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Domenica, 21 Giugno 2026 09:00

Undicesima domenica del tempo ordinario - Anno A In evidenza

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Undicesima domenica del tempo ordinario  - Anno A

Omelia di Paolo Scquizzato

Prima Lettura Es 19,2-6a

Dal libro dell'Esodo
 

In quei giorni, gli Israeliti, levate le tende da Refidìm, giunsero al deserto del Sinai, dove si accamparono; Israele si accampò davanti al monte.
Mosè salì verso Dio, e il Signore lo chiamò dal monte, dicendo: «Questo dirai alla casa di Giacobbe e annuncerai agli Israeliti: "Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all'Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatti venire fino a me. Ora, se darete ascolto alla mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me una proprietà particolare tra tutti i popoli; mia infatti è tutta la terra! Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa”».
 

Salmo Responsoriale Sal 99 (100)

Noi siamo suo popolo, gregge che egli guida.

Acclamate il Signore, voi tutti della terra, 
servite il Signore nella gioia, 
presentatevi a lui con esultanza

Riconoscete che solo il Signore è Dio: 
egli ci ha fatti e noi siamo suoi,
suo popolo e gregge del suo pascolo

Buono è il Signore,
il suo amore è per sempre,
la sua fedeltà di generazione in generazione.

Seconda Lettura  Rom 5,6-11

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani
 
Fratelli, quando eravamo ancora deboli, nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi.
Ora, a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.
A maggior ragione ora, giustificati nel suo sangue, saremo salvati dall'ira per mezzo di lui. Se infatti, quand'eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più, ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita. Non solo, ma ci gloriamo pure in Dio, per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, grazie al quale ora abbiamo ricevuto la riconciliazione.
 
Canto al Vangelo  (Mc 1.15)

 

Alleluia, alleluia.
 

Il regno di Dio è vicino:
convertitevi e credete nel Vangelo.

Alleluia.

 

Vangelo Mt 9,36-10,8

Dal Vangelo secondo Matteo
 
In quel tempo, Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe perché mandi operai nella sua messe!».
Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità.
I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello; Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo; Simone il Cananeo e Giuda l'Iscariota, colui che poi lo tradì.
Questi sono i Dodici che Gesù inviò, ordinando loro: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d'Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».
 

OMELIA

Gesù alza lo sguardo e vede davanti a sé una «messe abbondante». Non vede semplicemente una moltitudine di persone. Vede donne e uomini feriti dalla vita, affaticati dal peso dell’esistenza, spesso smarriti, ma ancora segretamente abitati da una nostalgia incancellabile: il desiderio di una vita piena, riconciliata, compiuta.
E comprende che per questa messe non servono anzitutto funzionari del sacro, specialisti della religione o amministratori del divino. Quando parla di «operai», Gesù non pensa certamente a dei preti, ad una categoria clericale. Pensa piuttosto a un’umanità capace di compassione. A donne e uomini che abbiano il coraggio di stare accanto agli ultimi, ai feriti, agli esclusi, a tutti coloro che la storia continua a lasciare ai margini.
Del resto, come abbiamo più volte ricordato con il quarto Vangelo, «Dio nessuno l’ha mai visto» (Gv 1,18). Non perché Dio sia lontano, ma semplicemente perché non è un oggetto da osservare. Del Mistero non si possiede una visione: se ne può fare solo esperienza.
Nessuno ha mai visto i propri occhi. Eppure, grazie ad essi vediamo ogni cosa. Così è di Dio. Non possiamo porlo davanti a noi come qualcosa da contemplare, ma possiamo guardare il mondo attraverso il suo sguardo. Possiamo vivere della sua stessa vita.
Per questo il compito del credente non è tanto vedere Dio, quanto vivere da Dio.
Il Mistero chiede di essere incarnato, abitato più che detto e definito.
Ecco allora il senso delle parole di Gesù: guarite, risuscitate, sanate, donate. E questi non sono comandi religiosi, ma semplici indicazioni esistenziali. Non una dottrina da difendere, ma una vita da generare.
Per questo Gesù raduna attorno a sé una compagnia di dodici uomini… ahimé, tutti maschi. E a questo punto mi piace pensare che quel numero abbia soprattutto un valore simbolico. I dodici richiamano i patriarchi, le dodici tribù d’Israele, l’intera storia di un popolo. È come se Gesù stesse dicendo che una stagione si sta compiendo e che una nuova soglia sta per essere attraversata. Non tanto una cancellazione del passato, ma il suo fiorire in qualcosa di più ampio, universale, inclusivo, maschile e femminile.
E forse proprio qui emerge una domanda che non possiamo evitare: quanto ci siamo persi in duemila anni di una Chiesa prevalentemente maschile e patriarcale.
Quanto Vangelo è rimasto inespresso in tutto questo tempo?
Perché quando una comunità dimentica la reciprocità tra il maschile e il femminile, finisce quasi inevitabilmente per lasciarsi sedurre da altre logiche: il potere, il possesso, il successo. Questi sono i tre grandi veleni che da sempre minacciano ogni autentico cammino spirituale. Ogni volta che essi prevalgono, il volto dell’Amore si oscura.
L’invito di Gesù, invece, resta immutato: andare nel mondo con il suo stesso stile. Al potere, l’avere e il successo chiede di contrapporre il servizio, la condivisione, la testimonianza.
Forse è proprio questo, in fondo, il Vangelo: diventare luoghi in cui la vita possa respirare un po’ meglio. Essere uomini e donne attraverso cui il Mistero continui a toccare il mondo. Non per portare Dio agli altri, ma per rivelare che Dio è già all’opera in ogni ferita che cerca guarigione, in ogni cuore che cerca amore, in ogni essere umano che attende di diventare finalmente sé stesso.

 
Paolo Scquizzato
 
Letto 1 volte Ultima modifica il Domenica, 21 Giugno 2026 09:10
Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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