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Mercoledì, 10 Giugno 2026 09:38

Ferdinando Tartaglia, l'eretico che volle assolvere Dio (Marco Galloni) In evidenza

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Nel secolo scorso viveva in Italia una singolare figura di credente, un’anima inquieta e rivoluzionaria. Talmente rivoluzionaria da incorrere, nel 1946, nella scomunica “ad vitandum”, la sanzione più grave prevista dal Codice Piano-Benedettino allora in vigore. Quest’anima aveva un «nome di maschera», o – come scrive Roberto Saviano – «un nome da re e un cognome da buffone»: Ferdinando Tartaglia. Presbitero, teologo, poeta, scrittore e traduttore, Tartaglia nasce a Parma il primo ottobre 1916 e manifesta presto un’intelligenza fuori dal comune unita a una forte vocazione religiosa. A quindici anni entra nel Seminario di Parma, poi è a Roma presso il Seminario Lombardo per studiare teologia alla Pontificia Università Gregoriana. Nel 1939 viene ordinato sacerdote e nel 1941 si laurea “cum laude” con una tesi sulla spiritualità di Antonio Rosmini. Durante il periodo romano Tartaglia entra in contatto con Primo Vannutelli e frequenta la casa di Ernesto Buonaiuti, attirandosi le critiche e i sospetti delle autorità cattoliche, che lo accusano di simpatie moderniste e di altre colpe. Nei primi anni Quaranta traduce, per l’editore Ugo Guanda di Modena, testi di Gabriel Marcel, Pascal, Malebranche e Newman, che vengono pubblicati nella collana Figli dell’uomo. Dal 1943 collabora con Aldo Capitini ai Centri di Orientamento Sociale e con lui fonda il Movimento di Religione, dal quale poi uscirà per creare, nei primi anni Cinquanta, il Centro per la Realtà Nuova. Nel 1944 al sacerdote parmigiano viene proibito di celebrare Messa, e due anni dopo arriva la scomunica, che imponeva l’isolamento totale, sia religioso sia sociale, dell’eretico: principale capo d’accusa, aver commemorato la figura di Ernesto Buonaiuti1.

Gli anni successivi alla scomunica

Germaine Mühlethaler, la “Poisson d’Or” di Joë Bousquet che Tartaglia sposa con rito civile nel 1950 (salvo poi separarsene non molto tempo dopo), descrive così lo stato d’animo del giovane prete: «… escluso dalla Chiesa, visse tutte le tragiche conseguenze di tale condanna, ma dopo un breve periodo di violente ribellioni non fece più parola né della scomunica, né delle tenebre in cui viveva, né della sua infinita disperazione»2. Nello stesso tempo, tuttavia, la durissima censura sembra quasi arrecare un senso di sollievo e liberazione al sanzionato:

Tartaglia, come l’unico “scomunicato vitando” della cattolicità, è ormai esente dalla gerarchia visibile, non è più un soggetto né un oggetto per la sua Chiesa, non è più nemmeno cane da briciole sotto la mensa della sua Chiesa, è nome impensabile per la sua Chiesa, l’unico uomo nuovo sotto il cielo vecchio libero dalla pietra della sua Chiesa3.

Il provvedimento, peraltro, produce una serie di effetti collaterali che il Sant’Uffizio certo non si aspettava: lo scomunicato finisce sulle prime pagine dei giornali, viene invitato a tenere conferenze in varie città italiane, diventa perfino «un riferimento per gli spiriti inquieti dell’Italia postbellica e, suo malgrado, una guida» (Martino Doni). Germaine Mühlethaler racconta che la folla «aspettava per ore l’apertura, e in sale stipate, in cui l’ordine era mantenuto da un cordone di polizia, l’erudizione e la folgorante dialettica di Tartaglia spiazzavano i più illustri avversari»4. La vita «dell’eretico, del disobbediente, del diffusore di false dottrine che tentò di sovvertire i fondamenti della religione»5 prende una svolta, anche grazie alla cospicua eredità di un lontano parente che consente a Tartaglia di creare il Centro per la Realtà Nuova, con sede in una villa del XIV secolo sulle colline fiorentine, e di vivere con una certa agiatezza. Ferdinando Tartaglia muore a Firenze il 24 giugno 1988, dopo essere stato riaccolto nella Chiesa Cattolica e aver chiesto di essere sepolto a piedi scalzi in segno di umiltà e «per desiderio di corsa». L’opera che ci ha lasciato è immensa: si parla di oltre cinquantamila pagine manoscritte, in gran parte inedite, tra saggi, aforismi e articoli, oltre a settemila poesie riunite in una raccolta intitolata In forma di Parole.

Fare teologia col martello

Per Tartaglia la creazione non è un fenomeno concluso ma una realtà in evoluzione verso orizzonti nuovi, da lui identificati in un avvenire assoluto che chiama «puro dopo». La sua visione può ricordare per certi aspetti quella di Teilhard de Chardin, ma Tartaglia è assai più radicale e temerario di Teilhard, tanto da giungere a proclamare «l’urgenza di una “tramutazione pura” dell’uomo, del reale, di Dio»: così scrive Giulio Cattaneo, che lo conobbe personalmente a Firenze e a lui dedicò, nel 1968, L’uomo della novità. Per arrivare a questa “tramutazione pura” Tartaglia ritiene necessario distruggere tutto «con esattezza e impeto»6: dogmi, convinzioni consolidate, idoli e tradizioni, la tradizione cattolica innanzitutto, ma non è «tenero neppure con quella protestante»7. Il prete scomunicato, che negli anni di studio alla Gregoriana «non mancò di destare lo stupore e l’incomprensione di tutti»8, fa teologia col martello, come direbbe Nietzsche, «mette a soqquadro il mondo». Mette sottosopra perfino Dio e la teologia, almeno per come erano stati fino ad allora concepiti. In Tesi per la fine del problema di Dio, testo-chiave del suo pensiero, Tartaglia scrive: «Tutto ciò che chiamavano Dio è stato finora, per ciò che riguarda la sua essenza, “demonicità pura”, intendendo demonicità, si capisce, in modo sciolto da ogni residuo mitologico»9. E ancora:

Tutti i teismi dati finora sono stati, per ciò che tocca le loro determinazioni interne, puramente erronei perché nessuno di loro riusciva o a distruggere il puro avverso di sé, l’ateismo, o a risolverlo in un’unità superiore o in una condizione ulteriore tanto a unità quanto a diversità. Infatti, posti questi teismi, era sempre possibile l’esistenza dell’ateismo, era sempre possibile per l’uomo e per l’universo, vivere così come se Dio non fosse, era sempre indifferentemente possibile l’opzione per Dio come l’opzione per non Dio; ciò che si spiega facilmente, data la sostanziale irrealtà dei teismi in questione10.

Secondo Tartaglia, insomma, il teismo (il vecchio teismo, perlomeno) e l’ateismo non risolvono niente, sono semplicemente l’uno il contraltare dell’altro, incapaci tanto di dimostrare i propri argomenti quanto di confutare quelli dell’avversario. Durissimo, poi, il giudizio sulla teologia: «Finora non si è mai fatto veramente teologia, ma solo buffonerie presuntuose e tediose fingenti il discorso teologico»11.

Una radicale revisione del teismo

Con il suo stile di scrittura corrosivo e provocante, la sintassi contorta e il «lessico volutamente straniante e obsoleto, inteso a stupire e magari irritare il lettore con il suo eccentrico sperimentalismo» (Alida Airaghi), lo scomunicato parla di «fondazione pura di Dio», di «inizio puro di Dio», di «Dio nuovo», il che «significa attuare puramente, con revisioni capitali, ciò che andava finora sotto il nome complessivo di “teismo”». Precisa il nostro autore:

Fondazione pura di Dio non significa né l’uomo né l’universo né le presenze nuove che “costruiscono” Dio, né Dio che “costruisce” l’uomo o l’universo o le presenze nuove, né Dio che costruisce o è costruito da se stesso; significa invece l’aprirsi di una condizione ulteriore ad attività e a passività, a costruire e a essere costruiti, e l’accadere, dentro questa condizione, dell’inizio puro di Dio12.

È vinto così l’antico dilemma: «È Dio che costruisce e domina l’uomo? (e sarebbe tirannide perfida e insoffribile), oppure è l’uomo che costruisce e signoreggia Dio? (e sarebbe presunzione impotente e ridicola)»13. Tartaglia mette in discussione perfino i concetti di creatore, causa, finalità ed “eschaton”:

Dio nuovo vuol dire Dio anti-origine, quindi Dio essenzialmente anticreatore, anti-Padre, anti-causa, Dio che assume tutta la realtà irrealtà soprarealtà dentro un orizzonte operativo puramente superiore e opposto a ogni creare e, di conseguenza, a ogni simmetrico non-creare. Dio nuovo non vuol dire nemmeno Dio-finalità perché finalità è nudo corrispondente di causalità e, distrutta causalità nel Dio anti-causa, è disfatta per sempre anche qualsiasi finalità. Dio nuovo nemmeno significa Dio escatologico, perché Dio nuovo, entrando sempre dal puro futuro, rovescia l’escatologicità: l’escatologicità, da termine di arrivo quale è stata costantemente finora, diventa luogo di partenza, e luogo di partenza in direzione duplice, da un lato per la discesa verso l’uomo e l’universo e tutte le altre realtà ancora intra-escatologiche, dall’altro per l’ascesa a orizzonti e a realtà puramente postescatologiche. Con questo rovesciamento dell’escatologicità viene capovolta tutta la realtà umana e mondana: potremmo anche dire che Dio non cammina più dal passato al futuro ma dal futuro al passato, il passato non domina più il futuro ma il futuro domina e libera il passato, che decade a conseguenza interna di lui14.

La figura del Dio creatore, in particolare, viene letteralmente demolita:

Questa figura rappresenta l’aberrazione più grave del vecchio teismo: infatti, se “Dio creatore” significa, come non può non significare, Dio “responsabile” della realtà data finora e se la realtà data finora era, come era, sostanzialmente o per gran parte, male, Dio creatore vuol dire (fuori dalle elusioni pietose come quelle del “peccato d’origine”, della mera negatività e permissività del male, della creazione compiuta solo in vista di una successiva giustificazione redentiva e simili: tutte spostano il problema qualche passo più in là, senza risolverlo) Dio responsabile del male, cioè Dio cattivo, non Dio, antiDio15.

La logica di Tartaglia è ferrea, implacabile. Se Dio ha davvero scelto di creare il mondo con un libero atto della propria volontà, allora egli è in qualche modo responsabile di quella parte di negativo presente nel creato che non può essere attribuita al peccato dell’uomo: la morte e le sofferenze di miliardi e miliardi di creature (non solo umane), le malattie, le catastrofi naturali, l’entropia in costante aumento nell’universo… Tartaglia si guarda bene dal fornire definizioni precise del “puro dopo” e conclude le sue Tesi invitandoci a scegliere tra queste due opzioni: da una parte i teismi, le religioni, le chiese del Dio vecchio, inesistente, assoluto male, e dall’altra il Dio nuovo, Dio esistente, Dio liberissimo bene16.

Un universo nato spontaneamente dal vuoto?

La cosmologia contemporanea, basata sulla meccanica quantistica, consente di tentare una risposta alla domanda elusa da Tartaglia: se dobbiamo liberarci della figura del Dio creatore, come spiegare l’esistenza dell’universo? Stando alle più recenti teorie della fisica, il cosmo avrebbe avuto origine da una fluttuazione del vuoto quantistico primordiale, sarebbe nato da uno stato di “nulla” fisico caratterizzato dalla minima energia possibile (energia di punto zero): l’universo, insomma, si sarebbe generato da sé, senza bisogno di alcun intervento esterno. Scrive Guido Tonelli, che insieme a Fabiola Gianotti è tra gli scopritori del bosone di Higgs, la cosiddetta “particella di Dio”:

All’origine del nostro universo c’è stata una semplice trasformazione, da uno stato di vuoto a un altro stato di vuoto. Non si è trattato di un cambiamento di stato, che avrebbe richiesto energia. È stata una metamorfosi naturale e spontanea. Tutto è avvenuto casualmente e senza sforzo particolare. Il segreto è stato mescolare in modo opportuno questi due ingredienti complementari, lo spazio-tempo e la massa-energia. Così, si può far nascere un universo intero senza spendere un briciolo di energia. Il nostro universo è un enorme, gigantesco “pasto gratis”. […] Il nostro universo è ancora oggi una miscela ben organizzata di spazio-tempo e massa-energia. Nulla ha cambiato la sostanza: nasce da uno stato di vuoto ed è ancora uno stato di vuoto. […] Il sistema universo – che ha energia nulla, carica totale nulla e momento angolare totale nullo – ha gli stessi numeri quantici del vuoto, cioè i due sistemi sono indistinguibili. […] Oggi sappiamo come ha fatto un sistema di vuoto a organizzarsi in galassie, stelle, pianeti e, giù giù, fino a noi17.

Ciò permette oggi di rispondere alla questione metafisica fondamentale, alla domanda di Leibniz: perché c’è qualcosa piuttosto che il nulla? Perché il nulla è più semplice e più facile di qualunque cosa, e «il “qualcosa” e il “nulla”, essenzialmente, coincidono, sono due facce della stessa medaglia, aspetti diversi dello stesso stato di vuoto»18.

Un Dio «puramente salvante e serviente»

Don Tartaglia esulterebbe nel sentire queste parole: allora il suo Dio anti-origine, anti-creatore, anti-Padre, anti-causa eccetera, non sarebbe soltanto il delirio di un eretico ma avrebbe legittimità di essere quantomeno ipotizzato, e forse molto più che semplicemente ipotizzato. Tenendo presente il principio esegetico-metodologico secondo il quale se un certo fenomeno o avvenimento si può spiegare ricorrendo a cause naturali queste hanno la precedenza sulle cause sovrannaturali, potremmo finalmente credere in un Dio «puramente salvante e serviente» che non impone l’esistenza e non ha nulla a che fare con il negativo del mondo, con la morte, con le dinamiche del potere (anche religioso), con la violenza insita nella natura. Un Dio che vuole unicamente la salvezza di tutto ciò che – venuto all’esistenza per una fluttuazione del vuoto quantistico originario o per chissà quale altra ragione – vive, sente e soffre.

Note

1 F. Tartaglia, Messaggio per la commemorazione di Ernesto Buonaiuti, in “Il Contemporaneo”, 9, 1946.

2 G. Mühlethaler Tartaglia, Il volto segreto di Ferdinando Tartaglia, in F. Tartaglia, Tesi per la fine del problema di Dio, Adelphi Edizioni S.p.A., Milano 2002, p. 158.

3 F. Tartaglia, Primo schema di programma per un gruppo di lavoro tra sacerdoti cattolici, in “La Cittadella”, 17-18, 1947.

4 G. Mühlethaler Tartaglia, op. cit., p. 159.

5 “Acta Sanctae Sedis”, Bollettino dell’Arcidiocesi fiorentina, 37, 1946.

6 Cfr. M. Ciampa, Ferdinando Tartaglia: mettere a soqquadro il mondo, Doppiozero (www.doppiozero.com), 8 febbraio 2023.

7 Ibidem.

8 G. Mühlethaler Tartaglia, op. cit., p. 158.

9 F. Tartaglia, Tesi per la fine del problema di Dio, Adelphi Edizioni S.p.A., Milano 2002, p. 45.

10 Ibidem.

11 F. Tartaglia, op. cit., p. 35.

12 Ivi, p. 87.

13 Ibidem.

14 F. Tartaglia, op. cit., pp. 87-88.

15 Ivi, pp. 54-55.

16 Ivi, pp. 91-92.

17 G. Tonelli, L’eleganza del vuoto. Di cosa è fatto l’universo, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2025, pp. 148-149.

18 Ivi, pp. 149-150.

 

Marco Galloni

Letto 2 volte Ultima modifica il Mercoledì, 10 Giugno 2026 09:49
Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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