si legge nel versetto precedente alla nostra citazione: <<Nessuno può dire: "Gesù Signore" se non in virtù dello Spirito Santo>>. Vale a dire che la retta professione di fede in Cristo Signore avviene in forza dello Spirito e così pure la conoscenza di Dio non può avvenire senza il dono dello Spirito. Il che significa che la nostra conoscenza di Dio è carismatica, cioè dono di grazia che viene dallo Spirito. Senza questa ‘conoscenza spirituale’ non si dà alcuna possibilità ulteriore e tanto meno precedente per arrivare alla conoscenza di Dio. Essa non segue la strada delle argomentazioni, ma quella della intuizione o ‘dell’istinto interiore’ come lo chiama san Tommaso. Ed è per questo che la conoscenza di Dio non è preclusa a nessuno, e non è legata ai titoli accademici né al grado di cultura dei credenti. Da essa nessuno è escluso, se non vuole esserlo per proprio conto. E’ anche chiaro che questo modo ‘istintivo’ di conoscere Dio, non esclude la riflessione, lo studio, lo sforzo, il ragionamento filosofico e teologico; anzi li esige e li rende possibili.
4.d. Una Chiesa che vive nella gioia dello Spirito
Nella Chiesa, guidata dallo Spirito ci sono dunque, diversi doni, diversi ministeri e diverse operazioni o attività. I ministeri e le attività sono attribuite rispettivamente a Cristo e a Dio Padre. E poi c’è il lungo elenco dei doni o carismi di cui la Chiesa è dotata per poter svolgere i ministeri e le varie attività. La sottolineatura paolina sui doni dello Spirito mette chiaramente in luce la natura carismatica della Chiesa, senza nulla togliere ad altri aspetti ed altre dimensioni che le sono pure necessari. I carismi però ne costituiscono e caratterizzano l’identità e nello stesso tempo ne indicano anche la finalità: tutto avviene ed è dato per l’utilità comune. Avvertimento più che necessario per i cristiani di Corinto, sempre tentati da individualismo smodato; ma indispensabile anche per noi, tentati di considerare la Chiesa come un ‘mezzo’ per risolvere problemi privati.
Lo Spirito Santo, in primo luogo, ci viene dato perché nasca la comunità ecclesiale come famiglia, come condivisione, a immagine della Trinità. In questo senso la Chiesa non ‘mezzo’ o strumento per ottenere qualcosa,ma già da ora, esperienza e comunione con Dio; già condivisione della vita definitiva, seppure nella precarietà della nostra esistenza. Ora la caratteristica di questa comunità è la gioia dell’essere assieme, la gioia della libertà dono d’amore e la gioia della presenza di Dio che tutto trasforma. La comunità ecclesiale, in quanto sacramento di Cristo, ha in sé tutta questa potenzialità; il problema ed anche l’impegno è quello di renderla manifesta e visibile. Il sacramento ha questo scopo: essere visibilità. Dunque, quella della gioia, non artificiale, ma frutto dello Spirito è una delle prime manifestazioni dello Spirito di Dio.
4.e. Una gerarchia nei doni
Stabilito così il primato della comunione ecclesiale, si passa alla descrizione dei doni dello Spirito, dati per lo sviluppo armonico della comunità. Come si può ben vedere, non si tratta di un elenco sistematico, che intenda esaurire tutte le caratteristiche della Chiesa, ma della evidenziazione di alcuni carismi che ne qualificano l’esistenza. L’elenco descrive in pratica ciò che era maggiormente attivo e presente nella comunità di Corinto, in particolare l’annuncio e la presentazione della fede, il suo approfondimento e la sua vivacità. Poi vengono le guarigioni, cosa che non può passare inosservata, data la sua rilevanza sociale. La questione delle lingue è stata recentemente rimessa in onore in qualche gruppo cristiano, particolarmente sensibile alle manifestazioni anche esteriori dello Spirito. Ma, anche se Paolo ne fa l’elenco, sembra prenderne anche le distanze, come dice in 1Cor 14, 17-19.
Ciò che invece deve essere molto evidenziato è l’annuncio e la testimonianza della fede, uniti al discernimento delle ispirazioni necessarie per attuare nella vita quotidiana il progetto del Vangelo. E’ infatti nell’annuncio della fede, affidato a profeti e maestri, come leggiamo in seguito, (v.28) il primo impegno di una comunità ecclesiale. Le altre attività o manifestazioni vengono dopo come naturale conseguenza dell’azione dello Spirito di Dio. Ed è in questa linea che bisogna insistere ancora oggi: annuncio ed approfondimento della fede per la crescita sana della comunità cristiana. E’ la carenza di conoscenza carismatica la causa delle difficoltà in cui oggi si dibatte la nostra Chiesa. La spinta del concilio non ha trovato cinghie di trasmissione valide e continue. E’ vero che nei piccoli gruppi, come sempre, si nutre e sviluppa la vita ecclesiale. Ma è anche vero che il Vangelo non è riservato a gruppi elitari, bensì offerto a tutti. E’ però egualmente vero che sono i gruppi, elitari o meno, a costituire la spinta carismatica nella Chiesa. Ad essi dunque è riservata una particolare responsabilità, perché non restino chiusi nel loro bozzolo, ma abbiano il senso della apertura universale, nella luce del mistero trinitario.
4.f. La sorpresa del carisma più grande: l’amore
La conclusione del discorso di Paolo è quanto mai sorprendente. Egli mostra una strada migliore, aperta a tutti. Non è quindi un carisma particolare, ma universale: <<Voi però aspirate ai doni maggiori. Or, io vi addito una via ancora più eccellente>> (v.31). E’ la conclusione del capitolo 12 e l’introduzione suadente al famoso capitolo 13, dove Paolo si supera nell’inno alla carità, cioè all’amore che viene da Dio ed è dono dello Spirito di Dio. Il carisma più grande, il dono più sublime è proprio quello dell’amore. Esso viene descritto in termini addirittura paradossali, per mettere in luce qualcosa di veramente straordinario, perché viene da Dio e genera nella vita degli uomini qualcosa di impensabile. La vita nella carità divina è una vita non concepibile in termini solamente naturali ed è così il risultato dell’azione di Dio, di una rinascita che viene dall’alto.
Ma ciò che Paolo dice al termine del capitolo, anche qui in modo inaspettato, è l’elenco di ‘tre cose’: fede, speranza, carità; la più grande di esse è la carità (1Cor 13,13). Parlo di sorpresa, perché nelle frasi precedenti non si dava indicazione di questa triade, che da allora è diventata classica e fonte delle successive riflessioni teologiche e magisteriali. Ma lo sviluppo teologico su questa triade è stato piuttosto originale ed anche strano. Mentre Paolo parla chiaramente di queste tre cose che ‘restano’, la teologia successiva ha impegnato la sua riflessione per dire che alla fine, resta una sola cosa: la carità. Ma Paolo dice che questa è la più grande, non che le altre spariscono. Anzi nella prospettiva teologica attuale, possiamo dire che questa triade è indissolubile: non è possibile togliere una tessera, senza che il mosaico intera vada in rovina.
4.g. La triade costitutiva della vita cristiana
E così questa triade presenta in sintesi la struttura della vita cristiana, che è data dall’affidare a Dio la nostra vita, mediante la fede e nell’orientarla ardentemente a lui mediante la speranza e compierla definitivamente in lui, senza annullare le prime due, mediante la carità, unione definitiva ed ineffabile con il Dio uno e trino.
3. L'AZIONE DELLO SPIRITO SANTO
NELL'UOMO, GAL 5,22-25
don Marino Qualizza

L’azione dello spirito Santo nell’uomo ed in favore dell’uomo, ci viene descritta in termini concreti nella lettera di san Paolo ai Galati. Tutto il testo è, in fondo, dedicato all’azione dello Spirito, perché a Paolo interessa evidenziare che la fede non può essere conquista umana, ma è dono di Dio, mediante il suo Spirito. Questi poi agisce nell’uomo rinnovato creando le situazioni favorevoli per una vita che sia degna del Vangelo. Ecco come san Paolo ce la descrive:<<Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, longanimità, bontà, benevolenza, fiducia, mitezza, padronanza di sé; la legge non ha a che fare con cose del genere. Coloro che appartengono a Cristo Gesù crocifissero la carne con le sua passioni e i suoi desideri. Se viviamo in forza dello Spirito, camminiamo seguendo lo Spirito>>.
Il contesto immediato e più ampio in cui si inserisce il testo paolino è quello della libertà, sulla quale Paolo ha scritto pagine fondamentali. La libertà ci è stata data dal Cristo e ha come punto di arrivo o come manifestazione la carità, cioè l’amore che riguarda Dio e il prossimo. Nel nostro caso il riferimento immediato è l’amore del prossimo. E non per caso il primo frutto dello Spirito nell’elenco esemplificativo di Paolo è proprio l’amore. Libertà e amore sono termini che si richiamano a vicenda, e questo richiamo è tanto più significativo, quanto più spesso nella cultura contemporanea vengono dissociati. Di più c’è un richiamo ad un tema che accompagna tutta l’antropologia paolina, è quello della legge.
3. a. La libertà del cristiano
Tema arduo questo, in ogni tempo, perché le considerazioni di Paolo, in linea con quelle del Vangelo, sono del tutto innovative. Ciò che conta nella fede non sono gli sforzi umani, che ci devono essere sempre, ma il dono di grazia nello Spirito. Questo dono fa entrare nella libertà piena il cristiano, liberandolo dalla legge. Ora questo discorso è perfino pericoloso, tanto che non c’è stata epoca nella Chiesa, in cui non sia stato mal interpretato. O nel segno di una sfrenatezza che non conosce limiti, o in quello di un rigore che si sostituisce alla grazia dello Spirito. San Paolo ci dice che il cristiano è innanzitutto libero, perché non dipende da una legge esterna, sia pure quella fondamentale del decalogo. Esso non viene abolito, ma non è il fondamento della libertà, ma solo strumento di essa. La libertà è dono di Dio e precede ogni legge, ogni comandamento, ogni ordinamento esteriore. Ma la libertà cristiana non è senza un ordine; esso è interiore, perché consiste nella grazia, nell’amore e nell’ispirazione dello Spirito, che interiormente guida il cristiano a fare le cose che sono esplicitate nelle leggi. Egli non dipende da queste, perché ne vive già interiormente lo spirito ed il senso, in quanto è partecipe dello Spirito di Dio che le ha suggerite agli uomini.
3. b. Legge e grazia nella vita del cristiano
Cose talmente ardite non si erano lette da nessuna parte, ma esse non sono un’invenzione di Paolo, quanto invece una esplicitazione della ricchezza del Vangelo. Però, si può anche dire che nella storia della Chiesa non hanno avuto tanta applicazione, in quanto l’interesse prevalente era riservato proprio agli ordinamenti giuridici, con il rischio che la vita cristiana fosse più un codice di comportamento che non una forza interiore. Il tutto è visibile nell’accentuazione del primato dell’ascetica nei confronti della mistica. E’ chiaro che ci deve essere l’ascetica, ma essa è preceduta, non seguita dalla mistica, perché con essa intendiamo la qualità della vita cristiana, suscitata e guidata dallo Spirito Santo di Dio.
L’elenco delle virtù cristiane, fatto da Paolo a mo’ d’esempio e quindi non per farne un trattato, vuole indicare il comportamento cristiano, segnato dalla libertà dello Spirito. Esso è preceduto da un elenco che contiene i vizi, espressione dell’uomo schiavo del proprio egoismo, che da Paolo è espresso con il termine ‘carne’, da intendersi secondo la cultura semitica. Contro queste manifestazioni egoistiche c’è la sanzione della legge. Che invece non entra per nulla nelle opere suscitate dallo Spirito. Amore, gioia, pace sono il segno e lo spazio infinito della libertà cristiana, che non può avere confini. E’ questo l’uomo nuovo, creato dall’amore di Dio e chiamato ad essere partecipe del suo modo di agire.
3. c. Nella dimensione della vita trinitaria
Qui in realtà entra in gioco quella dimensione trinitaria della vita cristiana, che la teologia ha più che trascurato nei secoli passati. Impostando la riflessione sul mistero inaccessibile di Dio, non si è presentato secondo l’unica logica a noi accessibile: quella della vita di fede. Ne è seguito anche la separazione tra il trattato sulla Trinità e quello sulla grazia, che invece sono indissolubilmente legati e collegati. Una opportuna correzione di rotta è avvenuta nella teologia recente, con la ripresa e la reimpostazione dei trattati teologici in prospettiva della vita di fede e sulla base dell’esperienza che si vive nella fede, senza nulla togliere del rigore metodologico che la teologia deve seguire. Il risultato felice lo si vede nella considerazione della vita del credente, come frutto dell’azione dello Spirito, che ci mette in comunione con il Padre ed il Figlio e la logica conseguenza che la vita del cristiano è vita centrata e determinata trinitariamente.
È Dio, nel suo mistero trinitario, che agisce nell’uomo e lo rende sempre più simile all’immagine che egli ha impresso in lui. È il Dio uno e trino che abita nell’uomo e lo assimila a sé, rendendolo poi capace di quei comportamenti che sono rivelazione dell’agire stesso di Dio. E tutto questo opera l’unico Spirito di Dio, come ci ricorda ancora san Paolo in 1Cor 12. E’ del tutto chiaro allora, che il cristiano ha esperienza di Dio, nello Spirito e quindi vive di Dio. La sua vita, come si diceva, diventa ‘rivelazione’ di Dio, perché è frutto della grazia di Dio.
3. d. Coerenza fra teoria e pratica
Il limite grosso che si riscontra nell’esistenza dei cristiani è dato dal fatto di una inadeguata conoscenza del dono della grazia e di una non minore inadeguatezza nel vivere questo dono. Il risultato negativo è la mancanza di una traduzione concreta del Vangelo nella vita vissuta. Cosicché, coloro che sono chiamati ad essere segno visibile della nuova umanità, si attardano in particolari insignificanti e litigano su questioni del tutto marginali. Perché la cosa interessante di queste annotazioni paoline, è che hanno carattere pratico ed esistenziale. Non sono cioè considerazioni astratte e teoriche sui possibili; ma la presentazione del progetto evangelico, perché sia attuato e vissuto. Il cristiano, in questa linea, è uno che ha ricevuto il compito ed il mandato di esprimere e manifestare che lo Spirito di Dio non è un’idea, ma una vita, che si vive e sperimenta.
E’ vero che nel corso dei secoli ci sono state sempre persone che hanno vissuto in modo esemplare i doni dello Spirito, ma troppo spesso sono stati dei solitari, anche quando erano all’origine di movimenti spirituali, come le comunità monastiche e religiose. Le une e le altre, troppo spesso sono diventate istituti per la conservazione di un passato che ha fatto il suo tempo e non comunità che vivevano e vogliono vivere la grazia che ci viene data nel tempo opportuno. Oggi, in virtù della giusta accentuazione che viene data all’azione dello Spirito, ciò che un tempo era legato ai singoli, deve diventare più ecclesiale, perché coinvolge tutta la comunità e la spinge verso impegni e mete che sono già stati indicati dal Vangelo.
In estrema sintesi, l’azione dello Spirito nell’uomo lo rende libero. Perciò il cristiano è colui che annuncia il Vangelo, vivendone la libertà e proponendola al mondo. Abbiamo detto che la libertà cristiana consiste nell’amore e questo nella capacità e nel gusto che le persone vivano assieme. Per cui si può dire che questa libertà è il germe che fa nascere la Chiesa e al contempo, la vita stessa della Chiesa. Nella forza dello Spirito la Chiesa è la culla, al sorgente della libertà. Se questo non è sempre stato così, abbiamo però il criterio per vederne la mancata realizzazione e la forza per correggere la direzione di marcia.