Esperienze Formative

Domenica, 30 Novembre 2025 08:44

I Domenica di Avvento - Anno A In evidenza

Vota questo articolo
(0 Voti)
I Domenica di Avvento - Anno A

Omelia di Paolo Scquizzato

Prima Lettura Is 2,15

Dal libro del profeta Isaìa
 

Messaggio che Isaìa, figlio di Amoz, ricevette
in visione su Giuda e su Gerusalemme.
Alla fine dei giorni,
il monte del tempio del Signore
sarà saldo sulla cima dei monti
e s’innalzerà sopra i colli,
e ad esso affluiranno tutte le genti.
Verranno molti popoli e diranno:
«Venite, saliamo sul monte del Signore,
al tempio del Dio di Giacobbe,
perché ci insegni le sue vie
e possiamo camminare per i suoi sentieri».
Poiché da Sion uscirà la legge
e da Gerusalemme la parola del Signore.
Egli sarà giudice fra le genti
e arbitro fra molti popoli.
Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri,
delle loro lance faranno falci;
una nazione non alzerà più la spada
contro un’altra nazione,
non impareranno più l’arte della guerra.
Casa di Giacobbe, venite,
camminiamo nella luce del Signore.


Salmo Responsoriale Sal 121 (122)

Andiamo con gioia incontro al Signore.

Quale gioia, quando mi dissero:
«Andremo alla casa del Signore!».
Già sono fermi i nostri piedi
alle tue porte, Gerusalemme!.
 
È là che salgono le tribù,
le tribù del Signore,
secondo la legge d’Israele,
per lodare il nome del Signore.
Là sono posti i troni del giudizio,
i troni della casa di Davide.
 
Chiedete pace per Gerusalemme:
vivano sicuri quelli che ti amano;
sia pace nelle tue mura,
sicurezza nei tuoi palazzi.
 
Per i miei fratelli e i miei amici
io dirò: «Su di te sia pace!».
Per la casa del Signore nostro Dio,
chiederò per te il bene.

 
Seconda Lettura  Rm 13,11-14a
 
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani
 
Fratelli, questo voi farete, consapevoli del momento:
è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché adesso
la nostra salvezza è più vicina di quando
diventammo credenti.
La notte è avanzata, il giorno è vicino. Perciò gettiamo
via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce.
Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno:
non in mezzo a orge e ubriachezze, non fra lussurie e impurità,
non in litigi e gelosie. Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo.
 
Canto al Vangelo (Sal 84,4)


Alleluia, Alleluia

Mostraci, Signore, la tua misericordia
e donaci la tua salvezza.

Alleluia, Alleluia

 

Vangelo Mt 24,37-44

Dal Vangelo secondo Matteo
 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata.
Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».

 

OMELIA
 
Noè si prepara alla ‘tempesta perfetta’: non a una pioggia qualunque, ma a quell’urto che prima o poi, in ogni vita, arriva per spazzare via il superfluo e lasciare emergere ‘l’unum necessarium’, l’unica cosa di cui davvero abbiamo bisogno. Il diluvio è un mito che parla alla nostra vita: prende le forme di un dispiacere improvviso, di un fallimento che incrina le certezze, di una crisi interiore, del buio che cala sulla mente, di una malattia, di un incidente, della morte stessa…
I contemporanei di Noè, racconta il testo, «non si accorsero di nulla». Loro continuano a mangiare, bere, mettere al mondo figli… Tutte cose anche buone ma incapaci — da sole — di salvare quando la vita scuote le fondamenta. E infatti furono travolti.
Gesù torna a metterci in guardia: che cosa è davvero necessario per non soccombere al diluvio? Pare una sola cosa: l’attenzione. La salvezza non è un premio, ma atto di consapevolezza. È il cuore desto, vigile, capace di cogliere ciò che conta nel momento in cui tutto vacilla.
Un antico libro alchemico del Seicento custodisce una parola enigmatica: VITRIOL. È un acrostico che recita così: “Visita Interiora Terrae, Rectificando Invenies Occultum Lapidem”, ovvero: «Visita l’interno della terra operando con rettitudine e troverai la pietra nascosta».
A livello simbolico il messaggio è di una forza sorprendente: scendere nell’’interiora terrae’ è un invito a entrare nelle profondità del proprio essere, a raggiungere quel luogo segreto dove si rivela ciò che resta quando il resto crolla. È lì che si trova l’unica cosa necessaria, ciò che ci costituisce in modo definitivo, ciò che la tempesta non può portare via. Il Sé autentico.
Tutte le tradizioni, dalle più arcaiche alle più raffinate, non hanno fatto altro che ripeterci questo: ritorna al Centro. È nel buio, nel nascondimento, nel grembo silenzioso dell’interiorità che qualcosa può finalmente maturare e venire alla luce. La vita stessa lo insegna: il seme ha bisogno della terra scura, il feto dell’ombra protettiva del grembo.
Gli antichi lo sapevano bene.
In Egitto le iniziazioni avvenivano nelle piramidi o nelle cripte sotterranee. In Persia si scendeva nelle grotte; i popoli nativi d’America costruivano capanne destinate proprio alla discesa iniziatica. I misteri di Mitra si celebravano nei templi sotterranei, e l’iniziazione era la discesa nel ventre della Grande Madre.
Nella mitologia greca, Orfeo discende nell’Ade per ritrovare Euridice, simbolo della sua anima smarrita. Il dio hindù Krishna scende negli inferi per liberare i suoi sei fratelli — immagine dei sei chakra — essendo lui stesso il chakra della corona, il vertice dell’ascesa spirituale.
Non c’è scampo: prima di salire bisogna scendere. Prima di ritrovare la vita, bisogna attraversare il proprio sotterraneo. Il primo passo verso quella terra in cui la vita si dà in pienezza — che il Vangelo chiama regno di Dio o regno dei cieli — passa attraverso il viaggio verso sé stessi.
«Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo» (Mt 13, 44). Il tesoro non è fuori, è nel campo che siamo.
E Agostino lo conferma: «Noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas». Non andare fuori: rientra. È nell’interiorità che abita la verità.
E la voce di Meister Eckhart gli fa eco, con la sua precisione adamantina:
«Chi vuole penetrare nel fondo di Dio, in ciò che ha di più intimo, deve prima penetrare nel suo fondo proprio, in ciò che esso ha di più intimo. In effetti nessuno può conoscere Dio, se prima non conosce sé stesso» (Sermoni).
Che l’Avvento sia dunque questo: un tempo di silenzio, di nascondimento, di ritorno al buio fecondo da cui nasce ogni luce. Un esercizio di distacco, di svuotamento, di morte simbolica, perché solo ciò che muore a sé stesso può risorgere alla Vita.
Il ‘diluvio’ che potrà abbattersi sulla nostra vita non sarà più una minaccia, ma piuttosto rivelazione. Non tanto una fine ma opportunità d’un nuovo inizio. E in mezzo alla tempesta, come Noè, scopriremo finalmente ciò che resta. Ciò che salva.
Ciò che siamo.

 
Paolo Scquizzato
 
Letto 1 volte Ultima modifica il Domenica, 30 Novembre 2025 08:52
Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

Search