Formazione Religiosa

Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

Domenica, 10 Maggio 2026 09:05

Sesta Domenica di Pasqua - Anno A

Sesta Domenica di Pasqua - Anno A

Omelia di Paolo Scquizzato

Prima Lettura At 8,5-8.14-17

Dagli Atti degli Apostoli
 

In quei giorni, Filippo, sceso in una città della Samarìa, predicava loro il Cristo. E le folle, unanimi, prestavano attenzione alle parole di Filippo, sentendolo parlare e vedendo i segni che egli compiva. Infatti da molti indemoniati uscivano spiriti impuri, emettendo alte grida, e molti paralitici e storpi furono guariti. E vi fu grande gioia in quella città.
Frattanto gli apostoli, a Gerusalemme, seppero che la Samarìa aveva accolto la parola di Dio e inviarono a loro Pietro e Giovanni. Essi scesero e pregarono per loro perché ricevessero lo Spirito Santo; non era infatti ancora disceso sopra nessuno di loro, ma erano stati soltanto battezzati nel nome del Signore Gesù. Allora imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo.

Salmo Responsoriale Sal 65 (66)

Alleluia, alleluia, alleluia.

Acclamate Dio, voi tutti della terra,
cantate la gloria del suo nome,
dategli gloria con la lode.
Dite a Dio: «Terribili sono le tue opere!.
 
A te si prostri tutta la terra,
a te canti inni, canti al tuo nome».
Venite e vedete le opere di Dio,
terribile nel suo agire sugli uomini.
 
Egli cambiò il mare in terraferma;
passarono a piedi il fiume:
per questo in lui esultiamo di gioia.
Con la sua forza domina in eterno

Venite, ascoltate, voi tutti che temete Dio, 
e narrerò quanto per me ha fatto.
Sia benedetto Dio,
che non ha respinto la mia preghiera,
non mi ha negato la sua misericordia.

Seconda Lettura  1Pt 3,15-18
Dalla prima lettera di san Pietro apostolo
 
Carissimi, adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi.
Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, perché, nel momento stesso in cui si parla male di voi, rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo.
Se questa infatti è la volontà di Dio, è meglio soffrire operando il bene che facendo il male, perché anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nel corpo, ma reso vivo nello spirito.
 
Canto al Vangelo  (Gv 14,23)

 

Alleluia, alleluia.

Se uno mi ama, osserverà la mia parola, dice il Signore,
e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui.
Alleluia.

 

Vangelo Gv 14,15-21

Dal Vangelo secondo Giovanni
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi.
Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi.
Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui».
 

OMELIA

Quando Gesù morì, i suoi – dopo una lunga elaborazione del lutto- non ebbero l’impressione che tutto fosse terminato. Accadde quasi il contrario. Proprio mentre il corpo veniva sottratto allo sguardo, la sua presenza iniziò ad abitare le profondità dell’esistenza. Lo sentirono vivo in modo nuovo, più intimo, più vasto. Più reale.
Certo, non lo incontravano più lungo le strade della Galilea, eppure accadeva qualcosa di inatteso: mentre provavano a vivere con il suo stesso respiro interiore, con la sua libertà, con la sua compassione, con il suo modo di stare al mondo, avvertivano che lui era ancora lì. Non accanto a loro, fisicamente ma dentro la vita stessa.
Fu questa l’esperienza originaria della resurrezione: non il ritorno di un cadavere alla cronaca del mondo, ma la scoperta sconvolgente che l’Amore non si lascia rinchiudere dalla morte. Che una vita vissuta in pienezza continua a generare vita. Che ciò che è autenticamente umano diventa indistruttibile.
Per questo i discepoli parlarono del Risorto! Perché Gesù continuava ad accadere in loro.
Io credo che questo riguardi ciascuno di noi. Qui, ora. Accade tra genitori e figli. Tra maestri e discepoli. Tra chi ama davvero e chi si lascia amare. Gli anni trascorsi insieme non creano dipendenza, risvegliano piuttosto possibilità interiori. Un padre e una madre autentici non desiderano trattenere i figli accanto a sé per sempre; desiderano piuttosto che un giorno possano camminare con le proprie gambe, respirare con il proprio respiro, scegliere la propria direzione. Eppure, anche quando non ci saranno più, continueranno misteriosamente a vivere nei gesti, nelle parole, nello sguardo dei figli.
La loro voce diventa coscienza, la loro cura diventa forza, il loro amore diventa presenza invisibile. Una via in cui l’umano scopre di custodire dentro di sé una Sorgente. Per questo il Vangelo parla continuamente dello Spirito. Non come di qualcosa di estraneo all’uomo, ma come della profondità stessa dell’umano quando finalmente si risveglia a sé.
Gesù accompagna i suoi per un tratto di strada, poi si ritrae. Come ogni vero maestro. Perché arriva un momento in cui la presenza più autentica smette di sostenerti dall’esterno e comincia a fiorire dentro di te. Allora non vivi più per obbedienza, paura o bisogno di approvazione. Vivi per adesione profonda alla tua verità.
Per questo Gesù dice ai suoi ‘È meglio per voi che io me ne vada’ (Gv 16, 7). Sarà attraverso la mia assenza che farete esperienza di me. Occorrerebbe smettere di cercare continuamente fuori ciò che dovremmo imparare a riconoscere dentro. La nostra Sorgente, il nostro Essere più autentico. E questo perché il divino, invece di essere un’autorità sopra di noi, è una presenza che domanda di incarnarsi attraverso di noi.
«Il Regno di Dio è dentro di voi» (Lc 17,21).
E forse la resurrezione inizia proprio qui: quando smettiamo di pensare Dio come un intervento esterno destinato a salvarci magicamente dalla vita, e iniziamo a scoprire una Presenza che ci attraversa, ci abita, ci rende più vivi, più coscienti, più umani.
Allora comprendiamo che il compito spirituale non consiste nel rimanere bambini protetti dal cielo, ma nel diventare esseri umani finalmente svegli.
Goethe intuiva qualcosa di tutto questo quando scriveva: «Verrà forse un tempo in cui la luce interiore uscirà da noi, in modo che non avremo più bisogno di altra luce».
E il teologo, e amico, Paolo Gamberini afferma: «Gesù vuole che diventiamo adulti, che riconosciamo la nostra condizione di uomini e di donne capaci di far fronte alla vita (…) e a questa maturità di fede si giunge attraverso l’abbandono dell’immagine del Dio che interviene in tutto». Forse la fede matura nasce esattamente qui: quando la presenza di Cristo non viene più cercata soltanto nei cieli, nei dogmi o nei templi, ma nel coraggio di vivere pienamente, nell’amore che sappiamo generare, nella libertà interiore che lentamente prende forma in noi.
E allora il Risorto smette di essere un’idea religiosa, diventando vita – piena – che continua.

 
Paolo Scquizzato
 
Domenica, 10 Maggio 2026 09:00

Quinta Domenica di Pasqua - Anno A

Quinta Domenica di Pasqua - Anno A

Omelia di Paolo Scquizzato

Prima Lettura At 6,1-7

Dagli Atti degli Apostoli
 

In quei giorni, aumentando il numero dei discepoli, quelli di lingua greca mormorarono contro quelli di lingua ebraica perché, nell'assistenza quotidiana, venivano trascurate le loro vedove.
Allora i Dodici convocarono il gruppo dei discepoli e dissero: «Non è giusto che noi lasciamo da parte la parola di Dio per servire alle mense. Dunque, fratelli, cercate fra voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza, ai quali affideremo questo incarico. Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al servizio della Parola».
Piacque questa proposta a tutto il gruppo e scelsero Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Pròcoro, Nicànore, Timone, Parmenàs e Nicola, un prosèlito di Antiòchia. Li presentarono agli apostoli e, dopo aver pregato, imposero loro le mani.
E la parola di Dio si diffondeva e il numero dei discepoli a Gerusalemme si moltiplicava grandemente; anche una grande moltitudine di sacerdoti aderiva alla fede.

Salmo Responsoriale Sal 32 (33)

Alleluia, alleluia, alleluia.

Esultate, o giusti, nel Signore;
per gli uomini retti è bella la lode.
Lodate il Signore con la cetra,
con l'arpa a dieci corde a lui cantate.

Perché retta è la parola del Signore
e fedele ogni sua opera.
Egli ama la giustizia e il diritto;
dell'amore del Signore è piena la terra.

Ecco, l'occhio del Signore è su chi lo teme,
su chi spera nel suo amore,
per liberarlo dalla morte
e nutrirlo in tempo di fame.
 
Seconda Lettura  1Pt 2,4-9
Dalla prima lettera di san Pietro apostolo
 
Carissimi, avvicinandovi al Signore, pietra viva, rifiutata dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio, quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale, per un sacerdozio santo e per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, mediante Gesù Cristo. Si legge infatti nella Scrittura: «Ecco, io pongo in Sion una pietra d'angolo, scelta, preziosa, e chi crede in essa non resterà deluso».
Onore dunque a voi che credete; ma per quelli che non credono la pietra che i costruttori hanno scartato è diventata pietra d'angolo e sasso d'inciampo, pietra di scandalo.
Essi v'inciampano perché non obbediscono alla Parola. A questo erano destinati. Voi invece siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di lui, che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa.
 
Canto al Vangelo  (Gv 14,6)

 

Alleluia, alleluia.

Io sono la via, la verità e la vita, dice il Signore;
nessuno viene al Padre se non per mezzo di me.

Alleluia.

 

Vangelo Gv 14,1-12

Dal Vangelo secondo Giovanni
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via».
Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».
Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere.
Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse.
In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre».

OMELIA

Deve esistere una via. Una soglia attraversabile. Un sentiero capace di ricondurci alla nostra verità più profonda. Lo intuiamo da sempre, come si intuisce l’acqua attraverso la sete. Se dentro di noi arde questo desiderio, è perché da qualche parte vi è una sorgente che lo attende.
Portiamo nel cuore una domanda che nessun successo riesce a placare: che la vita non possa consumarsi in una manciata d’anni, che l’amore non sia consegnato al nulla, che i volti amati non vengano cancellati dal tempo, che la malattia e la morte non pronuncino l’ultima parola sull’esistenza. In noi abita questa invincibile nostalgia d’eterno. In noi dimora la speranza di vivere per sempre.
Per questo Gesù può dire: «Non sia turbato il vostro cuore». Come a dire: non tradite ciò che nel profondo sapete già. Non rinnegate l’intuizione più vera che vi attraversa. Custodite quella voce segreta che vi abita, perché «il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce» (Pascal).
E Gesù aggiunge che un cammino esiste davvero. Una strada concreta per giungere alla verità di sé e, in fondo, alla felicità. Non una teoria, non un sistema, non un’ideologia: una forma di vita. È la via che egli stesso ha percorso e reso visibile: la via del bene, della cura, della compassione. Ogni volta che si ama, si spalancano spazi d’infinito. Ogni gesto d’amore ricrea il mondo, lo trasfigura, lo riconsegna alla sua origine luminosa.
Chi ama, lentamente, giunge a “indiarsi” (Dante, Paradiso, IV, 28): a lasciarsi permeare dal divino, a riconoscere che la propria sostanza più intima non è separata dalla Sorgente. ‘Indiarsi’, divinizzarsi significa divenire finalmente ciò che si è sempre stati, togliendo i veli che nascondono il nucleo sacro dell’essere.
Ancora una volta è Gesù a mostrare la strada perché questo accada: la piena umanità. Egli è stato così profondamente umano da rendersi trasparente al divino, diafano; fino a poter dire: «Chi vede me vede il Padre». Quando l’umano giunge alla sua maturità, il cielo appare nella carne, l’eterno respira nel tempo, l’invisibile prende volto.
E allora anche noi, nel lento lavoro dell’umanizzarci, scopriremo che il diamante custodito in noi attende soltanto di lasciarsi attraversare dalla Luce. Finché ciò che siamo divenga luminoso. Finché, attraversati dalla Luce, impariamo a essere Luce.

 
Paolo Scquizzato
 
Domenica, 26 Aprile 2026 09:06

Quarta Domenica di Pasqua - Anno A

Quarta Domenica di Pasqua - Anno A

Omelia di Paolo Scquizzato

Prima Lettura At 2,14a.36-41

Dagli Atti degli Apostoli
 

[Nel giorno di Pentecoste,] Pietro con gli Undici si alzò in piedi e a voce alta parlò così: «Sappia con certezza tutta la casa d'Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso».
All'udire queste cose si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?».
E Pietro disse loro: «Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo. Per voi infatti è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro».
Con molte altre parole rendeva testimonianza e li esortava: «Salvatevi da questa generazione perversa!». Allora coloro che accolsero la sua parola furono battezzati e quel giorno furono aggiunte circa tremila persone.

Salmo Responsoriale Sal 22 (23)

Alleluia, alleluia, alleluia.

Il Signore è il mio pastore:
non manco di nulla.
Su pascoli erbosi mi fa riposare,
ad acque tranquille mi conduce.
Rinfranca l'anima mia.

Mi guida per il giusto cammino
a motivo del suo nome.
Anche se vado per una valle oscura,
non temo alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro 
mi danno sicurezza

Davanti a me tu prepari una mensa
sotto gli occhi dei miei nemici.
Ungi di olio il mio capo;
il mio calice trabocca

Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne
tutti i giorni della mia vita,
abiterò ancora nella casa del Signore
per lunghi giorni.

 
Seconda Lettura  1Pt 2,20b-25
 
Dalla prima lettera di san Pietro apostolo
 
Carissimi, se, facendo il bene, sopporterete
con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio. A questo infatti siete stati chiamati, perché
anche Cristo patì per voi,
lasciandovi un esempio,
perché ne seguiate le orme:
egli non commise peccato
e non si trovò inganno sulla sua bocca;
insultato, non rispondeva con insulti,
maltrattato, non minacciava vendetta,
ma si affidava a colui che giudica con giustizia.
Egli portò i nostri peccati nel suo corpo
sul legno della croce, perché,
non vivendo più per il peccato,
vivessimo per la giustizia;
dalle sue piaghe siete stati guariti.
Eravate erranti come pecore,
ma ora siete stati ricondotti al pastore
e custode delle vostre anime.
 
Canto al Vangelo  (Gv 10,14)

 

Alleluia, alleluia.

Io sono il buon pastore, dice il Signore,
conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me.

Alleluia.

 

Vangelo Gv 10,1-10

Dal Vangelo secondo Giovanni
 
In quel tempo, Gesù disse:
«In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un'altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore.
Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei».
Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.
Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo.
Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza».

OMELIA

Gesù e il potere religioso si sono spesso trovati su rive opposte. Nell’uomo di Nazareth appare una resistenza radicale verso tutto ciò che trattiene l’essere umano sulla soglia della vita piena. Egli sembra intuire con lucidità che una delle forme più sottili del male consiste nel persuadere qualcuno di non essere degno, pronto, abbastanza puro per entrare nella gioia. Così nascono i custodi della soglia: figure che, servendosi della paura, convincono gli altri di essere fuori posto, in ritardo, inadatti all’amore.
La religione, quando smarrisce la sua sorgente, diventa facilmente questo: un sistema di accessi controllati. Promette la festa dell’esistenza, purché si rispettino condizioni, codici, formule, appartenenze. Trasforma il dono in premio, la grazia in salario, la felicità in ricompensa. Eppure la vita più vera non si lascia meritare. L’amore non si concede come stipendio morale. Nessun padre ama in proporzione alla performance dei figli. Per questo Gesù pronuncia parole durissime: «Guai a voi, dottori della Legge, che avete portato via la chiave della conoscenza; voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare voi l’avete impedito» (Lc 11,52).
Il dramma non è soltanto restare fuori. Il dramma è impedire ad altri di entrare. È aver fatto della fede una barriera, della coscienza una dipendenza, della sete spirituale un territorio sorvegliato. Quando accade, il sacro viene sequestrato e il cuore umano si abitua a mendicare ciò che gli appartiene da sempre.
Ai professionisti del timore Gesù oppone la libertà del vivente: «Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini» (Mc 7,7). Vi è una devozione che resta esteriore, impeccabile e sterile. La conosciamo bene; è quella che muove le labbra, ma non apre l’anima. Quella che è capace di osservare le regole, ma non genera vita; in grado anche di custodire l’ordine, ma dimentica la fioritura.
Per questo non abbiamo bisogno di guardiani – preti e prelati – davanti alla porta della felicità, né di mediatori che ci separino da ciò che siamo chiamati a diventare. Nel luogo più intimo di noi stessi esiste un orientamento profondo, una sapienza originaria, una coscienza capace di riconoscere il sentiero quando vi cammina con sincerità. Là dove tutto tace, qualcosa in noi sa.
Gesù si presenta infatti come il pastore buono che «chiama le sue pecore ciascuna per nome e le conduce fuori». È un’immagine decisiva e bellissima: non conduce dentro un recinto più perfetto, conduce fuori. Fuori dagli spazi angusti, fuori dalle paure ereditate, fuori dai sistemi che soffocano, fuori dalle immagini di Dio costruite per controllare. L’amore chiama per nome, mai per categoria. Non vede masse anonime ma volti. E in ultima istanza, non cerca sudditi, ma genera esseri liberi.
Ogni guida spirituale, ogni educatore, ogni persona a cui venga affidata la fragilità altrui, porta una responsabilità immensa: accompagnare senza possedere, orientare senza dominare, indicare senza sostituirsi. Servire la libertà dell’altro, non nutrirsi della sua dipendenza. Quando lo sguardo si allontana da questa misura evangelica, si toglie aria all’anima e si consegna la fiducia alla paura.
La verità, invece, resta semplice e disarmante: oltre il timore si apre spesso la stanza che cercavamo da sempre. Perché in fondo è proprio così, tutto ciò che desideriamo davvero sta dall’altra parte della paura.

 
Paolo Scquizzato
 
Domenica, 19 Aprile 2026 09:08

Terza Domenica di Pasqua - Anno A

Terza Domenica di Pasqua - Anno A

Omelia di Paolo Scquizzato

Prima Lettura At 2,14a.22-33

Dagli Atti degli Apostoli
 

[Nel giorno di Pentecoste,] Pietro con gli Undici si alzò in piedi e a voce alta parlò così:
«Uomini d'Israele, ascoltate queste parole: Gesù di Nàzaret - uomo accreditato da Dio presso di voi per mezzo di miracoli, prodigi e segni, che Dio stesso fece tra voi per opera sua, come voi sapete bene -, consegnato a voi secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio, voi, per mano di pagani, l'avete crocifisso e l'avete ucciso.
Ora Dio lo ha risuscitato, liberandolo dai dolori della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere. Dice infatti Davide a suo riguardo: "Contemplavo sempre il Signore innanzi a me; egli sta alla mia destra, perché io non vacilli. Per questo si rallegrò il mio cuore ed esultò la mia lingua, e anche la mia carne riposerà nella speranza, perché tu non abbandonerai la mia vita negli inferi né permetterai che il tuo Santo subisca la corruzione. Mi hai fatto conoscere le vie della vita, mi colmerai di gioia con la tua presenza".
Fratelli, mi sia lecito dirvi francamente, riguardo al patriarca Davide, che egli morì e fu sepolto e il suo sepolcro è ancora oggi fra noi. Ma poiché era profeta e sapeva che Dio gli aveva giurato solennemente di far sedere sul suo trono un suo discendente, previde la risurrezione di Cristo e ne parlò: "questi non fu abbandonato negli inferi, né la sua carne subì la corruzione".
Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni. Innalzato dunque alla destra di Dio e dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito Santo promesso, lo ha effuso, come voi stessi potete vedere e udire».

Salmo Responsoriale Sal 15 (16)

Alleluia, alleluia, alleluia.

Proteggimi, o Dio: in te mi rifugio.
Ho detto al Signore: «Il mio Signore sei tu».
Il Signore è mia parte di eredità e mio calice:
nelle tue mani è la mia vita. R.

Benedico il Signore che mi ha dato consiglio;
anche di notte il mio animo mi istruisce.
Io pongo sempre davanti a me il Signore,
sta alla mia destra, non potrò vacillare.

Per questo gioisce il mio cuore
ed esulta la mia anima;
anche il mio corpo riposa al sicuro,
perché non abbandonerai la mia vita negli inferi,
né lascerai che il tuo fedele veda la fossa.

Mi indicherai il sentiero della vita,
gioia piena alla tua presenza,
dolcezza senza fine alla tua destra.

 
Seconda Lettura  1Pt 1,17-21
 
Dalla prima lettera di san Pietro apostolo
 
Carissimi, se chiamate Padre colui che, senza fare preferenze, giudica ciascuno secondo le proprie opere, comportatevi con timore di Dio nel tempo in cui vivete quaggiù come stranieri.
Voi sapete che non a prezzo di cose effimere, come argento e oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta, ereditata dai padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia.
Egli fu predestinato già prima della fondazione del mondo, ma negli ultimi tempi si è manifestato per voi; e voi per opera sua credete in Dio, che lo ha risuscitato dai morti e gli ha dato gloria, in modo che la vostra fede e la vostra speranza siano rivolte a Dio.
 
Canto al Vangelo  (Cfr Lc 24,32)

 

Alleluia, alleluia.

Signore Gesù, facci comprendere le Scritture;
arde il nostro cuore mentre ci parli.

Alleluia.

 

Vangelo Lc 24,13-35

Dal Vangelo secondo Luca
 
Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo.
Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto».
Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.
Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro.
Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli oc- chi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?».
Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

 

OMELIA

definizione. Forse perché in quel secondo posto possiamo entrare tutti. Forse perché il Vangelo custodisce sempre uno spazio vuoto dove ciascuno possa riconoscersi. Qualcuno ha immaginato fosse una donna. Sarebbe meraviglioso: il cammino del disincanto attraversato insieme, uomo e donna, fianco a fianco, dentro la polvere del ritorno.
Se ne vanno da Gerusalemme, si allontanano dal centro, dalla città delle promesse, dal luogo dove pensavano sarebbe nato il compimento. Quando il cuore si spezza, anche i luoghi perdono significato. Si fugge da ciò che ricordava speranza. Si prende distanza da ciò che ha ferito. Non stanno solo cambiando strada: stanno lasciando dietro di sé un sogno andato in frantumi.
Sono crollate le immagini che avevano costruito. Le attese, i progetti, l’idea stessa di Dio. Eppure, il Nazareno li aveva preparati: “Se vi diranno: eccolo qui, eccolo là, non credeteci”. Come a dire: ogni volta che penserete di possedere il Mistero, lo avrete già smarrito. Ogni volta che rinchiuderete Dio in una formula, in una previsione, in un sistema, vi sarà già sfuggito tra le dita.
Forse il Mistero si avvicina proprio quando cadono le sue rappresentazioni. Quando si infrangono le immagini religiose troppo piccole. Quando cede il dio costruito dai desideri. Allora, nel vuoto lasciato dalle illusioni, accade una Presenza più vasta. Nella sua assenza, una vicinanza più intima. Nel suo silenzio, una parola che nessun rumore poteva contenere. Nel suo abbandono, una fedeltà ancora più profonda.
Il Risorto cammina con loro e loro non lo riconoscono. Accade spesso così. Lo sappiamo bene, la vita ci visita con passi umili. Il senso ci accompagna senza imporsi.
“Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella gloria?”. Parole ardue, da ascoltare senza superficialità. Non celebrano il dolore, non lo rendono sacro in sé. Dicono qualcosa di più essenziale: la pienezza dell’umano passa attraverso il reale. La gloria non nasce fuggendo la ferita, ma aprendola alla trasformazione. La maturità del cuore cresce attraversando ciò che la vita consegna.
Si entra nel compimento passando dentro ciò che accade. Anche attraverso ciò che non avremmo scelto. Attraverso la perdita, la notte, la vulnerabilità. La luce non elimina l’ombra, ma la trasfigura.
Gesù di Nazaret non si è costruito una vita ideale. Ha accolto la vita concreta. Ha abitato gli incontri, i rifiuti, l’amicizia, il tradimento, la solitudine, la morte. E in questo consenso profondo al reale ha rivelato una via. Non la via dell’eroe invincibile, ma quella dell’essere umano pienamente presente.
Ebbene, questo testo ci dice che tutto ciò che accade può diventare luogo di rivelazione. A noi è chiesto di imparare a stare con ciò che è. A rimanere accanto ai giorni luminosi e a quelli opachi. A non separarci da noi stessi quando arriva l’ombra. Sapendo che spesso l’ombra è la forma con cui la luce ci educa a una visione più vasta.
Quando smetteremo di commentare continuamente la vita, forse inizieremo finalmente a viverla. Quando deporremo il tribunale interiore che giudica ogni evento, si aprirà uno spazio nuovo. La gloria si dà non come trionfo esteriore, ma come pienezza del cuore, unità interiore, pace che respira anche dentro il limite.
Quei due discepoli vivevano di pensieri: credevano che, immaginavano che, erano convinti che. Ma il reale ha un’altra grammatica. Le cose accadono quasi sempre diversamente da come le avevamo scritte dentro di noi. Tutta la questione spirituale forse si concentra qui: il ‘diversamente’ contiene una luce? L’imprevisto custodisce una fecondità? Ciò che non volevamo può diventare via?
Il Vivente sembra suggerire di sì. Non perché tutto sia facile. Non perché tutto sia piacevole. Ma perché ciò che è accaduto, una volta accolto e attraversato, può generare coscienza, compassione, verità. La salvezza non è nella fantasia di come doveva andare. È nel contatto pieno con come sta andando adesso.
La conversione di quei due potrebbe essere stata il passaggio dall’adolescenza spirituale alla maturità. L’adolescenza fugge quando il mondo contraddice i desideri. Si ritira, accusa, si chiude, si lamenta. La maturità resta. Respira. Attraversa. Trasforma il pane ordinario in nutrimento condiviso e la propria ferita in spazio di comprensione per altri.
Per questo il riconoscimento avviene nel gesto più semplice: spezzare il pane. Nel quotidiano offerto. Nel dono di sé che non fa rumore. Nella fedeltà alle piccole cose. È lì che si aprono gli occhi.
E allora lo vediamo. Non come lo avevamo immaginato. Non come lo pretendevamo. Lo vediamo com’è: il Vivente, presente in ogni frammento attraversato con amore, nascosto nel cuore stesso della vita.

 
Paolo Scquizzato
 

Rilettura del decalogo: il X comandamento

Oggetto del divieto è la qualità di vita, come espressione della propria identità, come insieme qualificante di beni che nessuno può e deve violare.

Non desidererai la casa del tuo prossimo. Non desidererai la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo né la sua schiava, né il suo bue né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo» (Es 20,17). «Non desidererai la moglie del tuo prossimo. Non bramerai la casa del tuo prossimo né il suo campo, né il suo schiavo né la sua schiava, né il suo bue né il suo asino, né cosa alcuna appartenente al tuo prossimo» (Dt 5,21 ).

Torniamo a riproporre la citazione del testo biblico avviandoci a chiudere la nostra riflessione sul IX-X comandamento. Ovviamente lasceremo cadere l'attenzione alla donna d'altri, tranne che nell'orizzonte di partenza di Es 20,17: «La casa del tuo prossimo». A qualificare la "casa" è certamente la donna, la "propria" donna. Da qui, la già rilevata anomalia dell'accorpare la donna ai beni tutti.

La casa, sinonimo di famiglia


Come già detto, oggetto del divieto è la qualità di vita dell'altro, la sua prosperità, in entrambi i testi affidata alla metafora della "casa" che, poi, più che metafora è concrezione dell'optimum vitale. L'abitazione, si tratti di una "tenda" odi un "palazzo" o delle svariate sue forme intermedie, manifesta lo status sociale di chi vi abita; ne dice il prestigio o l'ordinarietà o la liminarità. Casa poi è sinonimo di famiglia nel senso allargato della cultura patriarcale. Da qui l'evocazione della donna come garanzia di quei figli legittimi che garantiscono l'asse ereditario, e la menzione di quanti cooperano a mantenerlo e a incrementarlo, schiavi e schiave, appunto. La casa, insomma, come biglietto da visita, come espressione della propria identità, come insieme qualificante di beni che nessuno può e deve violare.

Se vogliamo, in questi nostri tempi drammatici, il gesto di darsi fuoco dinanzi all'ingiunzione dello sfratto, alla perdita della propria abitazione per insolvenza, ci riporta a questa valenza radicale della "casa", non luogo funzionale di rifugio ma luogo identitario, senza il quale si passa da una condizione di "dignità" all'emarginazione dei "senza fissa dimora".

Certo, ritornando al comandamento e, più ancora, alla sua proposizione in Dt 5,21, in gioco è anche la distinzione tra "desiderio" e "brama". La "nobiltà" del desiderio è diretta alla "donna d'altri" come vertice dell'ottimizzazione della vita altrui, mentre la "brama" investe casa, campo, schiavi, beni. In verità, come sottolinea Ravasi nel già citato saggio Non desidererai la moglie e la casa del tuo prossimo (cf G. Ravasi - A. Tagliapietra, Non desiderare la donna e la roba d'altri, Bologna 2010): «...il "desiderio"... conserva la sua ambivalenza di brama tempestosa, istintuale, ma ha pure il valore di ispirazione alta, di celebrazione degli aneliti umani» (p. 15). Il turbine del desiderio (thymos), insomma, alla fine evoca le spire del fumo del sacrificare (thyein) in un intreccio semantico nativamente "ambivalente".

Ma veniamo alla "roba", ai beni dell'altro che non è lecito desiderare/bramare. In una situazione stanziale, ai beni ereditari appartiene anche la terra, quella porzione di terra che istituisce ogni membro delle tribù d'Israele nella sua dignità garantendogli i mezzi di sussistenza. Questo dell'assegnare la terra è modulo non solo biblico. Possederla e coltivarla è fondamentale nel mondo antico. Averne assegnata o riceverne in eredità una porzione qualifica gli individui maschi e anche le donne, in assenza di fratelli. Lavorare la terra, da sé o tramite altri, è impegno primario in una cultura non più nomade ma stanziale, lui e lui l'uno con il possederla, l'avere quei mezzi che consentano di ricavarne frutto. L'asino e il bue vanno visti in questa loro funzionalità. Sono mezzi di trasporto, ma anche risorsa energetica.

Ma, più in generale, donde nasce la necessità di porre un freno al desiderio/brama di ciò che appartiene a un altro? Il discorso è sì d'indole morale, ma soprattutto d'indole politica. E il buon vivere tra gli umani a esigere il rispetto reciproco, la tutela vicendevole di ciò che ottimizza l'esistenza. E allora perché desiderare ciò che appartiene a un altro? Cosa induce un soggetto umano, uomo o donna che sia, a rodersi dalla voglia di possedere ciò che non gli appartiene? Certamente alla radice può esservi la disparità. C'è chi ha e c'è chi non ha. Ed è ovvio che lo schiavo aspiri al benessere del padrone, che il povero guardi alla condizione di chi è ricco... Troppo spesso, però, il desiderio/brama cresce proporzionalmente ai beni che si possiedono. Né alla fine sono i beni l'oggetto del desiderio quanto il potere che il possedere comporta.

Lo scenario attuale non lascia dubbi. Il problema diventa allora la sperequazione, l'ingiusta sperequazione sul piano dei beni posseduti che. so da una parte, incentiva disagio e rivolta, dall'altra, paradossalmente, induce chi più ha a far di tutto per accrescere la sua "roba" sulla pelle degli altri, dei nuovi schiavi, senza dimenticare la prevaricazione sulle risorse accessorie: i nuovi asini e i nuovi buoi.

Se, per chi non ha, desiderare i beni altrui, il più delle volte significa emularlo; per chi ha. accumulare sempre più ricchezza, e a suo esclusivo vantaggio, diventa latrocinio, ruberia, intollerabile offesa alla dignità di ogni altro. Senza dimenticare che tutto ciò diventa merito, successo, riconoscimento di capacità straordinarie. Più semplicemente è latrocinio.

Mi si obietterà che riporto il discorso al "non rubare". Sinceramente, non saprei fare diversamente. Il problema dell'ingiustizia sociale, del doversi ripartire il 95-98% dell'umanità il 5% (?) delle risorse, mentre la ricchezza globale del pianeta sta nelle mani del 2-5% della popolazione mondiale è davvero intollerabile. Restare in silenzio è farsene complici.

Il problema dell'ingiustizia sociale

Non si può assecondare il desiderio/brama onnivoro che genera una povertà crescente e con essa guerra, destabilizzazione, malattie, fame. Tanto più che, lo abbiamo detto, l'oggetto vero del desiderio è la dissennata bramosia del potere. Sì, è il potere l'oscura macchina del desiderio depravato e bastardo. Potere che umilia: appropriarsi di ciò che dà dignità all'altro; potere che affama: ridurlo in condizione miserabile; potere che offende: rottamazione dell'altro, dei suoi diritti inalienabili; potere omicida: armi e guerra e rivalsa e oppressione.

L'ethos giudeo-cristiano ha veicolato le dieci parole e tra di esse quest'ultima. Ma il conservarne memoria non e divenuta pratica esistenziale compartita. Piuttosto a essere osservato è stata una sorta di controdecalogo. E questa resta la gravissima colpa nostra di Chiese e di comunità, di popoli e nazioni che, ciò malgrado, hanno rivendicato la radice ebraico-cristiana come costitutiva del proprio assetto culturale.

Si è elaborato un controcanto terrificante. Si è teorizzata una totale e radicale legittimità del desiderio/brama tacendone la domanda di prevaricazione e di potere. Oggi di fronte a un mondo in rivolta si seguita a non prendere atto d'aver proposto un modello unilateralmente veicolante il tornaconto di pochi. Ci si meraviglia della violenza, si insorge prendendo atto del pericolo oggettivo che altri realizzino un modello diverso che in apparenza contraddice comuni diritti acquisiti. Non ci si vuol rendere conto che si è incentivata una marcia diabolica per acquisire, a livello mondiale, quello stesso potere di cui l'Occidente è stato solerte custode nelle sue élites di industriali, finanzieri, magnati, oligarchi... il timore, ora, è che tanta creatività passi in altre mani.

Eppure sarebbe stato possibile un modello diverso. Ne avevamo gli strumenti. Li si è calpestati e ignorati in un delirio di onnipotenza. E ci si scandalizza ipocritamente di chi mette in scena l'irrilevanza della vita umana, magari - ma non lo abbiamo fatto anche noi? - facendo appello a istanze "religiose". Dinanzi all'orrore di attentati, decapitazioni, gabbie e roghi non ci si chiede neppure se tutto questo non lo si sia favorito nella smania di dare al mondo la forma ritenuta a torto ottimale - forma ingiusta, offensiva, disgiuntiva che ha accresciuto sempre più il numero dei poveri e ridotto, implementandone però le ricchezze, il numero dei ricchi; che ha sottratto alle comunità l'esercizio del potere per assecondare il monopolio di pochi. Una politica diversa nel segno della pace, una decisione forte come quella di dismettere la fabbricazione delle armi, una sincera revisione delle dinamiche perverse del potere come prevaricazione e personale vantaggio, una denuncia della sopraffazione a ogni costo, una pratica della politica come acquisizione, impegno per il bene comune, forse avrebbero potuto produrre un mondo diverso, solidale e cordiale, attento al reticolo delle differenze, alle voci variegate e molteplici degli altri.

Sia chiaro, non stigmatizzo il desiderio di una vita buona e bella, una estetica dell'esistenza che abbia quale molla, appunto, il desiderio. Esprimo piuttosto l'orrore verso il fraintendimento dell'ottimizzazione della vita che è oppressione, misconoscimento dell'altro/altra, svilimento della sua dignità, disprezzo delle sue potenzialità, ruberia di quanto di buono e di bello lo appassiona e seduce. Stigmatizzo la perversione del potere, demone oscuro che arma le nostre mani, anche quando ci piacerebbe pensare che gli assassini siano gli altri.

Stigmatizzo che da cristiani abbiamo taciuto e ignorato il comandamento dell'amore, prescindendo dal quale le dieci parole restano lettera morta e facilmente imboccano vie che le svuotano di senso. Solo il comandamento dell'amore restituisce le dieci parole a provocazione, palestra, tensione, utopia progettuale di alterità e comunione.

Cettina Mititello


(Tratto da Vita Pastorale, n. 4, 2015, pp. 64-65)

 

 

Domenica, 12 Aprile 2026 10:15

Essere testimoni (Rowan William)

Noi siamo testimoni" dice Pietro negli Atti, "di ciò che Gesù operò in Giudea, a Gerusalemme e in Galilea" (Atti 10,39). Ma il termine "testimoni" può, a prima vista, sembrare non forte abbastanza o non specifico. La testimonianza richiama le aule dei tribunali e le persone che raccontano che cosa hanno visto e, in questa accezione, testimone potrebbe essere chiunque. Ma la testimonianza apostolica è qualcosa di diverso. Non è soltanto perché Pietro è stato presente agli eventi accaduti in Giudea e in Gerusalemme, non solo perché egli e i suoi amici hanno visto Gesù da distante, ma perché la storia che loro ci raccontano è una storia che li ha cambiati. Ciò che essi hanno visto ha aperto loro profondità e possibilità che non avevano mai sperimentato prima. Sono testimoni non solo di ciò che Gesù fece in Giudea e in Gerusalemme, sono testimoni della sua risurrezione, loro hanno mangiato e bevuto con lui dopo che è risorto dai morti. Qualcosa è penetrato in loro che li ha resi non osservatori ma "condivisori" nella vita. E così quando raccontano questa storia, gli altri sperimentano qualcosa di quello hanno che essi sperimentato. "Mentre stava parlando discese lo Spirito Santo" (10,44) un momento terrificante, si potrebbe pensare. Pietro fu circondato da un'esplosione di fenomeni carismatici. Ma la storia che egli racconta è proprio quella, un racconto che fa accadere le cose. E alla fine del suo vangelo san Giovanni dice che la storia che sta raccontando, è una storia destinata a far accadere le cose. "Tutto questo è stato scritto perché voi crediate" (Gv 20,31); in modo che qualcosa avvenga a te e ti renda "presente" agli eventi. Che cosa significa esattamente raccontare una storia in modo che faccia accadere delle cose? Una delle cose importanti è che avvenga "un momento di riconoscimento". Tu ascolti la storia di Gesù del suo ministero, della sua morte, della sua risurrezione e qualcosa in te dice: "Sì, questa è la storia nella quale tutte le mie memorie e le mie speranze trovano il loro posto. Questa è la storia alla quale appartengo. Ho ascoltato la storia di Gesù che raggiunge gli emarginati, i colpevoli, i dimenticati e penso: Sì la mia storia sta qui". Ascolto la storia di Gesù nel nome di Dio, che si è abbassato in umiltà e riverenza verso le creature che ha fatto, e penso, quasi con un brivido di terrore misto a delizia: "questa è la mia storia, Dio mi ha fatto per la sua gloria", lo riconosco qualcosa, il mio cuore e la mia anima si sono aperti come non hanno mai fatto. "Il mio cuore brucia con me". Spesso, nella Bibbia parole di questo tipo sono usate per dire come il racconto di una storia, il pronunciare una parola aprano improvvisamente profondità mai immaginate prima. E allora riconosci che nel profondo, al centro della tua essenza, della tua vita, là c'è Gesù, lo straniero che è anche il più profondamente a casa nelle profondità della tua realtà.

Il Vangelo è scritto in modo tale che noi possiamo riconoscere che questa è la nostra storia. Proprio quando Pietro inizia a parlare di Gesù che serve, che ama, che muore e che risorge, l'eccitazione del "riconoscimento" è troppo grande per essere contenuta e lo Spirito Santo straripa e invade i cuori. E che cosa è di noi, eredi della testimonianza apostolica? Come iniziamo a raccontare una storia che ha fatto "accadere eventi" poiché questo è il nostro incarico, il nostro compito? dobbiamo raccontare la storia di Gesù in un modo tale che tutti coloro che ascoltano abbiano da dire a se stessi: "Sì, questa è la mia storia e non l'ho mai saputo prima. Questo è il mondo a cui appartengo, questa è la mia eredità, sebbene là io non abbia mai vissuto". Cerchiamo di parlare con parole che evochino quel tipo di riconoscimento, sapendo che, come ci ricorda l'Antico Testamento, "la parola non è lontana da ciascuno di noi" e se raccontiamo con verità e con gioia la storia di Gesù, allora la Parola di Dio incorporata in quel racconto e in quella persona, veramente non sarà lontana da nessuno dei nostri uditori. In queste due ultime settimane abbiamo parlato spesso di come raccontare le nostre storie. Non è forse quasi un cliché? In un incontro cristiano organizzato bene raccontiamo le nostre storie. E questo è giusto poiché una delle cose più significative che ogni credente possa fare è dire "Vieni e ti dirò quello che Gesù ha fatto per la mia anima" ma mentre ascoltiamo gli uni gli altri le nostre storie, io spero e prego che abbiamo ascoltato e riconosciuto l'unica storia che fa la differenza, l'unica storia che cambia il mondo, che cambia il modo di come vediamo noi stessi, Dio e ogni cosa. E se ciò è stato parte della nostra esperienza in questa conferenza, allora noi possiamo tornare alle nostre mansioni locali per raccontare la storia di questo incontro, di questa Conferenza di Lambeth, in modo che divenga anch'essa una storia che fa accadere le cose. Possiamo chiedere a Dio di darci la forza e renderci capaci, in modo da parlare di ciò che qui abbiamo ricevuto che qualcosa faccia cambiare e crescere e approfondire nelle comunità cristiane alle quali apparteniamo. Possiamo tentare di raccontare la storia della Conferenza di Lambeth 2008 così che accada qualcosa, così che Cristo diventi vivo negli altri. E mentre siamo arrivati alla conclusione della nostra Conferenza giustamente e comprensibilmente portiamo tutti i nostri pensieri, le nostre riflessioni, le nostre memorie, le nostre frustrazioni in una liturgia nella quale quello che facciamo e proprio raccontare la storia che fa accadere qualcosa. Raccontiamo la storia di come la parola di Dio fatta carne, vivente in mezzo a noi, nella notte prima di offrire se stesso perché noi potessimo vivere, prese il pane, lo spezzò, e lo diede ai suoi. Noi raccontiamo quella storia e qualcosa accade, qualcosa che ci rende capaci di riconoscere, di nuovo ancora, che la cosa più profonda in noi è che Dio ci invita a condividere la sua mensa, a condividere la sua compagnia, a metterci vicino al suo cuore. Quella cosa in noi che Dio invita e attende, tesi verso di lui per essergli vicino, vicino al cuore del Padre, come è detto nella frase del vangelo. Qui in questa Eucaristia, noi facciamo esperienza - ciascuno di noi - di cosa per una storia che deve essere narrata fa si che qualcosa accada, una storia che cambia non solo il pane e il vino e il credente ma l'intero mondo: poiché qui, in mezzo a noi c'è l'inizio della fine, la realizzazione della speranza di tutta la creazione, di tutti i popoli, di tutte le realtà raccolte insieme nel pane spezzato e nel vino versato. Questa è la nostra storia e la nostra canzone a questa e ad ogni Eucaristia. E rafforzati dalla risurrezione, la vita che ci è data, andiamo fuori per raccontare la storia in modo nuovo, andiamo fuori sorretti dalla fiducia che quando parliamo da questo cuore della realtà che è il pane spezzato della verità di Gesù e dell'amore di Gesù, avverrà il "riconoscimento": le sorgenti saranno liberate, il deserto fiorirà e lo Spirito sarà dato in abbondanza.

Il Signore ci dia la grazia per raccontare questa storia. Possa il Signore effondere il suo Spirito in ciascuno di noi in tutte le nostre parole e azioni di testimonianza così che qualcosa accada e in quello si riveli lo Spirito Santo di Dio. Amen

 

Rowan William

(arcivescovo di Canterbury dal 2002 al 2012)

(Omelia pronunciata in occasione della celebrazione eucaristica a conclusione della Conferenza di Lambeth, 3 agosto 2008)

 

Seconda Domenica di Pasqua o della Divina Misericordia - Anno A

Omelia di Paolo Scquizzato

Prima Lettura At 2,42-47

Dagli Atti degli Apostoli
 

[Quelli che erano stati battezzati] erano perseveranti nell'insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere.
Un senso di timore era in tutti, e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli.
Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno.
Ogni giorno erano perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo.
Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati.


Salmo Responsoriale Sal 117 (118)

Alleluia, alleluia, alleluia.

Dica Israele:
«Il suo amore è per sempre».
Dica la casa di Aronne:
«Il suo amore è per sempre».
Dicano quelli che temono il Signore:
«Il suo amore è per sempre». 

Mi avevano spinto con forza per farmi cadere,
ma il Signore è stato il mio aiuto.
Mia forza e mio canto è il Signore,
egli è stato la mia salvezza.
Grida di giubilo e di vittoria
nelle tende dei giusti:
la destra del Signore ha fatto prodezze.

La pietra scartata dai costruttori
è divenuta la pietra d'angolo.
Questo è stato fatto dal Signore:
una meraviglia ai nostri occhi.
Questo è il giorno che ha fatto il Signore:
rallegriamoci in esso ed esultiamo!

 
Seconda Lettura  1Pt 1,3-9
 
Dalla prima lettera di san Pietro apostolo
 
Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per un'eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce. Essa è conservata nei cieli per voi, che dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede, in vista della salvezza che sta per essere rivelata nell'ultimo tempo.
Perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere, per un po' di tempo, afflitti da varie prove, affinché la vostra fede, messa alla prova, molto più preziosa dell'oro - destinato a perire e tuttavia purificato con fuoco -, torni a vostra lode, gloria e onore quando Gesù Cristo si manifesterà. Voi lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre raggiungete la mèta della vostra fede: la salvezza delle anime.
 
Canto al Vangelo  (Gv 20,29)

 

Alleluia, alleluia.

Perché mi hai veduto, Tommaso, tu hai creduto;
beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!

Alleluia.

 

Vangelo Gv 20,19-31

Dal Vangelo secondo Giovanni
 
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

 

OMELIA

Gesù risorto si manifesta ai suoi nel ‘giorno Uno’, come dice il testo originario greco: il giorno che non appartiene più alla successione dei giorni, il varco oltre il tempo, la soglia di un’altra qualità dell’essere. Non è un momento tra gli altri. È l’inizio che non ha un prima, la nascita che accade sempre. Ora.
I discepoli li troviamo serrati dentro stanze e paure. Le porte sono sprangate, eppure Lui è lì, in mezzo. Sappiamo che porta sulle mani e il costato il segno delle ferite; è memoria viva di ciò che è stato, e proprio lì — dentro quella storia ferita— accade la trasfigurazione. L’amore non evita, non rimuove, non si difende: passa attraverso, e solo così trasforma (cfr. Gv 12,24).
Ora sta ‘in mezzo’. Interessante: non sopra. Non distante. Non separato. In mezzo: luogo dell’uguaglianza, dello scambio, della prossimità reale. Dove nessuno è inferiore, dove nessuno domina. Lo aveva detto: «Io sto in mezzo a voi come colui che serve» (Lc 22,27). È questa la forma di Dio: una presenza che non schiaccia, non s’impone ma sostiene offrendosi.
In quel Cenacolo sono presenti coloro che l’hanno abbandonato, tradito e rinnegato. A questi non rivolge rimproveri. Non riapre il passato. Dona una sola parola: pace. E poi compie un gesto ancora più radicale: soffia. Dona il suo respiro. Non un’idea, non una dottrina, ma il soffio stesso della vita.
È il respiro delle origini, quello che, secondo il racconto antico, fu insufflato nell’umano perché diventasse vivente (cfr. Gen 2,7). Ora quel soffio non viene più dall’esterno: è già dentro. È la nostra sorgente nascosta, la trama profonda del nostro essere, ciò che siamo prima di ogni maschera. È il Sé che attende di essere riconosciuto.
Noi, spesso raccolti nei nostri sepolcri interiori, prigionieri di paure sottili e diffuse, continuiamo a dimenticarlo. Eppure, non c’è nulla da conquistare, nulla da aggiungere. C’è da accorgersi. C’è da ritornare. C’è solo da respirare.
Respirare fino a sentire che ciò che ci abita è vita stessa, che il fondamento non è vuoto ma presenza. Respirare fino a dimorare lì, dove tutto è già dato.
Allora le parole finali acquistano un altro spessore: «A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati…» (Gv 20,23). Non si tratta di un privilegio riservato ai preti, tanto meno di un potere d’amministrare da parte di una Chiesa. È una responsabilità che nasce dall’esperienza, ad appannaggio di tutti. Chi ha toccato la vita, la trasmette; chi ha riconosciuto la luce ora la irradia.
Perdonare diventa dunque lasciar passare la vita, non trattenerla più. Aprire varchi, spazi prima impensabili e non chiudere i conti. Restituire respiro dove si è fatto corto.
E gli altri? Restano liberi. Sempre. Perché la luce non costringe, non invade, al massimo si offre. Tutto è già qui. Tutto è già dato. Accade ora.
E ora, respira!
 
Paolo Scquizzato
 
Domenica di Pasqua - Resurrezione del Signore - Anno A

Omelia di Paolo Scquizzato

Prima Lettura At 10,34a.37-43

Dagli Atti degli Apostoli
 

In quei giorni, Pietro prese la parola e disse: «Voi sapete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, cominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni; cioè come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nàzaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui.
E noi siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme. Essi lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che si manifestasse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti.
E ci ha ordinato di annunciare al popolo e di testimoniare che egli è il giudice dei vivi e dei morti, costituito da Dio. A lui tutti i profeti danno questa testimonianza: chiunque crede in lui riceve il perdono dei peccati per mezzo del suo nome».


Salmo Responsoriale Sal 117 (118)

Alleluia, alleluia, alleluia.

Rendete grazie al Signore perché è buono,
perché il suo amore è per sempre.
Dica Israele:
«Il suo amore è per sempre».

La destra del Signore si è innalzata,
la destra del Signore ha fatto prodezze.
Non morirò, ma resterò in vita
e annuncerò le opere del Signore.

La pietra scartata dai costruttori
è divenuta la pietra d'angolo.
Questo è stato fatto dal Signore:
una meraviglia ai nostri occhi.

 
Seconda Lettura  Col 3,1-4
 
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossesi
 
Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra.
Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio! Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria.
 
Canto al Vangelo  (Cf. 1Cor 5,7-8)

 

Alleluia, alleluia.

Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato:
facciamo festa nel Signore.

Alleluia.

 

Vangelo Gv 20,1-9

Dal Vangelo secondo Giovanni
 
Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall'altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto!».
Pietro allora uscì insieme all'altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l'altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario - che era stato sul suo capo - non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.
Allora entrò anche l'altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.

 

OMELIA

Alcune donne e alcuni uomini, per un breve tratto di tempo, hanno camminato accanto a Gesù di Nazareth, lungo strade aride e polverose. Eppure, ciò che accadde in quel tratto di vita non appartiene alla polvere, ma al fuoco.
Dev’essere stata un’esperienza capace di scardinare l’esistenza dalle sue abitudini, di spezzare l’inerzia del vivere. Non un insegnamento tra altri, non una morale più alta, ma qualcosa di più radicale, paragonabile ad un risveglio.
«Deve aver avuto l’effetto di un ridestarsi dopo un lungo sonno, come un appello ad abbandonare la non-vita per entrare nella realtà, come un lacerare sogni angosciosi, come un aprire gli occhi alla luce. Con Gesù accanto quelle donne e quegli uomini percepirono che la vita merita d’essere vissuta, perché colma di promessa di infinito, perché finalmente amate, accolte, ridestate alla dignità, perché oggetto di amore da sempre» (Eugen Drewermann).
Chi l’ha incontrato davvero, non ha semplicemente cambiato idea: ha cambiato stato dell’essere. Ha compiuto un passaggio di soglia. Il tempo ha cessato di essere una linea che scorre, lo spazio ha smesso di essere distanza. Tutto si è raccolto in un presente vivo, vibrante, senza margini. Un presente che non passa.
E qualcosa di questo, in fondo, lo conosciamo anche noi. Accade quando, anche solo per un istante, ci sentiamo interi. Quando l’amore ci raggiunge senza condizioni. Quando smettiamo di difenderci e, senza sforzo, siamo. In quei momenti non siamo più separati: né dagli altri, né da noi stessi, né dal tutto.
È come se per un attimo cadessero le distinzioni che ci tengono frammentati: dentro e fuori, sopra e sotto, io e altro. E ciò che resta è una semplice, luminosa evidenza: partecipiamo della stessa essenza che tutto genera e tutto attraversa.
Forse è questo che chiamiamo risurrezione. Non un evento da collocare altrove, ma uno stato di coscienza. Un aprirsi alla consapevolezza di essere immersi – e costituiti – da ciò che è senza confini: l’Uno, il Tutto.
La morte, allora, non è prima di tutto un fatto biologico. È dimenticanza, sonno. È vivere senza ricordare chi siamo.
Vivere da risorti significherà dunque abitare il quotidiano con questa memoria viva.
Significa attraversare i giorni da desti, non più identificati con le nostre paure, i nostri ruoli, le nostre storie e illusioni, ma radicati in una profondità che non può essere ferita.
È lasciar emergere, nel gesto più semplice, quella qualità dell’essere che chiamiamo divina.
In fondo, si tratta di rispondere a ciò che continuamente ci chiama: «il divino che chiama e dona potere alla vita umana per infrangere le barriere che ci imprigionano in una percezione distorta di ciò che significa essere umani, mettere da parte i confini che abbiamo creato nella nostra ricerca umana di sicurezza, andare oltre questi confini ed entrare nel significato di Dio» (John Shelby Spong).
E allora la domanda non è più se la risurrezione sia avvenuta o meno duemila anni fa. Ma se siamo disposti, oggi, a vivere da risvegliati, ossia da risorti.

 
Paolo Scquizzato
 
Domenica delle Palme - Passione del Signore

Omelia di Paolo Scquizzato

Prima Lettura Is 50,4-7

Dal libro del profeta Isaia
 

Il Signore Dio mi ha dato una lingua da discepolo,
perché io sappia indirizzare
una parola allo sfiduciato.
Ogni mattina fa attento il mio orecchio
perché io ascolti come i discepoli.
Il Signore Dio mi ha aperto l'orecchio
e io non ho opposto resistenza,
non mi sono tirato indietro.
Ho presentato il mio dorso ai flagellatori,
le mie guance a coloro che mi strappavano la barba;
non ho sottratto la faccia
agli insulti e agli sputi.
Il Signore Dio mi assiste,
per questo non resto svergognato,
per questo rendo la mia faccia dura come pietra,
sapendo di non restare confuso.


Salmo Responsoriale Sal 21 (22)

Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?

Si fanno beffe di me quelli che mi vedono,
storcono le labbra, scuotono il capo:
«Si rivolga al Signore; lui lo liberi,
lo porti in salvo, se davvero lo ama!».

Un branco di cani mi circonda,
mi accerchia una banda di malfattori;
hanno scavato le mie mani e i miei piedi.
Posso contare tutte le mie ossa.

Si dividono le mie vesti,
sulla mia tunica gettano la sorte.
Ma tu, Signore, non stare lontano,
mia forza, vieni presto in mio aiuto.

Annuncerò il tuo nome ai miei fratelli,
ti loderò in mezzo all'assemblea.
Lodate il Signore, voi suoi fedeli,
gli dia gloria tutta la discendenza di Giacobbe,
lo tema tutta la discendenza d'Israele.

 
Seconda Lettura  Fil 2,6-11
 
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippesi
 
Cristo Gesù,
pur essendo nella condizione di Dio,
non ritenne un privilegio
l’essere come Dio,
ma svuotò se stesso
assumendo una condizione di servo,
diventando simile agli uomini.
Dall’aspetto riconosciuto come uomo,
umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e a una morte di croce.
Per questo Dio lo esaltò
e gli donò il nome
che è al di sopra di ogni nome,
perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra,
e ogni lingua proclami:
«Gesù Cristo è Signore!»,
a gloria di Dio Padre.
 
Canto al Vangelo (Fil 2,8-9)

 

Lode e onore a te, Signore Gesù!

Per noi Cristo si è fatto obbediente fino alla morte
e a una morte di croce.
Per questo Dio lo esaltò
e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome. 

Lode e onore a te, Signore Gesù!

 

Vangelo Mt 26,14-27,66

Dal Vangelo secondo Mattero
 

Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?
In quel tempo, uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai capi dei sacerdoti e disse: «Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d'argento. Da quel momento cercava l'occasione propizia per consegnare Gesù.

- Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?
Il primo giorno degli Ázzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Ed egli rispose: «Andate in città da un tale e ditegli: "Il Maestro dice: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli"». I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua.

Uno di voi mi tradirà
Venuta la sera, si mise a tavola con i Dodici. Mentre mangiavano, disse: «In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». Ed essi, profondamente rattristati, cominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?». Ed egli rispose: «Colui che ha messo con me la mano nel piatto, è quello che mi tradirà. Il Figlio dell'uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell'uomo dal quale il Figlio dell'uomo viene tradito! Meglio per quell'uomo se non fosse mai nato!». Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l'hai detto».

Questo è il mio corpo; questo è il mio sangue
Ora, mentre mangiavano, Gesù prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e, mentre lo dava ai discepoli, disse: «Prendete, mangiate: questo è il mio corpo». Poi prese il calice, rese grazie e lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell'alleanza, che è versato per molti per il perdono dei peccati. Io vi dico che d'ora in poi non berrò di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi, nel regno del Padre mio». Dopo aver cantato l'inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.

Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge
Allora Gesù disse loro: «Questa notte per tutti voi sarò motivo di scandalo. Sta scritto infatti: "Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge". Ma, dopo che sarò risorto, vi precederò in Galilea».

Pietro gli disse: «Se tutti si scandalizzeranno di te, io non mi scandalizzerò mai». Gli disse Gesù: «In verità io ti dico: questa notte, prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte». Pietro gli rispose: «Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò». Lo stesso dissero tutti i discepoli.

Cominciò a provare tristezza e angoscia
Allora Gesù andò con loro in un podere, chiamò Getsèmani, e disse ai discepoli: «Sedetevi qui, mentre io vado là a pregare». E, presi con sé Pietro ei due figli di Zebedeo, cominciarono a provare tristezza e angoscia. E disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me». Andò un poco più avanti, cadde faccia a terra e pregava, dicendo: «Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!».

Poi venne dai discepoli e li trovò addormentati. E disse a Pietro: «Così, non siete stati capaci di vegliare con me una sola ora? Vegliate e pregate, per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole». Si allontanò una seconda volta e pregò dicendo: «Padre mio, se questo calice non può passare via senza che io lo beva, si compia la tua volontà». Poi venne e li trovò di nuovo addormentati, perché i loro occhi si erano fatti pesanti. Li lasciò, si allontanò di nuovo e pregò per la terza volta, ripetendo le stesse parole. Poi si avvicinò ai discepoli e disse loro: «Dormite pure e riposatevi! Ecco, l'ora è vicina e il Figlio dell'uomo viene consegnato in mano ai peccatori. Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino».

Misero le mani addosso a Gesù e lo arrestarono

Mentre ancora egli parlava, ecco arrivare Giuda, uno dei Dodici, e con lui una grande folla con spade e bastoni, mandato dai capi dei sacerdoti e dagli anziani del popolo. Il traditore aveva dato loro un segno, dicendo: «Quello che bacerò, è lui; arrestatelo!». Subito si avvicinò a Gesù e disse: «Salve, Rabbì!». E lo baciò. E Gesù gli disse: «Amico, per questo sei qui!». Allora si fecero avanti, misero le mani addosso a Gesù e lo arrestarono. Ed ecco, uno di quelli che erano con Gesù impugnò la spada, la estrasse e colpì il servo del sommo sacerdote, staccandogli un orecchio. Allora Gesù gli disse: «Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno. O credi che io non possa pregare il Padre mio, che metterebbe subito a mia disposizione più di dodici legioni di angeli? Ma allora come si compirebbero le Scritture, secondo le quali così deve avvenire?». In quello stesso momento Gesù disse alla folla: «Come se fossi un ladro siete venuti a prendermi con spade e bastoni. Ogni giorno sedevo nel tempio a insegnare, e non mi avete arrestato. Ma tutto questo è avvenuto perché si compissero le Scritture dei profeti». Allora tutti i discepoli lo abbandonarono e fuggirono.

Vedrete il Figlio dell'uomo seduto alla destra della Potenza

Quelli che avevano arrestato Gesù lo condussero dal sommo sacerdote Caifa, presso il quale si erano riuniti gli scribi e gli anziani. Pietro intanto lo aveva seguito, da lontano, fino al palazzo del sommo sacerdote; entrò e stava seduto fra i servi, per vedere come sarebbe andata a finire.

I capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano una falsa testimonianza contro Gesù, per metterlo a morte; ma non la trovarono, sebbene si fossero presentati molti falsi testimoni. Finalmente se ne presentarono due, che affermarono: «Costui ha dichiarato: "Posso distruggere il tempio di Dio e ricostruirlo in tre giorni"». Il sommo sacerdote si alzò e gli disse: «Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?». Ma Gesù taceva. Allora il sommo sacerdote gli disse: «Ti scongiuro, per il Dio vivente, di dirci se sei tu il Cristo, il Figlio di Dio». «Tu l'hai detto - gli rispose Gesù -; anzi io vi dico: d'ora innanzi vedrete il Figlio dell'uomo seduto alla destra della Potenza e venire sulle nubi del cielo».

Allora il sommo sacerdote si stracciò le vesti dicendo: «Ha bestemmiato! Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? Ecco, ora avete udito la bestemmia; che ve ne pare?». E quelli risposero: «È reo di morte!». Allora gli sputarono in faccia e lo percossero; altri lo schiaffeggiarono, dicendo: «Fa' il profeta per noi, Cristo! Chi è che ti ha colpito?».

Prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte
Pietro intanto se ne stava seduto fuori, nel cortile. Una giovane serva gli si avvicinò e disse: «Anche tu eri con Gesù, il Galileo!». Ma egli negò davanti a tutti dicendo: «Non capisco che cosa dici». Mentre usciva verso l'atrio, lo vide un'altra serva e disse ai presenti: «Costui era con Gesù, il Nazareno». Ma egli negò di nuovo, giurando: «Non conosco quell'uomo!». Dopo un poco, i presenti si avvicinarono e dissero a Pietro: «È vero, anche tu sei uno di loro: infatti il ​​tuo accento ti tradisce!». Allora egli cominciò a imprecare e a giurare: «Non conosco quell'uomo!». E subito un gallo cantò. E Pietro si ricordò della parola di Gesù, che aveva detto: «Prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte». E, uscito fuori, pianse amaramente.

Consegnarono Gesù al governatore Pilato

Venuto il mattino, tutti i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo tennero consiglio contro Gesù per farlo morire. Poi lo misero in catene, lo condussero via e lo consegnarono al governatore Pilato.
Allora Giuda - colui che lo tradì -, vedendo che Gesù era stato condannato, preso dal rimorso, riportò le trenta monete d'argento ai capi dei sacerdoti e agli anziani, dicendo: «Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente». Ma quelli dissero: «A noi che importa? Pensaci tu!». Egli allora, gettò le monete d'argento nel tempio, si allontanò e andò a impiccarsi. I capi dei sacerdoti, raccolte le monete, dissero: «Non è lecito metterle nel tesoro, perché sono prezzo di sangue». Tenuto consiglio, comprarono con esse il "Campo del vasaio" per la sepoltura degli stranieri. Perciò quel campo fu chiamato "Campo di sangue" fino al giorno d'oggi. Allora si compì quanto era stato detto per mezzo del profeta Geremia: «E presero trenta monete d'argento, il prezzo di colui che a tal prezzo fu valutato dai figli d'Israele, e le diedero per il campo del vasaio, come mi aveva ordinato il Signore».

Sei tu il re dei Giudei?
Gesù intanto comparve davanti al governatore, e il governatore lo interrogò dicendo: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Tu lo dici». E mentre i capi dei sacerdoti e gli anziani lo accusavano, non rispose nulla.

Allora Pilato gli disse: «Non senti quante testimonianze portano contro di te?». Ma non gli rispose neanche una parola, tanto che il governatore rimase assai stupito. A ogni festa, il governatore era solito rimettere in libertà per la folla un carcerato, a loro scelta. In quel momento avevano un carcerato famoso, di nome Barabba. Perciò, alla gente che si era radunata, Pilato disse: «Chi volete che io rimetta in libertà per voi: Barabba o Gesù, chiamato Cristo?». Sapeva bene infatti che glielo avevano consegnato per invidia.

Mentre egli sedeva in tribunale, sua moglie gli mandò a dire: «Non avere a che fare con quel giusto, perché oggi, in sogno, sono stata molto turbata per causa sua». Ma i capi dei sacerdoti e gli anziani persuasero la folla a chiedere Barabba ea far morire Gesù. Allora il governatore domandò loro: «Di questi due, chi volete che io rimetta in libertà per voi?». Quelli risposero: «Barabba!». Chiese loro Pilato: «Ma allora, che farò di Gesù, chiamerà Cristo?». Tutti risposero: «Sia crocifisso!». Ed egli disse: «Ma che male ha fatto?». Essi allora gridavano più forte: «Sia crocifisso!».

Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto aumentava, prese dell'acqua e si lavò le mani davanti alla folla, dicendo: «Non sono responsabile di questo sangue. Pensateci voi!». E tutto il popolo rispose: «Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli». Allora rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso.

Salve, re dei Giudei!
Allora i soldati del governatore condussero Gesù nel pretorio e gli radunarono attorno tutta la truppa. Lo spogliarono, gli fecero indossare un mantello scarlatto, intrecciarono una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero una canna nella mano destra. Poi, inginocchiandosi davanti a lui, lo deridevano: «Salve, re dei Giudei!». Sputandogli addosso, gli tolsero di mano la canna e lo percuotevano sul capo. Dopo averlo deriso, lo spogliarono del mantello e gli rimisero le sue vesti, poi lo condussero via per crocifiggerlo.

Insieme a lui vennero crocifissi due ladroni
Mentre uscivano, incontrarono un uomo di Cirene, chiamato Simone, e lo costrinsero a portare la sua croce. Giunti al luogo detto Gòlgota, che significa «Luogo del cranio», gli diedero da bere vino mescolato con fiele. Egli lo assaggiò, ma non ne volle bere. Dopo averlo crocifisso, si divisero le sue vesti, tirandole a sorte. Poi, seduti, gli facevano la guardia. Al di sopra del suo capo posero il motivo scritto della sua condanna: «Costui è Gesù, il re dei Giudei». 
Insieme a lui vennero crocifissi due ladroni, uno a destra e uno a sinistra.

Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce!
Quelli che passavano di lì lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo: «Tu, che distruggi il tempio e in tre giorni lo ricostruisci, salva te stesso, se tu sei Figlio di Dio, e scendi dalla croce!». Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi e gli anziani, facendosi beffe di lui dicevano: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso! È il re d'Israele; scenda ora dalla croce e crederemo in lui. Ha confidato in Dio; lo liberi lui, ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: "Sono Figlio di Dio!"». Anche i ladroni crocifissi con lui lo insultavano allo stesso modo.

Elì, Elì, lemà sabactàni? 
A mezzogiorno si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: «Elì, Elì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Costui chiama Elia». E subito uno di loro corse a prendere una spugna, la inzuppò di aceto, la fissò su una canna e gli dava da bere. Gli altri dicevano: «Lascia! Vediamo se viene Elia a salvarlo!». Ma Gesù di nuovo gridò a gran voce ed emise lo spirito.

Qui ci si genuflette e si fa una breve pausa

Ed ecco, il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo, la terra tremò, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi, che erano morti, risuscitarono. Uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti. Il centurione, e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, alla vista del terremoto e di quello che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: «Davvero costui era Figlio di Dio!».

Vi erano là anche molte donne, che osservavano da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo. Tra queste c'erano Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedèo.

Giuseppe prese il corpo di Gesù e lo depose nel suo sepolcro nuovo
Venuta la sera, giunse un uomo ricco, di Arimatèa, chiamato Giuseppe; anche lui era diventato discepolo di Gesù. Questi si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Pilato allora ordinò che gli fosse consegnato. Giuseppe prese il corpo, lo avvolse in un lenzuolo pulito e lo depose nel suo sepolcro nuovo, che si era fatto scavare nella roccia; rotolata poi una grande pietra all'entrata del sepolcro, se ne andò. Lì, sedute di fronte alla tomba, c'erano Maria di Màgdala e l'altra Maria.

Avete le guardie: andate e assicurate la sorveglianza come meglio credete
Il giorno seguente, quello dopo la Parascève, si riunirono presso Pilato i capi dei sacerdoti e i farisei, dicendo: «Signore, ci siamo ricordati che quell'impostore, mentre era vivo, disse: "Dopo tre giorni risorgerò". Ordina dunque che la tomba venga vigilata fino al terzo giorno, perché non arrivino i suoi discepoli, lo rubino e poi dicano al popolo: "È risorto dai morti". Così quest'ultima impostura sarebbe peggiore della prima!». Pilato disse loro: «Avete le guardie: andate e assicurate la sorveglianza come meglio credete». Essi andarono e, per rendere sicura la tomba, sigillarono la pietra e vi lasciarono le guardie.

 

OMELIA

Nel racconto della Passione, accade qualcosa di profondamente umano e disarmante: ciascuno si scopre capace di ciò che non avrebbe mai voluto compiere.
Pietro giura fedeltà al suo amico Gesù e, poco dopo, si smarrisce davanti allo sguardo di una serva. Giuda Iscariota consegna il suo Maestro e poi precipita nel peso insopportabile del rimorso. Ponzio Pilato intuisce l’innocenza di Gesù, ma tradisce la propria coscienza per calcolo e paura.
Ed è qui che emerge la domanda: quanto siamo davvero liberi? E quanto, invece, siamo attraversati da forze che ci superano, che ci spingono oltre le nostre stesse intenzioni?
«Lo spirito è pronto, ma la carne è debole» (Mt 26,41) ebbe a dire Gesù.
Eppure, dentro questa trama di fragilità, si apre un varco inatteso. Sono le donne.
Nel racconto della passione, esse appaiono come le uniche in cui pensiero e azione coincidono. Non si scindono. Non si tradiscono. Rimangono. Custodiscono. Intuiscono.
Si fidano di ciò che vedono dentro, persino dei sogni. Come la moglie di Pilato, che osa dire: «Non avere a che fare con quel giusto, perché oggi in sogno sono stata molto turbata per causa sua» (Mt 27,19).
Forse il femminile è proprio questo: l’ultimo luogo dove la vita non è ancora stata soffocata dal calcolo. L’ultimo spazio dove si crede ancora alla giustizia, alla compassione, all’amore.
E allora, più che imparare, dovremmo ricordare. Ricordare dentro di noi questo sentire materno, originario: la certezza che la vita va custodita, sempre, fino in fondo. Che nel duello tra morte e amore, non è la morte ad avere l’ultima parola.
Al massimo, potrà esserci un terremoto — come racconta il Vangelo — uno scuotimento profondo (Mt 27,51). Ma sarà proprio quello a spalancare i sepolcri. E la vita uscirà, come esce da un guscio, come germoglia da un seme sepolto.
Le donne lo sanno.
Sanno che non tutto nasce dall’azione. Che esiste una fecondità del lasciare spazio, del non forzare, del custodire. Sanno che la vita accade anche per via invisibile, per sottrazione, per silenzio. Come Maria, che ha dato alla luce la Luce senza possederla, senza trattenerla, semplicemente accogliendola.
E Maria Maddalena resta. Resta davanti al sepolcro quando tutto sembra finito. Resta perché conosce l’amore. E chi conosce l’amore sa attendere. Sa che ciò che è stato seminato non può andare perduto. Prima o poi dovrà germogliare.
Per questo insiste, veglia, spera contro ogni evidenza. Perché il femminile sa ciò che spesso dimentichiamo: che la vita non si lascia imprigionare.
Come scrive Eugen Drewermann: «Si può sigillare un sepolcro, si può persino metterci davanti una guardia, ma non si può impedire che la vita abbia inizio in coloro che l’hanno compresa».
E forse la vera fede comincia proprio qui: quando smettiamo di trattenere, e impariamo a fidarci della vita che, in silenzio, continua a nascere.
 
Paolo Scquizzato
 
Domenica, 29 Marzo 2026 08:50

V Domenica di Quaresima - Anno A

V Domenica di Quaresima - Anno A

Omelia di Paolo Scquizzato

Prima Lettura Ez 37,12-14

Dal libro del profeta Ezechièle
 

Così dice il Signore Dio: «Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nella terra d'Israele.
Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi farò uscire dai vostri sepolcri, o popolo mio.
Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nella vostra terra. Saprete che io sono il Signore. L'ho detto e lo farò». Oracolo del Signore Dio.


Salmo Responsoriale Sal 129 (130)

Il Signore è bontà e misericordia.

Dal profondo a te grido, o Signore;
Signore, ascolta la mia voce.
Siano i tuoi orecchi attenti
alla voce della mia supplica.

Se consideri le colpe, Signore,
Signore, chi ti può resistere?
Ma con te è il perdono:
così avremo il tuo timore.

Io spero, Signore.
Spera l'anima mia,
attendo la sua parola.
L'anima mia è rivolta al Signore
più che le sentinelle all'aurora.

Più che le sentinelle l'aurora,
Israele attenda il Signore,
perché con il Signore è la misericordia
e grande è con lui la redenzione.
Egli redimerà Israele
da tutte le sue colpe.

 
Seconda Lettura  Rom 8,8-11
 
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani
 
Fratelli, quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a Dio.
Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene.
Ora, se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto per il peccato, ma lo Spirito è vita per la giustizia. E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi.
 
Canto al Vangelo (Cf. Gv 11,25a.26)

 

Lode e onore a te, Signore Gesù!

Io sono la risurrezione e la vita, dice il Signore,
chi crede in me non morirà in eterno.

Lode e onore a te, Signore Gesù!

 

Vangelo Gv 11,1-45

Dal Vangelo secondo Giovanni
 
In quel tempo, un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle mandarono dunque a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato».
All'udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui».
Disse queste cose e poi soggiunse loro: «Lazzaro, il nostro amico, s'è addormentato; ma io vado a svegliarlo». Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se si è addormentato, si salverà». Gesù aveva parlato della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno. Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!». Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!».
Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Betània distava da Gerusalemme meno di tre chilometri e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell'ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».
Dette queste parole, andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le disse: «Il Maestro è qui e ti chiama». Udito questo, ella si alzò subito e andò da lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. Allora i Giudei, che erano in casa con lei a consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che andasse a piangere al sepolcro.
Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?».
Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l'ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare».
Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.
 
OMELIA
 
«Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». […].
Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare». Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.»
«Un divino cui non corrisponda una fioritura dell’umano non merita che ad esso ci dedichiamo» (Dietrich Bonhoeffer).
Gesù lo ha intuito fino in fondo: Dio non è una fuga dall’umano, ma la sua piena nascita. L’unica ragione per cui vale la pena rivolgersi a Dio è diventare finalmente se stessi, venire alla luce, accadere.
Per questo la sua parola è sempre un appello radicale: «Vieni fuori».
‘Vieni fuori’ dal tuo sepolcro esistenziale, da tutto ciò che ti ha ristretto, definito, soffocato. Sei fatto per la luce, per la bellezza, per una vita che respira ampia.
‘Vieni fuori’ dalla prigionia della condanna, quella che ti sei costruito e quella che altri hanno cucito su di te. Lascia cadere le bende dei sensi di colpa, sciogli i nodi che ti tengono legato. Torna a respirare. Torna a vivere.
‘Vieni fuori’ da quella menzogna sottile e crudele che ti ha fatto credere di essere amabile solo se meriti, accettabile solo se performi, degno solo se ti giustifichi. Tu sei amabile prima di ogni prova.
Gesù lo sapeva: ciò di cui l’essere umano ha bisogno è semplice e immenso insieme, sentirsi amato, come il fiore ha bisogno del sole. E solo questo amore rende sopportabile l’angoscia del vivere: una voce che attraversi la notte e dica: «Sii te stesso. Ci sono. Non temere».
È questa voce che scioglie la paura. È questa risposta che salva.
Gesù è stato “rivelazione” di Dio perché ha restituito le persone a sé stesse, le ha fatte uscire dai loro sepolcri interiori, le ha riconsegnate alla loro luce, senza condizioni, senza calcoli, oltre ogni giudizio morale e sociale.
Ci ricorda che ogni essere umano può diventare una ‘magnifica presenza’: un luogo in cui il divino accade. Quando ci avviciniamo a vite spente e le facciamo vibrare di nuovo, quando restituiamo respiro a ciò che sembrava perduto, lì qualcosa di Dio si manifesta.
Abbiamo tutti bisogno di qualcuno che si avvicini e ci dica: «Vieni fuori». Solo così la risurrezione smette di essere un’idea e diventa esperienza: carne che si rialza, vita che riprende, amore che vince anche la morte.
«Ogni “amicizia” ci migliora e ci arricchisce, non tanto per ciò che ci dà, quanto per quello che possiamo scoprire di noi stessi. Ognuno di noi ha risorse inutilizzate, angoli dell’anima, cantucci e sacche di consapevolezza che se ne stanno addormentate. E possiamo anche morire senza averle scoperte, per l’assenza di uno spirito affine che ce le riveli. Noi tutti abbiamo sentimenti insoddisfatti e idee che possono essere attuate solo se viene qualcuno a risvegliarle. Ogni essere umano ha dentro di sé un Lazzaro che ha bisogno di un Cristo per risorgere. Sventurati quei poveri Lazzari che giungono al termine della propria vita senza incontrare un Cristo che dica loro: “Alzati!”». (Miguel de Unamuno)
E forse è proprio qui che tutto converge: essere, per qualcuno, quella voce. Essere, per qualcuno, quel Cristo che chiama alla vita.
 
Paolo Scquizzato
 
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