Vita nello Spirito

Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

Domenica, 07 Giugno 2026 10:28

Santissimo Corpo e Sangue di Cristo - Anno A

Santissimo Corpo e Sangue di Cristo - Anno A

Omelia di Paolo Scquizzato

Prima Lettura Dt 8,2-3.14b-16a

Dal libro del Deuteronomio
 

Mosè parlò al popolo dicendo:
«Ricòrdati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant'anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore, se tu avresti osservato o no i suoi comandi.
Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l'uomo non vive soltanto di pane, ma che l'uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore.
Non dimenticare il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dalla terra d'Egitto, dalla condizione servile; che ti ha condotto per questo deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata, senz'acqua; che ha fatto sgorgare per te l'acqua dalla roccia durissima; che nel deserto ti ha nutrito di manna sconosciuta ai tuoi padri».

 

Salmo Responsoriale Sal 147

Loda il Signore, Gerusalemme.

Celebra il Signore, Gerusalemme,
loda il tuo Dio, Sion,
perché ha rinforzato le sbarre delle tue porte, 
in mezzo a te ha benedetto i tuoi figli

Egli mette pace nei tuoi confini
e ti sazia con fiore di frumento. 
Manda sulla terra il suo messaggio: 
la sua parola corre veloce

Annuncia a Giacobbe la sua parola,
i suoi decreti e i suoi giudizi a Israele. 
Così non ha fatto con nessun’altra nazione, 
non ha fatto conoscere loro i suoi giudizi.

Seconda Lettura  1Cor 10,16-17
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi
 
Fratelli, il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo?
Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all'unico pane.
 
Canto al Vangelo  (Gv 6.51)

 

Alleluia, alleluia.
 

Io sono il pane vivo, disceso dal cielo, dice il Signore,
se uno mangia di questo pane vivrà in eterno.

Alleluia.

 

Vangelo Gv 6,51-58

Dal Vangelo secondo Giovanni
 
In quel tempo, Gesù disse alla folla:
«Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».
Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».
 

OMELIA

La cena di Gesù non è un rito. È un’esistenza.
Quando Gesù pronuncia quelle parole — «Fate questo in memoria di me» (Lc 22,19) — non sta chiedendo di essere ricordato. Sta chiedendo di essere continuato. Nella mentalità biblica la memoria non è il ricordo nostalgico di ciò che non c’è più. È rendere presente ciò che sembra assente, permettere a un evento di accadere di nuovo nel qui ed ora.
Per questo Gesù non dice: «Pensate a me». Dice: «Fate questo».
Non conservate la mia immagine, non difendete la mia dottrina, non costruite monumenti alla mia memoria: vivete semplicemente come io ho vissuto.
L’eucaristia nasce qui. Non tanto in un pane consacrato, ma nel pane spezzato.
Perché il pane, per diventare nutrimento, deve cessare di appartenere a sé stesso. Deve lasciarsi ‘spezzare’, dividere, distribuire, perdere.
Così è stata la vita di Gesù: vita consumata per gli altri. Una vita che non ha trattenuto nulla, diventata solo dono.
Per questo il suo gesto rimanda al grande simbolo del chicco di grano: «Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12, 24).
Lo sappiamo, questa è una delle leggi più profonde dell’esistenza: tutto ciò che vuole salvarsi si restringe, mentre tutto ciò che accetta di donarsi si espande.
Il seme che si protegge muore nella propria sicurezza, il seme che accetta di spezzarsi genera campi dorati.
Anche l’essere umano vive sotto questa stessa legge: ogni volta che tratteniamo la vita, la perdiamo e ogni qualvolta la doniamo, la ritroviamo.
Per questo Gesù può affermare: «Chi vorrà salvare la propria vita la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia la troverà» (Mt 16, 25). Attenzione: nessuna richiesta di sacrificio.
Piuttosto una rivelazione. La vita fiorisce soltanto quando smette di essere possesso.
L’eucaristia è allora il grande sacramento della trasformazione: il passaggio dall’io al dono, dall’accumulo alla condivisione, dalla paura all’amore.
Non è questione di adorare un pane ma diventare pane. Pane per chi ha fame di ascolto, per chi è ferito, per chi è solo. Pane per chi ha smarrito il senso del cammino.
Carlo Molari scrive: «Gesù è stato presentato da Dio nella storia umana con la sua attività e la sua esistenza. Per questo è stato chiamato sacramento di Dio, segno cioè della sua presenza nel mondo» (C. Molari).
Gesù non è stato semplicemente colui che parlava di Dio, e stato trasparenza, diafania di Dio. La sua vita è diventata il luogo in cui il Mistero ha potuto affacciarsi sul mondo.
E forse è proprio questo il significato ultimo dell’eucaristia: non ricevere Gesù nel proprio cuore, ma diventare ciò che si riceve: cristici.
Lasciare che la nostra esistenza diventi, come la sua, una finestra aperta sull’Invisibile.
Perché il mondo non ha bisogno di persone che parlino di Dio. Ha bisogno di donne e uomini che, spezzandosi nell’amore, lo rendano visibile.

 
Paolo Scquizzato
 
Domenica, 07 Giugno 2026 10:11

Santissima Trinità - Anno A

Santissima Trinità - Anno A

Omelia di Paolo Scquizzato

Prima Lettura Es 34,4b-6.8-9

Dal libro dell'Esodo
 

In quei giorni, Mosè si alzò di buon mattino e salì sul monte Sinai, come il Signore gli aveva comandato, con le due tavole di pietra in mano.
Allora il Signore scese nella nube, si fermò là presso di lui e proclamò il nome del Signore. Il Signore passò davanti a lui, proclamando: «Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all'ira e ricco di amore e di fedeltà».
Mosè si curvò in fretta fino a terra e si prostrò. Disse: «Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, Signore, che il Signore cammini in mezzo a noi. Sì, è un popolo di dura cervíce, ma tu perdona la nostra colpa e il nostro peccato: fa' di noi la tua eredità».

 

Salmo Responsoriale Dn 3,52-56

A te la lode e la gloria nei secoli.

Benedetto sei tu, Signore, Dio dei padri nostri.

Benedetto il tuo nome glorioso e santo.
 
Benedetto sei tu nel tuo tempio santo, glorioso.

Benedetto sei tu sul trono del tuo regno.
 
Benedetto sei tu che penetri con lo sguardo gli abissi e siedi sui cherubini.

Benedetto sei tu nel firmamento del cielo.

 

Seconda Lettura  2Cor 13,11-13
Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi
 
Fratelli, siate gioiosi, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace e il Dio dell'amore e della pace sarà con voi.
Salutatevi a vicenda con il bacio santo. Tutti i santi vi salutano.
La grazia del Signore Gesù Cristo, l'amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi.
 
Canto al Vangelo  (cf Ap 1,8)

 

Alleluia, alleluia.
 
Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo
a Dio che è, che era e che viene.

Alleluia.

 

Vangelo Gv 3,16-18

Dal Vangelo secondo Giovanni
 
In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo:
«Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. 
Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio».
 

OMELIA

«Se si chiede che cosa sono questi Tre, dobbiamo riconoscere l’insufficienza estrema dell’umano linguaggio. Certo si risponde: “tre persone”, ma più per non restare senza dir nulla, che per esprimere quella realtà». (Agostino, De Trinitate, V, 9, 10).
Forse Wittgenstein, molti secoli dopo, avrebbe sorriso amaramente davanti a ogni pretesa di definire il Mistero: «Di ciò di cui non si può parlare si deve tacere» (Tractatus Logico-Philosophicus). Eppure, l’essere umano non tace mai del tutto. Anche quando non sa nominare, continua a intuire, a percepire, a lasciarsi attraversare.
Del Mistero, di Dio, dell’Essere, non possediamo definizioni: ne facciamo esperienza. Come accade davanti ai colori del tramonto, alla musica che spalanca l’interiorità, alla carezza inattesa della bellezza. Vi sono realtà che non possono essere afferrate concettualmente, ma soltanto abitate.
Forse Dio è questo Fondo invisibile dell’esistenza. La sorgente silenziosa da cui tutto emerge. La creatività inesauribile dell’universo. La Bellezza che ferisce e consola. La Vita che incessantemente genera vita. L’intelligenza nascosta del cosmo. L’anima profonda del mondo. La coscienza che lentamente prende forma nell’umano. La tenerezza degli amanti. Il lievito nascosto nella materia. L’Amore che, senza clamore, continua a sostenere ogni cosa.
Per questo motivo, “credere in Dio” — o se vogliamo nella Trinità — non può ridursi a un semplice assenso mentale. Non è aderire a una formula. Non è sottoscrivere una definizione teologica. Del Mistero si può solo fare esperienza s’è detto: nello strappo immenso della natura, nello stupore della bellezza, nel volto umano incontrato senza difese.
Forse la domanda decisiva non è: “Credi in Dio?”, ma: “In che modo vivi?”. Perché, come intuiva la tradizione biblica, l’unico luogo concreto in cui il divino può diventare visibile è l’umano stesso.
Allora “credere” nel Dio-Trinità significherà forse credere profondamente nella possibilità dell’uomo. Nella sua bontà originaria. Nella sua irriducibile dignità. Nella luce che continua a sopravvivere anche nelle sue ferite. Significa credere — direbbe la Bibbia — che l’essere umano sia “a immagine e somiglianza di Dio”.
Conoscere Dio, in fondo, coincide con il diventare pienamente umani. E vivere fino in fondo l’umano, forse, è già sfiorare il divino. Come scrive P. Ganne, conoscere Dio e vivere autenticamente la propria umanità finiscono per coincidere.

 
Paolo Scquizzato
 
Domenica, 07 Giugno 2026 10:03

Domenica di Pentecoste - Anno A

Domenica di Pentecoste - Anno A

Omelia di Paolo Scquizzato

Prima Lettura At 2,1-11

Dagli Atti degli Apostoli
 

Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all'improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi.
Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. Erano stupiti e, fuori di sé per la meraviglia, dicevano: «Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa? Siamo Parti, Medi, Elamìti; abitanti della Mesopotàmia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell'Asia, della Frìgia e della Panfìlia, dell'Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirène, Romani qui residenti, Giudei e prosèliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio».

Salmo Responsoriale Sal 103 (104)

Alleluia, alleluia, alleluia.

Benedici il Signore, anima mia!
Sei tanto grande, Signore, mio Dio!
Quante sono le tue opere, Signore!
Le hai fatte tutte con saggezza;
la terra è piena delle tue creature.

Togli loro il respiro: muoiono,
e ritornano nella loro polvere.
Mandi il tuo spirito, sono creati,
e rinnovi la faccia della terra.

Sia per sempre la gloria del Signore;
gioisca il Signore delle sue opere.
A lui sia gradito il mio canto,
io gioirò nel Signore.

Seconda Lettura  1Cor 12,3b-7.12-13
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi
 
Fratelli, nessuno può dire: «Gesù è Signore!», se non sotto l'azione dello Spirito Santo.
Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune.
Come infatti il ​​corpo è uno solo e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche il Cristo. Infatti noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito.
 
Canto al Vangelo  (Mt 28,19a.20b)

 

Alleluia, alleluia.

Vieni, Santo Spirito,
riempi i cuori dei tuoi fedeli
e accendi in essi il fuoco del tuo amore.

Alleluia.

 

Vangelo Gv 20,19-23

Dal Vangelo secondo Giovanni
 
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
 

OMELIA

Nella seconda lettera ai Corinzi, Paolo scrive: «Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diverse attività, ma uno è Dio che opera tutto in tutti. A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune» (1Cor 12, 4ss).
È una delle intuizioni più luminose del cristianesimo delle origini: L’Amore non cancella le differenze, le genera.
Sta qui il fondamento di ciò che chiamiamo ‘unità’. Se vi è unità – in una comunità civile o ecclesiale che sia – dev’essere tutt’altra cosa dall’uniformità. Se c’è uguaglianza, identità, omogeneità non si sta affermando l’unità ma forse solo la dittatura del bene.
Il vangelo di oggi ci dice che laddove l’ego teme la diversità, lo Spirito la custodisce. Dove la mente irrigidita vuole ridurre tutto a una sola forma, una sola idea, una sola lingua, il soffio del Vivente continua a disseminare pluralità.
Forse il vero contrario dell’amore non è l’odio, ma l’incapacità di lasciar esistere ciò che non coincide con noi. Ogni volta che pretendiamo di rendere l’altro una replica di ciò che siamo, smettiamo di incontrarlo davvero, avendolo già trasformato in un’estensione del nostro io.
La Bibbia racconta questa ferita fin dalle sue prime pagine. Caino non riesce a riconoscere Abele come altro da sé. Non sopporta una differenza che non sa controllare, una libertà che gli sfugge. E così la relazione si spezza. Il male, prima ancora di diventare violenza, nasce spesso come incapacità di accogliere l’alterità.
Per questo lo Spirito, nella visione paolina, non produce omologazione ma comunione.
La comunione autentica non chiede di pensare allo stesso modo, di sentire allo stesso modo, di credere allo stesso modo. Chiede qualcosa di più difficile e più maturo: restare uniti senza annullarci.
Ogni essere umano porta un frammento di verità che nessun altro possiede nello stesso modo; per questo ogni incontro autentico allarga il mondo e ogni differenza accolta rende più vasta la coscienza.
Quando invece viviamo nella paura, le differenze diventano minacce. Ci irrigidiamo. Costruiamo identità chiuse, tribù emotive, appartenenze difensive. E lentamente smarriamo la capacità di ascoltare.
Ma l’amore maturo compie un altro movimento. Non invade, non assimila, non conquista, piuttosto lascia spazio.
Forse anche per questo il Vangelo è scritto in molte lingue interiori. Perché il divino non si lascia rinchiudere in una sola forma definitiva. Esiste sempre un’eccedenza nell’altro che non comprenderemo fino in fondo. Ed è proprio lì che può nascere il sacro.
Credo che diventare umani significhi imparare lentamente questa difficile arte spirituale: accogliere che l’altro possa essere diverso da me senza per questo essere contro di me. E forse, un giorno, arrivare perfino ad amare quella “lingua straniera” che l’altro rappresenta, scoprendo che proprio ciò che ci sembrava distante può aprire regioni nuove della nostra anima.

 
Paolo Scquizzato
 
Domenica, 17 Maggio 2026 09:09

Ascensione del Signore - Anno A

Ascensione del Signore - Anno A

Omelia di Paolo Scquizzato

Prima Lettura At 1,1-11

Dagli Atti degli Apostoli
 

Nel primo racconto, o Teòfilo, ho trattato di tutto quello che Gesù fece e insegnò dagli inizi fino al giorno in cui fu assunto in cielo, dopo aver dato disposizioni agli apostoli che si era scelti per mezzo dello Spirito Santo.
Egli si mostrò a essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio. Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l'adempimento della promessa del Padre, «quella - disse - che voi avete udito da me: Giovanni battezzò con acqua, voi invece, tra non molti giorni, sarete battezzati in Spirito Santo».
Quelli dunque che erano con lui gli domandavano: «Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?». Ma egli rispose: «Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere, ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa e fino ai confini della terra».
Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi. Essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, quand'ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l'avete visto andare in cielo».

Salmo Responsoriale Sal 46 (47)

Alleluia, alleluia, alleluia.

Popoli tutti, battete le mani!
Acclamate Dio con grida di gioia,
perché terribile è il Signore, l'Altissimo,
grande re su tutta la terra.

Ascende Dio tra le acclamazioni,
il Signore al suono di tromba.
Cantate inni a Dio, cantate inni,
cantate inni al nostro re, cantate inni.

Perché Dio è re di tutta la terra,
cantate inni con arte.
Dio regna sulle genti,
Dio siede sul suo trono santo.
 
Seconda Lettura  Ef 1,17-23
Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesini
 
Fratelli, il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui; illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi e qual è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi, che crediamo, secondo l'efficacia della sua forza e del suo vigore.
Egli la manifestò in Cristo,
quando lo risuscitò dai morti
e lo fece sedere alla sua destra nei cieli,
al di sopra di ogni Principato e Potenza,
al di sopra di ogni Forza e Dominazione
e di ogni nome che viene nominato
non solo nel tempo presente ma anche in quello futuro.
Tutto infatti egli ha messo sotto i suoi piedi
e lo ha dato alla Chiesa come capo su tutte le cose:
essa è il corpo di lui,
la pienezza di colui che è il perfetto compimento di tutte le cose.
 
Canto al Vangelo  (Mt 28,19a.20b)

 

Alleluia, alleluia.

Andate e fate discepoli tutti i popoli, dice il Signore.
Ecco, io sono con voi tutti i giorni,
fino alla fine del mondo.

Alleluia.

 

Vangelo Mt 28,16-20

Dal Vangelo secondo Matteo
 
In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato.
Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».
 

OMELIA

La festa dell’Ascensione di Gesù, se liberata da letture ingenue o puramente mitologiche, custodisce una provocazione spirituale immensa. Forse due.

La prima riguarda il nostro modo di pensare Dio e il rapporto con il sacro.
Ogni civiltà religiosa ha immaginato il cielo come il luogo da cui discendeva l’autorità capace di legittimare il potere sulla terra. Per secoli si è creduto che alcuni uomini fossero più vicini a Dio di altri, autorizzati a parlare in suo nome, interpreti esclusivi della sua volontà. In nome di questo “Dio-lo-vuole”, la storia religiosa dell’umanità – compresa quella cristiana – ha conosciuto violenze, esclusioni, condanne, guerre (ovviamente sante).
L’istituzione religiosa ha spesso preteso di essere il ponte obbligato tra il cielo e la terra, tra l’umano e il divino. Ma il Vangelo introduce una frattura radicale dentro questa logica.
Con Gesù cade l’idea di una distanza da colmare tramite mediatori sacri. Il divino non abita più in luoghi separati, custoditi da pochi. Si lascia incontrare nell’intimo della coscienza, nella profondità viva dell’umano. Ernesto Balducci scriveva parole potentissime: «Fra la coscienza e Dio non c’è che il puro vuoto della responsabilità umana».
L’Ascensione racconta simbolicamente proprio questo: il condannato, il rifiutato dal potere religioso del suo tempo, entra nella “gloria di Dio” senza alcuna legittimazione ufficiale. Gesù, giudicato bestemmiatore dagli uomini religiosi, viene riconosciuto dalla Vita stessa. Ed essendo, come scrive Paolo, il “primogenito tra molti fratelli” (Rm 8,29), ciò che accade a lui riguarda ogni essere umano. Nessuno deve più chiedere permesso per sentirsi abitato dal Mistero. Nessuna autorità può sequestrare l’accesso a Dio.
Per questo il battesimo, nel linguaggio originario cristiano, non era una delega alla dipendenza, ma una consacrazione alla maturità: ogni donna e ogni uomo “sacerdote, re e profeta”, cioè responsabile della propria coscienza, della propria libertà, del proprio cammino.
La seconda provocazione dell’Ascensione è ancora più disarmante. Nel libro degli Atti, mentre i discepoli continuano a fissare il cielo, due uomini chiedono: «Perché state a guardare il cielo?» (At 1,11). È una domanda che attraversa i secoli.
Con Gesù il cielo si svuota come luogo di evasione. Non ci è più concesso usare Dio per fuggire dalla terra. Non possiamo più rifugiarci in spiritualità disincarnate mentre il mondo continua a sanguinare. L’Ascensione non invita ad alzare lo sguardo lontano dalla vita, ma a ritornare dentro la vita con occhi nuovi. Il cristianesimo, nel suo nucleo più profondo, non promette scorciatoie celesti per sopportare passivamente il dolore del mondo. Non benedice la fuga. Non consola dicendo semplicemente: “Un giorno andrà meglio altrove”.
Il messaggio evangelico sembra piuttosto suggerire questo: il “cielo” comincia quando l’umano diventa più umano. Quando una relazione viene guarita. Quando qualcuno restituisce dignità a un volto umiliato. Quando si sceglie di amare dentro la ferita della storia.
Per questo la scomparsa fisica di Gesù venne interpretata dalla prima comunità come un passaggio necessario: «È bene per voi che io me ne vada» (Gv 16,7). Come accade nella vita adulta, arriva un momento in cui la presenza esterna deve ritirarsi affinché possa nascere una presenza interiore. Non più qualcuno da seguire dipendentemente, ma uno Spirito da incarnare creativamente.
L’Ascensione allora non parla tanto di un uomo che vola via verso un altrove cosmico, ma piuttosto dell’umanità che finalmente cresce, della fine delle religioni della dipendenza. Parla di donne e uomini chiamati a smettere di aspettare miracoli dal cielo per diventare essi stessi mani che curano, sguardi che riconoscono, vite che rialzano.
E forse il Cristo continua ad “ascendere” ogni volta che qualcuno riesce a vedere il divino non sopra il mondo, ma dentro la sua carne fragile, nei senza volto, negli scartati, negli invisibili della storia.

 
Paolo Scquizzato
 
Domenica, 10 Maggio 2026 09:05

Sesta Domenica di Pasqua - Anno A

Sesta Domenica di Pasqua - Anno A

Omelia di Paolo Scquizzato

Prima Lettura At 8,5-8.14-17

Dagli Atti degli Apostoli
 

In quei giorni, Filippo, sceso in una città della Samarìa, predicava loro il Cristo. E le folle, unanimi, prestavano attenzione alle parole di Filippo, sentendolo parlare e vedendo i segni che egli compiva. Infatti da molti indemoniati uscivano spiriti impuri, emettendo alte grida, e molti paralitici e storpi furono guariti. E vi fu grande gioia in quella città.
Frattanto gli apostoli, a Gerusalemme, seppero che la Samarìa aveva accolto la parola di Dio e inviarono a loro Pietro e Giovanni. Essi scesero e pregarono per loro perché ricevessero lo Spirito Santo; non era infatti ancora disceso sopra nessuno di loro, ma erano stati soltanto battezzati nel nome del Signore Gesù. Allora imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo.

Salmo Responsoriale Sal 65 (66)

Alleluia, alleluia, alleluia.

Acclamate Dio, voi tutti della terra,
cantate la gloria del suo nome,
dategli gloria con la lode.
Dite a Dio: «Terribili sono le tue opere!.
 
A te si prostri tutta la terra,
a te canti inni, canti al tuo nome».
Venite e vedete le opere di Dio,
terribile nel suo agire sugli uomini.
 
Egli cambiò il mare in terraferma;
passarono a piedi il fiume:
per questo in lui esultiamo di gioia.
Con la sua forza domina in eterno

Venite, ascoltate, voi tutti che temete Dio, 
e narrerò quanto per me ha fatto.
Sia benedetto Dio,
che non ha respinto la mia preghiera,
non mi ha negato la sua misericordia.

Seconda Lettura  1Pt 3,15-18
Dalla prima lettera di san Pietro apostolo
 
Carissimi, adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi.
Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, perché, nel momento stesso in cui si parla male di voi, rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo.
Se questa infatti è la volontà di Dio, è meglio soffrire operando il bene che facendo il male, perché anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nel corpo, ma reso vivo nello spirito.
 
Canto al Vangelo  (Gv 14,23)

 

Alleluia, alleluia.

Se uno mi ama, osserverà la mia parola, dice il Signore,
e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui.
Alleluia.

 

Vangelo Gv 14,15-21

Dal Vangelo secondo Giovanni
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi.
Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi.
Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui».
 

OMELIA

Quando Gesù morì, i suoi – dopo una lunga elaborazione del lutto- non ebbero l’impressione che tutto fosse terminato. Accadde quasi il contrario. Proprio mentre il corpo veniva sottratto allo sguardo, la sua presenza iniziò ad abitare le profondità dell’esistenza. Lo sentirono vivo in modo nuovo, più intimo, più vasto. Più reale.
Certo, non lo incontravano più lungo le strade della Galilea, eppure accadeva qualcosa di inatteso: mentre provavano a vivere con il suo stesso respiro interiore, con la sua libertà, con la sua compassione, con il suo modo di stare al mondo, avvertivano che lui era ancora lì. Non accanto a loro, fisicamente ma dentro la vita stessa.
Fu questa l’esperienza originaria della resurrezione: non il ritorno di un cadavere alla cronaca del mondo, ma la scoperta sconvolgente che l’Amore non si lascia rinchiudere dalla morte. Che una vita vissuta in pienezza continua a generare vita. Che ciò che è autenticamente umano diventa indistruttibile.
Per questo i discepoli parlarono del Risorto! Perché Gesù continuava ad accadere in loro.
Io credo che questo riguardi ciascuno di noi. Qui, ora. Accade tra genitori e figli. Tra maestri e discepoli. Tra chi ama davvero e chi si lascia amare. Gli anni trascorsi insieme non creano dipendenza, risvegliano piuttosto possibilità interiori. Un padre e una madre autentici non desiderano trattenere i figli accanto a sé per sempre; desiderano piuttosto che un giorno possano camminare con le proprie gambe, respirare con il proprio respiro, scegliere la propria direzione. Eppure, anche quando non ci saranno più, continueranno misteriosamente a vivere nei gesti, nelle parole, nello sguardo dei figli.
La loro voce diventa coscienza, la loro cura diventa forza, il loro amore diventa presenza invisibile. Una via in cui l’umano scopre di custodire dentro di sé una Sorgente. Per questo il Vangelo parla continuamente dello Spirito. Non come di qualcosa di estraneo all’uomo, ma come della profondità stessa dell’umano quando finalmente si risveglia a sé.
Gesù accompagna i suoi per un tratto di strada, poi si ritrae. Come ogni vero maestro. Perché arriva un momento in cui la presenza più autentica smette di sostenerti dall’esterno e comincia a fiorire dentro di te. Allora non vivi più per obbedienza, paura o bisogno di approvazione. Vivi per adesione profonda alla tua verità.
Per questo Gesù dice ai suoi ‘È meglio per voi che io me ne vada’ (Gv 16, 7). Sarà attraverso la mia assenza che farete esperienza di me. Occorrerebbe smettere di cercare continuamente fuori ciò che dovremmo imparare a riconoscere dentro. La nostra Sorgente, il nostro Essere più autentico. E questo perché il divino, invece di essere un’autorità sopra di noi, è una presenza che domanda di incarnarsi attraverso di noi.
«Il Regno di Dio è dentro di voi» (Lc 17,21).
E forse la resurrezione inizia proprio qui: quando smettiamo di pensare Dio come un intervento esterno destinato a salvarci magicamente dalla vita, e iniziamo a scoprire una Presenza che ci attraversa, ci abita, ci rende più vivi, più coscienti, più umani.
Allora comprendiamo che il compito spirituale non consiste nel rimanere bambini protetti dal cielo, ma nel diventare esseri umani finalmente svegli.
Goethe intuiva qualcosa di tutto questo quando scriveva: «Verrà forse un tempo in cui la luce interiore uscirà da noi, in modo che non avremo più bisogno di altra luce».
E il teologo, e amico, Paolo Gamberini afferma: «Gesù vuole che diventiamo adulti, che riconosciamo la nostra condizione di uomini e di donne capaci di far fronte alla vita (…) e a questa maturità di fede si giunge attraverso l’abbandono dell’immagine del Dio che interviene in tutto». Forse la fede matura nasce esattamente qui: quando la presenza di Cristo non viene più cercata soltanto nei cieli, nei dogmi o nei templi, ma nel coraggio di vivere pienamente, nell’amore che sappiamo generare, nella libertà interiore che lentamente prende forma in noi.
E allora il Risorto smette di essere un’idea religiosa, diventando vita – piena – che continua.

 
Paolo Scquizzato
 
Domenica, 10 Maggio 2026 09:00

Quinta Domenica di Pasqua - Anno A

Quinta Domenica di Pasqua - Anno A

Omelia di Paolo Scquizzato

Prima Lettura At 6,1-7

Dagli Atti degli Apostoli
 

In quei giorni, aumentando il numero dei discepoli, quelli di lingua greca mormorarono contro quelli di lingua ebraica perché, nell'assistenza quotidiana, venivano trascurate le loro vedove.
Allora i Dodici convocarono il gruppo dei discepoli e dissero: «Non è giusto che noi lasciamo da parte la parola di Dio per servire alle mense. Dunque, fratelli, cercate fra voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza, ai quali affideremo questo incarico. Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al servizio della Parola».
Piacque questa proposta a tutto il gruppo e scelsero Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Pròcoro, Nicànore, Timone, Parmenàs e Nicola, un prosèlito di Antiòchia. Li presentarono agli apostoli e, dopo aver pregato, imposero loro le mani.
E la parola di Dio si diffondeva e il numero dei discepoli a Gerusalemme si moltiplicava grandemente; anche una grande moltitudine di sacerdoti aderiva alla fede.

Salmo Responsoriale Sal 32 (33)

Alleluia, alleluia, alleluia.

Esultate, o giusti, nel Signore;
per gli uomini retti è bella la lode.
Lodate il Signore con la cetra,
con l'arpa a dieci corde a lui cantate.

Perché retta è la parola del Signore
e fedele ogni sua opera.
Egli ama la giustizia e il diritto;
dell'amore del Signore è piena la terra.

Ecco, l'occhio del Signore è su chi lo teme,
su chi spera nel suo amore,
per liberarlo dalla morte
e nutrirlo in tempo di fame.
 
Seconda Lettura  1Pt 2,4-9
Dalla prima lettera di san Pietro apostolo
 
Carissimi, avvicinandovi al Signore, pietra viva, rifiutata dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio, quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale, per un sacerdozio santo e per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, mediante Gesù Cristo. Si legge infatti nella Scrittura: «Ecco, io pongo in Sion una pietra d'angolo, scelta, preziosa, e chi crede in essa non resterà deluso».
Onore dunque a voi che credete; ma per quelli che non credono la pietra che i costruttori hanno scartato è diventata pietra d'angolo e sasso d'inciampo, pietra di scandalo.
Essi v'inciampano perché non obbediscono alla Parola. A questo erano destinati. Voi invece siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di lui, che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa.
 
Canto al Vangelo  (Gv 14,6)

 

Alleluia, alleluia.

Io sono la via, la verità e la vita, dice il Signore;
nessuno viene al Padre se non per mezzo di me.

Alleluia.

 

Vangelo Gv 14,1-12

Dal Vangelo secondo Giovanni
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via».
Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».
Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere.
Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse.
In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre».

OMELIA

Deve esistere una via. Una soglia attraversabile. Un sentiero capace di ricondurci alla nostra verità più profonda. Lo intuiamo da sempre, come si intuisce l’acqua attraverso la sete. Se dentro di noi arde questo desiderio, è perché da qualche parte vi è una sorgente che lo attende.
Portiamo nel cuore una domanda che nessun successo riesce a placare: che la vita non possa consumarsi in una manciata d’anni, che l’amore non sia consegnato al nulla, che i volti amati non vengano cancellati dal tempo, che la malattia e la morte non pronuncino l’ultima parola sull’esistenza. In noi abita questa invincibile nostalgia d’eterno. In noi dimora la speranza di vivere per sempre.
Per questo Gesù può dire: «Non sia turbato il vostro cuore». Come a dire: non tradite ciò che nel profondo sapete già. Non rinnegate l’intuizione più vera che vi attraversa. Custodite quella voce segreta che vi abita, perché «il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce» (Pascal).
E Gesù aggiunge che un cammino esiste davvero. Una strada concreta per giungere alla verità di sé e, in fondo, alla felicità. Non una teoria, non un sistema, non un’ideologia: una forma di vita. È la via che egli stesso ha percorso e reso visibile: la via del bene, della cura, della compassione. Ogni volta che si ama, si spalancano spazi d’infinito. Ogni gesto d’amore ricrea il mondo, lo trasfigura, lo riconsegna alla sua origine luminosa.
Chi ama, lentamente, giunge a “indiarsi” (Dante, Paradiso, IV, 28): a lasciarsi permeare dal divino, a riconoscere che la propria sostanza più intima non è separata dalla Sorgente. ‘Indiarsi’, divinizzarsi significa divenire finalmente ciò che si è sempre stati, togliendo i veli che nascondono il nucleo sacro dell’essere.
Ancora una volta è Gesù a mostrare la strada perché questo accada: la piena umanità. Egli è stato così profondamente umano da rendersi trasparente al divino, diafano; fino a poter dire: «Chi vede me vede il Padre». Quando l’umano giunge alla sua maturità, il cielo appare nella carne, l’eterno respira nel tempo, l’invisibile prende volto.
E allora anche noi, nel lento lavoro dell’umanizzarci, scopriremo che il diamante custodito in noi attende soltanto di lasciarsi attraversare dalla Luce. Finché ciò che siamo divenga luminoso. Finché, attraversati dalla Luce, impariamo a essere Luce.

 
Paolo Scquizzato
 
Domenica, 26 Aprile 2026 09:06

Quarta Domenica di Pasqua - Anno A

Quarta Domenica di Pasqua - Anno A

Omelia di Paolo Scquizzato

Prima Lettura At 2,14a.36-41

Dagli Atti degli Apostoli
 

[Nel giorno di Pentecoste,] Pietro con gli Undici si alzò in piedi e a voce alta parlò così: «Sappia con certezza tutta la casa d'Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso».
All'udire queste cose si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?».
E Pietro disse loro: «Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo. Per voi infatti è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro».
Con molte altre parole rendeva testimonianza e li esortava: «Salvatevi da questa generazione perversa!». Allora coloro che accolsero la sua parola furono battezzati e quel giorno furono aggiunte circa tremila persone.

Salmo Responsoriale Sal 22 (23)

Alleluia, alleluia, alleluia.

Il Signore è il mio pastore:
non manco di nulla.
Su pascoli erbosi mi fa riposare,
ad acque tranquille mi conduce.
Rinfranca l'anima mia.

Mi guida per il giusto cammino
a motivo del suo nome.
Anche se vado per una valle oscura,
non temo alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro 
mi danno sicurezza

Davanti a me tu prepari una mensa
sotto gli occhi dei miei nemici.
Ungi di olio il mio capo;
il mio calice trabocca

Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne
tutti i giorni della mia vita,
abiterò ancora nella casa del Signore
per lunghi giorni.

 
Seconda Lettura  1Pt 2,20b-25
 
Dalla prima lettera di san Pietro apostolo
 
Carissimi, se, facendo il bene, sopporterete
con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio. A questo infatti siete stati chiamati, perché
anche Cristo patì per voi,
lasciandovi un esempio,
perché ne seguiate le orme:
egli non commise peccato
e non si trovò inganno sulla sua bocca;
insultato, non rispondeva con insulti,
maltrattato, non minacciava vendetta,
ma si affidava a colui che giudica con giustizia.
Egli portò i nostri peccati nel suo corpo
sul legno della croce, perché,
non vivendo più per il peccato,
vivessimo per la giustizia;
dalle sue piaghe siete stati guariti.
Eravate erranti come pecore,
ma ora siete stati ricondotti al pastore
e custode delle vostre anime.
 
Canto al Vangelo  (Gv 10,14)

 

Alleluia, alleluia.

Io sono il buon pastore, dice il Signore,
conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me.

Alleluia.

 

Vangelo Gv 10,1-10

Dal Vangelo secondo Giovanni
 
In quel tempo, Gesù disse:
«In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un'altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore.
Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei».
Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.
Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo.
Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza».

OMELIA

Gesù e il potere religioso si sono spesso trovati su rive opposte. Nell’uomo di Nazareth appare una resistenza radicale verso tutto ciò che trattiene l’essere umano sulla soglia della vita piena. Egli sembra intuire con lucidità che una delle forme più sottili del male consiste nel persuadere qualcuno di non essere degno, pronto, abbastanza puro per entrare nella gioia. Così nascono i custodi della soglia: figure che, servendosi della paura, convincono gli altri di essere fuori posto, in ritardo, inadatti all’amore.
La religione, quando smarrisce la sua sorgente, diventa facilmente questo: un sistema di accessi controllati. Promette la festa dell’esistenza, purché si rispettino condizioni, codici, formule, appartenenze. Trasforma il dono in premio, la grazia in salario, la felicità in ricompensa. Eppure la vita più vera non si lascia meritare. L’amore non si concede come stipendio morale. Nessun padre ama in proporzione alla performance dei figli. Per questo Gesù pronuncia parole durissime: «Guai a voi, dottori della Legge, che avete portato via la chiave della conoscenza; voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare voi l’avete impedito» (Lc 11,52).
Il dramma non è soltanto restare fuori. Il dramma è impedire ad altri di entrare. È aver fatto della fede una barriera, della coscienza una dipendenza, della sete spirituale un territorio sorvegliato. Quando accade, il sacro viene sequestrato e il cuore umano si abitua a mendicare ciò che gli appartiene da sempre.
Ai professionisti del timore Gesù oppone la libertà del vivente: «Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini» (Mc 7,7). Vi è una devozione che resta esteriore, impeccabile e sterile. La conosciamo bene; è quella che muove le labbra, ma non apre l’anima. Quella che è capace di osservare le regole, ma non genera vita; in grado anche di custodire l’ordine, ma dimentica la fioritura.
Per questo non abbiamo bisogno di guardiani – preti e prelati – davanti alla porta della felicità, né di mediatori che ci separino da ciò che siamo chiamati a diventare. Nel luogo più intimo di noi stessi esiste un orientamento profondo, una sapienza originaria, una coscienza capace di riconoscere il sentiero quando vi cammina con sincerità. Là dove tutto tace, qualcosa in noi sa.
Gesù si presenta infatti come il pastore buono che «chiama le sue pecore ciascuna per nome e le conduce fuori». È un’immagine decisiva e bellissima: non conduce dentro un recinto più perfetto, conduce fuori. Fuori dagli spazi angusti, fuori dalle paure ereditate, fuori dai sistemi che soffocano, fuori dalle immagini di Dio costruite per controllare. L’amore chiama per nome, mai per categoria. Non vede masse anonime ma volti. E in ultima istanza, non cerca sudditi, ma genera esseri liberi.
Ogni guida spirituale, ogni educatore, ogni persona a cui venga affidata la fragilità altrui, porta una responsabilità immensa: accompagnare senza possedere, orientare senza dominare, indicare senza sostituirsi. Servire la libertà dell’altro, non nutrirsi della sua dipendenza. Quando lo sguardo si allontana da questa misura evangelica, si toglie aria all’anima e si consegna la fiducia alla paura.
La verità, invece, resta semplice e disarmante: oltre il timore si apre spesso la stanza che cercavamo da sempre. Perché in fondo è proprio così, tutto ciò che desideriamo davvero sta dall’altra parte della paura.

 
Paolo Scquizzato
 
Domenica, 19 Aprile 2026 09:08

Terza Domenica di Pasqua - Anno A

Terza Domenica di Pasqua - Anno A

Omelia di Paolo Scquizzato

Prima Lettura At 2,14a.22-33

Dagli Atti degli Apostoli
 

[Nel giorno di Pentecoste,] Pietro con gli Undici si alzò in piedi e a voce alta parlò così:
«Uomini d'Israele, ascoltate queste parole: Gesù di Nàzaret - uomo accreditato da Dio presso di voi per mezzo di miracoli, prodigi e segni, che Dio stesso fece tra voi per opera sua, come voi sapete bene -, consegnato a voi secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio, voi, per mano di pagani, l'avete crocifisso e l'avete ucciso.
Ora Dio lo ha risuscitato, liberandolo dai dolori della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere. Dice infatti Davide a suo riguardo: "Contemplavo sempre il Signore innanzi a me; egli sta alla mia destra, perché io non vacilli. Per questo si rallegrò il mio cuore ed esultò la mia lingua, e anche la mia carne riposerà nella speranza, perché tu non abbandonerai la mia vita negli inferi né permetterai che il tuo Santo subisca la corruzione. Mi hai fatto conoscere le vie della vita, mi colmerai di gioia con la tua presenza".
Fratelli, mi sia lecito dirvi francamente, riguardo al patriarca Davide, che egli morì e fu sepolto e il suo sepolcro è ancora oggi fra noi. Ma poiché era profeta e sapeva che Dio gli aveva giurato solennemente di far sedere sul suo trono un suo discendente, previde la risurrezione di Cristo e ne parlò: "questi non fu abbandonato negli inferi, né la sua carne subì la corruzione".
Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni. Innalzato dunque alla destra di Dio e dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito Santo promesso, lo ha effuso, come voi stessi potete vedere e udire».

Salmo Responsoriale Sal 15 (16)

Alleluia, alleluia, alleluia.

Proteggimi, o Dio: in te mi rifugio.
Ho detto al Signore: «Il mio Signore sei tu».
Il Signore è mia parte di eredità e mio calice:
nelle tue mani è la mia vita. R.

Benedico il Signore che mi ha dato consiglio;
anche di notte il mio animo mi istruisce.
Io pongo sempre davanti a me il Signore,
sta alla mia destra, non potrò vacillare.

Per questo gioisce il mio cuore
ed esulta la mia anima;
anche il mio corpo riposa al sicuro,
perché non abbandonerai la mia vita negli inferi,
né lascerai che il tuo fedele veda la fossa.

Mi indicherai il sentiero della vita,
gioia piena alla tua presenza,
dolcezza senza fine alla tua destra.

 
Seconda Lettura  1Pt 1,17-21
 
Dalla prima lettera di san Pietro apostolo
 
Carissimi, se chiamate Padre colui che, senza fare preferenze, giudica ciascuno secondo le proprie opere, comportatevi con timore di Dio nel tempo in cui vivete quaggiù come stranieri.
Voi sapete che non a prezzo di cose effimere, come argento e oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta, ereditata dai padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia.
Egli fu predestinato già prima della fondazione del mondo, ma negli ultimi tempi si è manifestato per voi; e voi per opera sua credete in Dio, che lo ha risuscitato dai morti e gli ha dato gloria, in modo che la vostra fede e la vostra speranza siano rivolte a Dio.
 
Canto al Vangelo  (Cfr Lc 24,32)

 

Alleluia, alleluia.

Signore Gesù, facci comprendere le Scritture;
arde il nostro cuore mentre ci parli.

Alleluia.

 

Vangelo Lc 24,13-35

Dal Vangelo secondo Luca
 
Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo.
Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto».
Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.
Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro.
Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli oc- chi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?».
Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

 

OMELIA

definizione. Forse perché in quel secondo posto possiamo entrare tutti. Forse perché il Vangelo custodisce sempre uno spazio vuoto dove ciascuno possa riconoscersi. Qualcuno ha immaginato fosse una donna. Sarebbe meraviglioso: il cammino del disincanto attraversato insieme, uomo e donna, fianco a fianco, dentro la polvere del ritorno.
Se ne vanno da Gerusalemme, si allontanano dal centro, dalla città delle promesse, dal luogo dove pensavano sarebbe nato il compimento. Quando il cuore si spezza, anche i luoghi perdono significato. Si fugge da ciò che ricordava speranza. Si prende distanza da ciò che ha ferito. Non stanno solo cambiando strada: stanno lasciando dietro di sé un sogno andato in frantumi.
Sono crollate le immagini che avevano costruito. Le attese, i progetti, l’idea stessa di Dio. Eppure, il Nazareno li aveva preparati: “Se vi diranno: eccolo qui, eccolo là, non credeteci”. Come a dire: ogni volta che penserete di possedere il Mistero, lo avrete già smarrito. Ogni volta che rinchiuderete Dio in una formula, in una previsione, in un sistema, vi sarà già sfuggito tra le dita.
Forse il Mistero si avvicina proprio quando cadono le sue rappresentazioni. Quando si infrangono le immagini religiose troppo piccole. Quando cede il dio costruito dai desideri. Allora, nel vuoto lasciato dalle illusioni, accade una Presenza più vasta. Nella sua assenza, una vicinanza più intima. Nel suo silenzio, una parola che nessun rumore poteva contenere. Nel suo abbandono, una fedeltà ancora più profonda.
Il Risorto cammina con loro e loro non lo riconoscono. Accade spesso così. Lo sappiamo bene, la vita ci visita con passi umili. Il senso ci accompagna senza imporsi.
“Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella gloria?”. Parole ardue, da ascoltare senza superficialità. Non celebrano il dolore, non lo rendono sacro in sé. Dicono qualcosa di più essenziale: la pienezza dell’umano passa attraverso il reale. La gloria non nasce fuggendo la ferita, ma aprendola alla trasformazione. La maturità del cuore cresce attraversando ciò che la vita consegna.
Si entra nel compimento passando dentro ciò che accade. Anche attraverso ciò che non avremmo scelto. Attraverso la perdita, la notte, la vulnerabilità. La luce non elimina l’ombra, ma la trasfigura.
Gesù di Nazaret non si è costruito una vita ideale. Ha accolto la vita concreta. Ha abitato gli incontri, i rifiuti, l’amicizia, il tradimento, la solitudine, la morte. E in questo consenso profondo al reale ha rivelato una via. Non la via dell’eroe invincibile, ma quella dell’essere umano pienamente presente.
Ebbene, questo testo ci dice che tutto ciò che accade può diventare luogo di rivelazione. A noi è chiesto di imparare a stare con ciò che è. A rimanere accanto ai giorni luminosi e a quelli opachi. A non separarci da noi stessi quando arriva l’ombra. Sapendo che spesso l’ombra è la forma con cui la luce ci educa a una visione più vasta.
Quando smetteremo di commentare continuamente la vita, forse inizieremo finalmente a viverla. Quando deporremo il tribunale interiore che giudica ogni evento, si aprirà uno spazio nuovo. La gloria si dà non come trionfo esteriore, ma come pienezza del cuore, unità interiore, pace che respira anche dentro il limite.
Quei due discepoli vivevano di pensieri: credevano che, immaginavano che, erano convinti che. Ma il reale ha un’altra grammatica. Le cose accadono quasi sempre diversamente da come le avevamo scritte dentro di noi. Tutta la questione spirituale forse si concentra qui: il ‘diversamente’ contiene una luce? L’imprevisto custodisce una fecondità? Ciò che non volevamo può diventare via?
Il Vivente sembra suggerire di sì. Non perché tutto sia facile. Non perché tutto sia piacevole. Ma perché ciò che è accaduto, una volta accolto e attraversato, può generare coscienza, compassione, verità. La salvezza non è nella fantasia di come doveva andare. È nel contatto pieno con come sta andando adesso.
La conversione di quei due potrebbe essere stata il passaggio dall’adolescenza spirituale alla maturità. L’adolescenza fugge quando il mondo contraddice i desideri. Si ritira, accusa, si chiude, si lamenta. La maturità resta. Respira. Attraversa. Trasforma il pane ordinario in nutrimento condiviso e la propria ferita in spazio di comprensione per altri.
Per questo il riconoscimento avviene nel gesto più semplice: spezzare il pane. Nel quotidiano offerto. Nel dono di sé che non fa rumore. Nella fedeltà alle piccole cose. È lì che si aprono gli occhi.
E allora lo vediamo. Non come lo avevamo immaginato. Non come lo pretendevamo. Lo vediamo com’è: il Vivente, presente in ogni frammento attraversato con amore, nascosto nel cuore stesso della vita.

 
Paolo Scquizzato
 

Rilettura del decalogo: il X comandamento

Oggetto del divieto è la qualità di vita, come espressione della propria identità, come insieme qualificante di beni che nessuno può e deve violare.

Non desidererai la casa del tuo prossimo. Non desidererai la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo né la sua schiava, né il suo bue né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo» (Es 20,17). «Non desidererai la moglie del tuo prossimo. Non bramerai la casa del tuo prossimo né il suo campo, né il suo schiavo né la sua schiava, né il suo bue né il suo asino, né cosa alcuna appartenente al tuo prossimo» (Dt 5,21 ).

Torniamo a riproporre la citazione del testo biblico avviandoci a chiudere la nostra riflessione sul IX-X comandamento. Ovviamente lasceremo cadere l'attenzione alla donna d'altri, tranne che nell'orizzonte di partenza di Es 20,17: «La casa del tuo prossimo». A qualificare la "casa" è certamente la donna, la "propria" donna. Da qui, la già rilevata anomalia dell'accorpare la donna ai beni tutti.

La casa, sinonimo di famiglia


Come già detto, oggetto del divieto è la qualità di vita dell'altro, la sua prosperità, in entrambi i testi affidata alla metafora della "casa" che, poi, più che metafora è concrezione dell'optimum vitale. L'abitazione, si tratti di una "tenda" odi un "palazzo" o delle svariate sue forme intermedie, manifesta lo status sociale di chi vi abita; ne dice il prestigio o l'ordinarietà o la liminarità. Casa poi è sinonimo di famiglia nel senso allargato della cultura patriarcale. Da qui l'evocazione della donna come garanzia di quei figli legittimi che garantiscono l'asse ereditario, e la menzione di quanti cooperano a mantenerlo e a incrementarlo, schiavi e schiave, appunto. La casa, insomma, come biglietto da visita, come espressione della propria identità, come insieme qualificante di beni che nessuno può e deve violare.

Se vogliamo, in questi nostri tempi drammatici, il gesto di darsi fuoco dinanzi all'ingiunzione dello sfratto, alla perdita della propria abitazione per insolvenza, ci riporta a questa valenza radicale della "casa", non luogo funzionale di rifugio ma luogo identitario, senza il quale si passa da una condizione di "dignità" all'emarginazione dei "senza fissa dimora".

Certo, ritornando al comandamento e, più ancora, alla sua proposizione in Dt 5,21, in gioco è anche la distinzione tra "desiderio" e "brama". La "nobiltà" del desiderio è diretta alla "donna d'altri" come vertice dell'ottimizzazione della vita altrui, mentre la "brama" investe casa, campo, schiavi, beni. In verità, come sottolinea Ravasi nel già citato saggio Non desidererai la moglie e la casa del tuo prossimo (cf G. Ravasi - A. Tagliapietra, Non desiderare la donna e la roba d'altri, Bologna 2010): «...il "desiderio"... conserva la sua ambivalenza di brama tempestosa, istintuale, ma ha pure il valore di ispirazione alta, di celebrazione degli aneliti umani» (p. 15). Il turbine del desiderio (thymos), insomma, alla fine evoca le spire del fumo del sacrificare (thyein) in un intreccio semantico nativamente "ambivalente".

Ma veniamo alla "roba", ai beni dell'altro che non è lecito desiderare/bramare. In una situazione stanziale, ai beni ereditari appartiene anche la terra, quella porzione di terra che istituisce ogni membro delle tribù d'Israele nella sua dignità garantendogli i mezzi di sussistenza. Questo dell'assegnare la terra è modulo non solo biblico. Possederla e coltivarla è fondamentale nel mondo antico. Averne assegnata o riceverne in eredità una porzione qualifica gli individui maschi e anche le donne, in assenza di fratelli. Lavorare la terra, da sé o tramite altri, è impegno primario in una cultura non più nomade ma stanziale, lui e lui l'uno con il possederla, l'avere quei mezzi che consentano di ricavarne frutto. L'asino e il bue vanno visti in questa loro funzionalità. Sono mezzi di trasporto, ma anche risorsa energetica.

Ma, più in generale, donde nasce la necessità di porre un freno al desiderio/brama di ciò che appartiene a un altro? Il discorso è sì d'indole morale, ma soprattutto d'indole politica. E il buon vivere tra gli umani a esigere il rispetto reciproco, la tutela vicendevole di ciò che ottimizza l'esistenza. E allora perché desiderare ciò che appartiene a un altro? Cosa induce un soggetto umano, uomo o donna che sia, a rodersi dalla voglia di possedere ciò che non gli appartiene? Certamente alla radice può esservi la disparità. C'è chi ha e c'è chi non ha. Ed è ovvio che lo schiavo aspiri al benessere del padrone, che il povero guardi alla condizione di chi è ricco... Troppo spesso, però, il desiderio/brama cresce proporzionalmente ai beni che si possiedono. Né alla fine sono i beni l'oggetto del desiderio quanto il potere che il possedere comporta.

Lo scenario attuale non lascia dubbi. Il problema diventa allora la sperequazione, l'ingiusta sperequazione sul piano dei beni posseduti che. so da una parte, incentiva disagio e rivolta, dall'altra, paradossalmente, induce chi più ha a far di tutto per accrescere la sua "roba" sulla pelle degli altri, dei nuovi schiavi, senza dimenticare la prevaricazione sulle risorse accessorie: i nuovi asini e i nuovi buoi.

Se, per chi non ha, desiderare i beni altrui, il più delle volte significa emularlo; per chi ha. accumulare sempre più ricchezza, e a suo esclusivo vantaggio, diventa latrocinio, ruberia, intollerabile offesa alla dignità di ogni altro. Senza dimenticare che tutto ciò diventa merito, successo, riconoscimento di capacità straordinarie. Più semplicemente è latrocinio.

Mi si obietterà che riporto il discorso al "non rubare". Sinceramente, non saprei fare diversamente. Il problema dell'ingiustizia sociale, del doversi ripartire il 95-98% dell'umanità il 5% (?) delle risorse, mentre la ricchezza globale del pianeta sta nelle mani del 2-5% della popolazione mondiale è davvero intollerabile. Restare in silenzio è farsene complici.

Il problema dell'ingiustizia sociale

Non si può assecondare il desiderio/brama onnivoro che genera una povertà crescente e con essa guerra, destabilizzazione, malattie, fame. Tanto più che, lo abbiamo detto, l'oggetto vero del desiderio è la dissennata bramosia del potere. Sì, è il potere l'oscura macchina del desiderio depravato e bastardo. Potere che umilia: appropriarsi di ciò che dà dignità all'altro; potere che affama: ridurlo in condizione miserabile; potere che offende: rottamazione dell'altro, dei suoi diritti inalienabili; potere omicida: armi e guerra e rivalsa e oppressione.

L'ethos giudeo-cristiano ha veicolato le dieci parole e tra di esse quest'ultima. Ma il conservarne memoria non e divenuta pratica esistenziale compartita. Piuttosto a essere osservato è stata una sorta di controdecalogo. E questa resta la gravissima colpa nostra di Chiese e di comunità, di popoli e nazioni che, ciò malgrado, hanno rivendicato la radice ebraico-cristiana come costitutiva del proprio assetto culturale.

Si è elaborato un controcanto terrificante. Si è teorizzata una totale e radicale legittimità del desiderio/brama tacendone la domanda di prevaricazione e di potere. Oggi di fronte a un mondo in rivolta si seguita a non prendere atto d'aver proposto un modello unilateralmente veicolante il tornaconto di pochi. Ci si meraviglia della violenza, si insorge prendendo atto del pericolo oggettivo che altri realizzino un modello diverso che in apparenza contraddice comuni diritti acquisiti. Non ci si vuol rendere conto che si è incentivata una marcia diabolica per acquisire, a livello mondiale, quello stesso potere di cui l'Occidente è stato solerte custode nelle sue élites di industriali, finanzieri, magnati, oligarchi... il timore, ora, è che tanta creatività passi in altre mani.

Eppure sarebbe stato possibile un modello diverso. Ne avevamo gli strumenti. Li si è calpestati e ignorati in un delirio di onnipotenza. E ci si scandalizza ipocritamente di chi mette in scena l'irrilevanza della vita umana, magari - ma non lo abbiamo fatto anche noi? - facendo appello a istanze "religiose". Dinanzi all'orrore di attentati, decapitazioni, gabbie e roghi non ci si chiede neppure se tutto questo non lo si sia favorito nella smania di dare al mondo la forma ritenuta a torto ottimale - forma ingiusta, offensiva, disgiuntiva che ha accresciuto sempre più il numero dei poveri e ridotto, implementandone però le ricchezze, il numero dei ricchi; che ha sottratto alle comunità l'esercizio del potere per assecondare il monopolio di pochi. Una politica diversa nel segno della pace, una decisione forte come quella di dismettere la fabbricazione delle armi, una sincera revisione delle dinamiche perverse del potere come prevaricazione e personale vantaggio, una denuncia della sopraffazione a ogni costo, una pratica della politica come acquisizione, impegno per il bene comune, forse avrebbero potuto produrre un mondo diverso, solidale e cordiale, attento al reticolo delle differenze, alle voci variegate e molteplici degli altri.

Sia chiaro, non stigmatizzo il desiderio di una vita buona e bella, una estetica dell'esistenza che abbia quale molla, appunto, il desiderio. Esprimo piuttosto l'orrore verso il fraintendimento dell'ottimizzazione della vita che è oppressione, misconoscimento dell'altro/altra, svilimento della sua dignità, disprezzo delle sue potenzialità, ruberia di quanto di buono e di bello lo appassiona e seduce. Stigmatizzo la perversione del potere, demone oscuro che arma le nostre mani, anche quando ci piacerebbe pensare che gli assassini siano gli altri.

Stigmatizzo che da cristiani abbiamo taciuto e ignorato il comandamento dell'amore, prescindendo dal quale le dieci parole restano lettera morta e facilmente imboccano vie che le svuotano di senso. Solo il comandamento dell'amore restituisce le dieci parole a provocazione, palestra, tensione, utopia progettuale di alterità e comunione.

Cettina Mititello


(Tratto da Vita Pastorale, n. 4, 2015, pp. 64-65)

 

 

Domenica, 12 Aprile 2026 10:15

Essere testimoni (Rowan William)

Noi siamo testimoni" dice Pietro negli Atti, "di ciò che Gesù operò in Giudea, a Gerusalemme e in Galilea" (Atti 10,39). Ma il termine "testimoni" può, a prima vista, sembrare non forte abbastanza o non specifico. La testimonianza richiama le aule dei tribunali e le persone che raccontano che cosa hanno visto e, in questa accezione, testimone potrebbe essere chiunque. Ma la testimonianza apostolica è qualcosa di diverso. Non è soltanto perché Pietro è stato presente agli eventi accaduti in Giudea e in Gerusalemme, non solo perché egli e i suoi amici hanno visto Gesù da distante, ma perché la storia che loro ci raccontano è una storia che li ha cambiati. Ciò che essi hanno visto ha aperto loro profondità e possibilità che non avevano mai sperimentato prima. Sono testimoni non solo di ciò che Gesù fece in Giudea e in Gerusalemme, sono testimoni della sua risurrezione, loro hanno mangiato e bevuto con lui dopo che è risorto dai morti. Qualcosa è penetrato in loro che li ha resi non osservatori ma "condivisori" nella vita. E così quando raccontano questa storia, gli altri sperimentano qualcosa di quello hanno che essi sperimentato. "Mentre stava parlando discese lo Spirito Santo" (10,44) un momento terrificante, si potrebbe pensare. Pietro fu circondato da un'esplosione di fenomeni carismatici. Ma la storia che egli racconta è proprio quella, un racconto che fa accadere le cose. E alla fine del suo vangelo san Giovanni dice che la storia che sta raccontando, è una storia destinata a far accadere le cose. "Tutto questo è stato scritto perché voi crediate" (Gv 20,31); in modo che qualcosa avvenga a te e ti renda "presente" agli eventi. Che cosa significa esattamente raccontare una storia in modo che faccia accadere delle cose? Una delle cose importanti è che avvenga "un momento di riconoscimento". Tu ascolti la storia di Gesù del suo ministero, della sua morte, della sua risurrezione e qualcosa in te dice: "Sì, questa è la storia nella quale tutte le mie memorie e le mie speranze trovano il loro posto. Questa è la storia alla quale appartengo. Ho ascoltato la storia di Gesù che raggiunge gli emarginati, i colpevoli, i dimenticati e penso: Sì la mia storia sta qui". Ascolto la storia di Gesù nel nome di Dio, che si è abbassato in umiltà e riverenza verso le creature che ha fatto, e penso, quasi con un brivido di terrore misto a delizia: "questa è la mia storia, Dio mi ha fatto per la sua gloria", lo riconosco qualcosa, il mio cuore e la mia anima si sono aperti come non hanno mai fatto. "Il mio cuore brucia con me". Spesso, nella Bibbia parole di questo tipo sono usate per dire come il racconto di una storia, il pronunciare una parola aprano improvvisamente profondità mai immaginate prima. E allora riconosci che nel profondo, al centro della tua essenza, della tua vita, là c'è Gesù, lo straniero che è anche il più profondamente a casa nelle profondità della tua realtà.

Il Vangelo è scritto in modo tale che noi possiamo riconoscere che questa è la nostra storia. Proprio quando Pietro inizia a parlare di Gesù che serve, che ama, che muore e che risorge, l'eccitazione del "riconoscimento" è troppo grande per essere contenuta e lo Spirito Santo straripa e invade i cuori. E che cosa è di noi, eredi della testimonianza apostolica? Come iniziamo a raccontare una storia che ha fatto "accadere eventi" poiché questo è il nostro incarico, il nostro compito? dobbiamo raccontare la storia di Gesù in un modo tale che tutti coloro che ascoltano abbiano da dire a se stessi: "Sì, questa è la mia storia e non l'ho mai saputo prima. Questo è il mondo a cui appartengo, questa è la mia eredità, sebbene là io non abbia mai vissuto". Cerchiamo di parlare con parole che evochino quel tipo di riconoscimento, sapendo che, come ci ricorda l'Antico Testamento, "la parola non è lontana da ciascuno di noi" e se raccontiamo con verità e con gioia la storia di Gesù, allora la Parola di Dio incorporata in quel racconto e in quella persona, veramente non sarà lontana da nessuno dei nostri uditori. In queste due ultime settimane abbiamo parlato spesso di come raccontare le nostre storie. Non è forse quasi un cliché? In un incontro cristiano organizzato bene raccontiamo le nostre storie. E questo è giusto poiché una delle cose più significative che ogni credente possa fare è dire "Vieni e ti dirò quello che Gesù ha fatto per la mia anima" ma mentre ascoltiamo gli uni gli altri le nostre storie, io spero e prego che abbiamo ascoltato e riconosciuto l'unica storia che fa la differenza, l'unica storia che cambia il mondo, che cambia il modo di come vediamo noi stessi, Dio e ogni cosa. E se ciò è stato parte della nostra esperienza in questa conferenza, allora noi possiamo tornare alle nostre mansioni locali per raccontare la storia di questo incontro, di questa Conferenza di Lambeth, in modo che divenga anch'essa una storia che fa accadere le cose. Possiamo chiedere a Dio di darci la forza e renderci capaci, in modo da parlare di ciò che qui abbiamo ricevuto che qualcosa faccia cambiare e crescere e approfondire nelle comunità cristiane alle quali apparteniamo. Possiamo tentare di raccontare la storia della Conferenza di Lambeth 2008 così che accada qualcosa, così che Cristo diventi vivo negli altri. E mentre siamo arrivati alla conclusione della nostra Conferenza giustamente e comprensibilmente portiamo tutti i nostri pensieri, le nostre riflessioni, le nostre memorie, le nostre frustrazioni in una liturgia nella quale quello che facciamo e proprio raccontare la storia che fa accadere qualcosa. Raccontiamo la storia di come la parola di Dio fatta carne, vivente in mezzo a noi, nella notte prima di offrire se stesso perché noi potessimo vivere, prese il pane, lo spezzò, e lo diede ai suoi. Noi raccontiamo quella storia e qualcosa accade, qualcosa che ci rende capaci di riconoscere, di nuovo ancora, che la cosa più profonda in noi è che Dio ci invita a condividere la sua mensa, a condividere la sua compagnia, a metterci vicino al suo cuore. Quella cosa in noi che Dio invita e attende, tesi verso di lui per essergli vicino, vicino al cuore del Padre, come è detto nella frase del vangelo. Qui in questa Eucaristia, noi facciamo esperienza - ciascuno di noi - di cosa per una storia che deve essere narrata fa si che qualcosa accada, una storia che cambia non solo il pane e il vino e il credente ma l'intero mondo: poiché qui, in mezzo a noi c'è l'inizio della fine, la realizzazione della speranza di tutta la creazione, di tutti i popoli, di tutte le realtà raccolte insieme nel pane spezzato e nel vino versato. Questa è la nostra storia e la nostra canzone a questa e ad ogni Eucaristia. E rafforzati dalla risurrezione, la vita che ci è data, andiamo fuori per raccontare la storia in modo nuovo, andiamo fuori sorretti dalla fiducia che quando parliamo da questo cuore della realtà che è il pane spezzato della verità di Gesù e dell'amore di Gesù, avverrà il "riconoscimento": le sorgenti saranno liberate, il deserto fiorirà e lo Spirito sarà dato in abbondanza.

Il Signore ci dia la grazia per raccontare questa storia. Possa il Signore effondere il suo Spirito in ciascuno di noi in tutte le nostre parole e azioni di testimonianza così che qualcosa accada e in quello si riveli lo Spirito Santo di Dio. Amen

 

Rowan William

(arcivescovo di Canterbury dal 2002 al 2012)

(Omelia pronunciata in occasione della celebrazione eucaristica a conclusione della Conferenza di Lambeth, 3 agosto 2008)

 

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