Un buon numero di disgrazie accade per mancanza di manutenzione.
Anche la vita cristiana ha bisogno di manutenzione "ordinaria". L'avvento è tempo propizio per questa operazione.
Tre suggerimenti adatti al nostro tempo: fare credito al Dio affidabile, essere magnanimi, attuare un discernimento paziente.
Guardare al tempo di avvento ormai imminente portando negli occhi le immagini dei nubifragi che hanno devastato tra la fine di ottobre e gli inizi di novembre prima le Cinque Terre e la Val di Vara, e poi Genova, causando morti e distruzione; e portando nelle orecchie i molti, moltissimi richiami - che del resto si moltiplicano puntualmente, e inutilmente, in tutte le situazioni di questo genere - alla necessità della manutenzione (dei paesi, delle case, dei torrenti, del territorio...), induce a pensare che questa troppo trascurata attività si presta bene a essere letta anche in chiave spirituale, e proprio in relazione al tempo liturgico dell'avvento.
Occorre una manutenzione ordinaria. Prima di proporre qualche riflessione in merito, è forse utile richiamare l'attenzione su un saggio, uscito alcuni anni fa,l che si basa su di un interessante esperimento mentale: provare a immaginarsi cosa succederebbe sul nostro piccolo pianeta, se l'umanità scomparisse di colpo, e venisse meno così, all'improvviso, l'incessante attività che tiene in piedi il tessuto - più fragile di quanto non appaia di solito - della nostra civiltà. Non c'è bisogno, del resto, di competenze speciali per intuire come andrebbero le cose: come riferisce l'architetto C. Riddle, «se vuoi distruggere un fienile - mi disse una volta un contadino -, fa' un buco di un centinaio di centimetri quadrati nel tetto. Poi tirati indietro».2 Al resto ci pensa la natura: l'acqua che si infiltra, l'umidità, gli insetti, le variazioni termiche, la forza di gravità... A seconda dei materiali usati e delle condizioni climatiche, i processi saranno più o meno lunghi, ma una cosa è certa: in assenza di una costante manutenzione, le nostre case, le nostre grandi città, incomincerebbero a disfarsi con sorprendente rapidità.
Sappiamo fin troppo bene, però che, dove non vi si è di fatto costretti dalla necessità delle cose (come avviene per esempio a Manhattan, dove un sistema di pompaggio nella rete della metropolitana deve impedire ogni giorno a cinquanta milioni di litri d'acqua - sempre che non piova, perché in tal caso la quantità aumenta3 - di invadere le gallerie percorse dai treni), quella della manutenzione è un'attività che rischia fatalmente di essere tralasciata: e questo soprattutto in una condizione come la nostra, dove sembra venir meno la capacità di pensare e agire sul lungo termine, mettendo in conto lo spazio di un'attesa e di una durata delle quali non è possibile stabilire il termine. Intraprendere azioni che guardino non solo all'oggi, ma anche al domani e, magari, al dopodomani è estremamente (aggiungiamo pure, se vogliamo: oggettivamente) difficile e, il più delle volte, costoso e assai poco remunerativo in termini di successo immediato.
Mi colpì leggere, qualche anno fa, che i costruttori di College Hall, a Oxford, nel XIV secolo, oltre a costruire l'edificio, si sarebbero preoccupati di piantare delle querce in previsione della necessità di sostituire le travi del soffitto del grande refettorio: ciò che si poté poi fare, grazie a questa previdenza "di lungo corso", nel XIX secolo.4 La nostra civiltà si muove su traiettorie molto più immediate, molto più "usa e getta". La manutenzione costa troppo e "rende" - si ritiene - assai poco. Il rischio che anche i credenti si lascino prendere da una mentalità dell'immediato, del "tutto subito", trascurando i tempi incerti dell'attesa e voltando le spalle alla sfida posta dal lungo termine, è tutt'altro che remoto, a dispetto della reiterata - e, certo, giustificata - pretesa dei cristiani di "guardare all'eternità". Non è raro, infatti, che nella Chiesa si finisca per cadere in una mimesi involontaria (ma per questo anche più preoccupante) proprio di quegli atteggiamenti che vengono più spesso e volentieri criticati nella società o nella cultura dominante. Fa pensare, a questo riguardo, la diagnosi severa che Saverio Xeres ha recentemente tratteggiato a proposito delle scelte pastorali della Chiesa italiana negli ultimi decenni,5 mostrandone l'inconsapevole adesione ai tratti di quella "postmodernità" che per altri versi è oggetto, in vari pronunciamenti, di una critica aspra e incessante.
Va annoverata fra questi tratti la «perdita della visione unitaria del tempo: si privilegia, di conseguenza, il quotidiano, anzi il "momento". Oppure si tende a ridurre la portata eccessiva delle ampie prospettive temporali contenendole in una successione di cicli limitati e quindi più "sopportabili"...»;6 il problema - annota Xeres - è il rischio di omologazione che ha indotto, tra le altre cose, a enfatizzare opzioni pastorali fondate sui "momenti straordinari", opzioni nelle quali «sono troppo evidenti le assonanze con la prassi dei grandi eventi mediante i quali... si offre la possibilità di costruire "sensi istantaneizzati" attraverso il coinvolgimento emotivo in grandi fenomeni di massa, supportati da imponenti sistemi di comunicazione».7
II giudizio può sembrare sin troppo severo: ma è noto a chiunque operi, ad esempio, nella pastorale giovanile, che uno dei problemi maggiori in questo contesto è precisamente il difficile raccordo tra gli eventi straordinari e quella che possiamo chiamare - per tornare alla nostra metafora -la "manutenzione ordinaria" e sul lungo termine della vita cristiana.
Le condizioni dell'attesa. A ripensare le condizioni di questa "manutenzione ordinaria" ci invita precisamente il tempo dell'avvento, in quanto tempo che richiama e ripropone la condizione dell'attesa quale condizione inevitabile del credente nel mondo. Vivere l'attesa, peraltro, è determinante anche rispetto a un altro rischio: perché l'esigenza di distanziarsi dall'"istantaneismo" dominante si traduce non di rado, per contraccolpo, in una scelta reazionaria e falsamente "tradizionale". Accogliere e vivere la condizione dell'attesa, per il credente, significa piuttosto riconoscere che, da un lato, la dimensione del presente non può essere "schiacciata" sull'immediatezza, sul "tutto subito"; mentre, d'altro lato, non sembra possibile, né evangelicamente corretto, arroccarsi su un passato di (pretesa) perfezione compiuta e insuperabile.
L'attesa, che si orienta a un futuro non completamente preventivabile, rimanendo aperta alle "sorprese" dello Spirito di Cristo, permette di riconoscere in tutta la sua consistenza il peso del tempo, e di prendere sul serio ciò che il concilio Vaticano II riconosceva or sono, quando parlava di un "progresso" della tradizione, sotto la guida dello Spirito: «cresce infatti la comprensione tanto delle cose quanto delle parole trasmesse, sia con la contemplazione e lo studio dei credenti, i quali le meditano in cuor loro (cf. Lc 2,19 e 51), sia con la profonda intelligenza delle cose spirituali di cui fanno esperienza, sia per la predicazione di coloro che, con la successione episcopale, hanno ricevuto un carisma sicuro di verità. In altre parole, la Chiesa nel corso dei secoli tende costantemente alla pienezza della verità divina, finché in essa giungano a compimento le parole di Dio».8
Lo sguardo al futuro, al quale ci richiama l'avvento, impedisce dunque alla Chiesa di fissarsi in modo troppo immediato sul presente, come pure di irrigidirsi su di un passato impropriamente "dogmatizzato" - dogmatizzato, cioè, senza lasciare effettivamente spazio allo Spirito di Cristo e alla sua capacità di suscitare una «nuova Pentecoste», come amava ripetere e "sognare" il beato Giovanni XXIII.
Tre virtù da applicare. Potremmo pertanto avvicinarci al tempo di avvento e all'inizio di un nuovo anno liturgico scorgendovi un invito a non lasciar cadere l'opera di una costante "manutenzione" personale ed ecclesiale dei credenti. C'è un nesso tra lo sguardo lungo dell'attesa e la saggezza della "manutenzione": saggezza la cui figura evangelica può essere suggerita dalle "vergini sagge" (cf. Mt 25,1-13), di cui ci parlava il vangelo domenicale poche settimane or sono. Più che la "vigilanza" (pure raccomandata dal vangelo), spicca infatti in esse la risolutezza a non fissarsi ed esaurirsi nel "breve termine". Le ragazze dormivano tutte, secondo la parabola (cf. Mt 25,5), al momento dell'arrivo dello Sposo: ma quando questi arrivò, solo alcune furono trovate pronte. La lunghezza dell'attesa non vuole togliere la pace al credente e metterlo inutilmente in ansia: a patto che questi (e con lui la sua comunità), sappia intrattenere diligentemente quelle opere di "manutenzione ordinaria e straordinaria", che sono l'indispensabile correlato di un atteggiamento aperto all'attesa e non soltanto appiattito sull'oggi o sull'ieri.
Appartiene senza dubbio a questa opera di manutenzione l'accoglienza dei doni che il Signore continua ad assicurare quotidianamente alla sua Chiesa: e in primo luogo la sua Parola e i suoi sacramenti. A proposito dei quali forse è bene ricordare - sottolinea Timothy Radcliffe parlando dell'eucaristia - che essi operano di solito sui tempi lunghi e in modi poco clamorosi: «... l'eucaristia è davvero un "evento colossale", ma lo è a un livello del nostro essere di cui siamo scarsamente consapevoli, impercettibile come un albero che cresce. Questo è ciò che John Henry Newman chiama "il lavoro silenzioso di Dio"»;9 non diversamente si potrebbe dire degli altri sacramenti, come la penitenza, o della pratica della lectio divina, per non parlare della preghiera...
Come accade in altri ambiti della vita, verosimilmente ogni epoca ha poi bisogno delle sue attenzioni peculiari di “buona manutenzione”, di un insieme di atteggiamenti - in tempi passati si sarebbe parlato di "virtù" - particolarmente necessari a un determinato contesto storico, culturale e spirituale. Attingendo alla lettura apostolica delle prossime domeniche di avvento, ne vorremmo richiamare rapidamente tre.
La prima: fare credito al Dio affidabile: «Degno di fede è Dio, dal quale siete stati chiamati alla comunione con il Figlio suo, Gesù Cristo, Signore nostro» (1Cor 1,9; prima domenica). E questo il fondamento di un «ottimismo [che] viene alla Chiesa dalla sua stessa fede. Non nel senso di un vago spiritualismo, ma nel ricordare che Dio opera sempre, ma nella normalità e nel nascondimento, e su tempi lunghi»;10 è in questo nostro tempo che Dio fa grazia al mondo.
Di qui l'invito alla buona manutenzione di un secondo atteggiamento: la magnanimità. «Il Signore non ritarda nel compiere la sua promessa, anche se alcuni parlano di lentezza.11 Egli invece è magnanimo con voi, perché non vuole che alcuno si perda, ma che tutti abbiano modo di pentirsi» (2Pt 3,9: seconda domenica). La magnanimità di Dio è anche proposta e invito per la Chiesa a coltivare un "animo grande", capace di paziente accoglienza e di discerni,mento nella complessità delle cose. E curioso che chi fa appello agli spazi dell’eternità si mostri spesso molto frettoloso nel condannare l'uno o l'altro risvolto della complicata ricerca che l'umanità del nostro tempo sta compiendo in tutti gli ambiti, non di rado utilizzando in modo indubbiamente problematico e scriteriato il proprio sapere e il proprio potere.
Vale allora più che mai, e non solo per la vita "interna" della Chiesa, l'invito di Paolo ai Tessalonicesi: «Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie. Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono. Astenetevi da ogni specie di male» (1Ts 5,19-22: terza domenica). Il discernimento di "ogni cosa" alla luce di Cristo ha bisogno di tempi lunghi e di molta pazienza: è questa, forse, la ragione ultima del "ritardo" della venuta ultima del Signore, che preoccupava le prime generazioni cristiane; ma la speranza cristiana offre strumenti per non disarmare di fronte all'impegno richiesto. In questo discernimento paziente - terza "virtù" la cui manutenzione appare particolarmente urgente - il Signore del resto non manca di dare i suoi aiuti. Non è vero che «non ci sono più profeti», come lamentava il salmista (cf. Sal 7 4,9). Si tratta se mai, per riprendere l'esortazione di Paolo, di «non disprezzare le profezie». E forse anche di ricordare - aiutati da quell'icona dell'avvento, che è Giovanni il Battista - che i profeti spesso sono figure eccentriche o marginali; il più delle volte (vi sono certo delle eccezioni) bisogna uscire dai palazzi del potere così politico come religioso, se li si vuole incontrare e ascoltare. Né è detto che la loro voce troverà l'amplificazione dei media o il riscontro di innumerevoli "amici" sui social network. In fin dei conti, Colui al quale tutti i profeti rimandano si è lasciato incontrare dapprima nell'umiltà di una stalla, per finire poi nell'umiliazione di una croce.
Daniele Gianotti
Note
1 Si tratta di Weismann A., Il mondo senza di noi, Einaudi, Torino 2008; l'edizione originale americana è del 2007.
2 Weismann A., Il mondo senza di noi, 17.
3 Cf. Weismann A., Il mondo senza di noi, 27.
4 Cf. Brand S., How Buildings Learn What Happens After They're Built, Penguin Books, Harmondsworth 1995,1308. Anche se, come qualcuno ritiene, l'aneddoto fosse privo di fondamento, in una civiltà nella quale il legname era un materiale costruttivo fondamentale questo tipo di "previdenza" doveva essere persino ovvio.
5 Cf. Xeres S. - Campanini G., Manca il respiro. Un prete e ,un laico riflettono sulla Chiesa italiana, Ancora, Milano 2011, 9-84; cf. in particolare p. 29. -
6 Xeres S. - Campanini G., Manca il respiro, 19.
7 Xeres S. - Campanini G., Manca il respiro, 53.
8 Dei Verbum, 8 (cf. EV 1/883).
9 Radcliffe T., Perché andare in chiesa? Il dramma dell'eucaristia, San Paolo, Cinisello B. {MI) 2009, 17.
10 Xeres S. - Campanini G., Manca il respiro, 82.
11 Una traduzione più letterale ci sembra anche più efficace: «Il Signore della promessa non è in ritardo, anche se alcuni parlano di ritardo».
(tratto da Settimana, 2011, n. 41, p. 1)
