Noi siamo testimoni" dice Pietro negli Atti, "di ciò che Gesù operò in Giudea, a Gerusalemme e in Galilea" (Atti 10,39). Ma il termine "testimoni" può, a prima vista, sembrare non forte abbastanza o non specifico. La testimonianza richiama le aule dei tribunali e le persone che raccontano che cosa hanno visto e, in questa accezione, testimone potrebbe essere chiunque. Ma la testimonianza apostolica è qualcosa di diverso. Non è soltanto perché Pietro è stato presente agli eventi accaduti in Giudea e in Gerusalemme, non solo perché egli e i suoi amici hanno visto Gesù da distante, ma perché la storia che loro ci raccontano è una storia che li ha cambiati. Ciò che essi hanno visto ha aperto loro profondità e possibilità che non avevano mai sperimentato prima. Sono testimoni non solo di ciò che Gesù fece in Giudea e in Gerusalemme, sono testimoni della sua risurrezione, loro hanno mangiato e bevuto con lui dopo che è risorto dai morti. Qualcosa è penetrato in loro che li ha resi non osservatori ma "condivisori" nella vita. E così quando raccontano questa storia, gli altri sperimentano qualcosa di quello hanno che essi sperimentato. "Mentre stava parlando discese lo Spirito Santo" (10,44) un momento terrificante, si potrebbe pensare. Pietro fu circondato da un'esplosione di fenomeni carismatici. Ma la storia che egli racconta è proprio quella, un racconto che fa accadere le cose. E alla fine del suo vangelo san Giovanni dice che la storia che sta raccontando, è una storia destinata a far accadere le cose. "Tutto questo è stato scritto perché voi crediate" (Gv 20,31); in modo che qualcosa avvenga a te e ti renda "presente" agli eventi. Che cosa significa esattamente raccontare una storia in modo che faccia accadere delle cose? Una delle cose importanti è che avvenga "un momento di riconoscimento". Tu ascolti la storia di Gesù del suo ministero, della sua morte, della sua risurrezione e qualcosa in te dice: "Sì, questa è la storia nella quale tutte le mie memorie e le mie speranze trovano il loro posto. Questa è la storia alla quale appartengo. Ho ascoltato la storia di Gesù che raggiunge gli emarginati, i colpevoli, i dimenticati e penso: Sì la mia storia sta qui". Ascolto la storia di Gesù nel nome di Dio, che si è abbassato in umiltà e riverenza verso le creature che ha fatto, e penso, quasi con un brivido di terrore misto a delizia: "questa è la mia storia, Dio mi ha fatto per la sua gloria", lo riconosco qualcosa, il mio cuore e la mia anima si sono aperti come non hanno mai fatto. "Il mio cuore brucia con me". Spesso, nella Bibbia parole di questo tipo sono usate per dire come il racconto di una storia, il pronunciare una parola aprano improvvisamente profondità mai immaginate prima. E allora riconosci che nel profondo, al centro della tua essenza, della tua vita, là c'è Gesù, lo straniero che è anche il più profondamente a casa nelle profondità della tua realtà.
Il Vangelo è scritto in modo tale che noi possiamo riconoscere che questa è la nostra storia. Proprio quando Pietro inizia a parlare di Gesù che serve, che ama, che muore e che risorge, l'eccitazione del "riconoscimento" è troppo grande per essere contenuta e lo Spirito Santo straripa e invade i cuori. E che cosa è di noi, eredi della testimonianza apostolica? Come iniziamo a raccontare una storia che ha fatto "accadere eventi" poiché questo è il nostro incarico, il nostro compito? dobbiamo raccontare la storia di Gesù in un modo tale che tutti coloro che ascoltano abbiano da dire a se stessi: "Sì, questa è la mia storia e non l'ho mai saputo prima. Questo è il mondo a cui appartengo, questa è la mia eredità, sebbene là io non abbia mai vissuto". Cerchiamo di parlare con parole che evochino quel tipo di riconoscimento, sapendo che, come ci ricorda l'Antico Testamento, "la parola non è lontana da ciascuno di noi" e se raccontiamo con verità e con gioia la storia di Gesù, allora la Parola di Dio incorporata in quel racconto e in quella persona, veramente non sarà lontana da nessuno dei nostri uditori. In queste due ultime settimane abbiamo parlato spesso di come raccontare le nostre storie. Non è forse quasi un cliché? In un incontro cristiano organizzato bene raccontiamo le nostre storie. E questo è giusto poiché una delle cose più significative che ogni credente possa fare è dire "Vieni e ti dirò quello che Gesù ha fatto per la mia anima" ma mentre ascoltiamo gli uni gli altri le nostre storie, io spero e prego che abbiamo ascoltato e riconosciuto l'unica storia che fa la differenza, l'unica storia che cambia il mondo, che cambia il modo di come vediamo noi stessi, Dio e ogni cosa. E se ciò è stato parte della nostra esperienza in questa conferenza, allora noi possiamo tornare alle nostre mansioni locali per raccontare la storia di questo incontro, di questa Conferenza di Lambeth, in modo che divenga anch'essa una storia che fa accadere le cose. Possiamo chiedere a Dio di darci la forza e renderci capaci, in modo da parlare di ciò che qui abbiamo ricevuto che qualcosa faccia cambiare e crescere e approfondire nelle comunità cristiane alle quali apparteniamo. Possiamo tentare di raccontare la storia della Conferenza di Lambeth 2008 così che accada qualcosa, così che Cristo diventi vivo negli altri. E mentre siamo arrivati alla conclusione della nostra Conferenza giustamente e comprensibilmente portiamo tutti i nostri pensieri, le nostre riflessioni, le nostre memorie, le nostre frustrazioni in una liturgia nella quale quello che facciamo e proprio raccontare la storia che fa accadere qualcosa. Raccontiamo la storia di come la parola di Dio fatta carne, vivente in mezzo a noi, nella notte prima di offrire se stesso perché noi potessimo vivere, prese il pane, lo spezzò, e lo diede ai suoi. Noi raccontiamo quella storia e qualcosa accade, qualcosa che ci rende capaci di riconoscere, di nuovo ancora, che la cosa più profonda in noi è che Dio ci invita a condividere la sua mensa, a condividere la sua compagnia, a metterci vicino al suo cuore. Quella cosa in noi che Dio invita e attende, tesi verso di lui per essergli vicino, vicino al cuore del Padre, come è detto nella frase del vangelo. Qui in questa Eucaristia, noi facciamo esperienza - ciascuno di noi - di cosa per una storia che deve essere narrata fa si che qualcosa accada, una storia che cambia non solo il pane e il vino e il credente ma l'intero mondo: poiché qui, in mezzo a noi c'è l'inizio della fine, la realizzazione della speranza di tutta la creazione, di tutti i popoli, di tutte le realtà raccolte insieme nel pane spezzato e nel vino versato. Questa è la nostra storia e la nostra canzone a questa e ad ogni Eucaristia. E rafforzati dalla risurrezione, la vita che ci è data, andiamo fuori per raccontare la storia in modo nuovo, andiamo fuori sorretti dalla fiducia che quando parliamo da questo cuore della realtà che è il pane spezzato della verità di Gesù e dell'amore di Gesù, avverrà il "riconoscimento": le sorgenti saranno liberate, il deserto fiorirà e lo Spirito sarà dato in abbondanza.
Il Signore ci dia la grazia per raccontare questa storia. Possa il Signore effondere il suo Spirito in ciascuno di noi in tutte le nostre parole e azioni di testimonianza così che qualcosa accada e in quello si riveli lo Spirito Santo di Dio. Amen
Rowan William
(arcivescovo di Canterbury dal 2002 al 2012)
(Omelia pronunciata in occasione della celebrazione eucaristica a conclusione della Conferenza di Lambeth, 3 agosto 2008)
